lunedì 11 maggio 2020

Sardegna: l’invasione militare e chi si oppone - Walter Falgio




Si tratta di una riflessione sulle forme di opposizione alla presenza militare in Sardegna e sui gruppi antimilitaristi, con l’auspicio (dell’autore e nostro) “di continuare ad approfondire questa ricerca.”
Il pomeriggio del 12 ottobre 2019, davanti ai cancelli della base di Capo Frasca, si è tenuta sa manifestada contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna. Migliaia di persone hanno partecipato a un’iniziativa plurale convocata da “A Foras”, assemblea nata il 2 giugno 2016 a Bauladu con l’intento di includere gruppi, realtà politiche e singoli che oggi in Sardegna continuano a opporsi “all’occupazione militare”. Queste le parole d’ordine:firmare is esercitatzionesserrare is bases militares e is poligonos,bonifica e cunversione; bloccare le esercitazioni, chiudere le basi e i poligoni, bonifica e riconversione. Il sito internet dell’assemblea, ricco di informazioni, racconta come il movimento antimilitarista sardo si sia ricompattato a seguito di un’altra importante manifestazione che si tenne, sempre a Capo Frasca, il 13 settembre 2014.
Domusnovas, paese a 40 chilometri da Cagliari, ha visto nascere un comitato popolare per la riconversione della RWM Italia da fabbrica di bombe a fabbrica civile. La RWM è uno stabilimento del gruppo tedesco Rheinmetall che conta di aumentare la produzione degli esplosivi di tipo pbx con un importante piano di espansione. Italia Nostra, per esempio, è solo una delle tante associazioni che si oppone alla presenza dell’industria di armi, esportate e utilizzate per uccidere civili nel villaggio di Deir Al-Hajar nello Yemen nord-occidentale. Diverse le mozioni discusse in proposito dalla Camera, come quella del 18 giugno 2019 che vedeva come primo firmatario Federico Fornero.
L’arcipelago del movimento antibasi sardo è un’aggregazione trasversale e sfaccettata che interpreta un sentimento diffuso e si radica in uno specifico contesto territoriale e culturale: «‘Resistenza’ al colonialismo significava di più che semplice resistenza al dominio degli italiani. Come molte isole, e secondo una valutazione antica di secoli, se non di millenni, la Sardegna era ritenuta strategicamente importante. Inoltre, con le grandi estensioni di terra sottopopolata era il luogo ideale per l’addestramento militare», scriveva lo storico inglese Martin Clark nel 1989.
Le svariate forme di opposizione alla presenza militare nell’isola, piattaforma di servizio durante la Guerra fredda e ancor oggi nell’ambito degli interessi di una global Nato, sono oggetto di un ampio dibattito. Ne derivano i contorni di un tema di studio sulla storia politica e sociale della Sardegna del secondo dopoguerra tanto peculiare quanto poco indagato. Si propone qui una ricostruzione ancorché parziale della vicenda sarda prendendo le mosse dagli schemi interpretativi e dagli inquadramenti storici sul movimento nonviolento e antimilitarista nell’Italia del Novecento. Uno studio di Amoreno Martellini (2006) propone una prima definizione terminologica e concettuale. L’espressione “pacifismo” – osserva Martellini – indica una disposizione generica alla pace che non necessariamente contiene il significato di nonviolenza e antimilitarismo: «I Partigiani della pace, la più importante organizzazione pacifista sorta in Italia dopo la fine della seconda guerra mondiale» ad opera del Pci, che vide tra i suoi principali promotori il leader comunista sardo Velio Spano, non contemplava tra le sue «opzioni di fondo né quella nonviolenta né quella antimilitarista». Allo stesso modo buona parte del pacifismo di orientamento cattolico non aveva difficoltà a schierarsi a favore delle “guerre giuste” e delle gerarchie militari. «D’altra parte – continua Martellini – se la nonviolenza deve per forza di cose contenere l’antimilitarismo, l’antimilitarismo, inteso come opposizione alla istituzione militare, non necessariamente deve fondarsi sulla scelta nonviolenta».
Il movimento pacifista dei comunisti che fu capace di coinvolgere milioni di italiani, giovani, donne, intellettuali, anche al di fuori dell’alveo della sinistra, attorno ai temi dell’antimperialismo e dell’antiamericanismo e contro il nucleare atlantico, fu pienamente operativo sino al 1956. La pace era a tutti gli effetti utilizzata come un’arma ideologica nell’ambito dello scontro planetario della Guerra fredda e delle contraddizioni aperte soprattutto dopo lo scoppio del conflitto in Corea nel 1950. In contrapposizione al movimento delle organizzazioni di sinistra si schierò un pacifismo di matrice cattolica monopolizzato dalla Democrazia cristiana. L’egemonica mobilitazione partitica attorno al messaggio pacifista portò a una marginalizzazione dei gruppi di donne e uomini indipendenti, nonviolenti o antimilitaristi radicali, che, pur ispirandosi a solide tradizioni come il pensiero tolstoiano o quello anarchico e socialista dei primi del Novecento, non contavano su adesioni di massa (Scarantino, 2006; Moro, 2012).
Altri fattori di isolamento delle istanze nonviolente e antimilitariste nell’Italia del secondo dopoguerra sono riconducibili all’atteggiamento repressivo dello Stato soprattutto nei confronti dell’obiezione di coscienza e all’ avversità della Chiesa cattolica, sino al Concilio Vaticano II. In proposito si richiamano gli episodi di obiezione di coscienza al servizio di leva obbligatorio in Italia alla fine degli anni Quaranta e la conseguente reazione delle istituzioni militari. Insieme ai casi di Rodrigo Casello, cuneese, e di Enrico Ceroni di Casale Monferrato, processati e condannati rispettivamente nel 1947 e nel 1948 (il primo, pentecostale, fu amnistiato, mentre al secondo, testimone di Geova, fu concessa la sospensione condizionale della pena) si annovera Pietro Pinna, ragioniere di origini sarde, condannato anch’egli a più riprese dai tribunali militari a diciotto mesi di carcere per il reiterato rifiuto supportato da ragioni politiche di svolgere il servizio di leva. Fu infine congedato a causa di una improbabile “nevrosi cardiaca”. La sua vicenda fu raccolta dalla stampa ed ebbe anche una eco internazionale ma né la politica né la Chiesa cattolica accolsero favorevolmente la scelta della disubbidienza civile. Nel 1950 una delle prime voci critiche autorevoli si levò proprio dal mondo religioso vaticano. Dalle colonne de «La Civiltà Cattolica» fu il teologo gesuita Antonio Messineo a difendere «il dovere morale per il cattolico di ottemperare alla coscrizione obbligatoria». Bisognerà attendere i primi anni Sessanta per assistere all’affermazione di una nuova generazione di militanti e a una diffusione della coscienza pacifista, nonviolenta e antimilitarista anche sull’onda delle successive rivolte giovanili globali di fine decennio. Le proteste contro l’installazione degli euromissili a Comiso dell’81 segneranno un’altra grande impennata della partecipazione popolare.

Espropri e missili
La vicenda sarda in parte si intreccia con il corso dei movimenti a respiro nazionale, in parte – come accennato – assume dei caratteri specifici che si svilupperanno nel contesto sociale e politico della realtà isolana. La destinazione di area addestrativa e di servizio viene assegnata all’isola nell’immediato dopoguerra in ambito Nato e in virtù di patti tra il governo italiano e quello statunitense che reclama strutture militari per garantire la propria operatività nello scenario europeo e mediterraneo. Lo schieramento nazionale con il blocco occidentale comporta l’adeguamento alla sfera di influenza americana e a tutte le conseguenti politiche di difesa nel contesto ideologico del Patto atlantico e della guerra fredda determinate anche da accordi bilaterali. Uno di questi, tuttora soggetto a segreto di stato e che ha provocato effetti sull’isola, è il Bilateral infrastructure agreement (Bia), del 20 ottobre 1954: «Secondo un autorevole commentatore, esso fu firmato dall’allora ministro italiano degli esteri Giuseppe Pella e dall’ambasciatrice Usa in Italia, Clara Booth Luce. Tra l’altro, esso stabilisce il tetto massimo delle forze Usa che possono stazionare in Italia. L’accordo è inoltre corredato di annessi tecnici, relativi alle singole basi». Tra queste, se ne individuavano due da istituire in Sardegna, nei territori di La Maddalena e di Cagliari (Ronzitti, 2007). L’isola è indentificata come territorio ideale dove allestire poligoni di tiro, impianti di telecomunicazioni, depositi di armi, munizioni e carburante secondo le strategie difensive sovranazionali dell’alleanza atlantica. Una sorta di retrovia in funzione del controllo del confine orientale. È in quest’ottica che a metà degli anni cinquanta iniziano ad essere operativi i poligoni di Quirra e di Capo Teulada, seguiti da Capo Frasca, tuttora in piena attività per addestrare esercito, marina e aeronautica alle missioni Nato out of area e per la sperimentazione di armamenti e di tecnologie militari e civili gestita anche da soggetti privati. «La possibilità di svolgere tali attività è particolarmente importante – scrive lo Stato maggiore della difesa – perché consente di mantenere un elevato livello di riservatezza minimizzando così il rischio che prove o cicli addestrativi su poligoni esteri potrebbero portare a una indesiderata dispersione di informazioni operative» (Direttiva sull’organizzazione, impiego e funzionamento del PISQ, SMD – L 014 – 27 febbraio 2003, p. VIII).
Nell’immediato dopoguerra, sull’onda delle iniziative del movimento dei Partigiani della pace e dell’Unione donne italiane, si svolgono anche in Sardegna diversi incontri sul tema del disarmo. Ma per registrare una prima significativa denuncia dell’impatto che l’istituzione delle basi militari ebbe sul territorio della Sardegna sarà necessario attendere il documentario di Giuseppe Ferrara, Inchiesta a Perdasdefogu (Italia, 1961). Il film – accompagnato dal brano contro la guerra di Italo Calvino, Cantacronache e Sergio Liberovici Dove vola l’avvoltoio? – inquadra il malcontento della popolazione di dieci paesi «da Villaputzu a Ulassai» interessati dalla installazione della base militare con le testimonianze dirette degli abitanti. L’esproprio delle terre, quello che Ferrara definisce un «avvenimento drammatico», è all’origine di una protesta corale raccolta dal regista. Un agricoltore di Perdasdefogu lamenta la distruzione del proprio raccolto a fronte della richiesta negata di indennizzi, il sindaco di Tertenia illustra le ricadute negative della presenza militare: quattromila ettari espropriati dove prima pascolavano cinquemila capi di bestiame e dai quali trovavano sostentamento centoventi famiglie. Efficace è la descrizione che Ferrara presenta dei vigneti impiantati dalla cooperativa agricola fondata a Jerzu nel 1953 con duecento soci e ora ridotta a sessantacinque lavoratori: centotrentotto ettari di terreni avuti in affitto dissodati, sessantamila metri cubi di pietre trasformati in muri e accantonamenti, strade, acquedotti, vasche, ponti e tubi catramati per 2.600 metri costruiti, dodici case agricole edificate. Sette anni di lavoro e mezzo milione di piante di vite che «solo ora – spiega il regista – stavano iniziando a portare i frutti, dovranno tornare deserto». Il lavoro di Ferrara si chiude con il racconto di un contadino che dichiara di aver visto un missile fuori controllo precipitare nel suo terreno. Il 13 gennaio 1961 – di contro – il quotidiano «L’Unione Sarda» proseguiva quella che sarebbe diventata una lunga serie di servizi dedicati alla base con l’articolo intitolato: «Lanciato il primo razzo italiano da un poligono della Sardegna. Riuscito esperimento nella base Perdasdefogu».
La marcia di Capitini
Le espressioni di una coscienza pacifista e antimilitarista in Sardegna nei primi anni sessanta non potevano che essere guidate e organizzate anche dall’azione di un leader della levatura di Aldo Capitini, docente di pedagogia all’Università di Cagliari dal 1956 al 1965. L’intellettuale perugino promosse nell’isola una consulta per la pace, un movimento giovanile di azione e un movimento contro le basi militari accompagnando le sue iniziative con frequenti interventi sulla stampa – per esempio su «Rinascita Sarda» e su «L’Unione Sarda» – e con occasioni di confronto pubblico. La Marcia della pace per la fratellanza dei popoli che si svolse il 13 maggio 1962 nel capoluogo isolano, rappresentò uno dei momenti culminanti dell’attività del pensatore in Sardegna, come ha sottolineato Elisa Nivola (2006): «Migliaia di persone convenute a Cagliari da tutta l’isola […] diedero vita a una civile manifestazione, esprimendo in una mozione conclusiva l’adesione a un piano per la pace e chiedendo la riduzione progressiva delle spese militari e delle armi convenzionali, l’eliminazione di tutte le basi missilistiche, la distruzione delle armi atomiche, l’istituzione di un servizio civile per i giovani […]» .
Un’isola per i militari
Sul finire degli anni sessanta iniziano a circolare anche attraverso la stampa e gli editori italiani gli scritti di uno dei principali artefici della diffusione delle istanze antimilitariste sarde. Si tratta di Ugo Dessy, insegnante di Terralba, libertario, particolarmente attivo nelle iniziative di educazione popolare. Il 4 novembre del 1969 a Milano, a margine del congresso del Partito radicale, si tiene uno dei primi incontri nazionali del movimento antimilitarista al quale Dessy presenta un contributo sulla realtà sarda: «La sua relazione documentò per la prima volta il processo di militarizzazione del territorio sardo: fu pubblicata da Umanità Nova, giornale con il quale Dessy collaborò per due anni», ricorda «“A”-Rivista Anarchica» del 1 febbraio 1984. Il volume Sardegna un’isola per i militari, pubblicato nel 1972 da Marsilio editori, fornisce una mappa dettagliata di tutte le installazioni della Difesa nell’isola: «Il Salto di Quirra, Perdasdefogu; l’isola di Tavolara; l’arcipelago de La Maddalena; Decimomannu e Serrenti; Capo Frasca; Capo Teulada; Cagliari e adiacenze; Orgosolo, il poligono di Pratobello». La Sardegna deve sopportare un peso di strutture militari spropositato che non ha eguali nel resto del paese e tale carico costituisce una delle cause del mancato sviluppo del territorio. Questa consapevolezza fornisce uno degli argomenti centrali alle tesi antimilitariste isolane.
«Le strutture militari rappresentano un condizionamento negativo e un limite opprimente dello sviluppo sociale ed economico delle comunità in cui sono insediate e un condizionamento dello sviluppo dei diritti civili e delle strutture democratiche», scrive l’insegnante, «Ma per la Sardegna – e soprattutto per la Sardegna d’oggi – il discorso diventa particolarmente illuminante, giacché – venuta meno quella caratterizzazione dell’isola, rappresentata dalla inaccessibilità geografica e dalla malaria – la regione è diventata la zona prediletta per gli insediamenti militari e per le sperimentazioni non solo degli strumenti bellici, ma delle strutture e dei rapporti tra società civile e potere militare».
Il capitolo conclusivo del volume di Dessy non a caso è dedicato alla “rivolta di Pratobello”. Altro episodio simbolico della protesta antimilitarista sarda che distilla molti dei significati politici delle lotte identitarie e popolari verso l’imposizione esterna. Sull’onda di una forte opposizione contro «l’arroganza del potere centrale e della Regione, quale suo braccio cagliaritano» e nel caso delle aree interne, contro la condizione di una «provincia amministrata in armi», scrive Eliseo Spiga (1982), esplode una contestazione spontanea al tentativo di istituire un poligono di tiro della brigata Trieste nei pascoli di Pratobello alla quale partecipa tutto il paese di Orgosolo. Queste manifestazioni di conflitto «avevano sì un respiro internazionale e un riferimento al sessantottesco maggio francese, ma anche un aggancio evidente con la specifica realtà sarda».
Tra gli anni settanta e ottanta si registreranno nell’isola altre importanti iniziative di base che favoriranno anche la diffusione dei temi antimilitaristi. Nel 1972 nasce la Comunità di Sestu che prende il nome del comune nei dintorni di Cagliari dove si insediò. Un gruppo proveniente dell’esperienza di Capodarco di Fermo per l’integrazione sociale dei diversamente abili, fondò così anche in Sardegna una realtà che ha contribuito in maniera determinante alla diffusione della cultura di pace. Dal 1974 accolse i primi obiettori di coscienza al servizio militare e in seguito divenne sede regionale della Loc (Lega obiettori di coscienza). Nel 1981 a Barrali, un piccolo centro della provincia Sud Sardegna, il militante anarchico Tomaso Serra diede vita a un’esperienza unica nell’isola, il centro di documentazione sulla storia dei movimenti anarchici, libertari, operai e rivoluzionari, Arkiviu-bibrioteka de kurtura populari, intestato poi allo stesso Serra dopo la sua scomparsa nel 1985. La grande mobilitazione contro l’installazione degli euromissili a Comiso del 1981 consentì ulteriori spinte associative come il Movimento antimilitarista sardo.
Il nucleare nell’arcipelago
La concessione nel 1972 dell’approdo per sommergibili nucleari della VI flotta Us Navy nell’isola di Santo Stefano, nell’arcipelago de La Maddalena, si fonda sul già citato Bilateral infrastructure agreement, accordo tra i governi statunitense e italiano (Nixon e Andreotti) mai sottoposto alle Camere e privo di alcuna ratifica del Quirinale, viene considerato da molti giuristi un atto nullo e non conforme alla Costituzione repubblicana che esprime il principio fondamentale del ripudio alla guerra di aggressione (Onorato, 1994). L’installazione militare – che dal 26 gennaio 2008 non ospita più la Us Naval support activity – non solo rappresentò la violazione della sovranità interna e di un delicato equilibrio ambientale, ma fu al centro di numerose denunce, sospetti e dispute sul rischio di inquinamento radioattivo nelle acque della zona (Cortellessa, 1990; Aumento, 2005). Servizi giornalistici e interrogazioni parlamentari riportarono diverse testimonianze su casi di cranioschisi e di anencefalie registrati dal 1976 al 1988 (Mannironi, 2004).
L’assenza di informazioni, di indagini e strumenti adeguati e soprattutto di trasparenza da parte delle autorità della Difesa (sia italiana sia statunitense) trincerate dietro al segreto militare (soprattutto riguardo alle caratteristiche di armamento e propulsione nucleare dei cosiddettiHunter killer), ha portato a uno stato di sospensione di essenziali diritti come quello alla tutela della salute. Gli stessi americani dedicavano molta attenzione alla diffusione delle notizie sul pericolo nucleare a La Maddalena. Lo attesta questo resoconto molto dettagliato di un press touralla base con una interessante rassegna stampa commentata, documento del 25 maggio 1976, spedito dalla struttura diplomatica americana in Italia e ricevuto dal Bureau of european and eurasian affairs del Dipartimento di stato Usa, pubblicato ora su Wikileaks. A proposito di segretezza, è indicativa altresì la nota interna che l’ambasciatore statunitense Ronald Spogli redasse il 7 luglio del 2008, e che fu resa pubblica sempre attraverso Wikileaks, dove il diplomatico suggeriva di rifiutare la richiesta del governo italiano di desecretare il Bia (Olianas, 2011).
La presenza statunitense intensificò le forme di protesta anche a livello nazionale, prendendo le mosse dalle prime manifestazioni del novembre del 1972 della Fgci e di altri gruppi giovanili dei partiti, passando per la marcia internazionale degli antimilitaristi che si concluse a La Maddalena nell’estate del 1976, per numerose iniziative organizzate dal Partito radicale, da Lotta continua, dal Comitato per la pace, come quella del 22 dicembre del 1984. Saranno diverse le incursioni di Greenpeace e nel 1988, due anni dopo il disastro di Chernobyl, si avvieranno le procedure per l’espletamento di tre referendum contro la presenza nucleare militare poi sospesi il 22 novembre e bocciati l’8 marzo 1989 dalla Corte costituzionale. Questa circostanza porterà a importanti mobilitazioni popolari come la manifestazione a La Maddalena del 10 dicembre 1988.
L’opposizione della Regione
Negli anni ottanta si assistette a una più decisa opposizione alla presenza militare da parte dell’istituzione autonomista regionale soprattutto sotto i governi guidati dal leader sardista Mario Melis (1982, 1984-1989). La regione contrastò le richieste del governo in diverse forme e nei limiti concessi dalla legge 898 del 1976 che si proponeva di armonizzare paritariamente gli interessi della Difesa con quelli dello sviluppo del territorio riconoscendo il principio dell’indennizzo a fronte di un danno causato dai vincoli militari. Un ordine del giorno approvato dall’assemblea legislativa sarda datato 10 aprile 1981 impegnava la giunta a indire una conferenza regionale sul problema delle servitù e installazioni militari, coinvolgendo «primariamente le forze vive della società sarda» e i comuni. Melis, allora assessore dell’Ambiente, in apertura della conferenza che si tenne lo stesso anno, pretese dal governo una drastica riduzione della presenza militare che, per modalità, intensità e ampiezza del suo realizzarsi, aveva assunto caratteristiche «nettamente autoritarie e colonialiste», in una regione considerata come “area di servizio”. Melis fa riferimento alla pesante sproporzione di servitù e demanio della Difesa rispetto alle altre regioni italiane descrivendo le imposizioni militari come responsabili del freno allo sviluppo, del blocco dell’espansione turistica, dell’abbandono di terre fertili come la piana di Teulada o quella di Santadi. Mare e cieli inibiti portano limiti alla pesca e al traffico aereo con allungamenti di rotte e conseguenti aumenti delle tariffe. Il 5 e 6 maggio del 1981 seguì la conferenza nazionale sulle servitù militari per effetto della quale il ministro della Difesa Lelio Lagorio si impegnò a favorire una «riduzione quantitativa e qualitativa dei gravami connessi con le esercitazioni a fuoco delle unità terrestri e aeree della Sardegna». Impegno rimasto di fatto inattuato. Altri accordi si susseguirono come quello tra il presidente della giunta regionale Melis e il ministro della Difesa Giovanni Spadolini del marzo 1986 che portò all’insediamento di una commissione stato-regione dal luglio 1986 al gennaio 1987 e a una mappatura di tutti i beni militari considerati dismissibili con illustrazioni e cartografie.
Mappa della Sardegna con aree a mare e in cielo sottoposte a vincoli militari, gentile concessione dell’Archivio “Gettiamo le basi”.
La legge 104 del 2 maggio 1990, che tra l’altro riconosce diverse modifiche alla norma del 1976 e un contributo annuo in base alla percentuale dei gravami militari da destinare ai comuni interessati, si può considerare un effetto formale e parziale dell’annosa vertenza sarda con lo stato. Così come i numerosi protocolli d’intesa tra Roma e Cagliari: sulla regolamentazione e sui criteri degli indennizzi che includevano i pescatori (ottenuti dopo una protesta delle marinerie che comportò il blocco delle esercitazioni) del 1999 (governi D’Alema e Palomba) e del 2005 (governi Berlusconi e Soru). Gli accordi Parisi – Soru (2006) e l’intesa Pinotti-Pigliaru (2017). Questa mole di provvedimenti ha in parte consentito la dismissione di piccole porzioni di beni militari lasciando tuttavia irrisolto il nodo centrale sul riequilibrio reale del demanio asservito, delle esercitazioni e di altre attività operative tra l’isola e il resto d’Italia, considerazione emersa anche dall’indagine conoscitiva della Camera del 2014. Non bisogna poi dimenticare il ruolo assunto dagli amministratori locali che in certi casi hanno rappresentato un importante e unico punto di riferimento per la ricerca di informazioni e per la tutela della trasparenza. Beniamino Camba, sindaco di Teulada per svariate consiliature e memoria storica del Comitato misto paritetico per le servitù militari della regione, ha denunciato in più occasioni riserve di legittimità sulle modalità che hanno governato gli espropri per la costituzione del poligono nel sud ovest dell’isola descrivendo «l’abbandono forzato delle case da parte dei contadini di alcune frazioni» e ha richiesto la bonifica del vasto territorio e del mare inquinato da «discariche di vecchi ordigni» (Quaderni della Sardegna, 2000). Pasqualino Serra, primo cittadino de La Maddalena dal 1993 al 1997, commissionò nel 1999 uno studio su costi e benefici dovuti alla comunità dalla presenza americana riscontrando che si procurava una perdita netta di 928mila euro per il bilancio pubblico (Mostallino, 2012). Antonio Pili, ex sindaco di Villaputzu dal 1997 al 2002, medico oncologo, nel 2001 aveva rilevato l’alta e inspiegabile incidenza di tumori al sistema emolinfatico nel territorio comunale di Quirra, una frazione di 150 abitanti confinante con il poligono, avviando il lungo percorso di ricostruzione degli effetti del grave inquinamento ambientale causato dalla base militare. «C’è qualcosa laggiù che sta uccidendo uomini e donne», affermava Pili.
“Gettiamo le basi”
È sulla scorta di questo profondo vulnus ai danni della sovranità territoriale della Sardegna, mai superato in decenni di confronti istituzionali e dissenso, che nel 1997 si costituisce a Cagliari il comitato sardo Gettiamo le basi. L’iniziativa fece seguito all’omonimo convegno nazionale che si tenne a Pordenone dal 6 all’8 dicembre dello stesso anno. Forse il più fecondo e longevo gruppo antimilitarista indipendente di formazione regionale, ancora operativo dopo quasi 23 anni di attività ininterrotta. L’organizzazione fondata da Mariella Cao, insegnante e a lungo militante nell’ associazionismo di base, ha concentrato subito gli sforzi su un approfondito lavoro di documentazione e di ricerca.
Un opuscolo autoprodotto di sedici pagine pubblicato nel 1998 ha rappresentato una fonte di informazione alternativa alle scarse notizie divulgate dalle fonti ufficiali e un testo aggiornato rispetto ai lavori degli anni settanta e ottanta. La presenza militare in Sardegna era il titolo e riportava al centro della copertina una cartina dell’isola costellata dalle numerose installazioni della Difesa sparse in tutto il territorio e segnata dalle sconfinate zone aree e marittime proibite durante le esercitazioni. Un’immagine che diverrà il logo del comitato. Dopo un elenco molto particolareggiato delle decine di strutture militari presenti nell’isola, l’opuscolo evidenziava i numeri dell’occupazione militare del territorio sardo: «Il demanio permanentemente impegnato consta di 24mila ettari, il 60 % del totale nazionale, a fronte dei 16mila di tutto il restante della penisola». A questa cifra vanno aggiunti i 12.000 ettari gravati dalle servitù. Mentre gli spazi aerei interdetti sono di fatto incommensurabili, quelli a mare, con 2.800.000 ettari, superano l’intera superficie dell’isola. Con numerose iniziative pubbliche e attraverso un costante rapporto con la stampa (tra le prime testate a raccogliere le denunce del comitato, si ricordano «L’Unione Sarda», «La Nuova Sardegna», «Liberazione», «il manifesto», «Metro», «Peacelink»), Gettiamo le basi ha indagato sull’impatto sanitario e ambientale delle basi e sull’incompatibilità tra lo sviluppo sostenibile e i vincoli militari.
Sono state di particolare rilievo le segnalazioni documentate, e sostenute dalle famiglie delle vittime, di soldati e civili colpiti da patologie tumorali a seguito dell’esposizione a contaminanti usati in zone di guerra e in aree addestrative. Anche per merito dell’attività del comitato, a partire dalla fine del 1999, iniziano a diffondersi nell’isola i primi dati sulle morti correlate all’attività bellica, come il caso del caporalmaggiore della brigata Sassari, Salvatore Vacca, originario di Nuxis (Sud Sardegna), mancato a 23 anni nel settembre 1999 a causa di una leucemia linfoblastica acuta di ritorno da una missione in Bosnia. Per questa vicenda il Ministero della Difesa è stato condannato a maggio del 2016 dalla Corte d’appello di Roma a versare un risarcimento ai familiari di Vacca per condotta omissiva, ovvero per non aver protetto adeguatamente il commilitone dalle polveri nocive rilasciate dalla deflagrazione delle munizioni. Dopo i precedenti della Gulf war syndrome, le notizie sui casi di tumore riconducibili agli effetti tossici di armi contenenti metalli pesanti o alla dispersione di nanoparticelle nei teatri di guerra dei Balcani si susseguirono sino a far scoppiare un caso internazionale. Le prime segnalazioni partite dalla Sardegna, e si ricorda anche la vicenda di Valery Melis, innescarono un effetto a catena che all’inizio del 2000 coinvolse la stampa italiana ed europea. Il parlamento di Strasburgo votò una prima risoluzione per mettere al bando le armi all’uranio impoverito il 17 gennaio 2001. Gettiamo le basi concentrò immediatamente l’attenzione non solo sui militari colpiti di rientro dalle missioni internazionali ma anche sulle attività a rischio che si svolgono nei poligoni sardi raccogliendo una notevole quantità di informazioni e richiedendo la cessazione delle esercitazioni nel rispetto del principio di precauzione. Il 19 luglio 2003 il gruppo antimilitarista spediva una petizione con 1.500 firme al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi denunciando gli effetti della “sindrome di Quirra”: «In base al buon senso e all’elementare principio di precauzione, fino a quando non sia stata trovata una ragionevole e convincente spiegazione alle troppe morti e malattie sospette, si chiede l’immediata sospensione delle attività del poligono interforze Salto di Quirra».
Nella lettera di accompagnamento indirizzata al capo dello Stato si ricordava che «un generale e cinque militari in servizio nel poligono interforze sono stati uccisi dalla leucemia, quattro sono in lotta contro il male. A Quirra, frazione di Villaputzu con 150 abitanti, 12 persone sono state divorate da tumori al sistema emolinfatico, 2 decedute. A Escalaplano, paese confinante con la base, 2.600 abitanti, 12 bambini sono affetti da gravi malformazioni genetiche, 14 persone colpite da tumore alla tiroide». Dal 2004 al 2018, dalla XIV alla XVII legislatura, le Camere istituirono delle commissioni parlamentari d’inchiesta. Nel 2006, sotto la presidenza di Lidia Menapace e del senatore eletto in Sardegna, Mauro Bulgarelli, i deputati iniziarono a indagare non solo sul personale militare ma anche sulle popolazioni civili «nei teatri di conflitto e nelle zone adiacenti le basi militari».
Confronto, indagini e media
Un aspetto caratterizzante della cifra comunicativa del comitato è da ricercarsi nel linguaggio diretto e nell’analisi essenziale delle problematiche che difficilmente cedeva al filtro ideologico. In una ricerca sociologica di Daniela Volpi (2019) incentrata sull’associazionismo in rapporto alle attività militari con elevato impatto ambientale, l’intervento di Gettiamo le basi è riconducibile a un contesto di self help:
«Il contesto in cui sorge questo associazionismo è molto complesso, caratterizzato da cadute, fratture e carenze tra le quali: la rottura di un patto di fiducia e di affidamento tra rappresentanti e rappresentati nel sistema politico; la crisi dello stato sociale; il rompersi di certezze ideologiche; la caduta di una partecipazione politica tradizionale ormai svuotata di senso. Ma questo stesso contesto è anche segnato da acquisizioni, dallo svilupparsi di una serie di “dotazioni” per l’azione sociale che permettono la moltiplicazione di risorse motivazionali, cognitive, pragmatiche per risolvere i problemi collettivi; il moltiplicarsi delle risorse disponibili; l’allargamento delle cittadinanze e l’evidenziarsi dei sistemi di autocorrezione della democrazia».
Iniziative come il convegno internazionale L’opposizione alle basi militari in Sardegna e nel mondo del luglio 2007, che a Cagliari metteva a confronto le esperienze di Vieques-Portorico, Filippine ed Ecuador, dimostra la significativa capacità di apertura al confronto che il gruppo era in grado di mettere in campo. Parteciparono tra gli altri le leader storiche del movimento antibasi portoricano, Nilda Medina e Wanda Colòn Cortes. Per rafforzare la propria attività, Gettiamo le basi è ricorso spesso al supporto dei gruppi di ricerca indipendente come “Scienziate e scienziati contro la guerra”. Al convegno Il male invisibile sempre più visibile. La presenza militare come tumore sociale che genera tumori reali che si svolse ad Asti il 4 febbraio del 2005, furono ospitati quattro interventi sulla Sardegna del comitato e di altri militanti e studiosi. I lavori della fisica e bio-ingegnere Antonietta Gatti sono stati determinanti per comprendere i meccanismi di trasmissione nell’uomo degli agenti inquinanti e nocivi causati durante le esercitazioni o in zone di conflitto attraverso le nanoparticelle. Nel gennaio 2011 il comitato sardo apprese i risultati di uno studio veterinario delle Asl di Cagliari e di Lanusei svolto nell’ambito del progetto di monitoraggio ambientale sul poligono di Quirra coordinato dalla Namsa, maintenance and supply agency della Nato, e bandito il 28 maggio 2008. L’indagine confermava le denunce del comitato antimilitarista.
«Un grave fenomeno sanitario», scrivevano gli estensori: «Il 65% del personale impegnato con la conduzione degli animali negli allevamenti ubicati entro il raggio di 2,7 chilometri dalla base militare di Capo San Lorenzo a Quirra, risulta colpito da gravi malattie tumorali. In sette aziende su dodici sono stati riscontrati casi di tumore. Dal 2000 al 2010 le persone che risultano colpite da neoplasie sono dieci su diciotto. E si evidenzia una tendenza all’incremento. Negli ultimi due anni sono quattro i nuovi casi di neoplasie che hanno colpito altrettanti allevatori della zona». Anche questo tassello ha probabilmente contributo all’apertura nello stesso mese di gennaio del 2011 di un’inchiesta da parte della procura di Lanusei allora coordinata da Domenico Fiordalisi. La pubblica accusa ipotizzò inizialmente i reati di omicidio plurimo, disastro ambientale, omissione d’atti d’ufficio in relazione agli effetti dell’inquinamento causato dalla base di Quirra. In seguito la richiesta di rinvio a giudizio si concretizzò per venti persone: ufficiali, amministratori locali, docenti, studiosi e medici, con i seguenti capi di imputazione: omissione aggravata di cautele contro infortuni e disastri; falso ideologico aggravato in atto pubblico e ostacolo aggravato alla difesa da un disastro; omissione di atti d’ufficio dovuti per ragioni di sanità e igiene; favoreggiamento aggravato. Dodici indagati furono prosciolti e il 29 ottobre 2014 si aprì il dibattimento che vide al banco degli imputati otto ex comandanti del poligono di Quirra dal 2004 al 2010: Fabio Molteni, Alessio Cecchetti, Roberto Quattrociocchi, Valter Mauloni, Carlo Landi e Paolo Ricci; e i comandanti del distaccamento dell’aeronautica di Capo San Lorenzo, Gianfranco Fois e Francesco Fulvio Ragazzon. Il 18 dicembre 2014 il processo appena avviato si interruppe per un rinvio alla Corte Costituzionale di un’eccezione (poi respinta) sull’ammissione di parte civile della Regione Sardegna per il risarcimento del danno ambientale. L’11 novembre 2016 si tornò in aula: davanti al giudice monocratico Nicole Serra i militari dovranno rispondere di omissione dolosa aggravata di cautele contro infortuni e disastri. Non avrebbero messo in atto tutte le procedure necessarie per evitare «Un persistente e grave disastro ambientale con enorme pericolo chimico e radioattivo per la salute» (Cristaldi, 2013).
Attraverso questo percorso di informazione, denuncia, opposizione e resistenza antimilitarista, le iniziative a tutti i livelli della società sarda, della politica e della magistratura, hanno guadagnato l’attenzione di media e documentaristi internazionali, del mondo dell’arte e della letteratura. Qui si ricordano solo alcuni titoli: Secret Sardinia, reportage di Emma Alberici per «Al Jazeera» del 2020; Italian military officials’ trial ignites suspicions of links between weapon testing and birth defects in Sardinia, inchiesta del servizio pubblico radiotelevisivo australiano, «Abc»  del 2019; Balentes, documentario di Lisa Camillo del 2018; Uran und Thorium. Sardiniens tödliches Geheimnis, servizi messi in onda dalla tedesca «ZDF» nel 2012 in tre puntate; Poisons mortels: Quirra poubelle des armées, di Livio Capra e Francoise Begu trasmesso da «France Ô» nel 2014 dopo un lavoro di anni; il blogger giapponese Ryusaku Tanaki si è occupato di Quirra nel 2011;Oltre il giardino, film della tv svizzera «Rtfi» del 2007. Sardegna teatro ha portato in scena nel 2017, L’avvoltoio, testo e indagine di Anna Rita Signore, regia di Cesar Brie, Mauro Salis è l’autore dello spettacolo Quirra megastore. Storie di poligoni e servitù militari, Dr Drer e Crc Posse hanno composto Generale, Piero Marras è l’autore di Quirra. Lo scrittore Massimo Carlotto e Mama Sabot hanno dato alle stampe il noir Perdas de Fogu.
Dal 2011 e ogni 15 del mese Gettiamo le basi con i comitati AmparuSu sentidu, “Famiglie militari uccisi da tumore”, convoca un sit-in nella piazza del Carmine di Cagliari, esattamente sotto le finestre della rappresentanza del Governo italiano. Si tratta di un appuntamento consolidato che si ispira alla celebre protesta delle Madri di plaza de Mayo e durante il quale si avanzano sempre le stesse richieste da anni: «sospensione immediata delle attività dei tre grandi poli militari della Sardegna dove si sono registrate le patologie di guerra: Quirra, Teulada, Capo Frasca-Decimonannu; evacuazione urgente dei militari in servizio nel Poligono Interforze Salto di Quirra; allontanamento dei militari esposti alla contaminazione dei poligoni di Capo Teulada, Decimomannu-Capo Frasca; ripristino ambientale e messa in sicurezza delle aree contaminate a terra e a mare; risarcimento del danno inferto al territorio e del danno – irrisarcibile! – della perdita della salute e della vita». Le prime lettere di ciascuna rivendicazione compongono il vocabolo in lingua sarda serrai. Che significa: chiudere.
«Nessuna regione come la Sardegna ha visto interdire praticamente da ogni attività̀ civile zone tanto vaste, ha visto sorgere così preoccupanti impianti di armamenti non convenzionali. Tale situazione pesa. ovviamente nella già precaria economia dell’isola, come pesa nello sviluppo delle condizioni civili delle popolazioni» (Ugo Dessy, 1972).
Si ringrazia Mariella Cao

Bibliografia
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Documenti
Progetto di monitoraggio ambientale del PISQ. Relazione dei medici veterinari dr. Mellis Giorgio e dr Lorrai Sandro, 13 novembre 2010
«Peacelink», rete telematica attiva dal 1991, conserva un ricco archivio di note stampa e articoli sull’antimilitarismo sardo
Portale di Ugo Dessy
Repertorio di Bruno Sini con stampa internazionale
Inchieste giornalistiche e documentari
§  Veronica Tarozzi, intervista a Manlio Dinucci,Defender Europe 20”: l’alleanza USA-NATO ci difende o ci espone a dei rischi?, «Pressenza», 14 marzo 2020
§  Massimo Coraddu, Massimo Zucchetti,Bagni, morte e manette al poligono sperimentale di Perdasdefogu-Quirra, «Contropiano», 8 giugno 2017
§  Quirra, oltre l’aporia, regia di Cladinè Curreli (Sardegna, 2017)
§  Marco Mostallino,Fisco, la truppa gode. Esenzioni dei militari Usa in Italia: un tesoretto da 500 mln, «Lettera 43», 25 gennaio 2012
§  Paolo Carta,Quirra, un poligono con troppi misteri Il rapporto della Asl riaccende le polemiche, «L’Unione Sarda», 5 gennaio 2011
§  Ercole Olmi,Quirra, quel poligono che uccide uomo e fauna, «Liberazione», 4 gennaio 2011
§  Costantino Cossu,“Gettiamo le basi”. Dalla Sardegna un no alla guerra, «il manifesto» 8 luglio 2007
§  Sa Lota. Pratobello 1969, di Francesca Ziccheddu e Maria Bassu, (Sardegna, 2005).
§  Piccola pesca, regia di Enrico Pitzianti (Sardegna, 2004)
§  Piero Mannironi, Alla Maddalena anomalia statistica: troppe malformazioni gravi nei feti, «La Nuova Sardegna» 13 febbraio 2004.
Walter Falgio, ISSASCO (Istituto sardo per la storia dell’Antifascismo e della Società contemporanea)

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