martedì 26 ottobre 2021

Il Mediterraneo, una frontiera invisibile dove è proibito salvare vite - Valeria Taurino*

 

Il Mediterraneo Centrale continua ad essere un mare di vergogna. Quella frontiera invisibile eretta da un’Europa che internamente pretende il rispetto dei propri princìpi fondanti e dei diritti umani, esternamente si adopera attivamente perché siano violati.

Può sembrare un’opinione radicale e controversa, ma a certificarla una volta per tutte è stata l’Onu.

Il 1° ottobre, infatti, le autorità libiche hanno condotto dei raid nelle casupole e negli alloggi temporanei utilizzati dalle persone migranti nella zona di Gargaresh. A queste violenze sono seguite “detenzioni di massa e perdite di vite umane” secondo quanto riferito dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). Si stima che, in seguito ai raid, oltre 5mila persone siano state trasferite nei centri di detenzione statali.

In risposta a quanto accaduto, la Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) ha ribadito il suo “appello alle autorità libiche affinché prevengano e pongano fine ad arresti e detenzioni arbitrari e rilascino immediatamente le persone più vulnerabili, in particolare donne e bambini”.

Il 4 ottobre una Missione d’Inchiesta Indipendente guidata dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto in cui afferma che crimini di guerra sono stati verosimilmente commessi in Libia dal 2016: “La violenza nelle prigioni libiche è commessa su una tale scala e con un tale livello di organizzazione che potrebbe essere ragionevolmente comparata a crimini contro l’umanità […]. Migranti, richiedenti asilo e rifugiati sono soggetti successivamente ad abusi in mare, nei centri di detenzione e nelle mani dei trafficanti”.

Questa è la realtà in Libia, una realtà dalla quale si può fuggire soltanto attraverso il mare, per le persone che hanno la sfortuna di restarvi intrappolate. Ma il mare, in moltissimi casi, significa morte. Fino ad oggi, nel corso del 2021, almeno 1100 persone sono morte nel tentativo di fuggire dalla Libia attraverso il Mediterraneo.

L’ultimo naufragio di cui si abbia notizia certa è dell’11 ottobre scorso: 15 cadaveri sono stati recuperati dalla Guardia costiera libica. Non si sa su che barca viaggiassero, quante persone fossero con loro.

Chi intraprende il viaggio in mare lo sa bene, quali sono i rischi. Si mette in viaggio due, tre, cinque volte: le probabilità di essere intercettati e riportati in prigione da una Guardia costiera libica finanziata e supportata dall’Europa è altissima: più di 25mila persone nel solo 2021 sono state respinte verso un paese dove i diritti umani sono violati sistematicamente, grazie ai finanziamenti degli Stati europei.

Se si vuole capire cosa significa essere detenuti in Libia, specie se si è donne, basta ascoltare le parole di Angèle, una ragazza camerunense di 27 anni, soccorsa dalla nave Ocean Viking di SOS MEDITERRANEE nello scorso gennaio: “Sono rimasta in prigione per cinque mesi – ha raccontato ai nostri soccorritori – La prigione di Osama, la peggiore. I miei genitori hanno pagato il riscatto per farmi uscirema non mi hanno lasciata andare. Quello che fanno alle donne lì, non puoi nemmeno più chiamarlo stupro. Quello che fanno alle donne non ha nome. Questo succede ogni giorno. Ma vederli stuprare ragazzi, bambini, quello è peggio. Costringono i bambini a fare certe cose. Se la madre cerca di fermarli, la violentano. Hanno armi, bastoni di ferro, ti spengono le sigarette sul corpo. E lo filmano. Hanno tutti un telefono, filmano tutto. Ti violentano davanti al tuo bambino, davanti a tuo figlio, non gliene importa niente. Se vai in prigione insieme a tuo marito, violentano tuo marito davanti a te. Sono riuscita a scappare perché mi hanno data per morta. Mi hanno buttata in un container, fuori, completamente nuda. È così che sono scappata”.

È tra questo e la morte che migliaia di persone, intrappolate in Libia, devono obbligatoriamente scegliere. E questa è imposta, finanziata, supportata e promossa dall’Europa.

Ma c’è un’altra Europa, quella della società civile che, finanziando e promuovendo attività di ricerca e soccorso in mare attraverso navi come la Ocean Viking di SOS MEDITERRANEE, decide di non voltarsi dall’altro lato.

Le Ong del soccorso in mare, da qualche anno a questa parte, però incontrano una forte opposizione da parte degli Stati, che in Italia si manifesta sotto la forma di fermi amministrativi volti a impedire le attività di soccorso alle imbarcazioni civili. Persino la Ocean Viking ha fatto le spese di questo nuovo indirizzo della Guardia costiera italiana tra il luglio e il dicembre del 2020.
L’ultima imbarcazione civile a venir fuori dal limbo del fermo amministrativo è la Open Arms che, il 7 ottobre, è finalmente ripartita alla volta del Mediterraneo centrale.

Una frontiera senza soccorsi, dove alle ambulanze del mare è proibito salvare vite. Un muro di gomma che respinge uomini, donne e bambini verso lo stupro, la tortura, la morte.

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* Valeria Taurino è direttrice generale di SOS MEDITERRANEE ITALIA 

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