sabato 18 luglio 2020

In tempi di rapida trasformazione, la vittoria va da chi si è addestrato per raggiungerla - George Lakey




Tra gli insegnamenti che abbiamo colto dal Black Lives Matter, uno dei più importanti è l’aver compreso che un quick fix non risolverà il problema. I segnali del cambiamento sono evidenti – dalla rinuncia da parte del NASCAR della bandiera confederata, alla decisione adottata dalla maggioranza dei membri del Consiglio di Minneapolis riguardo lo smantellamento del dipartimento di polizia –, ma non abbastanza.
Decenni di riforme fallite e ricerche sul razzismo sono giunti alle stesse conclusioni: solo un cambiamento radicale potrà garantire ciò di cui abbiamo bisogno. Il momento vorticoso che stiamo vivendo si placherà. E poi? Come faranno i movimenti a intraprendere una nuova fase di crescita?
I giovani che hanno organizzato il Sunrise Movement, hanno integrato nel suo DNA un costante impegno nell’aspetto formativo. Non ha senso affrontare il cambiamento climatico, se le persone continuano semplicemente a fare “quello che hanno sempre fatto”. Per citare il poeta Christopher Fry, “Affairs are now soul-sized”. E per molti questo significa imparare ad agire in modo inusuale.
Se decidessimo di prendere parte in uno scontro armato, dovremmo ricevere un addestramento per combattere. Se volessimo sfruttare l’energia solare, dovremmo ricevere una formazione tecnica. Se volessimo capovolgere un sistema politico-economico che ci sta privando del nostro futuro,  i movimenti sociali dovrebbero ricevere un adeguato addestramento.
Con le elezioni si possono, al massimo, approvare delle riforme, ma solo con i movimenti sociali si può aspirare a una trasformazione radicale. Le istituzioni insegnano le strategie di propaganda. I movimenti, invece, sviluppano quelle competenze per attuare il vero cambiamento. Ed è lì che entrano in gioco le attività di formazione per gli attivisti.
Il primo corso formativo mi ha un po’ spaventato. Nel 1958, ero uno studente volontario e il mio mentore, Charlie Walker, mi disse che uno dei migliori metodi che conosceva era lo street speaking: stare in piedi su una scatola e rivolgere la parola a chiunque si trovi a passare. Mi avrebbe messo in contatto con il “migliore oratore da strada di tutta Philadelphia”, disse, “un socialista di nome Carl Dahlgren.”
Oltre a essere spaventato, ero anche piuttosto emozionato all’idea di iniziare questo percorso. Chiaramente, la formazione degli attivisti è più impegnativa di quella educativa tradizionale, che ci fa sentire generalmente più a nostro agio, e più vicina alla tipologia di addestramento dei soldati, perché la posto in gioco è alta in entrambi i casi.
Così, nonostante fossi agitato e nervoso, ho conosciuto Carl Dahlgren. Al telefono ho ammesso di essere un po’ teso, e lui ha riso.
“È ovvio che tu sia teso”, mi ha detto. “Io lo sono ancora. Ogni volta. È solo ansia da prestazione. Paura da palcoscenico. Ma se gli attori si lasciassero immobilizzare da questa, non vedremmo mai nessuno spettacolo. Ci vediamo venerdì sera.”
Quel venerdì sera ero ancora più nervoso, ma alla fine ho incontrato Carl e gli altri. Ho sistemato una cassetta di legno all’angolo della strada e ho aspettato che arrivasse il mio turno. Quando sono sceso da lì, mi sentivo sollevato…. E ho immediatamente dimenticato ogni mia singola parola.
Ci è voluto del tempo prima che riuscissi a essere abbastanza sicuro di me per potermela cavare da solo e rispondere a tono ai “disturbatori”.
“Forse,” mi sono detto, “ho la stoffa per diventare un vero attivista, dopo tutto.”
I diritti civili hanno ampliato la nostra visione sull’importanza della formazione per gli attivisti.
Pochi anni dopo, siamo stati chiamati a “combattere” – in stile nonviolento – nel movimento per i diritti civili. I membri del Student Nonviolent Coordinating Committee (SNCC) avevano bisogno di “indirizzare” il loro coraggio e, ovviamente, di perfezionare le loro competenze: come si affronta il suprematismo bianco quando questo ti si avvicina con violenza?
Come nel travolgente film di Danny Glover, “Freedom Song”, il SNCC e altri hanno usato la tecnica del gioco dei ruoli, che si è rivelata particolarmente flessibile e adattabile a ogni circostanza.
Nel 1963, SNCC ha deciso di affrontare il Ku Klux Klan in Mississippi, dove il gruppo era molto forte. Il KKK è stato per decenni il movimento terroristico più potente di tutta l’America. L’anno successivo, il SNCC e alcuni alleati, hanno lanciato la campagna Mississippi Freedom Summer. Sono riusciti ad attirare l’attenzione di circa 1.000 studenti volontari dal Nord, i quali hanno deciso di trascorrere l’estate nelle Freedom Schools, mettendo a rischio le loro vite.
Mi sono unito anche io, organizzando quotidianamente eventi e giochi di ruolo, e seguendo i giovani volontari nel loro percorso di crescita personale e professionale, durante il quale hanno appreso una serie di tecniche di “de-ecalation” in situazioni particolarmente tese, e molto altro.
Centinaia di volontari sono stati suddivisi in  tanti gruppi più piccoli. Notai che, tra questi, alcuni sembravano più coinvolti, a livello umano. Così, formulai un’ipotesi: le dinamiche che si creano all’interno del gruppo di lavoro possono avere un notevole impatto sull’apprendimento di ciascun individuo, e alcuni formatori sembravano aver compreso questo meccanismo meglio di altri.
Mobilizzare un gruppo per incentivare l’apprendimento.
La maggior parte dei corsi di formazione conduce gli individui a una “collaborazione di convenienza”, ignorando il forte potenziale che potrebbe essere sviluppato all’interno del gruppo.
Ignorare il potere del gruppo significa negare una parte della natura umana. L’uomo e la donna sono “animali sociali”, costantemente influenzati dalle dinamiche del gruppo di cui sono parte.
Per tutto ciò che riguarda gli obiettivi di apprendimento della sessione, le dinamiche che emergono all’interno di un gruppo di formazione possono essere neutrali, positive o negative: potrebbe scoppiare una lotta per il potere tra due pretendenti leader, oppure una minoranza potrebbe tirarsi indietro perché non riceve nessun tipo di riconoscimento.
Quello che io chiamo “segreto di sopravvivenza” di un gruppo può essere decisivo per l’apprendimento di un individuo. Un insegnante o un formatore possono avere brillanti slide da mostrare e un’abile retorica, ma non avere nulla di meglio da insegnare se non l’impatto sociale più semplice e superficiale.
Il “coraggio” è un muscolo che va allenato con il rischio. Ogni piccolo successo lo rafforza e allenta quelle dinamiche di auto-sabotaggio che attiviamo su noi stessi.
Durante i vent’anni seguenti, ho continuato a studiare tecniche e strumenti per rafforzare lo spirito di gruppo tra persone che si erano incontrate casualmente in workshop e seminari.
“Devo confessarle, professore, che non mi è mai stato particolarmente simpatico,” mi ha detto uno studente verso la fine del corso. “Mi sentivo a disagio quasi tutto il tempo.”
“Ero uno studente di economia, quindi ho pensato che sarebbe stato semplice per me intraprendere questo tipo di studi sulla pace,” mi disse. “Ma con lei ho dovuto lavorare duro, più di quanto non abbia mai fatto in qualunque altro corso.”
“Quindi perché non hai mollato?” gli ho chiesto. Mi ha sorriso timidamente, poi è scoppiato in una fragorosa risata. “Non lo so. Ho pensato che, se fossi andato via, mi sarei sentito un perdente. E non volevo che fosse lei ad averla vinta.”
Si è fermato un attimo a rifletterci su. “O semplicemente non avevo voglia di andar via.”
Le formazioni per attivisti devono potenziare il coraggio
Per molti anni, nelle attività di workshop che ho condotto, lo street speaking è stato il mio asso nella manica, per due motivi. Prima di tutto, quando ero ancora un novellino, questa tecnica ha rafforzato moltissimo il mio coraggio. E poi, perché ha sempre funzionato, anche in contesti culturali differenti: in Sudafrica, Danimarca, Tailandia e Nuova Zelanda.
Quando lo uso come esercizio durante i workshop, prima mi assicuro che le dinamiche emerse all’interno del gruppo siano positive e, quindi, in grado di fornire supporto agli individui che si mettono in gioco. Inoltre, metto in chiaro qualcosa che molte persone sanno già: le cose più importanti avvengono al di fuori dalla propria comfort zone.
Dopo l’esercizio, l’individuo si sente pervaso da gioia, eccitazione, solidarietà di gruppo e sorpresa. “Ce l’ho fatta!”
Di certo, la chiave di tutto è il rischio. Non possiamo crescere fin quando non usciamo fuori dalla nostra zona di comfort,  che implica imparare a tollerare le esperienze di rischio soggettive, anche quando si è oggettivamente al sicuro. Il “coraggio” è un muscolo che va allenato con il rischio. Ogni piccolo successo lo rafforza e allenta quelle dinamiche di auto-sabotaggio che attiviamo su noi stessi.
Formatori e insegnanti che vogliono massimizzare i risultati, si impegnano a sviluppare le dinamiche positive all’interno del gruppo, così da incentivare gli individui a correre il rischio. Ogni volta, il gruppo stesso diviene sempre più forte e volenteroso di supportare chi rischia. Lo street speaking è una specie di percorso a ostacoli per attivisti sociali, che si inserisce in quella categoria di attività educative, chiamata “formazione esperienziale”, o adventure-based learning.
Il rischio dell’imperialismo culturale
Quando, nel 1991, io e Barbara Smith, leader della comunità nera, iniziammo il Training for Change, avevamo sviluppato una serie di strumenti importanti per attivare delle dinamiche di gruppo positive, ma eravamo curiosi di scoprire se gli individui che ne erano parte avrebbero mai oltrepassato il confine culturale che li divideva. Io ero più libero di viaggiare rispetto a Barbara, quindi, insieme ad altri formatori ho messo in pratica questi strumenti in numerosi workshop in giro per il mondo.
Non è stata una grande sorpresa scoprire che alcuni strumenti funzionavano meglio di altri in alcuni contesti culturali, dai quali abbiamo deciso di  raccogliere una serie di nuove tecniche di apprendimento.
I giovani d’oggi sanno già istintivamente quello che gli adulti stanno pian piano capendo: in un momento di rapida trasformazione, la vittoria va ai movimenti che hanno la curva di apprendimento più forte.
Il nostro approccio divenne piuttosto controverso in Tailandia, dove gli attivisti sono particolarmente orgogliosi del fatto che il loro paese non sia mai stato colonizzato da nessun impero occidentali. Temevano che il gruppo Thai Buddista, che stava importando i nostri corsi di formazione “all’americana”, si stesse involontariamente lasciando coinvolgere in qualche forma di imperialismo culturale.
Prima del mio successivo workshop in Tailandia, lo sponsor mi disse che uno dei partecipanti era un rinomato monaco Thai Buddista, rivoluzionario comunista ai tempi dell’università. Il suo intento era quello di individuare tutte le impercettibili assunzioni imperialiste alla base della nostra pedagogia.
A due terzi del percorso di formazione della durata di 10 giorni, lo sponsor interruppe il seminario e invitò il monaco a esporre a tutti la sua opinione. La sala calò nel silenzio, tutti gli occhi erano puntati su quell’uomo anziano dalle vesti color zafferano. Lui si guardò intorno, sorrise e disse, “Ho prestato molta attenzione a tutte le attività esperienziali e alle relative assunzioni di base. Riflettendoci su, credo che siano assolutamente coerenti con quello che il Buddha avrebbe voluto per incentivare il nostro apprendimento.”
Cercare un nome per questo tipo di formazione
Molte persone collegano il nostro lavoro alla educazione popolare teorizzata dal radicale brasiliano Paolo Freire. Ma – almeno nella versione trapiantata nel Nord del mondo – questo tipo di approccio non tiene conto della forza potenziale di un gruppo e dei benefici sull’apprendimento individuale derivanti da un suo uso consapevole. Dobbiamo trovare un nome diverso da “educazione popolare”.
I formatori che, nel frattempo, stavano adoperando le nostre tecniche, avevano riscontrato un miglioramento di tutto il percorso di apprendimento, nonché un raggiungimento dei risultati più completo e veloce. Quando usavano i nostri metodi, quattro ore di workshop si riducevano a tre. Ed è stato allora che abbiamo deciso di chiamare il nostro approccio “educazione diretta”.

Traduzione di Benedetta Pisani per il Centro Studi Sereno Regis


Nessun commento:

Posta un commento