domenica 29 settembre 2019

Amazzonia: il piromane ha nome e cognome - Loretta Emiri



Ciclicamente, il mondo intero parla dell’Amazzonia brasiliana. Lo ha fatto in occasione delle epidemie introdotte tra gli yanomami dagli operai della strada e dai cercatori d’oro, in occasione dell’assassinio di leader indigeni e difensori dei diritti civili, lo fa oggi per gli incendi dolosi che stanno distruggendo ciò che della foresta è rimasto. Solitamente, gli occidentali parlano delle sventure amazzoniche puntando l’indice contro coloro che reputano ne siano i responsabili. Così se la prendono con i militari che hanno voluto l’apertura di strade, con i padroni delle segherie, con i cercatori d’oro, con gli allevatori di bestiame, con chi incentiva la monocultura di canna da zucchero e soia, con i gestori dell’agribusiness, con chi materialmente appicca fuoco alla foresta.
Il capro espiatorio di questi giorni è l’attuale, decerebrato presidente del Brasile, purtroppo discendente di italiani, che con i suoi discorsi incita alla violenza e al calpestamento dei diritti umani e civili; diritti faticosamente conquistati e sanciti dalla Costituzione promulgata nel 1988 dopo un feroce, lungo periodo di dittatura militare.
Ben pochi sono quanti cercano di analizzare le cause che portano uomini scellerati ad agire con tanta violenza contro altri uomini e contro la natura: è ciò che spero mi riuscirà di fare elaborando questo testo, e lo farò attraverso situazioni vissute sulla pelle durante i diciotto anni in cui ho operato in Amazzonia.
La strada Perimetrale Nord, voluta dai militari e mai completata, che avrebbe dovuto congiungere il Brasile alla Colombia, nel 1974 tagliò a sud il territorio yanomami. Le équipe di disboscamento, assunte senza nessun controllo sanitario, penetrarono massicciamente nella regione portando con sé epidemie di influenza e morbillo, mortali per gli yanomami. Nella regione del torrente Repartimento e fiumi Ajarani e Pacu, il contatto con i lavoratori della strada causò la morte di numerosi indigeni, riducendo tredici villaggi a otto piccoli gruppi di famiglie.
Nel 1975, dopo la pubblicazione delle ricerche geologiche del Progetto Radambrasil, nel territorio yanomami cominciarono a infiltrarsi cercatori d’oro e compagnie minerarie e di prospezione.
Nel 1977, la seconda epidemia di morbillo dall’arrivo della strada uccise sessantotto persone, cioè la metà della popolazione dei villaggi Manihipi, Uxiu e Iropi. In questo stesso anno, aree tradizionalmente occupate dagli yanomami vennero incluse nel progetto di colonizzazione del Distretto Agro-zootecnico di Roraima.
Attratti dalle novità e dai beni materiali della società occidentale, in quell’epoca yanomami di tutti i gruppi locali intensificarono le visite alle fattorie e segherie situate lungo la strada, spingendosi fino alla città di Caracaraí. Alcune volte si spostarono gruppi interi, con donne e bambini. Il risultato era sempre lo stesso: venivano imbrogliati nelle transazioni commerciali; ottenevano indumenti usati, contaminati, che trasmettevano loro malattie della pelle; tornavano a casa con l’influenza, che rapidamente raggiungeva tutti i villaggi dell’area. A caratterizzare il primo periodo da me trascorso tra gli yanomami del Catrimâni furono attività legate alla cura e vaccinazione degli indigeni.
Nell’agosto del 1987 mi accingevo a tornare tra gli yanomami, ma cinque di loro vennero massacrati da cercatori d’oro che invasero l’area indigena Paapi U. Dicendosi preoccupata per l’integrità fisica delle persone che lavoravano nell’area, e promettendo di espellere i cercatori, la FUNAI ­– Fondazione Nazionale dell’Indio costrinse operatori sanitari, ricercatori, indigenisti e missionari cattolici ad abbandonare il territorio yanomami. Il provvedimento stimolò cercatori d’oro di tutto il Brasile ad accorrere in massa nello Stato di Roraima; e isolò completamente gli indigeni dai loro alleati, con ciò impedendo che testimoni potessero raccontare ciò che stava per accadere.
Proliferarono piste di atterraggio clandestine. Per conto di oligarchie e politici locali, piccoli aerei trasportarono migliaia di uomini in territorio yanomami. La storia ci insegna che i cercatori d’oro sono usati per “ripulire” aree: una volta sterminati gli indigeni, le compagnie minerarie, multinazionali naturalmente, si sostituiscono ai cercatori istallandosi, ormai con le carte in regola, su quelli che hanno cessato di essere territori indigeni.
La stampa locale e nazionale cominciò a dare notizie di malattie, epidemie, morti di yanomami, avvelenati dalle acque contaminate dal processo di estrazione dell’oro, o assassinati dalle armi da fuoco dei circa duecentomila invasori. La situazione assunse le proporzioni del genocidio. La minaccia di estinzione degli yanomami, fino ad allora sempre latente, divenne cruda realtà.
Di morti ammazzati per difendere l’Amazzonia e i suoi abitanti ce ne sono stati tanti. Nella mia memoria è gelosamente conservato il ricordo di Vicente Cañas Costa, perché l’ho conosciuto personalmente e insieme abbiamo partecipato ad alcuni eventi organizzati dall’OPAN – Operazione Amazzonia Nativa, che all’epoca era conosciuta come Operazione Anchieta.
Vicente era un missionario gesuita spagnolo, naturalizzato brasiliano, che gli indios mỹky avevano ribattezzato Kiwxi. Nel 1974, lui e a Tomás de Aquino Lisboa realizzarono i primi contatti con gli indigeni enawenê-nawê, nello Stato del Mato Grosso. Nel 1977 Vicente fissò la sua residenza in mezzo a loro, prendendosi cura della salute degli indios e lavorando per la preservazione e demarcazione del loro territorio tradizionale.
Venne assassinato, presumibilmente, tra il sei e il sette di aprile del 1987. Lo ritrovarono circa quaranta giorni dopo; aveva denti e cranio fracassati, un foro nella parte superiore dell’addome, gli organi genitali recisi. Vicente è stato sepolto accanto alla baracchetta in cui viveva. Il primo atto del processo contro gli assassini è avvenuto ben diciannove anni dopo, e tutti furono assolti; solo nel 2017, un nuovo processo porterà alla condanna dell’unico omicida ancora in vita, Ronaldo Antônio Osmar, delegato in pensione della Polizia Civile di Juína.
Non fu certamente dai mezzi di comunicazione locali che seppi dell’assassinio di Chico Mendes, avvenuto il 22 dicembre 1988. La notizia mi giunse qualche giorno dopo attraverso la rassegna stampa che settimanalmente un’organizzazione non governativa del sud del Brasile faceva pervenire ai suoi collaboratori. Feci subito un giro di telefonate per avvertire amici e conoscenti, sentendomi via via più angosciata perché alla mia si aggiungeva la tristezza degli altri. Umide di pianto o strozzate in gola, le nostre parole non verbalizzarono quanto avremmo potuto dire in memoria di Chico Mendes e cioè che era stato un solido leader rurale, intrepido fomentatore di azioni denominate empate, incorruttibile consigliere comunale, brillante sindacalista, eccezionale organizzatore del movimento popolare nell’Acre, uno dei fondatori nazionali del PT – Partito dei Lavoratori.
Per raccoglitori di caucciù e indios dello Stato di Rondônia, l’asfaltatura della strada BR-364 era stata una catastrofe. Chico Mendes sapeva molto bene che se la strada fosse stata in quel momento prolungata fino all’Acre la sua lotta era persa. Simili preoccupazioni ispirarono le sue parole durante la riunione della Banca Interamericana di Sviluppo cui partecipò a Miami nel marzo 1987.
Fu lui, umile lavoratore, a convincere la banca a sospendere i finanziamenti per il prolungamento della BR-364; da quel momento i progetti brasiliani sarebbero stati subordinati alla valutazione di équipe specializzate nell’analisi dell’impatto socio-ambientale di tali progetti. Chico sostenne che bisognava riconoscere e consolidare il diritto di occupazione dei territori da parte di raccoglitori di caucciù e indios e che loro stessi avrebbero dovuto amministrarne le risorse; cioè non difese l’inviolabilità della foresta, ma il suo sfruttamento razionale a beneficio della popolazione locale, ed è questo il principio ispiratore delle reservas extrativistas, che sono le aree riservate alla raccolta dei prodotti della foresta.
Le azioni denominate empate, fomentate da Chico Mendes, meritano di essere ricordate. Nello Stato dell’Acre, all’avanzare degli incendi, del latifondo, dell’agricoltura intensiva, della monocultura e degli allevamenti di bestiame, fece riscontro la presa di coscienza di indios e raccoglitori. Dall’unione dei loro sforzi per difendere la foresta e il proprio peculiare modo di viverci scaturì la forma di resistenza pacifica chiamata empate, termine che significa atto o effetto dell’interrompere, sospendere, far smettere. Quando si profilava la minaccia dell’insediamento di una nuova fattoria, uomini, donne, vecchi e bambini si recavano sul posto e con i loro corpi impedivano l’abbattimento della foresta.
Le rivendicazioni dei leader indigeni, così come i documenti finali prodotti durante incontri e corsi di formazione per maestri indigeni, vennero presi in considerazione durante i lavori della Costituente, che gli indios accompagnarono creativamente e anche fisicamente. La Costituzione della Repubblica Federativa del Brasile, promulgata il 05/10/1988, dedica ai popoli indigeni il capitolo VIII – intitolato “Degli indios”, con gli articoli 231 e 232 che riconoscono organizzazione sociale, usi, costumi, lingue, modi di vedere, tradizioni, diritti originari sulle terre tradizionalmente occupate; e affidano allo Stato l’incarico di demarcare le terre, proteggere e far rispettare i diritti dei popoli indigeni. Inoltre, nel capitolo III – intitolato “Dell’educazione, della cultura e dello sport”, il secondo paragrafo dell’articolo 210 afferma che l’insegnamento primario regolare sarà impartito in lingua portoghese, assicurando alle comunità indigene anche l’utilizzo delle lingue materne e dei procedimenti propri di apprendimento.
L’introduzione nella Costituzione dei dispositivi favorevoli agli indios, non è stata solo una grande vittoria per il movimento indigeno, ma rappresenta il marchio del cambiamento nell’abbordaggio della questione indigena da parte dello Stato, che pone fine ai tentativi di emancipare, assorbire, acculturare gli indios e riconosce loro il diritto alla terra e alla diversità culturale. Una volta sanciti questi diritti, il movimento indigeno ha canalizzato le sue lotte nella demarcazione delle terre, terre che sono state irrigate con il sangue di tantissimi leader.
Oggigiorno molti territori risultano omologati, di altri si chiede l’inclusione di località rimaste fuori dalla demarcazione, per altri si continua a lottare e morire come nel caso dei guarani-kaiowá del Mato Grosso do Sul.
La demarcazione delle terre ha avviato una nuova fase esistenziale per i popoli indigeni, generando tranquillità e stabilità sociale e, conseguentemente, progressi in aree quali l’educazione, la sanità, la cultura, lo sviluppo sostenibile.
Il dato più incoraggiante è che dai duecentoventimila che erano all’inizio degli anni novanta, oggigiorno si parla di novecentomila individui. Appartenenti a molteplici etnie, si sono organizzati in associazioni; sono divenuti maestri e infermieri nelle loro comunità, vigilanti dei propri territori; sono studenti universitari, laureati in Diritto, Educazione, Antropologia, Linguistica, Storia; i loro leader, tra cui spiccano donne coraggiose e determinate quanto le amazzoni da cui discendono, percorrono il mondo per mantenere viva l’attenzione su problematiche e diritti; sono cineasti, conduttori di radio online, pittori e cantanti affermati.
Non meno vitale è il movimento degli scrittori indigeni che organizza corsi di formazione per educatori e alunni bianchi, presentazioni di libri, conferenze, dibattiti, dando il suo imprescindibile apporto alla costruzione dell’identità nazionale, dato che senza gli indigeni il Brasile non esiste.
A livello politico troviamo consiglieri comunali di varie etnie, un sindaco ashaninka, la prima deputata federale indigena, l’avvocata Joênia Wapichana, eletta a distanza di trentadue anni dall’uscita di scena di Mário Juruna che fu il primo deputato indigeno del Brasile.
Stava andando tutto un po’ meglio del solito quando, nell’ottobre de 2018, è stato eletto presidente della Repubblica Federativa del Brasile un essere ignobile di cui mi rifiuto persino di scrivere il nome. Bosta in portoghese significa merda; modificando il suo vero cognome, io lo definisco sempre e solo Bostanaro.
Questo energumeno ha portato avanti la campagna elettorale esibendosi nell’osceno gesto di puntare la mano come fosse una rivoltella; ha vomitato parolacce contro donne, omosessuali, negri, indios; nega che ci sia stata la dittatura in Brasile e i suoi eroi sono efferati dittatori latinoamericani; nei ministeri ha posto esseri ignoranti, ottusi, retrogradi; da presidente continua a parlare a vanvera e ad offendere mogli di presidenti di altri Paesi e figli di personalità assassinate durante le dittature militari latinoamericane.
I suoi discorsi di odio, naturalmente, incentivano la violenza contro le minoranze sopra citate, specialmente contro gli indigeni che la foresta amazzonica hanno preservato intatta fino ai nostri giorni.
Ma non è Bostanaro il responsabile degli incendi in Amazzonia. Lui è capitano dell’Esercito, il vicepresidente della Repubblica è il generale Antônio Hamilton Martins Mourão, sette ministri sono militari, due dei quali lavorano direttamente con il presidente. Circa cento persone provenienti dalle Forze Armate occupano posti nel secondo e terzo scalone di ministeri e in enti statali.
Nel 1966, il governo della dittatura militare varò il progetto chiamato Operazione Amazzonia; sognando di trasformare il Brasile in una grande potenza, e senza preoccuparsi con le conseguenze delle loro scelte, i militari sedussero grandi investitori a impiegare i loro capitali nella regione amazzonica. Fino alla fine della dittatura, a gestire il potere politico ed economico in Brasile furono i militari; ed è ciò che “democraticamente” continuano a fare oggigiorno servendosi di Bostanaro, che è stato eletto “democraticamente” attraverso le fake news, i messaggi comprati e sparati da whatsapp, attraverso anche un presunto attentato alla sua vita.
Questo presidente, così “democraticamente” eletto, è libero di esternare tutto ciò che attraversa la sua mente malata perché più idiozie lui dice, più l’opinione pubblica è distolta da ciò che veramente sta accadendo.
Cosa sta accadendo? Bostanaro è il burattino, i militari sono i burattinai, la trama della tragedia in corso è scritta da un essere obeso e ripugnante il cui nome è Capitalismo e il cognome è Selvaggio.
Persino le parole, gli slogan, i concetti che circolano oggigiorno sono gli stessi degli anni della dittatura: gli indios sono un intralcio al cosiddetto progresso e sono essi stessi a volersi “emancipare”, i missionari stranieri sono spie al mando di potenze mondiali, la Chiesa cattolica vuole internazionalizzare l’Amazzonia. Persino gli interventi di simpatizzanti e amici degli indios e dell’Amazzonia sono sempre gli stessi: vogliamo cominciare a dire che gli indigeni rivendicano di essere considerati nostri contemporanei, e non esseri preistorici, o romantici ed esotici di cui si parla utilizzando verbi al passato remoto?
Perché in Italia si continua a mettere l’aggettivo “ultimi” quando si scrive qualcosa sugli indios yanomami mentre, rispetto all’epoca in cui operavo tra di loro, sono praticamente raddoppiati? Essendo nostri contemporanei, gli indigeni hanno qualcosa da dirci. Vogliamo smettere di parlare di loro e metterci ad ascoltarli? Ci sono. Esistono. Resistono all’invasione delle proprie terre da oltre cinquecento anni.
Le loro culture e società non sono inferiori, sono solo differenti. Hanno molto da insegnarci, se solo avessimo l’umiltà di ascoltarli per quello che sono: esseri umani con conoscenze, esperienze, diritti, sentimenti, sogni, proprio come lo siamo noi.
Accumulo, consumismo, aggressione alla natura, sfruttamento selvaggio delle risorse naturali hanno trasformato la terra in un immondezzaio. Non riusciamo più a smaltire i rifiuti. Quelli tossici avvelenano l’aria, l’acqua, il sottosuolo, tutto ciò che mangiamo, e noi moriamo di cancro.
I pesci muoiono soffocati dalla plastica; in mare muoiono i “diversi” che il nostro egoismo respinge. Concepite da menti malate, faraoniche centrali idroelettriche e nucleari si sono trasformate in catastrofi ambientali, arrivando a devastare territori anche molto lontani dai luoghi in cui sono state costruite; la stessa cosa avviene in quelle aree dove si estraggono minerali a cielo aperto e su larga scala.
Tutto è fatto in nome del cosiddetto progresso che, aumentando, non fa altro che svuotare l’animo degli uomini, rendendoli individualisti e sconsolatamente soli. I guardiani della foresta ci stanno dicendo che non sono e non saranno gli ultimi, perché loro sanno come trattare la terra, come godere con lei senza violentarla, come metterla incinta e perpetuare la discendenza.
(*) Questo testo, pubblicato su Pressenza è stato pubblicato nell’inserto speciale dedicato all’Amazzonia de “La macchina sognante – Contenitore di scritture dal mondo”

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