giovedì 16 aprile 2020

Con la didattica a distanza vince la finzione e perde la scuola




articoli di Mauro Presini, Stefano Bertoldi, Andrea Scano, Nuccio Ordine, Sara De Carli, Christian Raimo, Rossella Latempa, Renata Puleo,  Lello Voce, Marilena Pallareti

(con una nota sulla persecuzione nei confronti di Andrea Scano


Ambiguità scolastiche contagiose –  Mauro Presini
Io ne ho viste cose che solo voi insegnanti potreste immaginarvi: webinar da remoto naufragare al largo di connessioni lente, conference call balenare nel buio vicino alle porte dell’Auser, smartphone diventare oggetti ipnotici soprattutto per i bambini al ristorante, flipped classroom dimenticare chi ha bisogni speciali, LIM infangare la scuola di un LIMo appiccicoso, bricks lab costruire un muro anziché un ponte e ho visto praticare e-learning, cioè il tele-apprendimento, da chi “te le” racconta e poi “te le” vuole vendere.
E tutti questi strumenti venir chiamati pomposamente: insegnamento a distanza.
È tempo di inti-morire.
Nel Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 4 marzo scorso che contiene le norme per affrontare l’emergenza causata dal virus chiamato “corona”, fra le altre cose per quanto riguarda la scuola, c’è scritto: “I dirigenti scolastici attivano, per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, modalità di didattica a distanza avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità“.
A questo proposito, offro un mio pensiero banale, semplice e addirittura superfluo: attivare le “modalità di didattica a distanza” NON VUOL DIRE “insegnare”.
Lo scrivo, nonostante la consideri una precisazione non essenziale, perché sento che si sta generando una grossa ambiguità a questo proposito e non sono poche le persone che incorrono in questo equivoco.
Ma se può essere normale che persone al di fuori della scuola si confondano, è preoccupante se ciò succede all’interno della scuola.
Chi pensa che si possa insegnare a distanza forse pensa che il ruolo dei docenti sia quello di “travasare” informazioni, indicazioni ed istruzioni; pertanto considera gli studenti come “fiaschi vuoti” da riempire.
Chi pensa questo, crede che l’operazione di “imbottigliamento”, essendo un procedimento meccanico, possa essere fatta da chiunque e probabilmente pensa anche che, se si userà un “imbuto” tecnologico, il materiale versato riempirà meglio il contenitore.
Chi pensa così, forse, non è interessato al “come” si impara ad imparare e ad essere, ma al “cosa” si mette dentro per riempire.
Chi la pensa in questo modo può anche immaginare che i docenti non servano e che la scuola possa aver senso anche senza di loro; di conseguenza può giustificare la loro sostituzione con qualcuno o qualcosa che, usando strumentazioni tecnologiche, sappia adottare modalità di didattica a distanza.
Gli insegnanti possono, ed in questo momento di emergenza devono, attivare le “MODALITÀ DI DIDATTICA A DISTANZA” ma ciò vuol dire prima di tutto preoccuparsi se la modalità immaginata sia alla portata di tutti: ad esempio, la comunicazione può avvenire per posta elettronica? Gli studenti hanno un loro indirizzo mail? Saranno tutti in grado di visionare un filmato? E di scaricare un file di grandi dimensioni?
Tradotto in pratica, fare didattica a distanza vuol dire chiedere ai bambini, alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze di eseguire esercizi, di scrivere testi, di leggere, di ripassare, di visionare filmati, di ascoltare registrazioni, di assistere a presentazioni multimediali o qualsiasi altra attività che li aiuti a consolidare apprendimenti e a produrre materiale didattico in modo collaborativo, inclusivo, interessante e coinvolgente.
È importante sapere che, facendo ciò, si sta adottando una modalità didattica sicuramente utile in questa situazione ma INSEGNARE è un’altra cosa; nel senso ampio del termine, non vuol dire “mettere dentro” ma “portare fuori” (è la traduzione latina del verbo “educare”) e questa operazione lenta, delicata e complessa è fatta di relazioni educative e non solo di relazioni scritte, di interrogativi e non solo di interrogazioni, di domande e non solo di test a risposta multipla, di problemi di convivenza e non solo di problemi di matematica, di verifiche sul campo e non solo di prove di verifica, di azioni e non solo di spiegazioni, di volti e non solo di voti, di intese e non solo di protocolli d’intesa, di progetti di vita e non solo di progetti integrativi, di programmi per il futuro e non solo di Programmi Operativi Nazionali.
Nell’insegnamento la componente relazionale è indispensabile, come pure è fondamentale che sia caratterizzata da una presenza fatta di sorrisi incoraggianti, di sguardi accoglienti, di ascolto attivo, di toni convincenti, di battute sdrammatizzanti, di posture rassicuranti, di atteggiamenti coerenti.
A volte, la convinzione di essere insegnanti all’avanguardia perché si usano strumenti tecnologicamente avanzati porta ad essere abbagliati e a confondere l’attivazione della didattica a distanza con il processo di insegnamento.
Io credo che, in questa strana situazione di chiusura delle scuole, sia importante aver chiara questa distinzione sia per non deludere certe aspettative degli studenti e delle famiglie che per mantenere aperto un canale di comunicazione efficace.
In un momento simile, io penso che il primo aspetto da curare con molta attenzione debba essere la comunicazione, sia verso le famiglie che verso gli alunni; non solo per cercare di far sentire la propria vicinanza ma per condividere un momento difficile tenendosi stretti, per tentare di sentirsi comunità anche in queste occasioni.
Si può comunicare con gli studenti per spiegare cosa sta succedendo, per dare un nome alle emozioni che si provano, per raccontare e raccontarsi, per suggerire attività, per immaginare ed organizzare il rientro ma, ancor prima, per proporre modalità di comunicazione adatte al contesto e alla portata di tutti.
Si può scrivere alle famiglie per spiegare ciò che gli insegnanti sono in grado di fare in questa situazione ed il tipo di aiuto da casa di cui avrebbero bisogno.
Un altro elemento importante da valutare, da parte degli insegnanti, è l’illusione di poter normalizzare una situazione che normale non è.
In questa circostanza del tutto imprevista, concordo con il sociologo Edgard Morin quando scrive che ci sarebbe bisogno di: “Imparare a navigare in un oceano di incertezze fra alcuni arcipelaghi di certezze“.
Nel mio piccolo, fra le molte incertezze di questo periodo, io individuo queste dieci certezze:
1) la scuola può esistere solo se ci sono gli alunni, gli insegnanti e il personale;
2) la scuola è una parte importante della nostra vita;
3) la scuola, in questo momento, manca a tutti;
4) tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri;
5) insieme si impara meglio;
6) il confronto arricchisce chi lo pratica;
7) il valore della diversità può nascere solo dal confronto;
8) le modalità di didattica a distanza sono più efficaci se sono coinvolgenti;
9) si può imparare anche confrontandosi con l’emergenza;
10) l’emergenza si può affrontare e superare insieme, tenendosi stretti.
Cari colleghi, cari studenti, cari genitori, pur non essendo marinai, ora sta a noi scegliere come navigare: è normale essere spaventati da questo oceano di incertezze però sappiamo anche quali sono e dove sono i nostri arcipelaghi di certezze (che, ovviamente, potranno essere diversi dai miei) e soprattutto, conoscendo la differenza fra insegnamento e modalità di didattica a distanza, possiamo sfruttare le seconde cercando di non dimenticare l’energia relazionale determinante che, anche in una situazione come questa e con i limiti del caso, potrà accompagnarle per far sentire ciascuno ancora parte di una piccola comunità.
Non siamo esperti navigatori ma, in attesa che questo momento passi e che le scuole riaprano, dobbiamo scegliere su quale imbarcazione salire.
Possiamo contare su un’ulteriore certezza: l’energia creativa, le idee, le proposte di tutti i nostri compagni di viaggio, indipendentemente da quale età essi abbiano, sono determinanti per rafforzarci a vicenda senza lasciare indietro nessuno.
Concludendo la metafora marinara, allo stesso modo di padre e figlio nel film Blow, io dico: «Che tu possa avere sempre il vento in poppa, che il sole ti risplenda in viso e che il vento del destino ti porti in alto a danzare con le stelle».

La teledidattica ai tempi del Covid19 e del ”fantasma” CINECA
Ovvero del ”regalo” del MIUR alle multinazionali delle piattaforme
di Stefano Bertoldi
Con un decreto dell’8 aprile 2020 il Governo italiano su indicazione dei ministri competenti per materia ha regolato d’imperio l’uso della teledidattica per mantenere una parvenza di continuità didattica. La prima stonatura, una delle tante nella vicenda del ”distanziamento didattico”, peraltro tardivo, suggerito da ovvie necessità sanitarie, sta proprio in questa necessità di indicarla come imprescindibile, quasi obbligatoria, come se la professionalità e senso del dovere degli insegnanti non bastassero a convincere il ministero di un impegno, ovvio, offerto sul campo. Molti insegnanti dal giorno successivo al lockdown, hanno iniziato in modo informale ed autonomo a mantenere il contatto con gli studenti, in un momento difficile ma non con l’attuale smania di riprodurre una situazione di relazione formativa ma a distanza come su nulla fosse, come se ”fuori” ci fosse semplicemente un problema di sanità risolvibile con un po’ clausura domestica. Dopo le prime comunicazioni ”amichevoli” e comprensive, visto il momento storico e tragico, al MIUR si è quindi fatto avanti con tutto il suo cinismo, l’autoritarismo burocratizzante che da sempre caratterizza l”’apparato scuola” ma che oggi emerge con molta più virulenza. Quando molte famiglie devono convivere con tragedie e lutti familiari, o di amici e colleghi, quando anche solo il suono ripetitivo delle sirene entra dentro le case aumentando l’angoscia e il senso di impotenza, anche solamente pensare a quali possano essere i metodi di valutazione più adatti per gli studenti in questa situazione, oppure il porsi la domanda se e come le ”presenze” debbano essere o meno segnate sul registro elettronico come alcune fake news proponevano sui giornali, rappresentano un’aberrazione cinica e per certi versi offensiva dell’idea stessa del ruolo dell’insegnante.
Fatta questa premessa di scenario, il nocciolo della questione sta nel non aver fatto praticamente nulla, a parte l’elemosina della cosiddetta ”solidarietà digitale”. All’atto pratico, infatti, strumenti e consulenze per il buon uso della teledidattica si sono ben presto esauriti nella loro componente di base come PC e collegamenti internet. Ecco solo alcuni degli esempi di conduzione di una lezione in teledidatica: ” (…) prof non la sento!”, ”prof mi è caduta la linea, però ora la sento ma non la vedo!”  ”prof il mio cellulare è andato in tilt e ho perso la password per entrare nella piattaforma”, ”prof non si preoccupi se ogni tanto scompaio! … è che di là in soggiorno c’è mio fratello in VDC e mia madre in telelavoro e cade la linea”… si potrebbe continuare così all’infinito ma penso che ogni insegnante abbia toccato con mano cosa abbia rappresentato per i cittadini la scelta di aver privilegiato le onde elettromagnetiche dei telefonini, mai abbastanza studiate nei loro effetti sulla salute, rispetto alle più ecologiche fibre ottiche. Si è pensato che il possesso del cellulare fosse sinonimo di ”generazione digitale” mentre nessuno si è mai chiesto come mai i ragazzi confondessero il ”dio” Google con l’indirizzo web o IP, o non sappiano cosa sia un browser. Si è pretesa dai ragazzi, in tutti questi anni, un’elevata competenza digitale dimenticando quante famiglie non possiedano nemmeno un PC in casa propria e quante siano le necessità di base per una connessione minimamente veloce.
Così come Google, per molti ragazzi rappresenta l’interfaccia di internet e non un motore di ricerca come altri, per una disarmante inconsapevolezza e leggerezza del MIUR su come poi si sarebbe attuata la teledidattica, tutte le scuole e le università sono andate per ordine sparso. Ci si è affidati a piattaforme di multinazionali come Google, Microsoft, ecc., che offrendole apparentemente in modo gratuito si sono così prepotentemente accreditate presso le famiglie, le scuole, gli studenti, come gli unici mezzi a disposizione, quelli più logici e naturali. Non ci si è chiesti perché sono offerti gratuitamente alla pari di Facebook, Whatsapp, Instagram, ecc. ma soprattutto non ci si è chiesti come mai il MIUR non abbia fatto ricorso da subito ed inserendolo ufficialmente nei decreti del Governo, alla sua società partecipata CINECA che si occupa proprio della digitalizzazione del sistema educativo e della ricerca nel suo complesso. Oltre tutto il CINECA si presenta come consulente, per scuole, università, istituti pubblici e privati, per l’implementazione e personalizzazione proprio di una delle piattaforme per l’e-learning più conosciute al mondo, Moodle, un prodotto, udite, udite, open source! Open source non rappresenta solo una gratuità del prodotto ma anche un progetto mondiale di condivisione di buone pratiche, di circolazione di idee e soluzioni innovative a beneficio della comunità.
Ma non è tutto: il CINECA, società partecipata dal pubblico e controllata dal MIUR opera sul mercato con competitor privati alimentando alle volte anche polemiche e conflittualità, come avvenuto non molto tempo fa, rispetto ad accuse di aiuti di Stato (1). Il Cineca avrebbe potuto, in queste circostanze drammatiche, mettere a disposizione da subito oltre che i propri server, anche tutto il suo know-how in materia, spesso venduto a caro prezzo proprio ad università telematiche private o inserito in roboanti progetti di digitalizzazione universitaria con la consueta enfasi sulle virtù demiurgiche di queste tecnologie anche in campo formativo (2).
Oltre alla piattaforma che consente percorsi formativi di vario genere ed ambienti formativi ”virtuali” ci si sarebbe potuti accontentare anche solamente della messa a disposizione delle infrastrutture telematiche di un altro organismo pubblico, il GARR  in collaborazione appunto col CINECA, per poter fare video-conferenze di qualità, sempre in open source come BigBlueButton che però richiedono server dedicati e dorsali efficienti di cui il singolo liceo, o la singola famiglia potrebbero beneficiare.
Ad oggi di tutta la ”potenza d’urto” di contenuti, infrastrutture e know-how di cui potrebbero usufruire il liceo di ”eccellenza” come l’istituto tecnico di periferia ancora non si è visto nulla all’atto pratico. Molti annunci, molte promesse ma al momento i licei vanno ancora in ordine sparso affidandosi agli ”amici” Bill Gates (Teams), Larry Page (Google Classroom) e Eric Youan (Zoom).

Andrea Scano, maestro elementare Didattica a distanza: pensieri, parole, opere e, soprattutto, omissioni.
Da bambino ho seguito (come molti, immagino) il catechismo.
Uno dei dubbi che ogni tanto apparivano alla mia mente riguardava il significato della parola “omissioni”. Sì, perché è facile per un bambino comprendere il senso di “pensieri, parole, opere”, ma le “omissioni” cosa sono esattamente? Di che cosa sono fatte? Si muovono, sono vive come gli animali e le piante, sono dure e consistenti come le cose reali che ci circondano?
Crescendo ho compreso finalmente il senso di quella parola, inizialmente immerso nella nebbia dell’ambiguità.
Aldilà del significato religioso, ho potuto constatare come tante, troppe volte nella vita, la negazione della verità dei fatti passi per delle omissioni. Certo, poi esistono pure le bugie belle e buone, esistono le false testimonianze e le “fake news”. Ma molto spesso una narrazione falsa e tendenziosa della realtà passa attraverso un accurato uso dello strumento delle omissioni: “quelle cose lì sono importanti per comprendere la verità e per questo motivo io, volutamente, non le dico”.
L’introduzione della cosiddetta “Didattica a Distanza” (DaD per gli amici) è stata uno splendido esempio di questo esercizio della capacità di omissione. Omissione che, se in un contesto religioso è “peccato”, in un contesto laico costituisce perlomeno “grave scorrettezza” e “negazione della verità”.
A seguito dello tsunami provocato dall’emergenza COVID 19 (con annessa sospensione delle attività didattiche, chiusura delle scuole e numerose altre misure restrittive) tutto il mondo della scuola si è interrogato sul da farsi. In questo quadro si è inserita la ministra dell’istruzione rilasciando una serie di dichiarazioni che, nella migliore delle ipotesi, avevano lo scopo di rassicurare le famiglie ma che non sono state assolutamente chiare e complete. Parlando a più riprese di “didattica a distanza” (come se fosse la cosa più normale del mondo) la ministra ha omesso di spiegare che tale attività non è minimamente normata. Cioè non esiste un quadro che stabilisca regole e garanzie per tutti nell’utilizzo di tecnologie DaD.
Quindi, la cosiddetta “didattica a distanza” non ha nessun fondamento giuridico nell’ordinamento dello Stato italiano. A maggior ragione, non esiste alcun obbligo per i docenti e per gli alunni di effettuare attività di “didattica a distanza”. Solo recentemente, nella bozza di decreto emanato dal Consiglio dei ministri il 6 aprile, all’articolo 2 comma 3 si trova scritto: “In corrispondenza della sospensione delle attività didattiche in presenza a seguito dell’emergenza epidemiologica, il personale docente assicura comunque le prestazioni didattiche nelle modalità a distanza”. +
Incredibilmente, non c’è scritto altro. La frase è assolutamente generica (ci si può riferire ad un sistema di videoconferenze per sei ore al giorno come ad una telefonata al rappresentante di classe una volta al mese) e soprattutto non fornisce garanzie a docenti, dirigenti, alunni e genitori.
Perché anche di garanzie e non solo di obblighi c’è bisogno, quando si fa una legge.
Sappiamo tutti che viviamo una situazione di emergenza, che siamo chiamati ad uno sforzo eccezionale, che dobbiamo mobilitare tutte le risorse e quant’altro. Sono d’accordo. Siamo tutti d’accordo. Il punto è: come?
Ci vogliamo muovere nel rispetto di uno Stato di diritto, nel rispetto delle norme (anche di quelle eccezionali e urgenti), o ci vogliamo muovere nell’ottica del far west? Lo chiedo perché sembrerebbe che certi dirigenti e docenti, colpiti da un’improvvisa e smodata passione verso la DaD, abbiano scelto questa seconda strada. Magari senza piena consapevolezza, magari in buona fede, ma comunque ben decisi ad affermare la loro “legge” (quella tra virgolette), se necessario con la forza delle “Colt 45”.
L’alternativa al far west è la legge. Senza virgolette. Troppo spesso ci dimentichiamo che le leggi non sono solo degli orpelli e degli appesantimenti burocratici. Esse possono offrire un sistema di garanzie, un alveo entro cui indirizzare le nostre azioni rispettando diritti e doveri di ognuno. In altre parole: rispettando le persone. E quando parliamo di scuola, con particolare delicatezza, rispettando i minori.
Dico questo perché spesso chi come me evidenzia in questo frangente l’assenza di una normativa chiara e nitida viene “verbalmente lapidato” in quanto “scansafatiche troglodita che non sa usare i moderni mezzi tecnologici e che si dimentica della situazione eccezionale che stiamo vivendo”.
Ma chi scaglia gli anatemi commette gravi scorrettezze e (ancora una volta) omissioni. Calma e gesso, quindi.
Io stesso, sin dall’inizio di questa emergenza, sto dedicando da casa mia tanto tempo e risorse per “mantenere un filo” con i miei giovani alunni, aiutandoli, motivandoli e, come dico loro, “tenendoli un poco in allenamento”. Né io né tanti altri colleghi e colleghe vogliamo essere tacciati di menefreghismo. Però vorremmo mantenere anche la caratteristica di “esseri pensanti dotati di sensibilità e di spirito critico”.
Entriamo nel merito. Quando parlo di “mancanza di un quadro giuridico di riferimento” non mi riferisco solo a un articolo di legge che da domani imponga la DaD come obbligo. Questo sarebbe (nel caso che si voglia procedere in tal senso), necessario, ma assolutamente insufficiente.
Mi riferisco invece ad un insieme ricco e numeroso di criticità da affrontare e risolvere (se vogliamo restare nel campo di uno Stato di diritto e non nel far west). E da affrontare anche e soprattutto da un punto di vista pedagogico.
Provo ad elencarne qualcuna, cercando così di dare un contributo a una descrizione veritiera della realtà. Fuggendo la comoda tentazione dell’omissione.
§  Discriminazione tra bambini che hanno i mezzi (computer e linea disponibili e per molte ore al giorno) e bambini che non hanno questi mezzi. E’ vero che il governo ha stanziato dei fondi a tal proposito. E’ altrettanto vero che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e prima che la situazione si risolva concretamente, saranno passati mesi.
• Ci sono situazioni familiari molto diverse: in alcuni casi le famiglie possono supportare agevolmente i bambini durante le “lezioni”, in altri casi queste ultime possono essere un fattore destabilizzante in situazioni familiari poco favorevoli, ma diffuse. Si pensi a genitori che sono impegnati tutto il giorno col lavoro agile a casa, a genitori con diversi figli piccoli, a genitori separati, o con situazioni difficili e conflittuali o comunque con pochi aiuti nella gestione quotidiana. In questi casi una DaD apparentemente “moderna ed efficace” in realtà serve solo ad aumentare disparità sociali e disuguaglianze tra chi è ben aiutato a casa e chi non lo è, venendo meno al dettato costituzionale.
• Non tutti gli utilizzatori sono ragazzi di scuole superiori che interagiscono con i “prof”. Nel caso di utilizzo da parte di bambini si evidenzia la necessità di vigilanza da parte degli adulti nell’uso degli strumenti. Si ripropone il tema della grande disparità tra chi può farlo e chi non può farlo.
• L’uso di vari sistemi, tra i quali quelli del tipo “videoconferenza”, lascerebbe totalmente irrisolte le questioni legate ai bambini con disabilità che non avrebbero un supporto quale quello assicurato a scuola e che vivrebbero tale esperienza (molto probabilmente) come frustrante.
• Grandi criticità rispetto alle tematiche della privacy: sino a ieri ci hanno quasi terrorizzato imponendoci autorizzazioni firmate da entrambi i genitori per scattare una semplice “foto di gruppo della classe” e oggi ci vorrebbero far credere che non c’è alcun problema a far transitare in rete ore e ore di dati, compiti, filmati, registrazioni eccetera? C’è qualcosa che non torna!
Il Garante si è recentemente espresso fornendo alcune prescrizioni. Ma restano comunque numerose “zone oscure”. Ricordo che la privacy non è un “vezzo” né un diritto trascurabile. La protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati di carattere personale è un diritto fondamentale. Un diritto sacrosanto, la cui violazione non può trovare giustificazione alcuna neanche in situazioni di emergenza. La gratuità con la quale vengono offerti certi servizi online (per esempio l’uso di certe piattaforme) ci dovrebbe far riflettere. Si tratta di pura generosità da parte di chi le gestisce, oppure queste società hanno un tornaconto dalla registrazione e dall’utilizzo dei dati che noi forniamo? Siamo pienamente consapevoli dell’utilizzo che potrà essere fatto di questi dati? I genitori sono consapevoli? Davvero sono possibili tanta leggerezza, spensieratezza e superficialità? Per parlare ancora più chiaro: non possiamo permettere che dati e informazioni riguardanti milioni di bambini e ragazzi, raccolti sistematicamente, vadano ad arricchire i data base di personaggi senza scrupoli. Non possiamo rischiare che una raccolta – dati (sensibili e non) riguardanti minori sia facilmente messa a disposizione di chi potrà in seguito orientare le scelte di acquisto, di lavoro e gli orientamenti politici dei futuri cittadini ed elettori. Dobbiamo fare tutto il possibile perché ciò non accada, ma sinora su questi temi regnano il caos e l’approssimazione.
• Da sempre i migliori pedagogisti del mondo hanno giustamente criticato un certo modo di fare scuola basato su una didattica puramente “trasmissiva”. Inoltre è stata frequentemente criticata una impostazione innaturale che prevede che gli alunni (specialmente i bambini) debbano stare ore e ore seduti ai banchi. Queste modalità “tecnologicamente avanzate” delle “DaD” non corrono il rischio di riproporre i medesimi errori, in misura addirittura maggiore? Con l’aggravante che gli alunni restino tante, troppe ore “inchiodati” davanti ad uno schermo.
• Spesso chi accosta il lavoro degli insegnanti a casa ad altre forme di telelavoro si dimentica che la scuola non è un ufficio né un’azienda e le relazioni degli insegnanti con gli alunni non sono “atti formali”. E’ del tutto legittimo che un insegnante non voglia “mettere in piazza” davanti a genitori, fratelli, sorelle, nonni (che magari assistono gli alunni vicino al computer) le dinamiche tipiche di un rapporto complesso di un gruppo classe: richiami, complimenti, rimproveri, risposte varie eccetera. Capite subito che si tratterebbe di un campo molto delicato da gestire. Gli insegnanti possono avere delle riserve più che legittime per il fatto di “vedersi registrati” durante le lezioni. E lo stesso, ovviamente, dicasi per gli alunni.
• Giusto per mettere i “puntini sulle i” anche dal punto di vista strettamente sindacale … L’utilizzo di tali metodologie presupporrebbe comunque che gli insegnanti dispongano obbligatoriamente di strumentazione tecnologica e di connessione (a proprie spese) e che le mettano a disposizione gratuitamente della scuola, cosa che come è noto non è stabilita da alcun contratto o norma. Ho notizie di una collega, ottima insegnante di rara sensibilità, che per sua scelta non possiede in casa né TV né pc né smartphone. La licenziamo in tronco o pensiamo che siano da rivedere alcuni aspetti contrattuali? O che certe pretese di “tecnologia a tutti i costi” siano semplicemente eccessive?
Tutte le criticità evidenziate esplodono ai massimi livelli quando si parla di utilizzo di piattaforme per videoconferenza o strumenti simili, utilizzati per 3 – 4 – 5 ore al giorno. Il retropensiero (senza basi scientifiche) è che si possa sostituire con facilità e spensieratezza una “classe vera” con una “classe virtuale”. La sostituzione invece non è affatto scontata, e comunque il passaggio porrebbe enormi problemi. Soprattutto, lo ripeto, quando ci si ricorda che la scuola non è un ufficio né un’azienda e le nostre relazioni con gli alunni non sono “atti formali”.
La straordinaria ricchezza delle dinamiche relazionali (permeate da affettività, è inutile negarlo!) presenti in un gruppo classe “vero” e non virtuale ha bisogno di essere compresa e non compressa.
Stanti tutte queste criticità e l’assenza di un quadro normativo chiaro e certo, mi pare evidente che ad oggi non sussista alcun obbligo di svolgere attività di “DaD”. Ci si può, eventualmente, appellare ad azioni condivise di volontariato e di buonsenso (da parte di tutti: insegnanti, alunni e genitori).
In tutti i casi, è indispensabile una riflessione che sia non solo “tecnologica” o “burocratica”, ma che sia innanzitutto “pedagogica”, prima di abbandonarsi ai troppo facili entusiasmi per le “mirabolanti innovazioni legate al magico mondo del digitale”.
Quali risvolti, quali possibili effetti collaterali possono essere indotti dall’adozione di una DaD? Quando si produce un nuovo farmaco, occorre studiarne attentamente gli effetti benefici ma anche i limiti e le controindicazioni. E tutto ciò va dichiarato esplicitamente nel “bugiardino” a corredo del farmaco.
Ecco, chi si pone queste domande lo fa di certo non in quanto “scansafatiche troglodita che non sa usare i moderni mezzi tecnologici”. Al contrario, chi si pone queste domande possiede lo sguardo ampio dell’educatore, uno sguardo che sa andare lontano. E’ uno sguardo (non me ne vogliano i tecnici – burocrati – informatici, perennemente esaltati dalle nuove tecnologie) che non ammette bugie né omissioni. Nell’interesse dei bambini e dei ragazzi.
Queste settimane di “emergenza COVID 19” hanno comportato una attenzione mai vista prima per il mondo della scuola. In una situazione di crisi mondiale di proporzioni immani, con un numero di morti che aumenta giorno per giorno, l’idea che gli studenti possano perdere due o tre mesi di scuola pare ad alcuni qualcosa di assurdo e inaccettabile. Eppure è sin troppo evidente che in questa situazione la priorità generale è la salute e tutte le altre questioni vengono in subordine!
Questa strana attenzione però puzza di bruciato lontano un miglio perché quegli stessi apparati burocratici che appaiono oggi così solerti nel voler assicurare le lezioni con la “DaD a tutti i costi”, sono gli stessi che gli anni scorsi non si sono fatti scrupoli tagliando risorse alla scuola, lesinando in ogni modo le supplenze (facendo così perdere giorni, settimane, a volte mesi di lezione ai ragazzi senza che nessuno battesse ciglio), abbandonando gli insegnanti delle tante “scuole di frontiera” sempre più in balia di alcuni genitori prepotenti e a volte addirittura violenti.
Questa strana attenzione puzza ancora di più, nel momento in cui i grandi gruppi che gestiscono piattaforme e servizi online si aggirano volteggiando come avvoltoi sul mondo della scuola.
I fanatici delle “mirabolanti innovazioni legate al magico mondo del digitale” non sembrano preoccuparsene minimamente e, anzi, si augurano che, una volta finita l’emergenza, anche la scuola si trasformi e “modernizzi” (secondo loro), utilizzando a regime videoconferenze e DaD a tutto spiano. Attuando così, finalmente, quella “rivoluzione” di cui la scuola avrebbe tanto bisogno.
Una visione piuttosto ingenua e, lasciatemi dire, piuttosto ignorante della realtà scolastica. Dove ancora una volta si commette un gravissimo “peccato di omissione”, trascurando in questo caso di studiare e comprendere scuola e sistemi educativi nella loro complessità. E attribuendo alla tecnologia il potere taumaturgico di sanare ogni ferita e risolvere ogni problema. Una adorazione assoluta e incondizionata della “divinità tecnologica” alla quale inginocchiarsi e demandare ogni cosa. Una equazione che identifica erroneamente la “innovazione pedagogica” con la “innovazione tecnologica”.
Io in alternativa una proposta veramente rivoluzionaria ce l’avrei, pensando al “post emergenza COVID 19”.
Facciamo che quando finisce questa storia del virus, delle mascherine e del distanziamento sociale, dotiamo tutte, ma proprio tutte le scuole elementari di un’area verde ampia e alberata. Un giardino enorme dove i bambini possano giocare a lungo ma anche sporcarsi le mani, coltivare la terra, vedere i semi che si trasformano in piante, i fiori sbocciare. Dove osservino concretamente l’alternarsi delle stagioni.
Forse il mio non è solo un sogno bucolico: i cambiamenti climatici in atto, le emissioni di CO2 in atmosfera, la plastica che invade gli oceani, sono tutti temi assai scottanti che abbiamo temporaneamente rimosso ma che ci attendono al varco, richiedendo urgentissime e sagge risposte. E’ fondamentale che le nuove generazioni siano educate alla capacità di “sentirsi parte della natura e dell’insieme vivente”. L’alternativa potrebbe essere l’annientamento della nostra specie, in tempi non troppo lunghi. Scusate se è poco.
Rispettando un ordine di priorità, forse il ritrovare questa saggezza, questa sensibilità, costituirebbe un fatto pedagogicamente molto più significativo rispetto all’acquisizione di nuove tecniche in modalità videoconferenza.

Andrea Scano, insegnante ed RSU COBAS di una scuola elementare di Cagliari SOSPESO, per TRENTA giorni
comunicato COBAS Scuola Sardegna – 15 aprile 2020
Il collega maestro Andrea Scano, insegnante ed RSU COBAS Scuola Sardegna di un Istituto di Cagliari SOSPESO per ulteriori TRENTA giorni dall’insegnamento perchè non vuole utilizzare il registro elettronico a tutela dei propri alunni.
Il collega maestro Andrea Scano, militante dei COBAS Scuola Sardegna ed RSU dell’Istituto Comprensivo “Colombo” di Cagliari, è stato recentemente SOSPESO dall’insegnamento per ulteriori TRENTA (30) giorni per il rifiuto di utilizzare il registro elettronico, a tutela della privacy delle/degli alunne/i. E’ bene ricordare che ad oggi NON ESISTE UNA LEGGE che imponga l’utilizzo del registro elettronico. Esistono invece diverse norme volte a proteggere i dati (soprattutto dei minori), e troppo spesso queste norme vengono disattese.
L’insegnante ha posto per iscritto in maniera dettagliata tali criticità ma, nel merito, NON HA MAI RICEVUTO RISPOSTA.
Nello scorso mese di marzo 2019 aveva già subito un primo procedimento disciplinare da parte della Dirigente Scolastica dell’Istituto Comprensivo “Colombo” di Cagliari, conclusosi con la sanzione del “richiamo scritto”, per un’analoga vicenda che riguardava il non utilizzo degli scrutini on line su una piattaforma privata e successivamente (giugno 2019), l’insegnante, con un secondo procedimento disciplinare, è stato SOSPESO per TRE (3) giorni (sempre dalla dirigenza scolastica), perché ha contestato l’uso del registro elettronico (gestito da una società privata), nel quale avrebbe dovuto inserire i dati delle/i proprie/i alunne/i. Fin dall’inizio dell’anno scolastico aveva richiesto di poter utilizzare il registro cartaceo, senza ottenere alcuna risposta, si è sempre battuto perché gli scrutini possano ancora essere un momento di sereno confronto tra colleghe/i e non un mero atto formale da svolgere in pochi minuti così come accaduto sempre più spesso negli ultimi anni in tantissime Istituzioni Scolastiche.
Alla fine di agosto 2019, l’Ufficio Provvedimenti Disciplinari dell’USR Sardegna (UPD di Cagliari) ha deciso attivare un terzo procedimento disciplinare e, al termine dell’istruttoria, di sospenderlo dall’insegnamento per altri 11 (UNDICI) giorni.
Adesso l’Ufficio Provvedimenti Disciplinari dell’USR Sardegna (UPD di Cagliari), presieduto dal nuovo Dirigente, l’ex sindacalista Peppino Loddo, ha deciso di rincarare la dose (con un quarto procedimento disciplinare in dieci mesi), attribuendogli ulteriori 30 (TRENTA) giorni di sospensione dall’insegnamento (con relativa trattenuta sullo stipendio).
E’ significativo che anche in questo quarto provvedimento l’UPD non ha avuto niente da obiettare rispetto alle articolate motivazioni del collega: mai queste osservazioni vengono analizzate nel merito né giudicate errate. Questo atteggiamento dell’amministrazione appare assurdo e ingiusto.

ed è strano leggere che lo stesso ministero lascia che i Dirigenti si comportino in maniera creativa, senza che a livello dirigenziale vengano irrogate sanzioni (https://www.tecnicadellascuola.it/firmare-il-registro-elettronico-senza-attivita-didattica-reale-e-corretto )
sembra che Mao dicesse :”Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente”
noi possiamo dire soltanto che sul registro elettronico la confusione è grande al MIUR, in Parlamento, nei Tribunali, al Governo, l’unica cosa che si muove è il manganello (delle sanzioni e delle sospensioni) per colpire e fare inchinare Andrea Scano. La situazione fa schifo.

Scuole chiuse, sarebbe così grave se si promuovessero tutti? – Lello Voce
Una delle conseguenze dirette della cosiddetta didattica a distanza messa in atto, dal giorno alla mattina, dal Ministero dell’Istruzione, causa Carogna-Virus, e realizzata grazie alle incontestabili capacità acrobatiche di noi insegnanti e allievi italiani, è la fine di quella che potremmo chiamare la didattica del controllo e della misurazione obiettiva.
Come si fa – in assenza di controllo fisico in presenza, con gli allievi lontani da noi insegnanti, o al massimo acquattati dietro un minuscolo schermo – ad essere sicuri che non copino, che non stiano leggendo dagli appunti durante l’interrogazione, o che quel determinato esercizio non gli sia stato risolto dal fratello maggiore, o da un genitore? Fatti i conti anche col digital divide immenso che separa noi vecchi adulti dai nostri giovani, la lotta appare evidentemente impari.
La faccenda ha un impatto comprensibilmente devastante su una scuola che da anni annega in oceani di griglie, nel tentativo, tanto nobile quanto inutile e ormai stucchevole, di misurare ogni competenza quantitativamente, numericamente e dunque, si sostiene, obiettivamente.
Il tentativo, invero timido, del Ministero, con la Nota 388, di incoraggiare i docenti italiani a valutare in modo diverso (sostanzialmente lasciandoli liberi di fare la qualsiasi, a patto che non sia punitiva nei confronti degli allievi, visto l’incubo di migliaia di ricorsi) li ha resi, ci ha resi, se possibile ancora più furiosi, ovviamente. Dopo il danno, la beffa.
Dunque la parola d’ordine è diventata: tutto, ma non il 6 politico. L’ha detto esplicitamente e prudenzialmente, tra un ringraziamento e l’altro, anche la ministra Azzolina. Quello mai. Tutti promossi no. Non sarebbe equo.
Ma, pensateci un po’ su, sarebbe davvero così scandaloso che in una situazione grave come questa si promuovessero tutti? Sarebbe davvero così vergognoso alleviare del carico della valutazione numerica, dell’ansia del risultato, ragazzi già messi così duramente sotto stress da tutto ciò che sta accadendo a un mondo che è, e soprattutto sarà, di loro proprietà, visto che sono il futuro?
Sarebbe davvero uno scandalo così vergognoso promuovere tutti, sostituendo i voti con dei giudizi personalizzati, pur continuando, ostinatamente, ognuno come può e come sa, la didattica a distanza, quindi la relazione e la riflessione, ma rimandando all’anno prossimo ogni valutazione e ogni misurazione ‘obiettiva’ (come se poi davvero ce ne fosse una) e risolvendo anche la faccenda degli esami con l’abolizione di quelli della scuola media (che hanno percentuali di negatività infinitesime) e la limitazione di quelli della secondaria superiore a una semplice tesina interdisciplinare valutata dagli insegnanti interni?
Non sarà che a spaventarci è la possibilità che una didattica svincolata dai meccanismi dell’obbligatorietà e del controllo, dal messaggio pavloviano premio-punizione, che poi si consustanziano in un numero, in un debito, in un credito, quasi fosse il bilancio di un’azienda, alla fine, a epidemia passata, dia risultati relativamente migliori?
Io qualche dubbio ce l’ho, mi mancano i miei allievi e la didattica in presenza, ma, via conference call, svincolato dai programmi, dalla necessità di rappresentare ogni giorno la figura di colui che giudica e condanna o assolve, senza che loro siano pressati dai risultati, ma liberi infine di conversare, di scambiarci stimoli, di discutere, sto con loro scoprendo una libertà nuova, una nuova relazione, che non mancherò di portare con me anche quando, alla fine, mi ridaranno ciò che è essenziale per qualsiasi didattica, e cioè un’aula vera.
E lì, in fondo all’orizzonte che vedo dalla mia finestra di recluso volontario, mi pare ormai spesso di intravedere il sorriso ironico di Ivan Illich e Jean Jacques Rousseau.
E se cogliessimo l’occasione del Carogna-Virus per ‘descolarizzare’ la società?

La valutazione ai tempi del covid-19 – Renata Puleo
In questo periodo di grande paura, di confusione, di azioni resistenti, di necessità di pensiero critico, riprendo il tema della valutazione scolastica, leggendolo nel mutato scenario.
La confusione attiene, in ordine di priorità: alle notizie di tipo epidemiologico (che con la valutazione, in questo caso della ricerca scientifica, hanno a che fare); alle mosse dei governi europei molto impegnati sulla caduta delle borse e del PIL, insomma sulla tenuta del mercato globale (che sappiamo interessato al lavoro cognitivo e alla formazione dei soggetti di cui misurare le competenze da esso richieste); allo specifico campo del sistema di istruzione italiano in mano a un Ministero molto lontano ieri, e tanto più oggi, da una prestazione capace di rassicurare e di prestare davvero un ausilio, senza protervia. Ci tornerò più sotto. Indicherò i temi a punti fra loro tanto connessi da sovrapporsi, tenuti separati solo per semplicità di analisi.
INVALSI
1.1 L’Istituto ha avviato la tornata delle prove agli inizi di marzo, nella inconsapevolezza di quello che si stava preparando con l’epidemia e nonostante le critiche che hanno continuato a essere mosse sulla modalità censuaria, il computer based, la metodica di elaborazione dei dati e di restituzione delle prove. Per fortuna, la risposta delle scuole è stata molto bassa, prima che la macchina subisse un arresto inevitabile. La tetrarchia Ajello/Mazzoli/Ricci/Poliandri alla guida dell’Istituto, già solo per questo, dovrebbe “essere dimissionata”, mossa improbabile, visto che sembrano solo momentaneamente imbucati, in attesa di tempi migliori.
1.2 I docenti si sono divisi, come sempre, fra: i) ossessivi, che chiedono sui social cosa ne sarà della valutazione invalsiana a cui, per obbedienza servile, per convinzione, per ossequiosa delega agli esperti, hanno sempre aderito; ii) coloro che fanno della cautela una forma di saggezza, che conoscono tutte le pecche della valutazione standardizzata e rivendicano un’azione valutativa riportata nell’alveo della libertà di insegnamento. A ridosso di queste ampie classi (più variegate di come qui le divido) si muovono i Dirigenti Scolastici, anche loro presi da frenesie, da timori di esser lasciati soli, dalla constatazione che sono veramente soli, per funzione monocratica, per mancanza di indicazioni autenticamente tali, applicabili ai contesti.
1.3 Il MIUR sospende la tornata di prove obtorto collo (il grande decisore di questi giorni è il Covid), le esclude insieme ai PCTO dai requisiti per sostenere la maturità. Il 16 marzo, nel discorso sullo “Stato dell’Unione” la Ministra, irresponsabile dichiarata (“non rientra fra le mie competenze…”, del resto c’è l’autonomia no?) ribadisce il ruolo essenziale dell’INVALSI. Le indicazioni su questioni assolutamente inedite determinatesi con la metodica della didattica a distanza sono affidate ai Capi Dipartimenti del Ministero. Una letterina stucchevole del Capo Dipartimento della Task Force Emergenze Educative (sic), Giovanna Boda, precisa che il questionario diffuso nei giorni precedenti è un sondaggio solo esplorativo, per misurare le risorse in campo, mentre i commercianti di piattaforme private si sono già scatenati. Sempre pochi giorni fa ha girato una notiziola (poi sparita, non mi risulta ritirata in forma evidente) sull’assunzione di assistenti tecnici per implementare i laboratori informatici, insieme all’invito ad usare i 500 euro per attrezzarsi al lavoro a distanza. Ma tutto questo viene superato in retorica ed efficacia comunicativa da una nuova più autorevole nota a firma Marco Bruschi, Capo Dipartimento Sistema Educativo di Istruzione e Formazione, meritevole di una attenzione mirata che rimando a piè di pagina, il cui contenuto viene pedissequamente ripetuto – pari pari – dalla Ministra alla trasmissione di Giovanni Floris, DiMartedi del 17 marzo (nota MIUR 17/03/2020, allegata).
1.4 Le organizzazioni sindacali che si sono mosse, almeno le sigle di base, con l’indizione di sciopero nei giorni in calendario per le prove, sono state surclassate dalle revoche ad opera del Covid; una dichiarazione di qualche apertura verso un ripensamento della funzione del Servizio Nazionale di Valutazione la dobbiamo alla FlcCGIL, mentre siamo in attesa di un documento complessivo sulla materia, di cui – per ora – abbiamo solo notizie ufficiose (fra le proposte anche la ripresa degli argomenti del ricorso al TAR Lazio contro il Regolamento 80/2013)
1.5 Dalle parti della politica il silenzio è assordante, del resto il Parlamento su questo tema, mai davvero affrontato, è stato messo alle corde dal Covid e dall’azione del potere esecutivo.
VALUTARE.
Torno a una importante distinzione, come ho già segnalato a proposito di un altro tema (istruzione e formazione, competenza richiesta nei protocolli di autonomia differenziata), fra: A) valutazione di sistema, B) valutazione degli apprendimenti.
1.      A) Nel primo caso: la struttura e l’organizzazione (F. Varela, 1987), la macchina, il cuore hard dell’istituzione scolastica oggi messo a durissima prova, date anche le carenze storiche (J. Scheerens, 2015/2018; Collettivo per l’Economia Fondamentale, 2018). Solo pochi esempi.
– ASPETTI STRUTTURALI: i) lo stato degli edifici trascurato fin dalla pubblicazione dei vecchi libri neri sulle condizioni di agibilità e di sicurezza; ii) la difforme – spesso vetusta – dotazione di attrezzature, anche di quelle oggi conclamate come essenziali (il digitale); le carenze di organici di tutti i profili. Insomma quelle condizioni che potremmo definire “livelli di prestazione essenziale”, quel contesto che l’Istituto INVALSI vorrebbe “depurare” perché possa essere valutato il Valore Aggiunto.
– 2) ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO, l’altro corno della coppia strutturale: i) con la sospensione delle lezioni, l’onere di aprire e mantenere il presidio; la partita del telelavoro degli amministrativi; l’adozione delle misure di “banca del tempo” per calcolare il recupero degli orari ridotti; ii) l’articolazione delle lezioni on line per tempi e modi, aspetti toccati dalla nota di Marco Bruschi.
1.      B) Nel secondo caso, la valutazione degli apprendimenti, tutto si complica con la didattica a distanza. Valutarne gli effetti su insegnanti, famiglie, studenti e bambini sarebbe un utile impegno. Essa mette in mostra la “falsicabilità” delle sedicenti ricerche sul tema dell’apprendimento mediante tecnologia informatica. La didattica a distanza consta di un assemblaggio di azioni che nulla hanno di oggettivo ma godono della protezione di una sorta di validità teorica, ovviamente sempre confutabile (Habermas, 1981; Popper 1969). Confutabili tali azioni come del resto lo è ogni didattica, a qualsiasi livello, basata su dati empirici ricavati da esperienze non replicabili. Come commentava giorni fa un articolo di stampa, piuttosto fuori coro, il computer alimenta sogni onnipotenti di efficacia/efficienza (bassi sicuramente i costi per molto vantaggio ideologico) e millanta l’idea che l’algoritmo sia capace di lavoro tutoriale con l’allievo. Del resto milioni di studenti accedono già a corsi a distanza. Il lavoro di valutazione del loro impatto – la protezione teorica, dimostrazione dell’efficacia – è dovuta alla diffusione delle piattaforme e delle connessioni: una conferma tautologica. Il rischio concreto, ricordava ancora la giornalista, è confondere un insieme di supporti didattici, di materiali tecnici, con le strategie educative. (C. Pozzi, rivista <<7>> Corriere della Sera, 13/03/2020).
Paradossalmente viene a mancare l’aspetto legato alla necessaria esposizione reciproca dei corpi, della grana della voce non mediata, virata dalla macchina, tutti quegli aspetti affettivo, relazionali, emotivi a cui i ricercatori INVALSI (oltre tutta la gamma delle fondazioni, associazioni, aziende, ecc) sembrano tenere. Abbiamo parlato in più occasioni della gigantesca operazione sulle soft skills educate, indirizzate, strumentalizzate, fin dall’infanzia. A proposito di sentimenti, emozioni e apprendimento, poco si valuta l’importanza della stretta convivenza domestica obbligata dall’emergenza. Non tutte le case sono come quelle di Fiorello o di Amadeus. Mancano, in tantissimi appartamenti, gli spazi non solo per collegarsi e fare i compiti, ma molto spesso per un sano, questo sì, isolamento meditativo, riflessivo. Più nessun contatto, troppi contatti: un bel problema da affrontare nelle famiglie, fra conviventi. Come mi è stato fatto notare da un insegnante, un uomo, sono ancora le donne a reggere questo impatto, fra bambini, ragazzi, anziani, spesa, compiti, telelavoro, in fondo sempre di sotterraneo lavoro riproduttivo si tratta, abbinato – come accade già per molte categorie di persone – con lo smart working, di per sé invasivo del tempo personale anche quando sembra “intelligentemente organizzato”. Cos’è la valutazione degli apprendimenti in queste condizioni, cos’è la sua misura? Come applicare una scala di qualsiasi tipo a qualcosa che è, sia troppo pedissequamente controllabile (risposte giuste/sbagliate a domande secche), sia troppo opinabile senza necessaria valutazione del contesto di apprendimento?
Vengo ad un breve commento alla nota sulla didattica a distanza del Capo Dipartimento, Bruschi. Mentre scrivo, tutte le sigle sindacali ne hanno chiesto l’immediato ritiro, ma vale a maggior ragione conoscere il testo.
La forma è sostanza, dunque non inganni il tono amichevole (“Carissimi…”), lo stile è chiaramente performativo, non impone in forza di legge, modellizza comportamenti (“obbedisci! obbedisco!”). Una nota non rappresenta nella gerarchia delle fonti ministeriali una obbligazione, in questa non si citano neppure le norme (il Regolamento 80/2013, il Dlsg 62/2017), ma questo non sottrae, proprio per via della sua forma, alcuna potenza e vigenza agli adempimenti previsti. Anche perché questa la didattica a distanza è citata – indirettamente, per ragioni economico finanziarie – nei DPCM ultimo (18/03/2020), dunque resa ufficiale ope legis.    Tralascio il richiamo alla deontologia professionale dei docenti – i doveri etici del fare scuola – i paragrafi sulla definizione dell’oggetto della nota, la questione del rispetto della privacy che deve evitare la profilazione degli attori, anche se sembrano precisazioni ad hoc per tranquillizzare le altre platee di lavoratori: gli insegnanti non sono in vacanza! Porto l’attenzione sui paragrafi dedicati alla progettazione e alla valutazione. Il tono si fa decisamente prescrittivo, la progettazione individuale (individuale, sottolineo) del lavoro didattico, nelle nuove linee del PTOF, deve essere “depositata agli atti” per il monitoraggio e la verifica a cura del Dirigente. Tutti gli organi collegiali, lasciati in ombra dalla legge 107, vengono coinvolti in un enorme insieme di funzioni. Il registro elettronico (mai diventato obbligatorio mancando i regolamenti sulla dematerializzazione) diventa lo strumento principe per una connessione sine tempora. Tale moltiplicazione di compiti da svolgere in telelavoro diventa ad un ad un tempo lavoro di aula (virtuale) e attività funzionale all’insegnamento. Il tutto senza quantificazione oraria rispettosa delle norme del CCNL e delle deliberazioni di inizio d’anno. Per fortuna, le OOSS se ne accorgono subito: nessuno ha chiesto pareri, interpretazioni, nessun tavolo di contrattazione è stato convocato. La modalità è quella di un esecutivo ministeriale che decreta a margine dei decreti del Governo, con poteri pieni, conditi con retorica paternalistica (la chiusa su uno degli aforismi di Publilio Siro è il colpo di scena!). Alla valutazione è dedicato uno scarno paragrafetto, anche questo nella sua piaggeria quasi ridicolo: si ricorda all’insegnante la differenza fra valutazione in itinere (formativa) e finale, la corretta gestione dell’errore, la necessità di dare agli allievi un ritorno sul lavoro svolto. Il nodo su come verrà gestita una sospensione sine die e la chiusura dell’anno scolastico, non viene sciolto. Cosa andrà rimandato a settembre? Tutti promossi in una inedita formula di “sei politico”? E gli esami di fine ciclo? La maturità, continuamente riformata in questi anni, come verrà gestita? Ancora un “ci stiamo pensando” da parte della Azzolina, nell’intervista su citata! Il valore legale del titolo di studio, oggi così implicato nell’operazione di “valutazione delle competenze”, subirà il tracollo vagheggiato da chi osteggia la scuola pubblica?
Prima che Bruschi e compagnia superino di nuovo se stessi, sulla valutazione vale quel che è stato scritto nei paragrafi precedenti, la verifica del lavoro la farà la logica della macchina unita al controllo occhiuto del dirigente e del suo staff. Fuor di retorica è forse arrivato il momento di rinominare – in un nuovo ordine simbolico – la comunità educante. Ad essa, Maestri e Allievi, adulti e creature piccole, andrà restituita la valutazione dell’apprendimento, come forma di cambiamenti evolutivi, frutto di modalità condivisa, nella divisione necessaria dei ruoli. Un modo diverso di coniugare l’effetto di ritorno, che volutamente non chiamo feedback, termine troppo inquinato e tanto ossessivamente caro ai valutatori di stato.

Scuola e valutazione ai tempi del Covid, tra Fondazione Agnelli e INVALSI – Rossella Latempa
Se c’è una cosa che l’emergenza sanitaria di queste settimane ha messo bene in evidenza  è la differenza tra ciò che è veramente indispensabile rispetto a ciò che non lo è. Anche per la scuola. Tutto a un tratto: niente più lezioni, voti, niente più test INVALSI, simulazioni o addestramenti, niente più Alternanza Scuola Lavoro, niente più verifiche. Niente di niente.  Dopo una prima sensazione di straniamento, fin dai giorni che hanno seguito prima la chiusura, poi la sospensione delle attività didattiche nelle regioni del Nord e in tutta Italia, è stato presto chiaro quello di cui si sentiva veramente la mancanza: la relazione umana, tra studenti e insegnanti, tra studenti e studenti. Anche se mediati o surrogati attraverso tecnologie più o meno efficaci e diffuse, sono stati il dialogo e l’interazione tra corpi, sguardi e voci ciò che abbiamo cercato e tentato subito di riprodurre, in tempi di isolamento. “Continuieté pedagogique”, la chiamano in Francia, “Didattica a Distanza” – con un nuovo e  triste acronimo: la DAD –  la chiamano le note ministeriali italiane.
Indipendentemente dalle percentuali dei (frettolosi) monitoraggi dei recenti resoconti parlamentari, è evidente a chiunque, in qualsiasi casa, quanto la scuola italiana si stia mobilitando, ovunque e con ogni mezzo a disposizione. Lo confermano le ancor più stridenti disuguaglianze di opportunità – non solo di dotazione e accesso, di mezzi, spazi e sostegno genitoriale, ma anche di soluzioni e scelte didattiche, orari e impegni, carichi di compiti  – che mai come adesso emergono e paiono inaccettabili. Non tutte le case sono uguali, e nemmeno tutte le discipline: condividere pc o tablet con un fratello in cucina è ben altra cosa dal disporre di una postazione autonoma e silenziosa; videolezioni di filosofia e storia dell’arte sono altro rispetto ad ore di laboratorio di pittura in un liceo artistico o di cucina in un istituto professionale. Su tutti questi aspetti, sullo stato di eccezionalità e di emergenza e sui suoi strascichi sulla nostra futura “normalità”, diverse sono state le riflessioni di questi giorni (quiqui,  qui, e qui, ad esempio).
Nell’attesa che il Ministero si assuma la responsabilità di definire un’ipotesi di chiusura dell’anno scolastico, di dare indirizzi comuni sulla valutazione degli studenti e indicazioni sulle modalità con cui verranno svolti i futuri esami di Stato; mentre gli insegnanti si ingegnano con chat e webcam e gli studenti tentano di riorganizzare il loro nuovo “tempo di mezzo” della pandemia, i “piazzisti” dell’istruzione continuano una fiorente attività di propaganda, dalle colonne dei maggiori quotidiani nazionali.
1.      La Fondazione Agnelli, il suo direttore e l’ossessione della formazione docenti
La Fondazione Agnelli schiera artiglieria pesante e retorica alla “whatever it takes”: una campagna-progetto, dal nome #restoascuola,  per “aiutare scuole e docenti a combattere la battaglia contro la perdita delle conoscenze già acquisite dai loro studenti”, a cui nessuno tra   “tutti coloro che abbiano a cuore la formazione delle nuove generazioni” potrà sottrarsi. Insieme alla Fondazione La Stampa – Specchio dei tempi, è stato approntato e reso disponibile un pacchetto di risorse e materiale online utilizzabili, previa iscrizione, da parte di tutte le scuole secondarie di I e II grado.
Il direttore Gavosto non cessa di sottolinearlo – dopo averlo ribadito in più occasioni:
le analisi dicono che i docenti italiani impegnati a trasformare la propria didattica in senso digitale sono ancora una piccola avanguardia. L’emergenza tuttavia sicuramente farà crescere la consapevolezza che è necessario innovare le pratiche didattiche con un uso mirato ed efficace delle nuove tecnologie; così molti docenti finora riluttanti al cambiamento si avvicineranno volenti o nolenti alla didattica digitale.”
Laddove l’imposizione ideologica finora non abbia funzionato, ci penserà insomma la necessità della pandemia. Volenti o nolenti, dice Andrea Gavosto.
D’altra parte, solo pochi giorni prima, sul portale lavoce.info, lo stesso Gavosto, insieme a Stefano Molina, ci ricordavano, con analoghi toni che
la preparazione professionale dei docenti alla didattica a distanza è in molti casi inadeguata. [..] È evidente che in futuro la capacità di insegnare online dovrà diventare un requisito obbligatorio per tutti i docenti”,
facendo ancora una volta discendere un’evidenza solo a prima vista incontrovertibile – ma tuttavia priva di ogni fondamento scientifico – da una necessità apparente, dettata dalla contingenza dell’emergenza in atto.
Anche in una recente intervista, su Sky Tg 24 il direttore della Fondazione non si trattiene dal ripeterlo:
la scuola italiana sconta un certo ritardo nella didattica online. I nostri docenti non sono mai stati particolarmente formati […] Un’altra cosa che dovremo imparare dopo questi giorni è che il fatto di fare didattica a distanza deve far parte della cassetta degli attrezzi di tutti i docenti per il futuro. [..] in futuro tutti gli insegnanti dovranno sapere come attivare lezioni a distanza”.
Non c’è occasione, pare – tanto più in piena crisi sociale e sanitaria – in cui la Fondazione Agnelli non cessi di rilanciare il suo vecchio cavallo di battaglia: formazione obbligatoria, contrattualizzata una volta per tutte e – ora – finalmente digitale.  Piegare le residue resistenze sindacali, scosse dall’attuale situazione della salute pubblica, sarà un gioco da ragazzi.

2.      L’INVALSI e le proposte meritocratiche dell’ex presidente Sestito
Sospese le attività didattiche, sono sospese anche le prove INVALSI. Dal 5 marzo scorso, sul rinnovato sito dell’Istituto nazionale di valutazione, un comunicato stampa ci informa che il calendario previsto per le prove INVALSI di circa 2,5 milioni di studenti italiani è in attesa di “riformulazione”.

Se la didattica a distanza in qualche modo, e generosamente, sta procedendo, il reale nodo da sciogliere riguarda la valutazione degli studenti, in assenza di attività scolastiche ordinarie. Tante sono le soluzioni “fai da te” finora approntate dalle scuole, supportate da dubbie delibere di consigli di classe on line: voti in decimi o medie aritmetiche assegnati ad interrogazioni telematiche o a verifiche con tempi di consegna prefissati. Tutte scelte e procedure assolutamente fuori dagli ordinamenti e dalla legittimità, profondamente inique nella loro eterogeneità.
Finora nessuna indicazione, se non una generica nota ministeriale, che ribadisce  “il dovere alla valutazione da parte del docente, come competenza propria del profilo professionale, e il diritto alla valutazione dello studente, come elemento indispensabile di verifica dell’attività svolta”.
E’ di ieri, 30 Marzo, una prima proposta concreta, avanzata dalle colonne del Corriere della Sera, attraverso l’autorevole voce dell’ex presidente dell’INVALSI, Paolo Sestito.
L’idea, che coniuga un inedito spirito pop con il più classico afflato meritocratico, è la seguente.
Sestito concorda con quanto dicevamo all’inizio di questo post: la didattica a distanza non fa che aumentare i divari territoriali e sociali. D’altra parte, in questa fase, è impossibile sottrarvisi. Come fare, allora, per rendere meno eterogenei gli interventi? L’ex direttore della Banca d’Italia propone di lanciare:
una grande campagna di didattica a distanza tramite il mezzo televisivo, che è l’unico che entra davvero in tutte le case”.
Continua, poi, suggerendo:
lo stesso mezzo potrebbe anche fungere da canale per altre iniziative di informazione a favore della popolazione, in tema di abitudini alimentari sportive, sanitarie, di fronte all’emergenza sanitaria”.
Una sorta di Rieducational channel, insomma, a scopi didattici e pedagogici – si intende – di cui potrebbero beneficiare tutti, in tempi di domicilio coatto. La nuova frontiera del Life Long Learning.
Una volta risolto il problema di uguaglianza di opportunità – assicurati i contenuti televisivi uguali per tutti – si potrebbe poi cominciare a ragionare secondo la logica del merito.
Innanzitutto, riprogrammare l’anno scolastico venturo, dilatandolo. I primi 2 mesi – a partire dal 1 settembre – sarebbero dedicati “al recupero e al rafforzamento delle competenze degli alunni”. Terminato questo periodo, si potrebbe “decidere se un alunno abbia ancora debiti formativi da recuperare o se debba ritornare nella classe immediatamente precedente”.
In altri termini, tutti promossi a giugno, ma solo a condizione di superare una verifica di recupero da fare a scuola, dopo due mesi di ripasso. Sappiamo bene che le promozioni d’ufficio (“il 6 politico”) non piacciono a chi crede nella meritocrazia.
E per gli esami di Stato? Lapalissiano: ci penserebbe l’INVALSI.
D’accordo con la sospensione universale dei test ad una popolazione di milioni di studenti, ma perché togliere anche a  quelli dell’ultima classe del ciclo secondario superiore l’opportunità di svolgere un test “oggettivo” sulle proprie “competenze”?
Scrive Sestito:
i test INVALSI potrebbero essere adoperati su base volontaria dalle singole scuole come informazione di background in sede di effettuazione, con modalità semplificata (eventualmente anche online) dell’esame di maturità; eventualmente un esito oltre una certa soglia dei test INVALSI potrebbe essere condizione necessaria (ma non sufficiente) per l’ottenimento del massimo dei voti (il 100).
Questo risolverebbe, a ben vedere, due problemi in un colpo solo:
Previo accordo col mondo dell’Università, e con eventuali aggiustamenti di contenuto, il test INVALSI potrebbe essere propedeutico quanto meno come una sorta di prima fase, nelle esistenti procedure di ammissione ai corsi universitari”.
Test INVALSI al posto della maturità. E corsia diretta per le future ammissioni ai vari corsi universitari. Il Ministero tergiversa nell’emanare un decreto ad hoc che definisca i profili giuridici della maturità 2020, eppure, ha la soluzione già in tasca.
Tempi grigi, questi che la scuola sta vivendo, in piena emergenza coronavirus, in cui ciascuno di noi è impegnato a “fingere” la propria quotidianità. Tempi in cui c’è chi è pronto a fare della crisi un’opportunità e dell’emergenza una risorsa di potere. Vigileremo, anche online.

Dieci consigli per evitare l’infezione da virus dell’ignoranza – Mauro Presini
Siamo un Paese con un tasso di dispersione scolastica molto serio, con un livello di abbandono scolastico preoccupante, con un grado di analfabetismo funzionale allarmante, in cui ci sono meno diplomati e meno laureati rispetto all’Unione Europea… eppure in molti credono di saper fare gli insegnanti ed ora anche di saper fare i virologi.
Siamo un Paese che non si preoccupa seriamente del pericoloso virus dell’ignoranza… infatti svuotiamo i supermercati come se ci fosse la carestia, accumuliamo bottiglie d’acqua come se ci fosse la siccità, cerchiamo un benzinaio che possa farci il pieno di amuchina, indossiamo mascherine solo fra una sigaretta ed un’altra, ci laviamo le mani ma ci teniamo la coscienza sporca.
Pur non essendo virologo, regalo dieci semplici consigli da seguire per tentare di combattere il virus dell’ignoranza:
§  Non lavarsene le mani.
§  Coprirsi la bocca se si dicono stupidaggini.
§  Toccare con mano il valore della diversità.
§  Non “tirare i pacchi”:  non è pericoloso ma è da maleducati.
§  Non assumere farmaci, a meno che non siano libri preSCRITTI.
§  Pulire le parole con disinfettanti a base di rispetto e tolleranza.
§  Usare la mascherina solo per nascondere la vergogna di non sapere.
§  Aprire la finestra sul mondo se si sospetta di avere delle chiusure mentali.
§  Evitare il contatto ravvicinato con chi soffre di intolleranza alle persone che vengono da altri Paesi.
§  Con tatto, contattare una persona che sappia ascoltare in caso si abbia un’influenza negativa sugli altri.
I tre vuoti da colmare per continuare a fare scuola nell’emergenza – Christian Raimo
Cosa significa fare scuola nell’emergenza? Cosa significa farla a distanza, durante giorni di paura, di dolore, di crisi sociale? Le questioni che riguardano i modi in cui si può e si deve continuare a farla sono molto complesse, e non si possono ridurre a un mero cambiamento di assetto, a una rimodulazione della didattica.
La scuola riguarda tutti, non solo gli studenti e gli insegnanti, e in questi giorni ne abbiamo la dimostrazione: siamo tutti una comunità educante, le nostre azioni e i nostri comportamenti hanno un effetto sulle persone che ci sono vicino, e gli interrogativi su cosa fare e come vivere queste giornate toccano particolarmente chi è più giovane, chi è in via di formazione, chi ha un’identità più malleabile.
Ormai è evidente: quest’epidemia non è una parentesi, per cui si tratta di capire quando e come rientreremo in classe. Non può nemmeno essere considerata un’opportunità per ripensare la didattica digitale. La scuola, come qualunque altra infrastruttura sociale, non era pronta per affrontare una simile evenienza. Ed è normale che viviamo questo tempo come un tempo di crisi.
La scuola è sempre in crisi. Una delle cose che s’imparano standoci è che è impossibile essere infallibili: che lo si voglia o no, stare così a lungo insieme ad altre persone – bambine, bambini e adolescenti – rivela il nostro carattere e le nostre vulnerabilità. Lo spazio della scuola è anche quello dove si elabora questo confronto, dove semplicemente si cresce insieme.
L’importanza dell’ascolto
La discussione che in questi giorni sta tenendo banco tra ministero, associazioni di insegnanti e sindacati – se quella di questi giorni sia scuola o non sia scuola, se la scuola si ferma o se la scuola non si ferma – è forse un dibattito capzioso: tutto dipende da come usiamo questo tempo per l’educazione, mettendo al centro sempre la relazione educativa, che esiste anche quando è complicata, anche quando deve fare a meno della presenza fisica, perfino quando non c’è. I vuoti di relazione tra docenti e studenti, anche tra compagni, sono le esperienze negative che tutti conosciamo: il nostro compito principale è colmarli.
Quello che mostra questa crisi sistemica è soprattutto quello che alla scuola manca tutti i giorni, quello che manca nella “normalità”. E quindi se è impensabile ragionare su come ovviare ai problemi della scuola nell’emergenza, si può invece riconoscere insieme come affrontare le mancanze, per ora e per dopo.
La prima mancanza è quella di una scuola che si occupi dell’educazione emotiva e sentimentale. Le richieste che vengono dagli studenti in questi giorni sono soprattutto richieste di ascolto. Gli insegnanti e le classi devono essere capaci d’intercettare questa richiesta; e questo non vale solo per l’emergenza di una pandemia, ma per il quotidiano andamento della vita scolastica. Vuol dire ricordare che si fa scuola sempre all’interno di una comunità e di un mondo che cambiano, con le problematiche gigantesche e i piccoli avvenimenti che colpiscono la classe. Bisogna sempre trovare il tempo per parlarne, mantenendo un difficile equilibrio: senza pensare che i programmi da seguire vengono prima di tutto e senza lasciare che tutto sia stravolto. I rischi opposti, anche nel contesto educativo, sono la rimozione e la saturazione.
Questo bisogno diffuso, che riguarda ovviamente anche gli adulti, dimostra quanto sia necessaria una formazione psicologica degli insegnanti, sia al momento della selezione sia durante il percorso professionale. E conferma che per i docenti e per gli studenti è indispensabile avere figure di riferimento per il sostegno psicologico, anche all’interno della scuola. Queste figure esistono, ma sono poche e spesso fantomatiche. Il grande lavoro di cura che chiediamo agli insegnanti – e di cui sono tenuti a farsi carico – dev’essere un lavoro di qualità, che non può contare solo sull’iniziativa o sulle attitudini individuali.
Disuguaglianze
La seconda mancanza evidenziata dalla crisi è quella di un’educazione che tenga conto delle disuguaglianze sostanziali tra le famiglie degli studenti. Chi ha genitori che riescono a seguire i figli nei compiti e chi no, chi ha a disposizione un computer e chi no, chi ha una stanza tutta per sé e chi no, chi ha una connessione decente e chi no, chi ha molti libri a casa e chi no. Le mattine in classe riducono e in parte nascondono queste disparità, che sono invece tangibili e appaiono ancora più evidenti in questi giorni in cui le webcam – di chi ce l’ha – sono puntate sulle camerette.
In Italia il digital divide è drammatico: come ricorda anche Franco Lorenzoni, nel 2019 solo il 76,1 per cento delle famiglie aveva accesso a internet e il 74,7 per cento aveva una connessione a banda larga. Nelle aree metropolitane quest’ultimo dato sale al 78,1 per cento, mentre nei comuni sotto i duemila abitanti scende al 68 per cento. Questa è una carenza che intacca i diritti costituzionali minimi, anche al di fuori dell’emergenza.
I gestori di telefonia e internet hanno investito sempre più sul mobile e sempre meno sul fisso (ogni anno vengono disdetti milioni di contratti di linea a casa). È vero che oggi la maggior parte degli italiani possiede almeno uno smartphone, ma non è uno strumento che può essere usato adeguatamente per la didattica. Lo sintetizzava bene Massimo Mantellini in un recente articolo sul Post:
Serviranno linee fisse veloci (e se possibile simmetriche) nelle case dei cittadini e device di accesso alla rete idonei alla complessità del mondo. (…) La cultura digitale non si fa utilizzando come infrastruttura cognitiva una connessione 4G e uno smartphone da 6 pollici.
Si poteva fare un accordo nazionale con gli operatori per portare la banda larga nelle scuole. Oggi sull’ultimo tratto c’è concorrenza tra Tim e Openfiber, e solo la settimana scorsa si è cominciato a parlare di una possibile joint venture tra le due aziende.

Un’infrastruttura debole
La terza mancanza, molto profonda, riguarda i contenuti digitali, sia pedagogici sia disciplinari. In questi giorni il ministero sta pubblicizzando iniziative sparse e risorse digitali varie, compreso un canale Telegram che ha come hashtag #Lascuolanonsiferma. Il coordinamento è stato affidato soprattutto all’Istituto nazionale per l’innovazione e la ricerca educativa (Indire).
Le molte risorse che stanno emergendo, però, rivelano soprattutto le carenze sistemiche. Le piattaforme digitali sono spesso frutto dell’iniziativa di startup piuttosto che di movimenti pedagogici o di associazioni di insegnanti. L’offerta pubblicizzata dal ministero è esigua e non strutturata.
Anche questo non è un caso, ma il risultato di un’idea di autonomia scolastica che ha di fatto liquidato la programmazione sistemica. Il documento del Miur che raccoglie le prime indicazioni operative sulle attività di didattica a distanza, redatto da Marco Bruschi, capo dipartimento del ministero, è molto chiaro, condivisibile e pieno di buone intenzioni. Allo stesso tempo, però, mostra come il ministero stesso sia un’infrastruttura debole, capace più di orientare, suggerire e proporre che di programmare e offrire soluzioni, per quanto temporanee.
C’è un’ultima questione, che riguarda il ruolo e i metodi degli insegnanti. Oggi siamo nell’emergenza, e cosa vuol dire insegnare nell’emergenza nessuno lo sa. Sicuramente però vuol dire starci, non sottrarsi a un compito difficile ma in questo momento importantissimo. Per svolgerlo bisogna cambiare certe abitudini che sembrano inveterate nella scuola italiana: lezioni frontali, didattica trasmissiva, compiti assegnati senza una reale valutazione, abuso della funzione del voto.
Nelle condizioni difficilissime di questi giorni, chi insegna è un po’ più fortunato: può lavorare da casa, può mantenere relazioni significative con la sua classe anche a distanza, continua a ricevere lo stipendio, anche se è uno stipendio basso. Tuttavia, fare scuola non è solo mantenere la rotta nella tempesta, ma un grande dovere professionale.
Nell’ultimo contratto collettivo si dice che “il profilo professionale dei docenti è costituito da competenze disciplinari, informatiche, linguistiche, psicopedagogiche, metodologico-didattiche, organizzativo-relazionali, di orientamento e di ricerca, documentazione e valutazione tra loro correlate ed interagenti, che si sviluppano col maturare dell’esperienza didattica, l’attività di studio e di sistematizzazione della pratica didattica”. Gli insegnanti devono pensare di essere all’altezza del compito che gli è stato assegnato.
Le rivendicazioni di tipo corporativo dei sindacati non sono utili in quest’emergenza: non serve essere insegnanti missionari, ma inventivi e generosi sì, e questo vale per tutti i giorni di scuola.


Le scuole a settembre devono riaprire, è questione di diritti – Sara De Carli

C’è un gran fermento di idee e pensieri per capire come potremo salvare le vacanze e andare in spiaggia, restando sicuri. Sul tappeto ci sono diverse ipotesi, dagli ombrelloni a tot metri alle cabine in plexiglas di 4,5 m per lato attorno a ogni coppia di ombrelloni. Per la scuola invece quasi si da per scontato che a settembre non riapriranno, come se non ci fosse possibilità di nulla di più intelligente da dire, da pensare, da fare. «C’è una visione assolutamente adultocentrica, che i bambini nemmeno li vede in questa emergenza. E siccome non li vede, dà prospettive di questo tipo. Se la visione non fosse così adultocentrica, una risposta così non verrebbe neanche in mente», afferma Samantha Tedesco, Responsabile Programmi e Advocacy di SOS Villaggi dei Bambini.
Pariamo dalla fase emergenziale. I bambini sono stati dimenticati: c’è voluta una mobilitazione per rendere possibile acquistare i pennarelli, per avere una circolare che chiarisse che possono uscire da casa almeno per i famosi 200 metri, adesso ci sono polemiche sul fatto che riaprano i negozi di abbigliamento per bambini…
I bambini in questa emergenza non sono stati visti. Anzi, sono stati visti come untori, coloro che andavano segregati perché erano portatori del virus, quando i dati dicono che nonostante le scuole siano chiuse da quasi due mesi, almeno qui in Lombardia, il contagio va avanti. La chiusura delle scuole è stata la decisione più semplice. Senza pensare che per molti bambini la casa non è affatto un luogo sicuro e come organizzazione, insieme ad altre realtà, siamo intervenuti per dirlo. Alcune regioni si sono attivate bene rispetto al proseguimento di alcuni interventi diurni legati a famiglie vulnerabili, ma non tutte.
Non vedere i bambini cosa comporta?
Significa che i bambini non sono considerato come soggetti di diritti propri, con una loro specificità. Nonostante 30 anni di Convenzione Onu i bambini sono ancora figli di, alunni di… Forse non ce ne rendiamo pienamente conto, ma si stanno ledendo i loro diritti: il diritto all’istruzione, al gioco, alla socializzazione anche alla protezione perché ci sono case dove non sono protetti. Nella task force che progetterà la fase 2 non c’è una figura esperta di infanzia e adolescenza, mentre è importante che nel momento in cui si devono prendere le decisioni ci sia qualcuno che abbia in mente i bambini e i loro diritti, quali sono le azioni che fare per tutelare i loro diritti, pur mantenendo gli standard di sicurezza. Ci vuole un diciottesimo esperto in quella task force.
Non finirebbe che ci vuole un esperto per ogni area?
Non è mettere un esperto per area. Pensiamo che come si è riconosciuta la disabilità come area che ha bisogno di competenze e attenzioni specifiche, lo stesso sia necessario farlo per i bambini. Non ci sono ricetti facili, se non ci sono persone competenti sui loro diritti avviene quel che è avvenuto finora: avremo sempre una visione adultocentrica e si danneggiano i bambini.
Quali sono le preoccupazioni principali?
Una è sull’estate. Cosa immaginiamo? Andiamo avanti così, con i bambini a casa, i nonni fuori gioco e i genitori al lavoro? Chi rimane a casa con i bambini? È un tema grosso per le famiglie. Ma soprattutto, dal punto di vista dei bambini, possiamo davvero pensare a cinque, sei mesi a casa, senza socializzare con nessuno? È possibile che non si possa pensare a una soluzione diversa dal segregare i bambini in casa? Dobbiamo garantire al contrario spazi educativi e di socializzazione presidiati. Non ho in mente soluzioni da proporre, so solo che chiudere i bambini in casa ancora non è giusto né pensabile. E che le amministrazioni locali non possono essere lasciate sole a decidere, ognuno per conto proprio, se fare o no i campi estivi. Servono linee di indirizzo, che possono poi essere adattate ai vari territori. Stanno pensando a come regolamentare gli stabilimenti balneari, va benissimo, ma qualcuno sta pensando a come riaprire i centri estivi? Siamo a fine aprile, non si può rinviare ulteriormente il pensiero.
Lo stesso vale per la riapertura delle scuole.
Esatto. Il solo ipotizzare che la scuola possa non riaprire a settembre perché c’è un problema di distanze, ci dice che la visione è adultocentrica. C’è un problema strutturale? Troviamo soluzioni strutturali o logistiche. Riapriamo i vecchi plessi, facciamo i turni, dimezziamo le classi, assumiamo più personale… La risposta non può essere eliminiamo le persone, segregandole. È vergognoso che si sia anche solo pensato di non tornare a scuola a settembre perché non si può garantire che non ci siano le “classi pollaio”. Andiamo avanti con la didattica a distanza? Nemmeno quella è una risposta, perché l’educazione è relazione.

L’esperienza umana dell’insegnamento e gli illusori voli degli ippogrifi telematici –  Nuccio Ordine
L’eccezionalità della situazione che stiamo vivendo ci ha fatto anche capire l’importanza di un coordinamento nazionale e i pericoli che si potrebbero correre consegnando l’istruzione e il servizio sanitario all’arbitrio delle singole Regioni. Sin qui niente di strano. Ma il dato preoccupante riguarda invece alcuni recenti interventi che in maniera enfatica considerano l’epidemia come una straordinaria occasione per rilanciare con più forza l’“educazione digitale” e le potenzialità virtuali ad essa connesse. Una calorosa adesione, lungo la scia tracciata dalle numerose direttive internazionali che da alcuni anni inondano le scrivanie di rettori e dirigenti scolastici, alla cosiddetta “didattica del futuro”, fondata su modelli pedagogici in cui vengono depotenziati la “lezione in aula” e il contatto diretto tra professori e allievi. In «tempi di peste», ricordava saggiamente Albert Camus, sembra inevitabile sacrificare ogni cosa «all’efficacia».
Ma questa regola vale anche in tempi “normali”? Purtroppo, da almeno tre decenni, scuole e università corrono sempre più il rischio di sacrificare l’educazione al virtuale e a una pedagogia mercantilistica. In un mondo globalizzato, in cui l’istruzione viene considerata soprattutto un mezzo per acquisire un mestiere e non per formare cittadini liberi e colti, l’allarme è legittimo. Riconoscere l’indispensabilità della tecnologia (specialmente in circostanze estreme come questa) è una cosa. Pensare, invece, che si possa fare a meno del libro e delle relazioni umane tra professori e studenti è una follia. Non è vero che leggere l’Orlando furioso in digitale è lo stesso che leggerlo in formato cartaceo (alcuni neuroscienziati sostengono che, pur essendo identico il testo, il dispositivo distrae e non facilita l’attenzione necessaria alla comprensione!). Così come non è vero che essere perennemente connessi favorisca i rapporti umani (il virtuale, oltre a banalizzare l’amicizia confinandola su Facebook in un facile clic, sta creando una nuova forma di terribile solitudine!). E, alla stessa maniera, non è vero che la lezione a distanza abbia il medesimo effetto della lezione in classe: stiamo dimenticando che per secoli il sapere è stato condiviso tra docenti e discenti grazie a un rapporto diretto, in praesentia, in cui i professori, armati di passione e conoscenza, sono riusciti a sedurre e a entusiasmare i loro allievi. Chi fa dell’insegnamento (e della ricerca) la sua missione principale, sa benissimo che oggi la soglia d’attenzione dei nostri studenti (non certo per colpa loro) è molto bassa: mantenere vivo il loro interesse richiede fatica e preparazione straordinarie, richiede una relazione diretta che non può prescindere dagli sguardi e dai gesti di interazione tra chi parla e chi ascolta. Solo nell’incontro in aula si sviluppano quelle necessarie alchimie che permettono agli studenti di imparare dai professori e ai professori di imparare dagli studenti.
Veramente pensiamo che una piattaforma digitale, un computer o una lavagna connessa possano cambiare la vita di uno studente? Ma siamo sicuri che l’utilitarismo delle “competenze” sia più importante della conoscenza in sé? Siamo veramente convinti che l’incontro in aula con i docenti debba essere finalizzato esclusivamente a stimolare le “abilità individuali” e il “saper fare”? E ancora: come giustificare il progressivo spostamento di investimenti dalla docenza agli strumenti per la didattica digitale? Come si possono demotivare e depotenziare i professori (in numero sempre più esiguo e mal pagati) e immaginare, nello stesso tempo, notevoli risorse per macchine e computer? Proprio in questo momento di crisi stiamo prendendo coscienza degli effetti devastanti che i pesanti tagli budgetari hanno avuto nei settori dell’istruzione e della sanità (i due pilastri su cui si fonda la dignità umana: il diritto alla conoscenza e il diritto alla salute).
Lo scopo dell’educazione non è l’acquisizione di un diploma. È soprattutto l’esperienza umana e intellettuale che si compie, ogni giorno, in un mondo fatto di incontri e scambi concreti tra professori e studenti. Ridurre questa esperienza a una relazione virtuale significherebbe trasformare l’istruzione in uno sterile mercato di lauree e diplomi e gli studenti in clienti da fidelizzare. Significherebbe dar credito alle illusorie promesse di volare alto con finti ippogrifi che, al contrario, non riuscirebbero a sollevarci di un centimetro al di sopra della nostra ignoranza. Gestiamo adesso l’emergenza con la didattica a distanza. E pensiamo anche – non solo per quegli studenti che, impossibilitati a connettersi, non potranno godere dell’insegnamento telematico o per coloro che, iscritti a corsi di laurea scientifici, saranno penalizzati dalla soppressione dell’esperienza diretta nei laboratori – a un piano straordinario per recuperare comunque le lezioni in aula durante l’estate. Trasformare però l’eccezione in una regola, dimenticando la centralità del rapporto umano nell’insegnamento e l’autentica missione della scuola e dell’università, sarebbe un errore gravissimo.

Non concordo con la DIDATTICA A DISTANZA – Marilena Pallareti
Per recuperare i giorni di scuola persi a causa dell’epidemia del coronavirus, c’è chi propone di rimediare con la didattica a distanza. Dicono alcun, si tratta di fare di necessità virtù. Ma che rapporto educativo è quello a distanza, quello che cancella il faccia a faccia, la fisicità dell’essere prossimi, il contatto verbale e non verbale? Sono un po’ démodé, forse lo sono sempre stata e da qui nascono le mie perplessità, pur sapendo che nel tempo cambiano gli apprendimento. Agli entusiasti delle novità, sommessamente vorrei ricordare che Platone, di fronte alla rivoluzione della trasmissione del sapere con la scrittura, nel Fedro affermava che niente poteva superare il magistero della parola viva, perchè parlando si scrive nell’animo del discepolo. E poi perchè? Per non stare indietro rispetto a quanto stabilito nella programmazione? Per paura di non raggiungere i previsti risultati di apprendimento? Ma a che serve quest’ansia produttivistica? Quanti giorni di vera scuola si perdono con la miriade di progetti PON, di attività extra-curriculari? E quanti se ne curano? E proprio ora vi ricordate che non si può perdere tempo prezioso ai tempi del coronavirus? Un consiglio agli Insegnanti e ai Dirigenti Scolastici lo voglio dare: mandate tramite il registro elettronico una bella lista di libri di storia, di romanzi, di poesie, di letteratura, di psicologia e dite ad ognuno di loro che ne dovranno in qualche modo rendere conto. E’ mia convinzione che torneranno migliori di prima.
…. “la peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia…”
Le parole sopracitate aprono il capitolo 31 dei Promessi Sposi, capitolo che insieme al successivo è interamente dedicato all’epidemia di peste che si abbatté su Milano nel 1630.
Si tratta di un testo illuminante e di straordinaria modernità che consiglio di leggere con attenzione, specie in questi giorni così confusi. Dentro quelle pagine c’è già tutto, la certezza della pericolosità degli stranieri, lo scontro violento tra le autorità, la ricerca spasmodica del cosiddetto paziente zero, il disprezzo per gli esperti, la caccia agli untori, le voci incontrollate, i rimedi più assurdi, la razzia dei beni di prima necessità, l’emergenza sanitaria…. In quelle pagine vi imbatterete fra l’altro in nomi che alcuni conosceranno quello che era il lazzaretto di Milano: Ludovico Settala, Alessandro Tadino, Felice Casati per citarne alcuni. Insomma più che dal romanzo del Manzoni quelle parole sembrano uscite dalle pagine di un giornale di oggi. La scuola è una di quelle istituzioni che con i suoi ritmi ed i suoi riti segna lo scorrere del tempo e l’ordinato svolgersi del vivere civile. Ragazzi, questa settimana a casa da scuola, non lasciatevi trascinare dal delirio collettivo, continuate – con le dovute precauzioni – a fare una vita normale. Approfittate di queste giornate per fare delle passeggiate, per leggere un buon libro, non c’è alcun motivo – se state bene – di restare chiusi in casa. Non c’è alcun motivo per prendere d’assalto i supermercati, le farmacie, le mascherine lasciatele a chi è malato, servono solo a loro.
La velocità con cui una malattia può spostarsi da un capo all’altro del mondo è figlia del nostro tempo, non esistono muri che le possano fermare, secoli fa si spostavano ugualmente, solo un po’ più lentamente. Uno dei rischi più grandi in vicende del genere, ce lo insegnano Manzoni e forse ancor più Boccaccio, è l’avvelenamento della vita sociale, dei rapporti umani, l’imbarbarimento del vivere civile. L’istinto atavico quando ci si sente minacciati da un nemico invisibile è quello di vederlo ovunque, il pericolo è quello di guardare ad ogni nostro simile come ad una minaccia, come ad un potenziale aggressore. Rispetto alle epidemie del XIV e del XVII secolo noi abbiamo dalla nostra parte la medicina moderna, non è poco, i suoi progressi, le sue certezze, usiamo il pensiero razionale di cui è figlia per preservare il bene più prezioso che possediamo, il nostro tessuto sociale, la nostra umanità. Se non riusciremo a farlo la peste avrà vinto davvero.


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