martedì 26 giugno 2018

La nuda vita - Enrico Euli



Stiamo assistendo in pochi mesi a un enorme salto di quantità e qualità del fenomeno “immigrazione”. Il numero di persone che fugge, che si imbarca e che sbarca, che cerca rifugio e un futuro, innanzitutto: sta salendo e, con l’avanzare dell’estate, crescerà ancora esponenzialmente. Già ora non si riesce ad accoglierli e ad assisterli, figuriamoci a breve… La chiamiamo emergenza, ogni volta. Ma è solo perché ogni volta siamo impreparati, facciamo finta che non accadrà, aspettiamo che accada, e ogni volta fingiamo sorpresa. Eppure sappiamo quel che abbiamo combinato e stanno combinando in Nord Africa e in Medio Oriente, negli anni.
Ma, al di là della ressa e dei numeri, sta cambiando la qualità del processo. Da un lato, una buona parte dei migranti non accetta più di essere identificato e recluso nei Centri, non si fa più irregimentare e rinchiudere nei lager nostrani. Si gettano a corpo morto sugli scogli, alle frontiere, nelle stazioni, per le strade, tra di noi. Divengono visibili, fastidiosi, seccanti. Ostacolano e inquietano i nostri viaggi da pendolari, da turisti, d’affari. Si gettano a fianco a negozi, gentili commerci, panchine dei parchi e dei giardinetti. Se devono morire, se sono già morti, stanno lì, qui, non più altrove. “Non torneremo indietro!”, gridano. Stanno in mezzo alle nostre vite di ogni giorno, e le assediano. A Milano, l’Expo si deve confrontare con la fame vera, quella che creiamo noi e che non siamo mai stati capaci di nutrire. E ne esce con le ossa rotte, non solo in termini di immagine, ma di sostanza.
D’altro lato, la reazione degli Stati, a tutti i livelli. L’israelizzazione del mondo procede: si ergono muri, si ritorna alla difesa dei confini nazionali, ci si affida inutilmente a ridicole distinzioni in punta di diritto: sì ai profughi che scappano dalle guerre e dalle persecuzioni, no ai migranti economici, che scappano solo dalla fame e dalla totale assenza di lavoro e di prospettive. E chi può distinguerli e separarli davvero? E poi, a partire da quale principio, si permette l’accesso agli uni e non agli altri? Gli immigrati italiani, e di tutto il mondo, da sempre non sono stati della seconda categoria? E quelli che provavano a scappare da Berlino Est verso l’Ovest meraviglioso? Con quale credibilità ci mettiamo oggi a fare cavillosi distinguo?
Saremo costretti a prenderli tutti, ad aprire le frontiere, ad accettare la globalizzazione dei corpi, delle nude vite, dei poveri e degli appestati. Ma, prima, ci chiuderemo ancora intorno ai nostri privilegi, faremo ancora guerra, costruiremo ancora muri e argini contro lo straniero, contro chi non ha diritti, non ha libertà (se non quella di morire, e a casa sua, possibilmente…).
La secessione dei ricchi non è più una parola d’ordine di leghisti e lepenisti, ma sta avvolgendo la stessa politica ex-liberale ed ex-solidale che, in stato di stress, rivela la sua natura profonda: la soglia sta per essere oltrepassata e la tolleranza è finita.
È decisivo che si arrivi a questo, che il conflitto per la vita e per la morte si manifesti in tutta la sua crudezza e spietatezza. È urgente che la palude sia smossa. Noi occidentali non lo faremo mai, da noi e da soli. Ma, al di là della nostra pigra volontà, i processi catastrofici avanzano e ci costringeranno a tenerne conto e a cambiare.

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