giovedì 8 aprile 2021

L’attesa della povera gente - Giorgio La Pira

Spulciando negli archivi di Federico Caffè mi sono ritrovato tra le mani questa piccola gemma dimenticata, che rappresenta forse il miglior articolo divulgativo sulla teoria keynesiana mai scritto in lingua italiana. Sto parlando de “L’attesa della povera gente”, un articolo del 1950 di Giorgio La Pira, deputato all’Assemblea costituente per la Democrazia Cristiana, tra i principali artefici della carta costituzionale e per tre volte sindaco di Firenze (tra il 1951 e il 1965). La Pira apparteneneva a quel gruppo di riformisti cattolici che nell’immediato dopoguerra si riunì attorno a Giuseppe Dossetti, Giuseppe Lazzati, Amintore Fanfani e allo stesso La Pira (la corrente dei cosiddetti “dossettiani”), e che tra il 1947 e il 1951 diede vita all’importante rivista Cronache sociali, a cui partecipò anche un giovane Federico Caffè con degli scritti illuminanti sulle (pessime) politiche economiche deflazionistiche dell’Italia di fine anni Quaranta (a conferma che i problemi di oggi hanno radici lontane). L’articolo in questione, nonché ovviamente la partecipazione di Caffè al gruppo dei dossettiani, è la dimostrazione di come in Italia fossero in pochi in quegli anni (in verità anche dopo) a comprendere le implicazioni potenzialmente rivoluzionarie del nuovo paradigma keynesiano, e di come questi pochi appartenessero perlopiù alla cultura cattolica e non, come altrove (e come sarebbe stato naturale), a quella socialcomunista, che invece rimase sempre scettica, se non apertamente ostile, alle teorie di Keynes, un po’ per tatticismo e politique d’abord, un po’ perché le sinistre già allora subivano «la suggestione dell’appello al mercato» e ai precetti einaudiano-liberisti – una costante, a ben vedere, della storia delle sinistre nel paese, come ha sempre lamentato Caffè. Questa è indubbiamente una delle ragioni principali (anche se non la sola) per cui le intuizioni espresse da La Pira in questo articolo, in cui viene abbozzata una sintesi catto-keynesiana di straordinaria potenza evocativa, non hanno mai trovato applicazione concreta nel nostro paese, neanche nel piena della cosiddetta “stagione keynesiana”. Ad ogni modo l’articolo rappresenta una testimonianza straordinaria di ciò che avrebbe potuto essere e che non fu. È quasi sconcertante la lucidità con cui La Pira mette a fuoco le implicazioni più radicali delle teorie di Keynes, anticipando molte delle cose che poi negli anni sarebbero state riprese dalla scuola post-keynesiana (in opposizione alla versione “imbastardita” del keynesismo, cioè il neokeynesismo) e che oggi la MMT sta inoculando nel dibattito pubblico: l’idea che l’obiettivo dei governi dovrebbe essere quello di una «la lotta organica contro la disoccupazione e la miseria»; che non è accettabile, che, da un lato, si sperperino capacità lavorative disponibili e, dall’altro, a larghe fasce di popolazione sia negato quel «minimo di reddito necessario per il “pane quotidiano”»; che è lo Stato a doversi assumere il ruolo di regolatore della domanda di lavoro attraverso il sostegno alla domanda, ma anche attraverso una «pianificazione» organizzata a lungo termine; che non dalla produzione deve discendere il livello di occupazione desiderato, ma che è quest’ultimo che deve determinare la spesa che avalla il coerente livello di produzione; che i «danari» per finanziare questo progetto non possono mai mancare perché la moneta è una creatura dello Stato; e in ultima analisi che solo su queste basi si può costruire una società degna di definirsi cristiana. Concetti più attuali che mai. Buona lettura.

Thomas Fazi

 

Giorgio La Pira, “L’attesa della povera gente” (Cronache sociali, 1950)

L’attesa della povera gente (disoccupati e bisognosi in genere)? La risposta è chiara: un governo a obiettivo, in certo modo, unico: strutturato organicamente in vista di esso: la lotta organica contro la disoccupazione e la miseria.

C’è anzitutto una premessa di natura squisitamente cristiana: è vano – per un governo – parlare di valore della persona umana e di civiltà cristiana, se esso non scende organicamente in lotta al fine di sterminare la disoccupazione e il bisogno, che sono i più terribili nemici esterni della persona.

Il documento inequivocabile della presenza di Cristo in un’anima e in una società è stato definito da Cristo medesimo: esso è costituito dalla intima ed efficace “propensione” di quell’anima e di quella società verso le creature bisognose.

Vi sono disoccupati? Bisogna occuparli. La parabole dei vignaioli è decisiva in proposito: tutti i disoccupati che nelle varie ore del giorno oziavano forzatamente nella piazza – perché nessuno li aveva ingaggiati: nemo nos conduxit! – furono occupati; esempio caratteristico di «pieno impiego»: nessuno fu lasciato senza lavoro (Mt. 20,7).

Vi sono creature bisognose? Affamati? Assetati? Senza tetto? Ignudi? Ammalati? Carcerati? Bisogna tendere ad essi efficacemente il cuore e la mano (Mt. XXV, 31-46): l’esempio di questa «propensione» all’intervento è fornito dal Samaritano: scese da cavallo e prese minutamente cura del ferito (Lc. 34).

E si badi: non si tratta soltanto (come spesso si crede) di atti di carità confinati nell’orbita di azione di singoli: impegno di amore, cioè, che investe soltanto le singole persone: no, si tratta di un impegno che parte dai singoli e che investe l’intiera struttura e la essenziale finalità del corpo sociale.

Costruire una società cristianamente significa appunto costruirla in modo che essa garantisca a tutti il lavoro, fondamento della vita, e, col lavoro, quel minimo di reddito necessario per il «pane quotidiano» (cioè vitto, alloggio, vestiario combustibile, medicine), per sé e per la propria famiglia.

Solo così si può realizzare il fine che san Tommaso assegna a una società cristiana: garantire a tutti la possibilità di quel «riposo» restauratore a della preghiera che è l’atto che segue. Per dir così, al lavoro, che costituisce l’operazione ultima, la più delicata e la più pacificante e gioiosa della persona.

È questa una premessa che gli uomini di governo devono tener ferma nella loro mente: stella polare della loro azione politica, giuridica, finanziaria: dar lavoro a tutti, dare il pane quotidiano a tutti; sopra queste finalità prime, improrogabili elementari, deve essere costruito l’intero edificio dell’economia, della finanza, della politica, della cultura: la libertà medesima, respiro della persona, è in certo modo preceduta e condizionata da queste primordiali esigenze del lavoro e del pane.

Orazione fondamentale del Signore: Dacci oggi il nostro pane quotidiano!

Questa fondamentale premessa cristiana è, del resto, convalidata da una altrettanto fondamentale premessa economica: premessa, è vero, che non vige nell’orbita dell’economia classica, ma che è posta a base di tutto l’edificio dell’economia nuova: la disoccupazione è un consumo senza corrispettivo di produzione: è perciò, uno spreco di forze produttive (oltre che essere un disastramento morale e spirituale della persona).

E la ragione è evidente: i disoccupati esistono, se esistono devono vivere, per vivere devono consumare. Consumare senza produrre: è questo il paradosso economico della disoccupazione.

La povera gente – che ha buonsenso – non si dà pace quando riflette su questa incongruenza dell’attuale struttura dell’economia: ma come, con tante case da costruire, con tante terre da bonificare, con tanti beni essenziali da produrre, con tante “aree depresse” da elevare, si può permettere l’esistenza di tanti milioni di braccia operose?

E si tenga conto, inoltre, del fatto del “moltiplicatore”: per uno che cessa di lavorare cessano di lavorare altri (concetto tecnico in Di Fenizio, Economia politica, pp. 456 e sgg).

Come mai sia possibile questo vero «impazzimento» economico e morale la povera gente non lo capisce; essa comprende che c’è qualcosa di specioso, di fondamentalmente errato, nella risposta inumana che comunemente si dà per giustificare questo triste fenomeno della disoccupazione: Non c’è denari!

Il problema è complesso, si sa, ma una soluzione positiva di esso non può non esistere. La Provvidenza dà in proposito un insegnamento sicuro: per ogni bambino che nasce, nascono due fonti di latte destinate ad alimentarlo!

E poi c’è sempre l’altra risposta: Mancano i danari? Eppure vivere bisogna, per vivere bisogna consumare e per consumare bisogna spendere: quindi, in ultima analisi, i danari si trovano sempre, necessariamente!

Qui viene proprio da dire: più che i danari manca l’impegno necessario per mettere in circolazione il talento unico messo sotto terra! È un problema di “dinamica” della volontà, della tecnica inventiva, della finanza, dell’economica, della politica.

Che queste intuizioni della povera gente (basate sulle cose e sul Vangelo) non siano scientificamente errate lo dimostra l’impostazione delle più moderne teorie economiche.

Sentite Beveridge che riporta da Keynes: «È meglio occupare gente a scavare buche e a ricolmarle che non occuparla affatto: le persone occupate inutilmente daranno occupazione ad altre con quello che guadagnano e spendono. È meglio occupare gente, comunque venga trovato il danaro per pagarle, che non occuparle affatto: l’ozio forzato è uno spreco di risorse materiali e di vite umane che non potrà mai essere rimediato e che non può difendersi con ragioni di ordine finanziario».

A proposito del “moltiplicatore”, il Beveridge soggiunge: «Ogni atto ha una catena infinita di conseguenze; perciò l’atto di dare impiego a un disoccupato e di pagargli un salario non si esaurisce lì. L’uomo che viene assunto e percepisce un salario superiore alla somma che egli riceveva a titolo di sussidio per la disoccupazione o di assistenza (quando la riceve!) spenderà per la maggior parte o interamente il suo reddito addizionale in beni e servizi forniti da altri e darà occupazione ad altri. Costoro a loro volta avranno un reddito maggiore: ne spenderanno una parte dando luogo a una nuova occupazione e così via. Fintanto che in una comunità vi saranno dei disoccupati, il dare un’occupazione retribuita a uno di essi aumenterà il numero degli occupati di più di una unità, e aggiungerà alla produzione nazionale più di quello che egli da solo produce. L’effetto primo verrà moltiplicato grazie ai secondi e ai terzi effetti».

Questa premessa economica – che indica l’occupazione come essenziale finalità di un’economia sana a causa degli incrementi produttivi che necessariamente ad essa si collegano – è ora divenuta la stella polare della politica economica dei più grandi Stati del mondo: prescindendo dagli Stati a struttura comunista, ad essa si ispirano la Gran Bretagna (con la politica del pieno impiego sostanzialmente condivisa da tutti i partiti) e gli stessi Stati Uniti di America. L’obiettivo della massima occupazione sta alla base della politica economica che gli Stati Uniti perseguono all’interno e all’estero: il piano [Marshall] medesimo non esiste, in ultima analisi, senza un intrinseco rapporto con tale obiettivo.

Occupare tutte le unità lavorative, e quindi incrementare la produzione e, con essa, il tenore di vita degli uomini: è l’imperativo categorico che si impone agli Stati e ai governi del tempo nostro (Economist, cit.).

Se la disoccupazione deve essere eliminata – obiettivo fondamentale di uno Stato moralmente, socialmente ed economicamente sano – devono essere voluti e usati i mezzi per eliminarlo: questi mezzi si riassumano in uno solo: la spesa.

E infatti cosa è, in ultima analisi, la disoccupazione? Spesa non fatta: occupazione e disoccupazione si analizzano in queste posizioni: spesa che determina occupazione e, quindi, produzione; carenza di spesa che determina deficienza nella domanda dei beni e quindi disoccupazione, e quindi, carenza di produzione.

Il perno di tutta la nuova teoria economica sta qui, Keynes esplicitamente lo dice: l’occupazione dipende dalla spesa, e la spesa può essere di due specie: spesa di consumi, spesa per l’investimento. Quel che viene risparmiato, ossia quel che non viene speso in beni di consumo, crea occupazione soltanto se viene investito, o cioè speso per accrescere l’attrezzatura di beni capitali, quali le fabbriche, i macchinari, le navi, o ad accrescere le scorte di materie prime. Proporzionare la spesa – e, quindi, la produzione – alla occupazione: ecco il problema.

Anzitutto, chi opererà questo proporzionamento? Basterà, cioè, che lo Stato decida alcuni provvedimenti finanziari economici e politici a favore dell’iniziativa privata perché si operi automaticamente la spesa voluta e, perciò, il desiderato assorbimento della manodopera disoccupata?

No: che lo Stato abbia il dovere di favorire l’iniziativa privata in modo da orientare, stimolarne e accelerarne il ritmo produttivo e, quindi, la capacità di spesa e di occupazione, non c’è dubbio; ma non v’è parimenti dubbio che per questa via indiretta non si opererà mai il pieno impiego della manodopera: “l’automatico proporzionamento” è una di quelle pseudoarmonie economiche che l’esperienza dolorosa e permanente della disoccupazione ha sempre smentito.

La rivoluzione operata nel pensiero economico da J.M. Keynes – dice Beveridge – e aiutata dall’esperienza degli anni dopo il 1930 sta nel fatto che non viene più assunta come sicura l’adeguatezza della domanda di manodopera. L’analisi keynesiana porta alla conclusione che, anche astraendo dalla depressione ciclica, vi può essere deficienza cronica o pressoché cronica nella domanda complessiva di manodopera, per cui la piena occupazione si presenta fuggevolmente in casi rari.

Non bastano, quindi, i provvedimenti del primo tipo: bisogna prenderne altri di tipo diverso. Bisogna, cioè, che lo Stato intervenga direttamente con un piano organico di investimenti capaci di operare, a scadenze determinate, il graduale assorbimento della manodopera disoccupata; questi “massicci” investimenti pubblici costituiscono, del resto, uno stimolo efficacissimo per gli investimenti privati.

Il proporzionamento, perciò, della spesa all’occupazione non può essere determinato e attuato che dallo Stato: spetta al governo la determinazione del quanto della spesa (in base al numero discriminato dei disoccupati), calcolando la parte di spesa indiretta (operata dall’iniziativa privata per effetto dei provvedimenti di cui si è parlato) e quella di spesa diretta (mediante piani organici di attività produttiva pubblica).

Dette queste cose – che concernono il governo – bisogna dirne altre che concernono i privati: il risparmio ha valore solo come strumento di spesa capace di creare nuova occupazione e, quindi, nuova produzione. Altra legittimità sociale esso non possiede: è una legge economica (il risparmio è di per sé un fatto puramente negativo: significa non spendere; il risparmio in sé non ha alcuna virtù sociale. La virtù sociale del risparmio da parte di una persona dipende dal fatto che vi sia qualche altro che desidera spendere tale risparmio), ed è anche una legge della vita morale: Non vogliate tesaurizzare, dice categoricamente il Vangelo (Mt. VI, 19). La condanna del risparmiatore avaro è tremendamente rappresentata nel pauroso che empì i suoi granai senza pensare alla morte che lo attendeva (Lc. XII, 16): risparmiare per spendere o far spendere (il talento non doveva essere sotterrato ma almeno consegnato ad altri capaci di metterlo a frutto (Lc. XIX, 22; Mt. XXV, 14-30); questa è la “politica economica e finanziaria” del Vangelo.

Ecco ciò che i privati possessori di risparmi devono capire: è una tremenda responsabilità quella che grava sopra di loro, morale ed economica insieme: perché il risparmio non speso equivale a lavoro mancato e, quindi, a disoccupazione aumentata.

Ecco perché il problema del risparmio – cioè il problema delle fonti di spesa – è il problema fondamentale, in certo modo, di una comunità statale: sopra di esso poggia, appunto, come su una base, l’edificio della piena occupazione.

Ma la disoccupazione creata o aumentata significa lesione grave dell’ordine morale, dell’ordine economico e dell’ordine sociale; su questa lesione, come sul terreno propizio, si radicano le piante parassite dell’odio e del sovvertimento (cfr. Beveridge).

Bisogna spendere: deve spendere lo Stato, devono spendere i privati. Ma come? Disordinatamente o, invece, organicamente, cioè alla stregua di certi programmi di produzione che si distendono nel tempo (spesa pianificata a lungo termine?). La risposta è ovvia: spendere organicamente secondo piani determinati. Non bisogna lasciarsi impressionare dalle parole: “pianificare” significa mettere ordine, orientare verso uno scopo; significa che il sistema economico e finanziario di uno Stato, anzi – l’intero sistema economico e finanziario e mondiale – non può più essere lasciato a se stesso, ma deve essere finalizzato in vista di scopi proporzionati all’occupazione e ai bisogni essenziali dell’uomo. Lo stesso piano [Marshall], in ultima analisi, ad altro non dovrebbe mirare. Chi vuol costruire saldamente una casa e chi vuol fare efficacemente una guerra (qui: guerra efficace alla disoccupazione e alla miseria) deve «pianificare» la propria azione affinché essa dia un risultato felice (Lc. XIV, 28).

Quali obiettivi avranno questi piani? Evidentemente essi saranno scelti secondo un criterio di priorità sociale. Vi sono dei bisogni essenziali che attendono di essere rapidamente soddisfatti: case da costruire (perché non estendere e accelerare i piani esistenti?), energia da produrre, terre da bonificare, aree depresse da industrializzare; quanto bene da compiere, quanto amore concreto da seminare, quanta speranza e quanta gioia da donare!

Come finanziare questi piani? Dove trovare i danari occorrenti per questa spesa? Ecco: prima di rispondere a queste domande – che potrebbero provocare la risposta pigra: non ci sono i danari perché il bilancio dello Stato è in deficit – bisogna fare una premessa: l’ozio forzato è uno spreco di risorse materiali e di vite umane, che non potrà mai esser rimediato e che non può difendersi con ragioni di ordine finanziario. Bisogna capovolgere il modo comune di impostazione del problema, cioè proporzionare la cassa alla spesa e la spesa all’occupazione; si comprende, è un’impostazione del problema che esige un grande sforzo di riflessione, di volontà creatrice. Partire dall’uomo, cioè dal fine, non dal danaro, cioè dal mezzo.

È questa un’impostazione secondo il Vangelo (perché una impostazione umana dell’economia attira la benedizione di Dio e opera dei veri miracoli, incognita di ogni calcolo generoso!) ed è anche un’impostazione economicamente sana (perché tra l’altro i danari per dar da vivere ai disoccupati bisogna trovarli necessariamente).

Questa impostazione esige che il ministro del Tesoro (o quello del Bilancio o quello delle Finanze) rovesci, per dir così, il suo modo usuale di considerare la finanza dello Stato e il bilancio dello Stato; tale bilancio deve essere compilato con riferimento non più al danaro ma al potenziale umano disponibile: tanti uomini da occupare, tanti danari da spendere. Deve diventare un bilancio a “scala” umana.

Questo “rovesciamento”, del resto, non è poi così nuovo nella politica economica e finanziaria dei grandi Stati moderni: a parte gli Stati a struttura comunista, i grandi Paesi dell’Occidente (dalla Gran Bretagna all’America) costruiscono ormai i loro bilanci – anche se con graduazioni diverse – in vista del pieno impiego e del più alto tenor di vita della popolazione.

E infatti: inflazione significa danaro senza cose, rappresentante senza rappresentato; ma se le cose ci sono e c’è il danaro che le rappresenta, dov’è l’inflazione? Se cresce la popolazione (e, quindi, la spesa) è chiaro che deve crescere anche – a parità di velocità di circolazione – il volume del danaro che circola. L’inflazione c’è soltanto quando alla crescita della circolazione – a parità di velocità – non corrisponde una crescita proporzionata della produzione. È così chiaro!

E allora: se spendo un milione di lire per costruire un milione (anzi più) di case, o per bonificare un milione di terra, o per produrre un milione di energia, dov’è l’inflazione?

Il «vuoto inflazionistico» viene definito dall’ammontare di moneta che la collettività cerca di spendere «in eccedenza al suo reddito di piena occupazione e al di sopra del valore delle merci realmente prodotte» (Di Fenizio, op. cit., p. 473).

Ma tutto questo presuppone una cosa: che lo Stato si assuma questo compito nuovo di assicurare ai cittadini il lavoro (e il pane che ne deriva) e, quindi, di “regolare” adeguatamente, attraverso la spesa, la domanda di lavoro. L’assunzione di tale compito fondamentale produce trasformazioni profonde nella struttura del governo in genere e in quella dei Ministeri finanziari (e della spesa) in ispecie. Il governo diventa così davvero quello che già san Tommaso preconizzava: l’architetto del bene comune; il garante, per tutti, del lavoro e del pane.

Spesa fatta, occupazione creata, produzione incrementata, sofferenze lenite, energie e ricchezza moltiplicate, benedizioni di Dio ricevute! Vale proprio la pena.

1) È il governo persuaso che la disoccupazione, con la miseria morale che provoca, va combattuta come uno dei fondamentali nemici e delle fondamentali contraddizioni della società cristiana?

2) È il governo persuaso che la disoccupazione costituisca uno sperpero economico che incide gravemente sul reddito nazionale e che, a lungo andare, produce anche inflazione?

3) È il governo persuaso che l’eliminazione della disoccupazione presuppone un regolamento del mercato del lavoro da operarsi mediante una pianificazione della spesa (pubblica e privata) che esso solo può compiere?

4) È il governo persuaso che nessun ostacolo di natura finanziaria può e deve impedire il raggiungimento almeno graduale di questo obiettivo? Che i “danari” in ogni caso non possono non esistere anche se è certamente faticoso – ed esige sforzi intellettuali, volitivi e anche di preghiera! – reperirli? Che se c’è un bisogno essenziale umano non può mancare – perché Dio esiste ed è Padre – il mezzo adeguato per soddisfarlo? Che questa proposizione dettata dalla fede è perfettamente convalidata dall’esperienza e dalla più recente e vitale teoria economica?

5) È il governo persuaso che l’assunzione di questo compito nuovo e così fondamentale importa un mutamento in certo senso radicale della sua politica economica e finanziaria, interna e internazionale? Che esso importa l’elaborazione di un bilancio del Tesoro totalmente diverso per struttura e per finalità di quello attuale? Che esso importa un mutamento adeguato nella struttura del gabinetto e nella struttura dell’apparato burocratico statale?

6) E, infine, vuole intanto il governo procedere all’immediata erogazione delle somme necessarie per sovvenire in qualche modo alle prime e inderogabili esigenze dei disoccupati?

Ecco le domande precise che la povera gente fa al governo: se il governo può dare ad esse una risposta positiva, allora la “crisi” sarà risolta e il governo – attirando sopra di sé le benedizioni di Dio e della povera gente – farà come il sapiente costruttore del Vangelo: costruirà saldamente l’edificio sopra la roccia (Mt. VII, 24-29).

Se il governo darà ad esse una risposta negativa, allora la “crisi” assumerà dimensioni più vaste e il governo farà come lo stolto costruttore del Vangelo: costruì l’edificio sulla sabbia, venne la tempesta e vi fu grande rovina (Mt. VII, 24-29).

 

N.d.R.: Per agevolare la lettura sono state selezionate le parti a nostro avviso più significative dell’originale articolo di La Pira.

 

da qui


Nessun commento:

Posta un commento