sabato 30 maggio 2020

Maturità: persino Franz Kafka barò all’esame - Alessandro Banda



Prima di tutto una breve precisazione terminologica: la dizione “maturità”, nel suo senso scolastico, è stata sostituita, e da ben vent’anni, con quella, ufficiale, di “esame di stato”. O meglio, per essere precisi, “esame di stato conclusivo del corso di studio di istruzione secondaria superiore”.
Il fatto che tutti noi – insegnanti, studenti, collaboratori scolastici, dirigenti, ispettori nonché cittadine e cittadini in genere – continuiamo imperterriti a chiamarla “maturità” è significativo. E di che è significativa questa inveterata fedeltà a un vecchio nome? Ma del fatto che il mutamento, come molti altri mutamenti in molti altri ambiti della vita italiana, è solo nominale. La sostanza rimane sempre quella, come, del resto, nella scuola in generale. Non cambia mai niente. Le acque profonde sono ferme, stagnanti benché le superfici conoscano increspamenti continui.

Infatti dal 1999 a oggi la “maturità”-“esame di stato” ha subito un numero consistente di variazioni. Nelle modalità di svolgimento, nelle attribuzioni del punteggio, nella composizione delle commissioni.
Una delle poche cose buone, per esempio, risultava la cosiddetta “tesina”. A me piaceva, tanto per dire. Lo studente sceglieva un tema che gli era congeniale e lo presentava alla commissione. Era un buon modo per avviare il colloquio interdisciplinare. Siccome era una buona cosa è stata abolita. Come spesso accade nel nostro bel paese. Si diceva: eh, ma gli alunni copiano da internet. E allora? Era pur sempre un esercizio. E poi non era vero che tutti copiavano. C’era effettivamente anche qualcuno che lo faceva, come sempre è accaduto e sempre accadrà, nella scuola e altrove.
Persino Franz Kafka barò all’esame. Anzi: tutta la sua classe imbrogliò l’ignaro insegnante di greco (Gustav Adolf Lindner) nell’anno scolastico 1900-1901. Con un gustoso stratagemma, complice la governante del professore, che fruttò a Franz e compagni l’acquisizione temporanea del prezioso quadernetto in cui il docente segnava i testi che avrebbe chiesto agli scolari. (La faccenda è raccontata nei dettagli da Reiner Stach nel suo Questo è Kafka?, Adelphi, 2016.)

Alcune innovazioni hanno avuto, per fortuna, vita breve. Come le famigerate buste dello scorso anno.
Non bastava la bancarizzazione della scuola, con i crediti e i debiti. E proprio in un momento storico in cui la fiducia nelle banche è ai minimi. Ci voleva la quizzizzazione! Busta uno, due o tre, signora Longari?
Non mi si rimproverino i neologismi orripilanti. La scuola e i suoi esperti socio-psico-pedo-didattici ne sono maestri riconosciuti e ne coniano a iosa. Neologismi e sigle. (Ve li risparmio, non voglio infierire).
Quest’anno la maturità si svolge in una situazione di emergenza.
Niente scritti. Solo un orale, già ribattezzato “maxi-orale”.
Bene, vediamo di che si tratta. Il tempo previsto è un’ora a studente. I commissari d’esame sono sei, tutti interni. Come ai tempi della ministra Moratti. Solo il presidente è esterno. Il motivo è chiaro: solo i docenti interni possono sapere esattamente quello che è stato fatto o non fatto durante l’anno e durante i mesi dell’emergenza, la quale emergenza, mi pare abbiano detto gli esperti, non è ancora finita.
Un’ora, ossia dieci minuti a materia; il colloquio è pluridisciplinare, certo, ma dovrà pure ogni docente dire la sua, intervenire, porre qualche domanda. Se fosse solo così non avrei nulla da eccepire.
Ma non è così.

L’esame inizierà con la discussione di un elaborato della materia d’indirizzo. Poi ci sarà la discussione di un testo di italiano affrontato durante l’anno. (Nelle zone bilingui, come la mia, accanto al testo in italiano, sarà discusso un testo in tedesco o in francese o in sloveno, a seconda.) Poi ci sarà la discussione di un argomento multidisciplinare scelto dalla commissione, che dovrebbe costituire il colloquio vero e proprio. Poi ci sarà la presentazione dell’esperienza di PCTO, che non è un’onomatopea rappresentante uno sputacchio o analoga espressione di profondo disgusto, bensì una sigla (ve l’avevo pur detto delle sigle): Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento, ossia quello che prima si chiamava “alternanza scuola-lavoro”, ch’era troppo semplice e comprensibile per rimanere tale.
E poi, dulcis in fundo, ci sarà la parte relativa ai quesiti sulle attività di “cittadinanza e costituzione”, che, per essere chiari, è la vecchia, buona, cara “educazione civica” (introdotta parecchi lustri fa da un ministro che di nome faceva Aldo Moro, nientemeno), rivisitata e corretta.
Tutto ciò mi pare assai irrealistico. Un’ora sola non è affatto sufficiente. Perché caricarla di tutte queste consegne o compiti che dir si vogliano? Perché, come ha più volte ribadito la ministra nel corso delle sue svariate esternazioni, l’esame dev’essere “serio”.
Ora, io non ho nulla contro la nostra buona ministra. Mi piacciono molto i suoi sgargianti rossetti, segno di traboccante gioventù e pura gioia vitale. Ma, se potessi farlo, le chiederei: signora ministra Azzolina, è sicura che l’esame di maturità in sé e per sé, accantonando per un momento l’emergenza, sia una cosa seria?

I dati dell’ultimo anno scolastico dicono che la percentuale dei promossi è stata pari al 99,7 per cento.
Ed è comunque da molti anni che i promossi superano il 99 per cento. Io sono contento di questi dati. Non sono un insegnante che boccia. Non ho la bava alla bocca quando metto un’insufficienza. Non ne metto quasi mai. Ma, se un esame non opera un minimo di selezione, che senso ha?
Prendiamo per esempio l’esame per la patente. I dati dicono che passa approssimativamente la teoria circa il settanta per cento dei candidati e alla prova pratica l’ottantacinque per cento. Una selezione c’è. L’esame un suo senso lo ha.
La maturità no. Passano regolarmente tutti. Da anni. Da decenni. In trent’anni che insegno ho visto un solo respinto. Che poi ha fatto ricorso e l’ha vinto. Quindi nessuno in trent’anni.
Non sarebbe meglio abolirla, questa maturità?
A me, anno dopo anno, la maturità pare solo un involucro assai elaborato, un insieme di pacchi, pacchetti e pacchettini, dentro cui non c’è più nulla, o quasi.

Perché c’è da dire che le procedure formali dell’esame, quelle sì, sono impegnative, una burocrazia capillare e pervasiva. I presidenti hanno sempre un corposo volumetto con tutti gli adempimenti del caso cui devono scrupolosamente attenersi. 
Quest’anno, così per citare un esempio, gli insegnanti di italiano devono allegare telematicamente i testi che hanno affrontato durante l’anno. Non basta elencarli. No, no, riprodurli proprio. Ma perché? Visto che il commissario è interno, sono tutti interni; perché devo mandare un testo, che fra l’altro ho già distribuito durante l’anno agli alunni, a me stesso? Che senso ha? E chi lo sa?

È, a mio modesto avviso, la maturità in sé a non aver più molto senso. Non è più da tempo un rito di passaggio. Passaggio a cosa? Transito verso dove? Da un parcheggio a un altro, forse? Non lo so.
So però che quando fu istituita, da un ministro con l’azione del quale si può essere o non essere d’accordo, ma che aveva delle idee ben precise al proposito (non so se al MIUR o negli uffici scolastici provinciali ci sia qualcuno che ha magari anche solo sfogliato il Sommario di pedagogia come scienza filosofica del ministro in questione) la maturità un senso lo possedeva. La prima maturità classica fu superata dal cinquantanove per cento dei candidati. Il governo fascista corse allora ai ripari. Negli anni a seguire l’esame fu, more italico, annacquato e edulcorato. Gentile era avversato dai fascisti stessi e i suoi successori ne smontarono l’opera, basti anche solo ricordare il ministro Fedele. (Pietro Fedele, non la Fedeli, la ministra “senza maturità”, nel senso che lei non l’aveva mai conseguita, altra vicenda esemplare).
Non voglio rievocare poi il provvedimento demagogico della “maturità provvisoria”, vistosamente ridotta rispetto a prima, introdotta nel 1969 dall’allora ministro Fiorentino Sullo, e che lo fu per trent’anni, provvisoria, fino, per l’appunto, al 1999.
No, no, non voglio, come d’uso ricondurre tutto al fatidico ’68 e alle sue colpe, reali o presunte.
Dico solo che accingermi una volta ancora a un rituale sempre più svuotato ed esangue mi provoca un certo scoramento e mi disanima. Che sia anche perché, quest’anno, in certe zone si rischia pure la pelle?

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