sabato 8 gennaio 2022

trafficanti di virus: una sorpresa in cantina – bortocal

 

ho approfittato di questi giorni di attività relativamente ridotta come blogger, oltre che per lavorare al mio prossimo libro auto-pubblicato, per provare a completare il trasloco di qualche anno fa: ho ancora una decina o più di scatoloni da aprire giù in cantina, e sto cercando il sacchetto con le centinaia di monete raccolte durante i miei viaggi e anche l’album di francobolli di quando ero ragazzino, che fra l’altro dovrebbe anche avere un certo valore.

ed ecco che da un mucchio di carte e libri esce anche un vecchio numero dell’Espresso, 10 aprile 2014 (dunque ero in pensione da qualche mese), con una copertina che mi pare profetica.

 


il titolo è diventato anche il titolo di questo post; il sottotitolo dice: Accordi tra scienziati e aziende per produrre vaccini e arricchirsi. ceppi [di virus] contrabbandati per posta rischiando di diffonderli. L’inchiesta segreta dei NAS e dei magistrati di Roma sul grande affare delle epidemie.

d’accordo, erano altri tempi: il Partito Democratico aveva depositato da poco una proposta di legge contro l’obbligo vaccinale e le epidemie di cui si parlava allora erano ancora soltanto quelle di aviaria, roba da polli.

ma questa vicenda dimenticata o quasi mi pare che abbia molto da insegnarci anche oggi.

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Un pacco anonimo spedito dall’estero con un corriere postale. Dentro, in una confezione termica, alcuni cubetti di ghiaccio molto speciali: contengono uno dei virus dell’aviaria, l’epidemia che dieci anni fa ha scatenato il panico in tutto il pianeta. Quando il postino lo consegna, il destinatario è assente: è il manager italiano di una grande azienda veterinaria.

l’articolo di Lirio Abbate inizia così, ma per leggere il resto occorre essere abbonati all’Espresso.

in rete se ne trovano liberamente però soltanto dei riassunti e delle anticipazioni. eccone uno:

Virus dell’aviaria spediti dall’estero in Italia in plichi anonimi, senza nessuna autorizzazione e violando tutte le norme di sicurezza, per produrre vaccini. Con il rischio di diffondere l’epidemia. “L’Espresso” nel numero in edicola domani rivela l’esistenza di un’inchiesta choc dei carabinieri del Nas e della procura di Roma su un traffico internazionale di virus.
Con un sospetto, messo nero su bianco dagli investigatori dell’Arma: c’è un business delle epidemie che segue una cinica strategia commerciale. Amplifica il pericolo di diffusione e i rischi per l’uomo, spingendo le autorità sanitarie ad adottare provvedimenti d’urgenza. Che si trasformano in un affare da centinaia di milioni di euro per le industrie. In un caso, gli inquirenti ipotizzano perfino che la diffusione dell’influenza tra il pollame del Nord Italia sia stata direttamente legata alle attività illecite di alcuni manager. E l’indagine ricostruisce i retroscena sullo sfruttamento dell’allarme per l’aviaria nel nostro Paese, che nel 2005 spinse il governo Berlusconi ad acquistare farmaci per 50 milioni di euro, rimasti inutilizzati.

eravamo soltanto ai primordi, evidentemente…

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L’inchiesta è stata aperta dagli investigatori americani, che hanno ottenuto le confessioni di Paolo Candoli, manager della filiale italiana di Merial, sui ceppi patogeni di aviaria spediti illegalmente a casa sua in Italia e poi venduti ad aziende statunitensi. Nel 2005 la Homeland Security Usa ha trasmesso i documenti ai carabinieri del Nas, che già si erano occupati a Bologna di una organizzazione criminale dedita al traffico di virus ed alla produzione clandestina di vaccini.

ma mi pare che resti in ombra il meglio, cioè il peggio.

si parla, infatti, di una inchiesta top secret della Procura di Roma sul traffico internazionale di virus, scambiati da ricercatori senza scrupoli e dirigenti di industrie farmaceutiche: tutti pronti ad accumulare soldi e fama grazie alla paura delle epidemie.

E si scopre che i ceppi delle malattie più contagiose per gli animali e, in alcuni casi, persino per gli uomini, viaggiano da un paese all’altro, senza precauzioni e senza autorizzazioni. Esistono trafficanti disposti a pagare decine e decine di migliaia di euro pur di impadronirsi degli agenti patogeni: averli prima permette di sviluppare i vaccini battendo la concorrenza.

L’indagine è stata aperta dalle autorità americane e poi portata avanti dai carabinieri del NAS. Perché l’Italia sembra essere uno snodo fondamentale del traffico di virus. Al centro c’è un groviglio di interessi dai confini molto confusi tra le aziende che producono i medicinali e le istituzioni pubbliche che dovrebbero sperimentarle e certificarle. […]

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tutto questo era riferito alla aviaria, due decenni fa, ma non sembra un ritratto impressionante della situazione attuale?

con la differenza che, semmai, è stato fatto un salto di qualità gigantesco, dato che le cifre che girano per questo affare non sono più di centinaia di milioni, ma di decine di miliardi di euro e la strategia coinvolge gli esseri umani direttamente e non soltanto indirettamente.

a me tornano alla mente due cose, anzi tre:

l’insistenza cinese nel prospettare l’ipotesi che il virus non fosse nato in Cina, ma vi fosse arrivato – dall’Italia! accusavano loro – attraverso prodotti congelati;

il peso massiccio dell’infezione a febbraio dell’anno scorso in Italia, che bene si spiega se l’Italia è da decenni al centro di questo traffico illegale di virus; e vi è anche un preciso precedente proprio col virus dell’aviaria, che si diffuse in Europa proprio a partire dal pollame del Nord Italia, dove era probabilmente emerso proprio in diretta connessione con queste attività, che sembrano una precisa anticipazione di quel che accadde due anni fa.

ma la terza riflessione è la peggiore, perché a me è sempre sembrata molto strana e sospetta la velocità con la quale si è arrivati in diverse parti del mondo alla produzione di vaccini diversi contro questo virus: come se in qualche modo esso, o qualcuno di simile, fosse già stato disponibile da qualche tempo e come se le aziende si fossero già preparate a qualche vaccino per contrastarlo.

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ma stiamo parlando di una prassi occulta che dura oramai da almeno un paio di decenni:

nell’aprile 1999 la Merial, branca italiana veterinaria del colosso Sanofri, si fece inviare illegalmente in Italia con corriere DHL un ceppo del virus dell’aviaria dal veterinario americano di un allevamento di polli saudita, poi condannato negli USA per cospirazione in contrabbando di virus, assieme al presidente e tre vicepresidenti della compagnia: lo scopo era di produrre farmaci da rivendere in Arabia Saudita.

ma proprio dal 1999 si sviluppa nel Nord Italia la più grande epidemia di aviaria in Europa e le indagini dei NAS di Bologna avevano scoperto che vi era una organizzazione criminale che trafficava in virus per produrre vaccini, al momento non autorizzati e venduti agli allevatori clandestinamente.

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concluse queste indagini, nel 2005 dunque la Homeland Security american trasmette in Italia i verbali con i quali Paolo Candoli, il manager della Merial, ha confessato in cambio dell’impunità:

Candoli sponsorizzava a Roma convegni medici organizzati da professori universitari, a cui offriva viaggi ben pagati e laute consulenze, ricavandone corsie preferenziali per avere dal Ministero della Salute le autorizzazioni a commercializzare i farmaci prodotti dalla Merial, superando i primi pareri negativi.

vengono allora disposte intercettazioni telefoniche che rivelano diversi metodi di importazione dei virus: oltre che in cubetti di ghiaccio, in provette nascoste fra abiti in valigia.

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le intercettazioni rivelano anche che una virologa italiana di fama mondiale, la Capua, sposata con un dirigente di una azienda attiva in campo veterinario, è in un giro di consulenze pagate profumatamente, da 1.000 a 1.500 euro al giorno, 4.000 in nero per una consulenza in Giappone.

non proseguo su questo punto; Ilaria Capua è stata anche deputata dal 2013 al 2016, quando si dimise a seguito dell’emergere di queste vicende, e vice-presidente della Commissione Cultura della Camera.

l’indagine su di lei, venne comunque misteriosamente dimenticata, dopo che un magistrato di Roma l’aveva interrogata nel 2007, e fu ripresa soltanto dopo questo articolo, dividendola in tre tronconi: a Verona, Padova e Pavia.

solo a Verona l’indagine si concluse: assolta dall’accusa di “traffico illecito di virus” perché “il fatto non sussiste”; quanto alla tentata concussione, era oramai andata in prescrizione.

lei denunciò l’Espresso per diffamazione, ma il procedimento venne archiviato nel 2018: non era stata diffamata, vi era stata soltanto una pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale.

la Capua si trasferì in Florida nel 2016, scrisse un libro sulla sua vicenda, Io, trafficante di virus e ne è stato tratto un film, Trafficante di virus, dove è presentata come una vittima dell’odio per la scienza.

io comunque una opinione precisa non ce l’ho e se ce l’avessi non potrei dirla.

certo che le sue consulenze continuano, e ora sono televisive.

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quel che è certo ancora lo dicono le intercettazioni: le parlano, ad esempio, di accordi paralleli e non ufficiali con alcuni personaggi delle autorità sanitarie romene.

e lei commenta che, finché esiste gente come i romeni, ai quali può essere data qualunque cosa, il mercato sarà in espansione.

del resto l’indagine condotta dai NAS rivela che l’allarme per l’influenza aviaria del 2005 è stata un problema più mediatico che reale: dietro vi era una strategia globale ispirata dalle multinazionali che producono farmaci e coinvolgeva anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Candoli, il manager italiano che è stato citato all’inizio, intercettato, dice che su questa influenza c’è stata una forma di vero e proprio terrorismo informativo; ma lo dice gioiosamente, commentando la vendita in un solo mese la vendita di un milione e mezzo di dosi di vaccino prodotto dalla sua azienda.

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ma è la sua ultima intercettazione che è tremenda, e ricordo che siamo una quindicina d’anni fa:

Anche certe industrie farmaceutiche che producono vaccini umani hanno un business mica da noccioline. […] E’ che adesso stanno ragionando sulla possibilità che vi sia una pandemia, che non è scritta da nessuna parte.

o meglio: che non era ancora scritta.

che sia questa la chiave di lettura del nostro angosciante presente?

quella che una scoperta casuale in cantina mi ha regalato…


da qui

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