sabato 14 dicembre 2019

Sudan, governo a tutela militare tra bancarotta e islamismo radicale - Remigio Benni




Primo ministro civile
A otto mesi dalla rimozione del presidente Omar El Bashir, il primo ministro civile del governo sudanese in questi giorni viene accolto alla Casa Bianca. È Abdalla Hamdok, Phd in economia all’università di Manchester, diplomatico, già segretario esecutivo della Commissione Onu per l’Africa, e banchiere di formazione liberista: avrebbe tutti i requisiti per ottenere dagli Usa la cancellazione del nome del suo paese dalla lista dei paesi finanziatori e sostenitori del terrorismo, scopo principale della sua visita a Washington. Vale a dire tirar fuori il Sudan dal suo attuale stato di bancarotta e reinserirlo gradualmente sui mercati internazionali, ridando fiato alla sua economia, dopo anni di sanzioni economiche internazionali.

Ancora i ‘diavoli del deserto’
Ma il rischio che la missione di Hamdok non abbia successo è legato alla circostanza che dal 21 agosto presiede un governo per metà controllato ancora dai militari che hanno deposto, a furor di popolo, Bashir, il vecchio dittatore legato a filo doppio agli ambienti islamisti. Purtroppo tra quei militari al governo c’è anche una figura molto ambigua, quella del generale Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come comandante dei Janjaweed, i ‘’diavoli a cavallo’’ accusati di aver terrorizzato e sterminato per anni le pacifiche popolazioni non arabe del Darfur.

Repressioni anti militari di giugno
Pur se con la sua presenza nei comitati delle trattative intense tra i sudanesi che volevano un governo  civile ha contribuito in modo decisivo alla rimozione del dittatore Bashir, al generale Hamdan si attribuiscono responsabilità pesanti nella repressione delle manifestazioni del giugno 2019  contro il ritorno dei militari al potere dopo la caduta di Bashir: rimasero uccisi più di un centinaio di dimostranti, e numerosi cadaveri furono gettati nel Nilo. Il generale ha sempre smentito che le sue milizie siano state coinvolte in quegli episodi.

60 miliardi da Banca mondiale e FMI
Date queste premesse, risulterà probabilmente difficile al nuovo e moderno primo ministro, durante i sei giorni di visita a Washington la possibilità di avviare un iter per rinegoziare il debito internazionale del suo paese di 60 miliardi di dollari e convincere Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale a far rivivere i rapporti interrotti negli anni scorsi. Anche se quegli istituti dovrebbero tener conto degli  enormi investimenti della Cina per sfruttare il petrolio del Sudan, che con i suoi 40 milioni di abitanti, ha sempre costituito un punto strategico nelle relazioni dl mondo occidentale con l’Africa centrale.

Riforme nonostante tutto
Eppure c’è da sottolineare che nei pochi mesi del suo incarico con poteri limitati, l’ex diplomatico e banchiere è riuscito a sciogliere il vecchio Partito del National Congress del dittatore Bashir, a ripulire l’amministrazione delle università sudanesi da 35 dirigenti legati al vecchio regime ed ha abolito una legge statale che prescriveva per le donne abiti molto castigati in pubblico. Riuscirà anche a eliminare i sussidi per il pane e la benzina, provvedimenti necessari per l’economia, che avevano già avviato proteste popolari molto pesanti costituendo poi l’avvio del crollo del regime di Bashir? E che saranno impossibili senza aiuti finanziari esterni?

Elezioni per un Sudan democratico?
L’accordo che ha portato il dott. Hamdok alla presidenza del governo, composto da 11 membri, civili e militari, prevede che esso rimanga in carica per 21 mesi e prepari per il 2022 elezioni che consentano una reale trasformazione del Sudan in un paese democratico. Riuscirà l’impegno e la forza dei civili sudanesi a garantire questo percorso senza incidenti che autorizzino i militari a riprendersi il potere?

Dall’antica abbondanza al despota
La risposta potrebbe venire anche dai risultati della visita di sei giorni cominciata da Abdalla Hamdok a Washington il 6 dicembre. Il nuovo primo ministro ha l’onere molto gravoso di ricordare al governo degli Stati Uniti la storia recente del suo paese, fino al 2011 il più grande paese africano (la sua superficie era sette volte quella dell’Italia), poi diviso in due, dopo un referendum per la creazione del Sud Sudan che aveva concluso una serie di guerre civili cominciate del 1956. Paese ricco di petrolio e di risorse minerarie e agricole (un tempo granaio dell’Africa e maggior produttore di pregiato cotone), che aveva vissuto esperienze di democrazia dopo la fine del governatorato inglese, interrotte drasticamente nel 1989 quando il generale Omar el Bashir aveva assunto il potere con un golpe divenendo dittatore assoluto dopo aver eliminato uno alla volta i suoi alleati diventati avversari politici.

Memento Reagan (adesso Trump!)
Tra questi sicuramente il più prestigioso fu l’ideologo islamico Hassan al Turabi, morto in prigione qualche anno fa. In un’intervista del 1999 Turabi raccontò al sottoscritto, ridendo di gusto, la visita che aveva fatto a Washington con una delegazione del governo sudanese.
Nell’incontro nello studio ovale Ronald Reagan, allora presidente, gli andò incontro a stringergli la mano, soddisfatto di ”incontrare per la prima volta un così prestigioso esponente di un paese sudamericano” (sic).

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