domenica 23 febbraio 2020

Aiutiamoli a casa loro! - Fabrizio Maffioletti




Qualche giorno fa l’ISPI ha pubblicato questi dati sul Niger:



Fonte: ISPI

Da questi dati risulta chiaro che pur usufruendo della quantità maggiore di aiuti da parte dell’EU Trust Fund, in Niger la ricaduta degli aiuti sulla popolazione è scarsissima se non nulla: il 70% della gente vive in baracche e dal 2018 al 2019 il tasso di reati violenti (indice di malessere sociale e scarsissima qualità della vita) è aumentato del 40%.
Quindi quell’aiuto “a casa loro” non produce risultati sulla qualità della vita dei nigerini.
Sarebbe poi interessante capire come mai il Niger è il primo destinatario di aiuti europei, di certo sappiamo che accetta che vengano rimpatriati dall’Europa sul proprio territorio migranti anche di altre nazionalità, lecito quindi pensare che alla base ci sia la politica di esternalizzazione dei confini, la stessa che ha permesso la delibera di 6 miliardi di euro di aiuti alla Turchia.
Quali sono gli effetti degli aiuti alla Turchia? L’invasione del nord della Siria per creare una zona cuscinetto dove collocare i siriani attualmente rinchiusi nei campi profughi turchi, per la verità non è l’unica ragione dell’invasione turca, ma certamente una delle ragioni.
La scarsa efficacia degli aiuti “a pioggia” gestiti a livello governativo è nota, anche quando si tratta di aiuti materiali (anche medicinali quindi), che spesso invece che venire distribuiti, vengono venduti a mercato nero.
Ecco che, per quanto riguarda una reale ricaduta sulle popolazioni, sono ben più efficaci gli aiuti delle “famigerate” ONG, che creando micro progetti sul posto (anche ospedali o presidi sanitari) riescono ad operare in modo efficace.
Quindi la retorica dell’aiuto a casa loro non funziona, salvo poi il fatto che chi la utilizza, una volta al governo, taglia significativamente i fondi destinati agli aiuti.
Impossibile però pensare ad una collaborazione tra stati e ONG, sarebbe troppo lungimirante.
Tuttavia si può cominciare con l’individuare i due principali problemi dei paesi disagiati: il lavoro e l’istruzione, che poi sono strettamente correlati.
Ecco che da parte dell’Europa e non solo, occorrerebbe creare dei progetti di scolarizzazione e posti di lavoro: lavoro disciplinato, non sfruttamento, non scordiamo che l’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro), organismo delle Nazioni Unite, disciplina a livello internazionale i diritti del lavoratore e che la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza lo fa per quanto riguarda il lavoro minorile, che sappiamo essere molto diffuso in quei Paesi.
Certo occorrerebbe anche un attento monitoraggio sull’operato delle multinazionali, ma conosciamo tutti la capacita di questi colossi di fare lobby e quindi di influenzare e “dirigere” le politiche.
La Banca Mondiale, non certo una cellula comunista combattente, stima che entro il 2050 ci saranno 143 milioni di profughi ambientali, lecito quindi pensare che un buon modo di aiutarli a casa loro non sia continuare a deteriorare il clima obbligandoli ad emigrare, ma chi usa questo abbietto slogan nega l’esistenza di un’emergenza climatica.
Insomma: i detrattori dell’immigrazione dovrebbero per primi sollecitare seri progetti (in collaborazione con le ONG) con efficaci ricadute sulla popolazione e politiche molto efficaci che contrastino l’emergenza climatica.

Nessun commento:

Posta un commento