domenica 5 novembre 2017

Cambiare l’ordine delle cose - Andrea Segre


In questi ultimi mesi molti nodi politici legati al tema immigrazione sono venuti al pettine. Il Governo italiano ha accelerato, su pressione europea, la chiusura della rotta dalla Libia, le forze di centro sinistra che lo sostengono hanno accettato un pesante silenzio sulle conseguenze di questa accelerazione, nella convinzione che sia necessaria per porre un argine all’avanzata della demagogia xenofoba e alla crescita del consenso a favore dei partiti di destra. Le centinaia di realtà che operano nell’accoglienza e nella tutela dei diritti umani si sono viste schiacciate in un angolo, isolate prima da una forte campagna mediatica di screditamento sociale e poi dal riscoprirsi in qualche modo rannicchiate in esperienze troppo tecniche e marginali.
Migliaia di cittadini si sentono spiazzati da questa fase: basta poco per capire quanto violente e inaccettabili sono le conseguenze delle politiche securitarie, sin troppo chiare sono le condizioni disumane dei lager libici a cui stiamo affidando migliaia di uomini, donne e bambini e sin troppo chiaro è come questo sia il prezzo che una parte troppo ampia della nostra società sembra pronta a pagare per evitare crescita di populismi e pericolose derive. Ma come reagire?Nelle ultime settimane il silenzio su tutto ciò è assordante, nessun giornalista italiano ha la possibilità di verificare le reali conseguenze delle operazioni in corso nel Mediterraneo e sembra sempre più solida la convinzione che la cosa migliore sia evitare di parlarne.
Eppure girando l’Italia in questi giorni, ho incontrato un paese completamente diverso, un paese pieno di persone che non vogliono accettare questo status quo come inevitabile, che quotidianamente costruiscono pratiche di interazione e solidarietà,  che sanno bene come il movimento dei popoli continuerà ad essere al centro delle nostre vite e del nostro futuro.
Bisogna uscire da questa sorta di ricatto, rompere il silenzio come è stato fatto nella manifestazione dello scorso 21 ottobre, ma avendo anche il coraggio di riconoscere i propri limiti e mettersi insieme per elaborare delle nuove proposte, per uscire dall’incubo della minaccia “o così o peggio”.
Se siamo arrivati a questo punto, al punto di accettare violenze e violazioni sempre più esplicite, qualcosa dobbiamo aver sbagliato. C’è un qualcosa di molto pericoloso nell’ordine delle cose che domina le politiche migratorie europee. E c’è qualcosa di troppo debole nel modo con cui associazioni, attivisti, movimenti hanno fin qui provato a reagire.
Dobbiamo insieme capire cosa sta e ci sta succedendo, e provare a cambiare. Per questo credo che l’appuntamento – 3 dicembre a Roma – del Forum Nazionale Per cambiare l’ordine delle cose lanciato da Amnesty Italia, MSF Italia, Banca Etica, Naga, Medu, ZaLab e JoleFilm sia l’occasione giusta al momento giusto. Mi auguro che in molti vi partecipino e che possa segnare l’inizio di una nuova fase nella lotta contro le ingiustizie che le politiche migratorie europee hanno fin qui prodotto. Dobbiamo avere il coraggio di ribaltare le prospettive di analisi e suggerire nuove direzioni di pratica sociale e di proposta politica: se il problema è l’immigrazione illegale, dobbiamo capire come renderla legale e sottrarla dal controllo delle organizzazioni criminali e dalle violenze delle operazioni repressive, se il problema è la crescita della discriminazione e dell’odio dobbiamo capire come costruire non “assistenza ai profughi”, ma nuovo tessuto sociale inclusivo tra migranti e residenti. E fare questo non è affatto semplice. Ma bisogna provaci ora, subito e insieme.
Una sintesi di tutto ciò l’ho trovata in un bell’articolo di Marco Carsetti uscito nel numero di Novembre della rivista “Gli Asini”: “Individuiamo degli obiettivi comuni e perseguiamoli non solo con campagne di crowdfunding ma con azioni politiche, smettiamola di essere percepiti come lobby dei diseredati. Non chiediamo ai nuovi imprenditori del sociale il pedigree di tecnico dell’accoglienza, ma battaglie sociali e culturali da fare insieme a quelle persone che individuano nei migranti i loro nemici. […] Due sono le cose su cui concentrarsi: la corruzione morale prima, ed economica poi, dell’accoglienza in Italia e le carceri libiche. […] Scegliamo degli obiettivi e pratichiamoli dal basso verso l’alto senza piedistalli e non come trampolini mediatici per il nostro successo personale e borghese, senza eroi e senza vittime. Ritroviamo, o troviamo se non l’abbiamo mai avuti, un pudore e una radicalità nell’azione come nella vita”.

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