Il P.U.N. e il
suo Duca - Andrea Zhok
Per chi non avesse ancora capito la situazione, Mario Draghi è la Troika,
entrata da noi su gentile invito, che ora sta governando con un supporto
plebiscitario di partiti che costituiscono a tutti gli effetti un Partito Unico
Neoliberale.
E' importante capire che questa NON è un'iperbole.
L'agenda che unifica il 100% dei partiti in parlamento (nella misura in cui
hanno un'agenda, molti sono là semplicemente perché aspettano il 27 del mese) è
legata ad un'idea di Stato il cui unico compito è di ottimizzare le
funzionalità di mercato e di introdurre meccanismi di mercato dove ancora non
ci sono (e questa è la definizione di stato neoliberale).
Secondo la classica definizione di David Harvey:
il Neoliberalismo è
"una teoria delle pratiche economico-politiche che propone che il
benessere umano sia promosso al meglio liberando iniziative e capacità
imprenditoriali individuali, entro una cornice istituzionale caratterizzata da
forti diritti di proprietà privata, liberi mercati, e libero commercio.
Il ruolo dello Stato è di creare e preservare una cornice istituzionale
appropriata a tali pratiche. Lo Stato deve garantire, ad esempio, la qualità e
integrità della moneta. Deve anche disporre quelle strutture e funzioni di natura
militare, difensiva, poliziesca e legale richieste per assicurare i diritti di
proprietà privata e per garantire, con la forza se necessario, il funzionamento
adeguato dei mercati. Inoltre, se mercati non esistono (in aree come la terra,
l’acqua, l’educazione, la sanità, la sicurezza sociale o l’inquinamento
ambientale) allora essi devono essere creati, con l’azione dello Stato se
necessario."
In questa visione il funzionamento dei mercati è il Bene.
Il resto della società, dell'ambiente, dell'umanità, del mondo sono
strumenti secondari da adattare al perseguimento del Bene.
Lo Stato può intervenire, anche duramente, ma solo come funzione ausiliaria
per manipolare gli strumenti utili al perseguimento del Bene.
Il PNRR è una grande manovra di condizionalità, simile a quelle che hanno
operato per decenni nel Terzo Mondo, manovrate allora dal Fondo Monetario
Internazionale o dalla Banca Mondiale (ora dall'UE): soldi, prevalentemente
nella forma di prestiti a interessi bassi, in cambio di riforme che facilitino
l'esercizio della sovranità da parte dei mercati.
Con assoluta regolarità questo tipo di riforme conduce ad un ulteriore
allargamento della forbice sociale tra abbienti e non abbienti (che coincide in
sempre maggior misura con la differenza tra la minoranza di chi vive di
capitali fruttiferi e la maggioranza di chi vive del proprio lavoro).
Tutto ciò in Italia viene portato a termine con il sostegno totale di tutti
i poteri che contano (Confindustria, Media, Parlamento), da un capo del governo
che non risponde a nessuno (non almeno in Italia), e che reagisce tra lo
stizzito e l'annoiato a qualunque atteggiamento che non sia un solerte battere
i tacchi.
Gli stessi partiti, nella misura in cui avessero qualche dubbio, sono
ricondotti all'ordine dalla minaccia delle dimissioni del Salvatore (con tacita
minaccia di un riacutizzarsi dello spread) e con il timore di venire distrutti
mediaticamente se dovessero ostacolare il lavoro dell'Unto del Signore.
Qui sotto, per chi si stupisce dell'attuale discussione sulle pensioni, le raccomandazioni del PNRR.
E a chi parla di "dittatura" rammento che non è esatto: le dittature storicamente note, magari all'estero, un'opposizione ce l'avevano.
Il compitino tecnocratico di Draghi - Mario Barbati
Il governo Draghi vara la sua prima legge di bilancio,
rompe l’incantesimo con le parti sociali sul tema delle pensioni, alla vigilia
del più grande piano d’investimenti pubblici dal dopoguerra. Ma se guardiamo
alla sua visione generale della ripresa post-pandemica, non si vedono i segni
di un cambiamento sociale, economico e quindi politico.
Aumentano il Pil come paradossalmente povertà e lavoro
precario. Degli oltre 830mila nuovi posti di lavoro creati nell’ultimo anno il
90% sono a termine, solo l’1% dura più di un anno. Tolto il salario minimo
legale dal Pnrr, smantellato il ‘decreto dignità’ che limitava i contratti a
termine, vengono messi in discussione i redditi di sostegno e le pensioni ma si
omette un contrasto ai 203 miliardi di economia sommersa, che sarebbero
decisivi se davvero si volesse attuare una redistribuzione della ricchezza.
Rinviata ancora la plastic tax, in omaggio alla transizione ecologica.
Legge di bilancio –
Una manovra da 30 miliardi che Draghi definisce “espansiva”. Si alleggerisce la
pressione fiscale con 12 miliardi, di cui 8 per il taglio delle tasse su
società e persone, senza ripartizioni però che “saranno definite insieme al
Parlamento nelle prossime settimane” (dove però la maggioranza di centrodestra
più Italia viva sono sensibili alle sirene confindustriali). Rinviata la
riforma delle pensioni, quota 102 è solo un compromesso che non risolve una
questione che dura da anni e alimenta una narrazione, peraltro falsa, che il
lavoro per i giovani si crei innalzando l’età di pensionamento, mettendo
lavoratori di diverse generazioni contro.
La riforma degli ammortizzatori sociali affronta la
questione dell’universalismo e a suo modo è un intervento storico. Prevede
misure protettive nel mondo del lavoro per tutti: cassa integrazione per i
datori di lavoro con più di 15 dipendenti, Naspi allargata ai lavoratori
discontinui, ammortizzatori e disoccupazione per autonomi e cococo. Poca però
la dote per partire: solo 4,5 miliardi (il ministro Orlando ne aveva chiesti
8).
Dopo inutili polemiche e vesti stracciate, viene
rifinanziato il reddito di cittadinanza (a proposito, dov’è finita la raccolta
firme di Renzi per abolirlo?), con controlli più stringenti e con il rilancio
dell’attuazione delle politiche attive, che sono sempre state quasi inesistenti
in Italia già da prima del Rdc. Solo che anziché potenziare e in alcuni casi
“rifondare” i centri per l’impiego pubblici, si finanziano anche le agenzie di
collocamento private. Prorogato il cosiddetto superbonus per la riconversione
edilizia. Viene cassato invece il cashback, in un paese che nella “non-lotta”
all’evasione ha un suo tradizionale punto di forza. Rimandate a chissà quando
sugar e plastic tax.
Il Pil sale, i salari scendono – Il premier Draghi nella conferenza sulla manovra ha
dichiarato: “dal problema del debito pubblico alle prestazioni sociali
inadeguate, alle altre giuste modifiche che non abbiamo potuto fare, si esce
solo attraverso la crescita”. Già, ma quale crescita? Sempre Draghi: “Sempre
maggiore attenzione si pone sulla qualità, sull’inclusività, sulla
sostenibilità, sull’equità della crescita. È una novità dell’epoca che stiamo
vivendo”. Ammettendo senza volerlo che prima non erano una priorità, negli anni
dell’austerity in cui era a capo della Bce.
Ma ha senso un sistema in cui aumentano il Pil (oltre il
6% quest’anno, come dichiarato dal premier) e al tempo stesso la povertà, ormai
anche tra molti lavoratori? E per quanto tempo può reggere, dopo quasi due anni
di pandemia? Superare l’austerità se non si leniscono le profonde
disuguaglianze degli ultimi decenni, che anzi sono accresciute con la pandemia,
se non si affrontano la questione salariale e la precarietà, non ha senso. “Il
Pil non è una buona misura dell’economia” ha dichiarato recentemente il Nobel
per la fisica Giorgio Parisi, “perché cattura la quantità ma non la qualità
della crescita e perché ci sono indici diversi, come l’indice di sviluppo umano
e l’indice di benessere economico sostenibile, mai presi in considerazione”.
In Italia più di 5 milioni di lavoratori dipendenti hanno
un reddito inferiore ai 10mila euro annui, determinando il fenomeno, non solo
italiano, della povertà che si diffonde tra chi lavora. Rappresentazione
plastica di un modello sociale da ribaltare.
Una delle poche ma significative modifiche del Pnrr
targato Draghi (nella versione Conte-Gualtieri c’era) è stata l’eliminazione
dell’introduzione del salario orario minimo. Cioè di una legge che fissi un
minimo sotto il quale il datore di lavoro non può scendere. La misura è in
vigore in 21 Stati dell’Unione europea su 27 (comprese Germania, Francia,
Spagna) e sarebbe indispensabile in un paese in cui non solo esistono una
miriade di contratti collettivi nazionali diversi (900) ma anche milioni di
lavoratori fuori dalla contrattazione collettiva, sfruttati con stipendi da fame
e zero diritti. In Italia, ma non solo in Italia, il neoliberismo si è tradotto
con offerte di lavoro, richiesta di manodopera, delle risorse intellettuali al
massimo ribasso: trasformando il lavoro in una merce, anche abbastanza
scadente. Ma il Belpaese non poteva che distinguersi tra gli altri. L’Italia è
l’unico stato in Europa – dati Ocse alla mano – in cui dal 1990 ad oggi gli
stipendi sono diminuiti invece che aumentare. E se negli ultimi trent’anni la
ricchezza è invece aumentata, se ne deduce facilmente che sia finita in
pochissime mani. Con l’aumento del costo delle materie prime dopo i blocchi
pandemici e quindi di carburante, energia, gas, quella dei salari dovrebbe
essere la priorità di un paese che si vuole rilanciare. In Germania, l’Spd di
Scholz ha vinto le elezioni con la proposta di alzare il salario minino a 12
euro all’ora. La nostra Costituzione prevede che “il lavoratore ha diritto ad
una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni
caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e
dignitosa” (articolo 36). È la Costituzione che andrebbe applicata, ribaltando
il concetto della crescita slegata dal benessere e dal lavoro delle persone,
cominciando dal salario minimo orario, lasciando la contrattazione collettiva
ma fissando una soglia di dignità per tutti. Oggi 3,5 milioni di dipendenti
privati, 600mila lavoratori domestici, 370mila operai agricoli non raggiungono
i 9 euro lordi all’ora.
Una vita a termine.
Dall’inizio del 2021 sono stati creati oltre 830mila posti di lavoro, in
aumento rispetto agli anni precedenti. Quasi il 90% di questi nuovi lavori
creati è stato attivato con un contratto a termine. Modeste e inferiori al 2020
le posizioni a tempo indeterminato. Da luglio, l’eliminazione del vincolo ha
prodotto 10mila licenziamenti. Sono dati firmati Ministero del lavoro e Banca
d’Italia. In che modo questi dati sono coerenti con queste dichiarazioni?
“Draghi ai giovani: il mio impegno è seguire le vostre ambizioni, dopo anni in
cui l’Italia si è dimenticata di voi” (ansa, 26 ottobre); “Draghi: rimuovere
ostacoli al talento femminile, nostro dovere abbattere pregiudizi” (ansa, 26
ottobre); “Draghi: la sfida per il governo è fare in modo che questa ripresa
sia duratura e sostenibile” (ansa, 23 settembre).
La retorica del “niente sarà più come prima”, del “ne
usciremo tutti migliori” che ci ha allegramente accompagnato durante la
pandemia, deve ora fare i conti con una realtà dura a morire perché frutto di
politiche durate decenni. Comprese quelle degli ultimi tempi in parlamento. Il
“decreto dignità” che provava (peraltro in maniera inefficace) a limitare i
contratti a termine è stato scardinato da un emendamento del Pd (votato da
tutti, compresi i 5 stelle) che consente di prorogare i contratti a termine
senza indicare causali.
Ricchi & poveri – La pandemia, che ha squadernato un paese in cui
pochi hanno tanto e molti hanno poco, rischia di finire esattamente come era
iniziata. Senza un cambio di direzione verso una giustizia distributiva e
sociale. Bizzarro è il paese in cui s’istituisce un comitato tecnico
scientifico per la valutazione del reddito di cittadinanza, cioè del supporto
alla fascia povera della popolazione che pure va migliorato, ma da decenni
distoglie lo sguardo dall’evasione fiscale, dall’economia in nero, dalle
ricchezze sommerse il cui recupero sarebbe l’unica speranza per l’inizio di una
redistribuzione. L’ultimo rapporto Istat rivela che l’economia sommersa nel
2019 vale 203 miliardi di euro, pari all’11,3% del Pil. Poco più di 183
miliardi di euro riguardano la componente dell’economia sommersa, mentre quella
delle attività illegali supera i 19 miliardi. Non è tutto. Solo il 3,6% dei
comuni (279 su 7.656) ha partecipato con la propria attività al contrasto
all’evasione fiscale nel 2020. Roma recupera solo 82mila euro.
L’articolo 53 della Costituzione sostiene che l’imposta
che i cittadini sono tenuti a versare è proporzionale all’aumentare della loro
possibilità economica. In altre parole, l’imposta cresce con il crescere del
reddito. Il criterio di progressività ha la sua ragione nel soccorrere e
sostenere le classi sociali in difficoltà, garantendo i diritti e i servizi
sociali fondamentali quali la pubblica istruzione, l’assistenza sanitaria, la
previdenza sociale e l’indennità di disoccupazione, criteri sui quali si basa
lo Stato sociale italiano.
Recovery fan –
Del resto l’applicazione della Costituzione dovrebbe essere la stella polare
per le riforme e gli investimenti del Recovery plan. Invece il Pnrr, 230 miliardi
di euro di risorse insperate senza la drammatica vicenda dell’epidemia, rischia
di andare a favore dell’alta economia e di cambiare poco o niente nella vita
comune di cittadini, studenti, lavoratori e imprese. Già prima della pandemia
globale, l’Italia era contrassegnata da forti disuguaglianze, gap e divari
generazionali, di genere, territoriali e sociali. Anni di vincoli e austerità
hanno frenato le transizioni digitali e verdi di cui c’era già necessità. Ora
il Recovery, che è il più grande piano d’investimenti pubblici della storia
repubblicana, rischia di vedere il mercato e non la politica come principale
regolatore dell’economia.
Non solo. Concretamente il Piano rischia di essere una
sommatoria di progetti, al momento senza un coordinamento visibile, con misure
eterogenee che mancano di un progetto-Paese in grado di creare un modello di
sviluppo sostenibile non a favore di alta finanza e poche grandi imprese – come
avvenuto negli ultimi 30 anni – ma a vantaggio della vita delle persone in armonia
con l’ambiente. Se gli obiettivi del piano sono concreti e misurabili
nell’esposizione dei progetti, manca un riscontro sulla ricaduta nella
creazione di lavoro, nella rigenerazione urbana, nella riconversione
ambientale. I monitoraggi vengono intesi più come passaggi tecnici o contabili
senza una rendicontazione sociale delle scelte. Il portale che il governo ha
dedicato al Recovery Plan (Italia Domani) prevede la condivisione sugli esiti
dei singoli progetti ma senza informazioni su ogni fase del processo attuativo,
come tra l’altro chiesto dall’Europa.
Sul piatto della transizione ecologica ci sono 70
miliardi, ma nei documenti inviati a Bruxelles mancano impegni chiari sulla
sostituzione graduale del carbone e del gas naturale, nel Pnrr italiano inoltre
non vi è alcun riferimento all’Agenda 2030. La mobilità sostenibile (31
miliardi in nuove infrastrutture) privilegia i treni Av anziché il trasporto
locale, regionale e cittadino. C’è il rischio di aumentare e non diminuire il
divario tra nord e sud, tra aree ricche e povere e questo perché ci saranno
enti locali in grado di sfruttare i bandi e altri incapaci di farlo. La quarta
missione, che riguarda “Istruzione e ricerca”, stanzia complessivamente 33
miliardi, di cui quasi 12 per la ricerca. Sparisce il piano Amaldi, che
proponeva un aumento dei fondi per la ricerca pubblica nella misura di 15
miliardi in 5 anni, per far sì che l’Italia passasse dallo 0.5% del Pil in
ricerca pubblica allo 0.7% francese. Ottimo, almeno sulla carta, il piano per
l’edilizia scolastica e gli asili nido.
Resta il tema del ddl Concorrenza, che dal Pnrr era
previsto entro luglio: dirimere il legame tra Comuni e società pubbliche, ci si
chiede se la soluzione sia aprire ai mercati – in tutti i settori, senza fare
distinzioni – in nome dell’ideologia neoliberista superata dai fatti e dalla
storia. Nel Piano si legge di “specifiche norme finalizzate a imporre
all’amministrazione una motivazione anticipata e rafforzata che dia conto del
mancato ricorso al mercato”. Soluzione che in alcuni casi potrebbe essere utile
per spezzare le rendite, i monopoli troppo garantiti, i legami clientelari con
la politica; in altri potrebbe essere deleteria, perché in passato le
“liberalizzazioni” hanno riguardato servizi di interesse generale, come i monopoli
naturali attraverso concessioni esclusive ai privati. Come il caso Autostrade:
11 miliardi di utili per Benetton & soci, continui aumenti delle tariffe,
risparmi e negligenza assassina sugli investimenti in sicurezza. La storia
recente dimostra che le public utilities (il trasporto pubblico, i servizi
idrici, le reti ad alta velocità) non dovrebbero più dipendere dal dominio di
logiche di profitto, perché sono servizi di interesse generale. Il principio
della concorrenza andrebbe applicato laddove produce benefici, come nel caso
delle concessioni balneari.
Non si capisce poi come il Pnrr possa, attraverso le
riforme previste e richieste dall’Ue, contrastare la precarietà. Istruzione,
sanità, welfare universale rischiano ancora una volta di essere sacrificate
sull’altare delle grandi opere e degli affari per pochi, in contraddizione con
lo spirito costituzionale.
Il governo Draghi, voluto per la salvezza del paese, con
questa prima manovra di bilancio fa il suo compitino tecnocratico, comincerà ad
attuare i progetti del Recovery, ma la visione di un mondo post-pandemico non
c’è.
Il PNRR è
l'attacco finale al lavoro: faremo la fine della Grecia - Lidia Undiemi
Il potere lo sa, certi obiettivi estremamente impopolari
è meglio celarli dietro frasi a effetto e cambi di prospettiva.
Il testo del PNRR, la cui stesura, si dice, è avvenuta a porte chiuse, è l'emblema di questa strategia tanto ambigua quanto
pericolosa.
Non si attacca direttamente il lavoro ma lo si fa
scomparire tra le righe di una inquietante celebrazione, esaltazione e
osannazione dell'interesse di profitto delle grandi imprese e del capitale
straniero, considerato un interesse
superiore e quindi un principio cardine delle riforme in tutti i settori
(giustizia, pubblica amministrazione, appalti, ecc.).
Non si dice esplicitamente che è necessario ridurre
ancora gli stipendi, ma si ripete ossessivamente che bisogna spingere la
concorrenza, la produttività e la competitività.
Non si confessa che la tecnologia applicata a molti
processi produttivi sta spingendo a una generalizzata precarizzazione dei posti
di lavoro, ma la si considera un traguardo imprescindibile, la panacea di tutti
mali su cui investire senza tregua.
Tutto il piano, e questo è evidente anche nei documenti
della Commissione Europea che ha imposto riforme dettagliatissime
all'Italia – “riforme ambiziose per rimuovere gli ostacoli al
contesto imprenditoriale“ (Proposta di Decisione del Consiglio relativa
all'approvazione della valutazione del piano per la ripresa e la resilienza
dell'Italia, 22 giugno 2021) – pena il blocco del
finanziamento, sono modellate sul linguaggio aziendalistico, come se lo Stato
fosse esso stesso nulla di più e nulla di meno che un lavoratore precario costretto
ad accettare qualsiasi condizione pur di sbarcare il lunario.
Prima di entrare nel merito del tema del lavoro, è
importante premettere che il PNRR altro non è che una forma di finanziamento
che un'entità sovranazionale (ritornata a essere la versione quasi originaria
della Troika intra-UE) eroga a un paese purché questo si sottoponga a un rigido
commissariamento (qui una indagine approfondita), vale a dire a un piano di riforme calato dall'alto,
qual è appunto il PNRR.
Uno Stato viene quindi trattato come un mero debitore che
deve ignorare i suoi elettori e rispettare per un certo numero di anni (almeno)
un'agenda politica dettata dalla leadership europea, tanto interessata a
favorire gli interessi del capitale internazionale nei paesi membri.
Il rapporto che si instaura è a dir poco spaventoso: il
denaro concesso allo Stato, pari a 191,5 miliardi di euro, viene erogato a
rate, previa verifica della effettiva realizzazione delle riforme imposte.
Esattamente quello che è accaduto in Grecia.
Già solo questo sarebbe sufficiente a far saltare dalla
sedia chiunque abbia un minimo di cognizione di cosa sia una democrazia.
Quello che di seguito verrà descritto si basa sul PNRR presentato
dal governo alla Commissione Europea sulla risposta dell'istituzione europea
(la decisione di esecuzione del Consiglio sopra citata con l'allegato
contenente le richieste), che
contiene appunto il piano di riforme.
Il capitolo sul lavoro è inesistente, capiamo perché.
Al lavoro, si fa per dire, viene dedicato un capitolo dal
titolo “Coesione e inclusione” (p. 198 del PNRR), ma appare subito
evidente il vuoto di contenuti sui temi centrali della crisi del potere
contrattuale dei lavoratori che si traduce in un calo generalizzato degli
stipendi, anche attraverso forme spinte di outsourcing e
delocalizzazioni all'estero. Le utlime vertenze che hanno avuto risalto a
livello nazionale ne sono un chiaro esempio.
Una volta ignorato il piano del conflitto e della
redistribuzione della ricchezza tra capitale e lavoro da cui dipende la
crescita della disuguaglianza, nel PNRR si discute di “occupazione femminile”,
“parità di genere” e “incremento delle prospettive occupazionali dei giovani”,
si fa un accenno, ma giusto un accenno, alla necessità di “porre attenzione”
alla qualità dei posti di lavoro creati, nonché di garantire un reddito ai
disoccupati durante “le transizioni occupazionali”. Una garanzia, quest'ultima,
che si riferisce quindi agli ammortizzatori sociali nei periodi di non lavoro,
ma attenzione “nel rispetto della sostenibilità finanziaria” prevista nelle
raccomandazioni europee.
Il dettaglio degli obiettivi specifici contenuti nel
piano, fornisce bene l'idea dell'assenza di vere e proprie politiche del lavoro
volte a garantire una occupazione di qualità e ben retribuita.
Gli interventi si reggono infatti su quattro pilastri:
politiche attive e formazione del personale, rafforzamento dei centri per
l'impiego, creazione di imprese femminili e promozione dell'acquisizione di
“nuove competenze”.
Insomma, la stessa inutile aria fritta degli ultimi
20anni almeno. L'inutilità di queste manovre va compresa sotto una duplice
prospettiva. Quella dell'idea falsificata secondo cui la crisi del
lavoro è tutta dal lato della domanda, ossia dipende dal fatto che i lavoratori
non hanno le “competenze” e che non sanno cercarsi il lavoro, e da qui
la necessità di investire (ancora) nei corsi di formazione e nei servizi di
incontro tra domanda e offerta di lavoro.
Ora, riguardo al tema delle “competenze”, sappiamo benissimo
che l'Italia sta subendo una metamorfosi pazzesca dei posti di lavoro
incentrata sulla diffusione massiva delle attività basate sull'uso intensivo
della tecnologia, al punto che i lavoratori somigliano sempre più a meri
ingranaggi di una complessa fabbrica “virtualizzata”, che li costringono a
svolgere lavori standardizzati, ripetitivi e altamente controllabili, dove
quindi è il tempo di lavoro e non le competenze a essere il principale, se non
l'unico, valore negoziabile con le imprese, e che spinge inevitabilmente
gli stipendi verso il basso, contribuendo all'aumento dello sfruttamento del
lavoro tipico delle grandi fabbriche materiali.
Si ignora che sono i sistemi informatici che processano
le attività e che inglobano le conoscenze, ovvero le compentenze, per cui il
lavoro svolto dai dipendenti si traduce sempre più in un'attività di data
entry – si pensi alle attività amministrative e contabili,
all'attività di assistenza alla clientela, per fare un esempio – o in attività
prevalentemente manuali – come quelle svolte dai lavoratori
di Amazon e della logistica in generale, oppure ancora quelle svolte da coloro
che consegnano cibo a domicilio tramite app – allo stesso
modo ripetitive e totalmente controllabili attraverso la tecnologia.
Tutto ciò sta appunto spingendo verso una
standardizzazione al ribasso delle competenze richieste ai lavoratori e
conseguente anche degli stipendi erogati.
Questo significa inoltre che i lavori
altamente qualificati (quelli che richiedono veramente le “competenze”)
rappresenteranno sempre più soltanto una piccola porzione dell'offerta di
lavoro.
La spinta alle delocalizzazioni all'estero sono una
conseguenza di questa trasformazione,
perché è ovvio che le imprese che inseguono il profitto sanno che molti di
questi lavori possono essere svolti anche da persone all'estero pagate molto
meno di un lavoratore italiano.
Davvero qualcuno è ancora convinto che il problema del
lavoro dipenda dalle “nuove competenze delle nuove generazioni”?
Basterebbe avere posto l'attenzione almeno a una delle
grandi vertenze di lavoro che si sono susseguite negli ultimi anni per
comprendere l'assurdità del silenzio politico su uno dei veri grandi temi del
declino del lavoro, per questo
credo che l'assenza di un vero e proprio piano di rilancio, ovvero di
protezione, del lavoro non sia casuale.
D'altronde, negli ultimi decenni abbiamo assistito a una
lenta ma inesorabile distruzione dei diritti dei lavoratori (questa è la
seconda prospettiva da cui osservare la scelta del governo e dell'Europa di
relegare ai margini del PNRR il piano del lavoro), una riforma dietro l'altra
per consentire alle imprese di potere ridurre gli stipendi e aumentare le
possibilità del ricatto di licenziamento ingiusto con un pesante
ridimensionamento dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.
L'attacco ai lavoratori e ai sindacati nel capitolo
“Concorrenza e imprese”: tagliare il costo del lavoro
In questa incredibile metamorfosi del linguaggio
politico, dove ormai l'espressione “politiche del lavoro” viene pressoché usata
solo per indicare la crisi dei lavoratori che necessitano di supporto
economico, l'unico modo per comprendere cosa accadrà ai lavoratori
è interpretare i capitoli dedicati alle imprese.
Tra i principali del PNRR vi è certamente il capitolo
“Concorrenza e imprese” (p. 261 del PNRR), che prevede come assi portanti per
accrescere la concorrenza sono i “maggiori investimenti” e la “maggiore
competitività” delle imprese.
Si specifica subito che per attrarre gli investimenti e
rendere i mercati più concorrenziali occorre far competere le imprese in
termini di qualità dei prodotti (come se le imprese avessero bisogno della
lezioncina dei politici per farlo) e – tenetevi forte – anche “in termini di
costi, spesso motivo rilevante di delocalizzazione”.
Abbattere salari e stipendi
Uno dei principali obiettivi politici di questo governo
per accontentare le richieste dell'Europa è quindi quello di aiutare le imprese
a ridurre quei costi che spingono a delocalizzare all'estero.
Sapete qual è il principale costo che le imprese vogliono
o vorrebbero abbattere attraverso le delocalizzazioni all'estero? Ovvio, il
costo del lavoro, quindi il disincentivo alle delocalizzazioni su
cui investirà la maggioranza ai sensi del PNRR è l'abbattimento di salari e
stipendi, e più in generale dei costi legati alle condizioni di
lavoro.
Un recente report dell'Istat mostra proprio come il
fattore che più incide sulla scelta di trasferire all’estero attività o
funzioni aziendali è per il 62,2 percento delle imprese la riduzione del costo
del lavoro (Report Istat “TRASFERIMENTO ALL’ESTERO DELLA PRODUZIONE, ANNI
2015-2017 ”, 3 giugno 2019).
Anche uno studio pubblicato per la Regione Lombardia
mette in evidenza che non soltanto in Lombardia ma anche ne resto d'Italia e
dell'Europa, il motivo principale delle delocalizzazioni risiede nella volontà
di ridurre il costo del lavoro (pubblicazione ed elaborazione PoliS-Lombardia
su dati Istat, La delocalizzazione, Le imprese lombarde nel censimento 2019,
working paper 4/2021).
Ora, se leggete il capitolo in discussione, vi renderete
conto di come questo dato essenziale della riduzione dei costi (del personale)
venga edulcorato da una combinazione tutto sommato elementare di frasi e
contenuti confusi e vaghi.
Come avverrà il peggioramento delle condizioni di lavoro?
A questo punto, bisogna chiedersi come avverrà questo
abbattimento del costo del lavoro.
Attenzione, non si prevede di intervenire direttamente
sulla legislazione del lavoro e sulla contrattazione collettiva, così come
accadde dal 2011 dopo la famosa lettera della Bce al governo Berlusconi per cui
è assolutamente utile riportarne il contenuto:
“b) C'é anche l'esigenza di riformare ulteriormente
il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al
livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle
esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti
rispetto ad altri livelli di negoziazione. L'accordo del 28 Giugno tra le
principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa
direzione.
- c) Dovrebbe essere
adottata una accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il
licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla
disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro
che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le
aziende e verso i settori più competitivi”.
Seguì la riforma del lavoro Fornero con un primo attacco
all'articolo 18 e ad altri importanti diritti dei lavoratori, e poi il Jobs Act
con le stesse finalità.
Riguardo al tema specifico della delocalizzazione, chi
lavora nel settore sa benissimo che oggi le grandi imprese fanno quello che
vogliono, con un unico limite: le cause di lavoro. Migliaia di lavoratori hanno
portato le imprese nei tribunali d'Italia contro le esternalizzazioni di massa
che sono il preludio alle delocalizzazioni. Questo perché l'ordinamento
giuslavoristico italiano, e invero anche quello europeo, pongono dei paletti
ben saldi contro forme di espulsione del personale celate dietro finte cessioni
di attività.
La norma perno della difesa del lavoro contro le
esternalizzazioni è l'art. 2112 c.c. (qui
una breve e intuitiva descrizione su lavoro ed esternalizzazioni), su cui il governo con la recente vicenda Alitalia ha
scaricato non a caso tutta la sua furia capitalista facendo fuori “per decreto”
migliaia di lavoratori (qui spiego come e perché).
Tolto questo piccolo argine delle norme contro
l'outsourcing abusivo, non vi è alcun argine politico alle delocalizzazioni
basate sul costo del lavoro, ovvero alla competitività basata sul taglio di
salari e stipendi, né come già detto l'atteggiamento del governo sulla
terribile vicenda Alitalia lascia intravedere un cambio di rotta.
Accadrà quindi che ai lavoratori e ai sindacati verrà
posta un'unica via (There is
not alternative, come
direbbe la Thatcher): tagliare il costo del lavoro, seduti in civili e
democratiche riunioni fino a che non si raggiunge un accordo (parafrasando il
mega direttore galattico di Fantozzi).
Uno sguardo alle condizionalità imposte dalla Commissione Europea:la
proletarizzazione del Parlamento
Come già accennato, la Commissione Europea impone
moltissime riforme, compresi tempi e modalità di attuazione (“Traguardi,
obiettivi, indicatori e calendario per il monitoraggio e l'attuazione del sostegno
finanziario”).
Nell'ultima sezione (da p. 555), la Commissione Europea
riassume le riforme da attuare per l'erogazione delle singole rate,
atteggiandosi come un investitore con le prerogative di uno Stato: non
rivuole indietro tutti i soldi ma il potere di decidere le sorti di un paese.
In pratica un super governo che prescinde dal consenso democratico.
In totale 10 comode rate di
finanziamento da erogare man mano che vengono realizzate le condizionalità (o
riforme appunto), che sono più di 600 (gli articoli stampa ne riportano poco
più di 500, io ne ho contate di più, ma potrei sbagliarmi) da realizzare in 6
anni, dal 2021 al 2026.
Per poter ricevere una parte dei versamenti del 2022,
secondo Giorgio Musso dell'Osservatorio sui conti pubblici italiani – così come riportato dalla stampa – entro l'anno l'Italia deve soddisfare
ben 42 condizionalità. Si provi a immaginare a quali ritmi da
catena di montaggio deve operare il Parlamento, i cui componenti sono destinati
a subire una sorta di proletarizzazione delle proprie funzioni.
Sorge spontanea una domanda: se le cose stanno così,
perché andare a votare?
Dando invece uno sguardo al contenuto delle imposizioni,
ancora una volta è possibile notare la gerarchia di ordine superiore che viene
conferita all'interesse del capitale senza alcuna attenzione alla tutela del
lavoro e degli stipendi, se non qualche timidissimo richiamo, come il tema
della sicurezza “subordinata” nei porti (Eliminare gli ostacoli che
impediscono ai concessionari di fornire direttamente alcuni dei servizi
portuali utilizzando le proprie attrezzature, fatta salva la sicurezza dei
lavoratori, purché le condizioni necessarie per proteggere la sicurezza dei
lavoratori siano necessarie e proporzionate all'obiettivo di garantire la
sicurezza nelle aree portuali) o un generico richiamo ai livelli occupazionali
(ridurre, entro un periodo di tempo ragionevole, massimo cinque anni, la
percentuale dei contratti in house dal 40 % al 20 %, fatti salvi i livelli
occupazionali).
Patto di stabilità. Il trucco dei falchi per far
cadere l’Italia in trappola
Lorenzo Torrisi
intervista Sergio Cesaratto
Si continua a discutere, ma non in Italia, del futuro
della governance europea. Il nostro Paese rischia di rimanere intrappolato in
regole all’apparenza convenienti
Nella settimana che si è appena
conclusa è tornato a galla il tema del futuro delle regole del Patto di
stabilità e crescita al momento ancora sospese. Il quotidiano tedesco Handelsblatt ha
pubblicato in esclusiva i contenuti di un documento messo a punto dagli
economisti del Mes, nel quale si suggerisce una modifica del parametro
debito/Pil per portarlo dal 60% al 100%, lasciando invariato quello relativo al
deficit/Pil al 3%.
Per l’Italia si tratterebbe di una
modifica positiva? Secondo Sergio Cesaratto, Professore di
Politica monetaria e fiscale europea all’Università di Siena, che ha appena pubblicato “Sei lezioni
sulla moneta – La politica monetaria com’è e come viene raccontata” (Diarkos),
«una proposta del genere potrebbe essere ingannevole in quanto apparentemente
più realistica. La riduzione in 20 anni del rapporto debito/Pil sino al 60%
prevista dal Fiscal compact del lontano 2012 è rimasta misura inapplicata in
quanto irreale.
Essa avrebbe comportato surplus di
bilancio primari (surplus una volta pagati gli interessi sul debito) tali da
far crollare la domanda interna e l’economia rendendo, peraltro, ancora più
lontano quell’obiettivo. La natura surreale del provvedimento l’ha reso lettera
morta. Rendendolo apparentemente più realistico lo si vorrebbe rendere
operativo. Ma gli effetti drammatici sull’economia sarebbero i medesimi sia che
si voglia arrivare al 60% che al 100%. Le regole non vanno ideate a tavolino».
* * * *
Il nostro debito pubblico andrà pur
ridotto…
Ci si deve domandare se e quanto è
possibile all’Italia ridurre il debito pur mantenendo una stance fiscale
espansiva, chiedendosi non solo cosa deve fare il nostro Paese, ma quali
politiche devono adottare gli altri Paesi e la Bce per agevolare una comunque
lentissima riduzione.
Qui i guai si fanno seri, perché con il
rialzo dell’inflazione sopra al 2% la Bce ha meno carte da giocare contro i
ricorsi all’Alta corte tedesca dei professori tedeschi che vorrebbero la
cessazione dei suoi acquisti di titoli pubblici.
Proprio giovedì c’è stato il board
della Bce e il nostro spread non ha reagito bene alle parole di Christine Lagarde che volevano essere
rassicuranti proprio sul livello dell’inflazione. Come mai?
La Bce ha presentato proiezioni secondo
cui l’inflazione scenderà nel medio periodo sotto al 2%, e affermato che essa
tollererà momentanei rialzi sopra il 2%. Essa ritiene che per ora non ci
saranno riflessi dell’aumento dei prezzi (di origine esogena, energia, ecc.)
nella contrattazione salariale, e dunque non vuole introdurre misure che
mortifichino la domanda aggregata e la ripresa – ripetendo gli sciagurati
errori del 2008 e del 2011 quando accrebbe i tassi, rispettivamente, un attimo
prima del crollo di Lehman Brothers e della crisi degli spread. La sensibilità
del debito italiano a un rialzo dei tassi o a una diminuzione degli acquisti è
poi una spada di Damocle per Francoforte. L’immediata reazione dei mercati, poi
rientrata, non è stata convinta dalle rassicurazioni della Lagarde, e gli
spread Btp/Bund sono saliti. L’aspettativa è di una Bce meno aggressiva nel
futuro.
Dunque cosa bisognerebbe fare?
In questo contesto non basta riproporre
formulette più o meno addolcite, va riformata la governance europea. Attenzione
poi, il Mes propone anche di sostituire le regole sul debito con quelle sulla
spesa pubblica. In altre parole la spesa pubblica dovrebbe variare a un tasso
che rifletta la crescita pregressa dell’economia in oggetto. Bene, così se
un’economia ha avuto tassi di crescita negativi o modesti dovrà diminuire la
spesa, o tenerla costante, col bel risultato che quell’economia andrà peggio!
Il modello che costoro hanno in testa è quello mainstream in cui la spesa
pubblica non è un fattore di crescita, anzi un ostacolo. Ma secondo me sono
anche bugiardi perché sanno che non è così, ma lo dicono condizionati dalle
disgraziate rigidità mentali e dall’insopportabile moralismo di una parte
dell’élite tedesca.
Stando anche alle dichiarazioni del
commissario agli Affari economici, Paolo Gentiloni, presto dovrebbe iniziare il
dibattito proprio sul futuro della governance europea. Intanto, circa due
settimane fa, il Direttore generale del Mes, Klaus Regling, in un’intervista
a Der Spiegel ha criticato la “regola del debito”. Cosa ne pensa?
La Commissione europea ha in effetti
rilanciato la revisione della governance economica europea, un processo già
avviato nel febbraio 2020 e poi sospeso per la pandemia. Mi sono riletto il
documento di avvio della review. È pieno di buone analisi sul
passato, in particolare si riconosce quanto le politiche di austerità della
prima metà dello scorso decennio siano state controproducenti e che la Bce sia
stata lasciata sola a combattere la deflazione; si giudicano negativamente i
surplus commerciali di alcuni Paesi; si sostiene che vada costruita una fiscal
capacity europea e che politica monetaria e fiscale debbano
coordinarsi (come sostenuto anche nella strategy review della
Bce dello scorso luglio). Si ammette inoltre che regole attuali sono una
astrusa Sagrada familia di norme, poco trasparenti e
incomprensibili al cittadino informato. Bene dunque che Regling si accodi. Ma è
sulle proposte che poi l’Europa diventa debole. Le proposte del Mes, abbiamo
detto, sono una riproposizione di quanto già visto, anzi forse peggio.
È probabile che per le vere
decisioni sul Patto di stabilità e crescita bisognerà attendere non solo il
nuovo Governo tedesco, ma anche le elezioni presidenziali francesi della
prossima primavera. All’Italia converrà avere ancora Draghi al Governo per
spuntare le modifiche più opportune al tavolo dei negoziati?
Converrà avere Draghi nella presunzione
che egli abbia idee più chiare e avanzate dei politicanti che lo sostengono.
Purtroppo nel Paese non si è aperto nessun dibattito sulla riforma della
governance europea, né a sinistra né a destra. Ricordiamo che Enrico Letta ha
nel passato eletto il debito pubblico italiano come nemico numero uno, capendo
poco e niente dei danni dell’austerity e anzi condividendo le politiche
europee. Certamente ora qualcosa avrà capito anche lui, ma un dibattito non lo
sta aprendo, e per farlo dovrebbe scegliere altri economisti di riferimento. Ce
ne sono di valorosi e prestigiosi, perché non lo fa? Giuseppe Conte si limita a
riproporre il cashback, no comment. Letta e Conte hanno i nostri telefoni.
Della destra che vogliamo dire? Se fosse stato per Salvini & Meloni saremmo
come il Brasile di Bolsonaro. Hanno sempre remato contro nella lotta alla
pandemia. Che c’è da aggiungere?
Si sono date diverse interpretazioni
in merito: lei cosa pensa delle dimissioni di Weidmann dalla Bundesbank? Il suo passo indietro
significa un indebolimento dei “falchi” e una rafforzamento delle “colombe”,
quanto meno nella Bce?
È una tradizione della Bundesbank! Nel
2011 avemmo già le dimissioni prima di Axel Weber da presidente della Buba, e
poi di Juergen Stark da membro del consiglio esecutivo della Bce in polemica
con le scelte di politica monetaria. Vedremo con chi Weidmann verrà sostituito,
probabilmente un falco. Isabel Schnabel che è anche membro dell’executive
board sarebbe un’ottima scelta (per noi), ma troppo squilibrata verso
l’attuale conduzione della Bce per i conservatori tedeschi. In realtà, la
Schnabel sarebbe una scelta equilibrata anche dal loro punto di vista (né falco
né colomba), consentendo una direzione consensuale della Banca, tenuto anche
conto che essa continua a essere sotto tiro.
Insomma, quali mosse il Governo
italiano dovrebbe intraprendere nei prossimi mesi, anche in vista della
revisione del Patto di stabilità?
Naturalmente farsi forza degli spunti
di “autocritica” da parte delle autorità europee sugli errori di dieci anni fa.
E con forza sottolineare che non si può dire “scurdammoce ‘o passato”, troppo
facile. La Germania ha avuto enormi risparmi di spesa per interessi simmetrici
al peggioramento delle nostre finanze pubbliche.
Perché professore?
Perché quando gli investitori venivano
lasciati fuggire dai nostri titoli senza che la Bce muovesse un dito per
sostenerci, essi si rivolgevano ai titoli tedeschi. Poi quando la Bce è
intervenuta, essa ha dovuto acquistare anche titoli tedeschi, con ulteriori
benefici in termini di interessi negativi per Berlino. Beh, questo va fatto
pesare almeno come responsabilità politica dell’aggravamento del debito
italiano. L’avevamo ridotto con grandi sacrifici dal 120% al 99% nel 2007 o giù
di lì, poi l’austerità e l’inazione della Bce (sino a Draghi) lo riportarono al
130%. Ma, soprattutto, non si deve cadere nella trappola delle regole: rendendo
queste ultime più “realistiche” i falchi alla Regling (ora travestiti da
colombe) intendono renderle più “applicabili”. Meglio allora regole assurde e
inapplicabili. Va ribaltato il discorso: cosa si deve fare per rendere il
nostro debito sostenibile e al contempo assicurarci una crescita decente (ciò
che renderebbe anche l’unione monetaria più solida)? Le regole sulla spesa che
potrebbero prevalere in luogo delle regole sul debito possono essere persino
peggiori, risultare cioè pro-cicliche invece che anti-cicliche. La politica
economica è più un’arte che una scienza.
Meglio allora rinunciare alle
regole?
Basta regole. O meglio, manteniamo pure
un regola sui bilanci nazionali, ma si avvii la costituzione di un bilancio
federale che federalizzi il finanziamento degli investimenti pubblici sia in
funzione di aggiustamento strutturale degli squilibri interni all’euro area che,
via disavanzi federali, in funzione anticiclica. Si metta inoltre per iscritto
che politica fiscale federale e monetaria debbano coordinarsi ai fini della
crescita e del riequilibrio strutturale e ambientale dell’euro area, pur non
lasciando cadere l’obiettivo della stabilità monetaria nel medio periodo. Ça
va sans dire che l’Italia dovrebbe presentarsi con adeguata fermezza
la tavolo europeo. Presumo che Draghi sappia come stanno le cose, e la sua
flemma sia la più adatta per mettere politicamente all’angolo i falchi. Poi i
rapporti di forza sono quelli che sono, ma la nostra debolezza può essere la
nostra forza. Sia ben chiaro, in tutto questo non assolvo Draghi dalle passate
responsabilità, dal “collaborazionismo” nelle privatizzazioni alla famigerata lettera
“lacrime e sangue” al Governo italiano scritta con Trichet del 2011. Ma Draghi è anche quello del discorso
keynesiano a Jackson Hole nel 2014. Da buon cattolico ed essendo persona
intelligente egli sa forse imparare, e certamente adattarsi alle circostanze
storiche.
Opportunismo professore?
Mah, uno dei simboli dei primi
cattolici era il pesce, credo.
Disturbare i
manovratori - Ascanio
Bernardeschi
Non ci voleva la scienza di Draghi per una manovra
simile, non diversa alle precedenti: taglio delle tasse, deregulation, risorse
alle imprese. Ma forse ci voleva la sua autorevolezza presso i palazzi della politica
e della finanza per imporla a tutto lo schieramento politico.
Dopo l’incontro fra Draghi e Berlusconi,
è armistizio fra i fratelli coltelli rappresentati da diversi settori del
capitalismo italiano. La pace temporanea non poteva che essere su una
piattaforma di destra.
Infatti la destra moderata (si fa per
dire), incarnata nell’anziano leader di Forza Italia; la destra populista e
xenofoba interna al governo, personificata nell’uomo in felpa; e pure la destra
populista di finta opposizione, non meno xenofoba e fascistella (degnamente
rappresentata da una leader dettasi incapace di individuare l’appartenenza
politica degli assalitori della Cgil), da tempo invocavano il taglio delle
tasse e soprattutto nessuna imposta patrimoniale. E così fu.
Nella settimana scorsa, difatti, il
governo ha licenziato il documento programmatico di bilancio (Dpb) che
recepisce, direi molto volentieri, queste richieste. Noi abbiamo già
ripetutamente sostenuto che il taglio delle tasse non è cosa di
sinistra. Infatti, quando ci sono persone che navigano nell’oro e
posseggono numerosissimi immobili, spesso per uso personale di lusso, e persone
che non sanno come mettere insieme il pranzo con la cena e non hanno un
alloggio decente; quando lo Stato, per non indebitarsi troppo, taglia la spesa
sanitaria, fa studiare i ragazzi in classi sovraffollate (le cosiddette classi
pollaio), allunga di anno in anno l’età pensionabile e così via, una
bella imposta sui grandi patrimoni sarebbe un fatto di giustizia sociale, che
ovviamente non andrebbe giù alla destra, neppure a quella della grande finanza
di cui Draghi è autorevolissimo esponente. Quindi taglio delle tasse e
niente patrimoniale!
Nel documento governativo la manovra è
delineata solo vagamente. Ecco alcuni elementi che balzano agli occhi.
Riguardo all’analisi macroeconomica,
dopo il rimbalzo del Pil di quest’anno e, in misura assai minore del prossimo,
che comunque non consentirà di raggiungere i livelli pre-pandemia, si prevede
il rialzo dell’inflazione. Che si sia nuovamente in vista della stagflazione di
mezzo secolo fa? Il tutto al netto di una possibile recrudescenza della
pandemia che ci farebbe arretrare ancora di più.
Vengono spostati dal primo al secondo
triennio la maggior parte degli interventi del Pnrr, che quindi si qualifica
come un vero e proprio programma a medio termine, direi uno strumento della
lotta di classe dei padroni contro i lavoratori, e non un programma
emergenziale, come vorrebbero farci credere.
Dopo l’emergenza rientra in auge
l’abbattimento del debito previsto dal fiscal compact, sia pure in forma
diluita che però obbliga a ingenti quote annue di rientro, e quindi avanzi di
bilancio e livelli di austerità superiori perfino al recente passato: “Nel
medio termine sarà altresì necessario conseguire adeguati surplus di bilancio
primario. A tal fine, si punterà a moderare la dinamica della spesa pubblica
corrente”. Chiaro?
Infatti già dal 2023 si prevedono avanzi
primari, anche se inizialmente in misura moderata (0,3 nel ’23 e 0,5 nel ’24,
ma il bello verrà dopo). Leggiamo ancora: “A partire dal 2024, la politica di
bilancio mirerà a ridurre il deficit strutturale e a ricondurre il rapporto
debito/Pil intorno al livello pre-crisi entro il 2030”.
Il maggior gettito derivante dal
previsto aumento del Pil non viene impiegato per rafforzare il welfare,
potenziare i trasporti pubblici ecc., ma per ridurre il carico fiscale in
favore della classe media. In particolare si vuole intervenire riducendo
l’imposizione (non è chiaro in che misura) sullo scaglione di reddito che va
dai 28 ai 55mila euro annui, attualmente tassato con un’imposta del 38%. Si
tratta di una misura elettoralistica perché va a interessare i
redditi medi e medio-bassi, probabilmente il settore popolare che porta più
voti. Nessun abbattimento per i poveracci che guadagnano molto di meno
e che sono in grandissime difficoltà, ma probabilmente questi ormai non votano
più. Si dice che c’è un gradino troppo alto (+11%) fra questo e lo
scaglione precedente, colpito con il 27%, mentre poca è la distanza dallo
scaglione successivo, che paga un 41%. Si dimentica però di dire che il misero
3% di differenza è dovuto all’abbassamento delle aliquote per i grandi redditi
che raggiungono l’aliquota massima del 43% (era del 72% nel 1971!) per i
redditi da 75 mila euro a infinito. Si omette anche che originariamente lo
scaglione più basso pagava solo il 10%, mentre ora il 23%. È quindi evidente
che c’è stata una redistribuzione del reddito in favore dei ricchi, ma di
questa ingiustizia i difensori del popolo di destra non parlano e il governo si
guarda bene dal porvi rimedio.
Si prevede un graduale superamento
dell’Irap. Questa imposta serve essenzialmente al finanziamento della sanità
regionale. Si dice, è vero, che a fronte della graduale dismissione si assicureranno
alle regioni adeguati finanziamenti, ma, venendo meno un gettito automatico,
chi garantisce che a fronte della necessità di rientrare col debito, questi
fondi non vengano in futuro ridimensionati?
Altre misura annunciata è l’ennesimo
taglio del cuneo fiscale. A questo riguardo mi limito a rimandare al lucido
commento che che ha scritto per il QuotidianoWeb il nostro collaboratore
Stefano Paterna.
Verrà eliminata quota 100 e ridotta
l’incidenza della spesa previdenziale.
Gli investimenti saranno
prevalentemente a sostegno delle imprese: “Per sostenere gli investimenti
pubblici e privati la legge di Bilancio rifinanzia i fondi per gli investimenti
dello Stato e delle amministrazioni locali e proroga gli incentivi
all’efficientamento energetico degli edifici e per le ristrutturazioni edilizie
[…] vengono prorogati incentivi fiscali collegati a Transizione 4.0 ed il
contributo a favore delle Pmi per l’acquisto di beni strumentali (c.d. nuova
Sabatini). Sono, inoltre, previste risorse aggiuntive per il fondo per
l’internazionalizzazione delle imprese ed il fondo di garanzia per le Pmi”.
Vengono invece riformati in
peggio gli ammortizzatori sociali (dotazione ridotta del 33%, da 4,5 a
3 miliardi!).
Si conferma l’allentamento delle regole
dei lavori pubblici: “L’opera di semplificazione investe anche il settore degli
appalti pubblici e incide sulle barriere autorizzatorie e procedurali che
frenano l’attuazione dei progetti, mettendo a rischio la realizzabilità delle
opere”. Meglio mettere a rischio il territorio, la salute pubblica e la
sicurezza dei lavoratori. A fronte di questa deregulation non vi sono
stanziamenti aggiuntivi per il controllo ispettivo dei luoghi di lavoro.
I piani urbanistici diventano carta
straccia: “per le Zone Economiche Speciali [...] è introdotta anche
un’autorizzazione unica, che può derogare agli strumenti urbanistici e di
pianificazione territoriale”.
Non ci voleva la scienza di Draghi per
una manovra simile, non diversa dalle precedenti. Ma forse ci voleva la sua
autorevolezza presso i palazzi della politica e della finanza per imporla a
tutto lo schieramento politico.
I motivi per una forte opposizione a
questo governo non mancano.
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