mercoledì 27 ottobre 2021

STATI UNITI. Leader delle democrazie occidentali e maestri delle torture - Marco Cinque

La tortura non è una pratica utilizzata solo in questi ultimi decenni, ma una parte consolidata della storia degli Stati Uniti che risale ai tempi pre-rivoluzionari. Tra le tecniche più note e umilianti c’era la cosiddetta “catramatura e piumaggio”, già praticata dai coloni anglo-americani. In tempi più recenti, nel 1963, la CIA aveva fornito i suoi agenti di un accessorio formativo noto come KUBARK Interrogation Manual, cioè una guida di 128 pagine che istruivano sulle tecniche di tortura durante gli interrogatori. Lo stesso manuale è stato utilizzato anche per addestrare le milizie latinoamericane sostenute dagli Stati Uniti presso la School of the Americas, tra il 1987 e il 1991. 

Arrivando ai nostri giorni, John Jessen e James Mitchell sono gli psicologi statunitensi che hanno progettato le cosiddette “tecniche di interrogatorio avanzate”, una formula di parole asettiche usate cinicamente per definire le torture più brutali e inumane. Nel 2002 i due psicologi militavano attivamente a Cobalto, il carcere segreto della CIA vicino Kabul, in Afghanistan. In quella prigione c’erano venti celle, dove i prigionieri venivano denudati e legati alle pareti con anelli di metallo. Quattro di queste celle erano destinate a diversi tipi di torture.

Dopo le “guerre chirurgiche” e le “guerre umanitarie” da esportare, le cure necessarie per mantenere la democrazia imperialista statunitense s’affidano quindi alle torture più evolute, che a guardar bene sono però soltanto un aggiornamento dei già fornitissimi menù previsti nelle vecchie carceri di massima sicurezza statunitensi degli anni Ottanta e Novanta, quando i metodi usati allora erano algidamente chiamati “manganelli psichici”, vale a dire quei metodi violenti e dolorosi che non lasciano segni evidenti sul corpo ma che fanno a pezzi la psiche del torturato.

Fioccano continuamente denunce circostanziate e rapporti documentati sulle torture consumatesi nelle prigioni gestite dagli Stati Uniti fuori dai propri confini: da Bagram ad Abu Ghraib, fino alla vergogna di Guantanamo Bay. Non si possono cancellare dagli angoli più bui della memoria le immagini fotografiche scattate dagli stessi aguzzini nel carcere di Abu Ghraib, in Iraq, dove assieme alla loro idea di democrazia gli Stati Uniti esportarono le pratiche più mostruose di disumanizzazione che un essere umano potesse mai concepire.

Nella storia molti artisti hanno lasciato la loro impronta per denunciare gli orrori commessi dall’uomo sull’uomo: tra i tanti, Francisco Goya con La Fucilazione e Pablo Picasso con Guernica, ma anche la stessa Abu Ghraib è diventata una tragedia dell’immaginario collettivo, raccontata poi con una serie di dipinti dal grande artista colombiano Fernando Botero.

Nelle prigioni e nei cosiddetti black sites della CIA, le “tecniche avanzate di interrogatorio” più gettonate sono il waterboarding (consiste nell’immobilizzare un individuo in modo che i piedi si trovino più in alto della testa, e versargli acqua sulla faccia coperta da un panno), il confinamento in minuscole scatole di costrizione per molti giorni, le docce gelate, i suoni assordanti ininterrotti sparati nelle celle, l’uso di pistole elettriche, i gas urticanti, l’alimentazione infusa per via rettale, il walling, cioè un collare applicato ai detenuti appesi a una corda e sbattuti contro muri in materiale plastico che amplificano il suono dell’urto, e tanto altro ancora.

Uno dei numerosi “ospiti” delle macellerie a stelle e strisce fu Abu Zubaydah, un sospettato di terrorismo detenuto a Guantanamo Bay, dove rimase per quattordici anni senza processo né condanna. Per le torture subite Zubaydah perse l’occhio sinistro e venne sottoposto alla pratica crudele del waterboarding: “Avevo i ceppi ovunque, anche alla testa, non potevo muovermi. Poi mi hanno messo un panno in bocca e hanno cominciato a buttare acqua, acqua, acqua… all’ultimo momento, prima che morissi, si fermavano”. Tutto questo fu ripetuto per 83 volte in soli dodici giorni.

“Gli Stati Uniti non torturano e non tortureranno”, aveva affermato pubblicamente, nell’ottobre del 2006, l’ex presidente statunitense George W. Bush, ma già tre anni prima, nel marzo del 2003, la sua amministrazione aveva segretamente sottoposto a tortura Khalid Sheikh Mohammed, per ben 183 volte in un solo mese.

Nel 2009 l’ex presidente statunitense Barack Obama chiese il divieto per metodi come il waterboarding, ma il suo successore non esitò a riportare immediatamente indietro le lancette della civiltà. Al suo insediamento, infatti, Donald Trump fece un’affermazione che suonava come una vera e propria apologia alla tortura: “Se penso che la tortura funzioni? Certo che funziona, ma anche se non funzionasse questi prigionieri la meritano lo stesso”.

Pure tra le mura di casa gli Stati Uniti sono maestri nella gestione dei penitenziari, molti dei quali privati, usufruendo di metodi punitivi e coercitivi che si pongono impunemente in antitesi con l’ottavo emendamento della Costituzione americana, che recita: “Lo Stato non infliggerà punizioni crudeli e inusuali”. La prima forma di tortura psicologica attuata sistematicamente nelle carceri degli Stati Uniti è il processo di disumanizzazione cui tutti i detenuti sono costretti: dal momento in cui varcano la soglia di un carcere, sono obbligati a indossare orrende uniformi e a rinunciare al proprio nome, sostituito da un numero di matricola. Non più esseri umani pensanti dunque, con una identità e una dignità, ma ingranaggi obbedienti di un sistema mostruoso che l’ex condannato a morte Karl Guillen chiamava “il Tritacarne”, una definizione tragicamente calzante che divenne poi il titolo del suo primo libro.

Anche nelle prigioni e nei bracci della morte statunitensi esiste una impressionante quantità di sistemi per torturare i prigionieri. Metodi quasi sempre inumani e spesso anche illegali. Si va da brutalizzazioni fisiche a torture psicologiche quali: deprivazioni sensoriali e del sonno, provocazioni verbali e minacce, umiliazioni, somministrazione di farmaci che provocano deperimento psico-fisico, proibizione di praticare cerimonie religiose, censura di posta e di ogni collegamento col mondo esterno, isolamento, perquisizioni corporali sistematiche, ammanettamenti e incatenamenti, fornitura di alimenti avariati o immangiabili, pestaggi, rifiuto di assistenza medica, sperimentazioni di vario genere su detenuti utilizzati come cavie umane, sevizie, stupri, eccetera.

Tra gli Stati che promuovono inasprimenti detentivi e delle condizioni carcerarie si distingue quello dell’Alabama che, per bocca del portavoce dell’ex governatore Donald Claxton fece sapere che “l’umiliazione deve far parte della pena”. Come se non bastassero le innumerevoli atrocità inflitte ai detenuti, soprattutto nei penitenziari di Marion (Illinois), Florence (Colorado), Mariane (Florida), McAlester (Oklahoma), in California furono documentate, da un filmato trasmesso su varie emittenti televisive americane, le torture che i secondini di un carcere riservavano ai detenuti.

Il filmato mostrava delle guardie in divisa che, senza alcun motivo apparente, prendevano a calci nel basso ventre i detenuti, li tramortivano con manganelli elettrici, li costringevano a strisciare come vermi, li facevano azzannare da cani lupo (Abu Ghraib docet). Le violenze non erano risparmiate neppure a un detenuto appena dimesso dall’infermeria, con una gamba ingessata e un braccio rotto: le immagini mostravano il prigioniero convalescente mentre cercava di sottrarsi al pestaggio delle guardie e dall’aggressione dei cani. Dopo la già citata alimentazione forzata per via rettale, uno degli ultimi metodi coercitivi e brutali saliti alle attuali cronache è quello dell’alimentazione forzata inflitta a detenuti che attuano lo sciopero della fame come forma di protesta non violenta.

Emblematica la vicenda di Mohammad Salameh, prigioniero nell’unità H del carcere di Florence, costretto a sedersi per 220 volte su una sediaccia nera per essere sottoposto al trattamento chiamato “BOP”, immobilizzato da cinghie e catene, in quella che avrebbe dovuto essere la stanza dei trattamenti medici, dov’è stato ogni volta alimentato con la forza attraverso una sonda infilatagli dal naso fin giù allo stomaco. Di questa tortura Salameh disse: “Il BOP dovrebbe chiamarsi punizione o tortura e non misura amministrativa speciale, come se fosse qualcosa di carino”.

In merito a quest’ultima vicenda, la professoressa Margaret L. Satterthwaite, insegnante di diritto internazionale alla New York University, denunciò che “quando le circostanze dell’alimentazione forzata includono la prova dell’intenzione di infliggere dolore e sofferenza per uno scopo come la punizione, l’intimidazione o la coercizione, l’alimentazione forzata diventa tortura”.

All’inizio del Ramadan, oltre 100 detenuti in sciopero della fame nella baia di Guantanamo protestarono contro abusi e violenze. Più di 40 di loro vennero alimentati forzatamente. In questo video di quattro minuti realizzato dall’organizzazione per i diritti umani Reprieve e dal regista vincitore del premio Bafta Asif Kapadia, l’attore e rapper statunitense Yasiin Bey (precedentemente noto come Mos Def), sperimenta la procedura:

 


Nella speranza che gli Stati Uniti non diventino, in tema sicurezza e detenzione carceraria, modello di riferimento per le altre democrazie ma che, al contrario, le altre democrazie chiedano invece conto dello sterminato elenco di violazioni ai diritti umani perpetrate dentro e fuori i propri confini, resta comunque difficile capacitarsi di come possano Jessen e Mitchell, la coppia di psicologi americani, dedicarsi alla distruzione della psiche invece che alla sua cura, cercando il massimo della sofferenza possibile da infliggere ai loro sventurati pazienti, con buona pace di un’etica medica già ampiamente compromessa dal ruolo attivo di troppi medici nelle esecuzioni capitali in cui viene utilizzata l’iniezione letale.

da qui


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