venerdì 24 dicembre 2021

Tempo di catastrofe - Gustavo Esteva

 

Non possiamo lasciarci ingannare. Abbiamo ricevuto un avvertimento esplicito. È essenziale prenderlo sul serio per resistere a ciò che implica e sopravvivere. L’alleanza tra il grande capitale transnazionale, il governo messicano e alcuni attori locali che promuove i megaprogetti ha un obiettivo assai chiaro: colonizzare il sudest. Non sono semplici progetti di investimento. Come tutte le imprese coloniali, anche questa afferma di cercare il beneficio di coloro che saranno colonizzati. Come ha detto il direttore del progetto principale, ci vorrà un genocidio: liquidarli per quello che sono per trasformarli in qualcosa di meglio. Ogni mezzo è stato utilizzato per convincere le persone dei benefici del piano. Oltre alla propaganda di massa, sono stati utilizzati tutti i tipi di risorse legittime e illegittime di persuasione. Sono stati comprati sostegni di ogni tipo. Si dice che molti abbiano venduto la loro primogenitura per un piatto di lenticchie, ma il fatto è che l’hanno venduta, che stanno aspettando le lenticchie e che adesso sostengono l’idea e aggrediscono coloro che resistono.


Questo è il problema. Nonostante tutto, ci sono molti che resistono. Ci sono intere comunità che si oppongono e non vogliono smettere di essere ciò che sono in nome delle illusioni dello sviluppo. Sanno di cosa si tratta; ne hanno sofferto per molti anni. Coloro che si aggrappano ai propri modi di vivere, basati sull’autonomia, si alleano con ecologisti di tutti i generi che lottano contro l’immenso danno ambientale che i progetti comporteranno. Non sono solo organizzati e determinati a resistere. C’è chi è disposto a perdere la vita sul campo pur di riuscire nell’impresa… come sta già avvenendo, perché ci sono aggressioni quotidiane. Consapevole di questa prospettiva, il governo annuncia ora che la realizzazione dei progetti sarà garantita dalle forze armate, considerandoli di interesse pubblico e di sicurezza nazionale. La violenza che il paese sta subendo oggi, quella che lo rende il più violento del mondo, sarà ora realizzata legalmente e in nome del progresso.

Il Comitato contro la Tortura dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’Onu, dopo aver ascolato la testimonianza di Gallardo Martínez (nella foto), insegnante nelle comunità indigene dello Stato di Oaxaca, ha chiesto al Messico di “smetterla di torturare i difensori dei diritti umani e di criminalizzare la protesta sociale”.


Il 26 novembre scorso, 
un articolo notevole e coraggioso di Abel Barrera, direttore del Centro per i diritti umani di Tlachinoyan, nella Montagna del Guerrero, è stato pubblicato su queste pagine (quelle de la Jornada, ndr). Illustra bene il modo in cui operano queste forze armate, gli estremi a cui possono giungere per realizzare i loro compiti. Questo è ciò che dovranno ora affrontare coloro che continuano a resistere ai grandi progetti del sud-est.
Non si tratta di qualcosa di eccezionale o esclusivamente messicano, e neppure di una cospirazione o di un gesto arbitrario isolato. È uno stato di cose. Per imporre la volontà delle élite, disposte a tutto pur di rimanere tali e continuare con l’espropriazione, sono necessarie condizioni speciali.

L’espressione stato di eccezione è particolarmente infelice. Altrettanto lo è la versione inglese, stato di emergenza. Lo Stato-nazione, la forma politica del capitalismo, è stato costruito con un sistema legale e politico adeguato al funzionamento del capitale. Periodicamente, tuttavia, è stato necessario rinunciare alle regole concordate. Come ricorda Agamben, il cosiddetto stato di eccezione è una condizione in cui la legge viene utilizzata per garantire l’impunità a coloro che violano le norme sociali stabilite, spesso risultato di prolungate lotte sociali. È l’impunità a cui ha fatto allusione la Missione delle Nazioni Unite nella sua visita in Messico.
In Occidente, la giustizia è raffigurata come una donna bendata, per alludere alla sua presunta imparzialità. Montesquieu ha dato un’altra interpretazione. Era necessario mettere bende sull’immagine che rappresenta la giustizia in modo che non vedesse gli orrori che sarebbero stati commessi durante lo stato di eccezione. Questa è la prospettiva attuale.

 


In tutto il mondo, il virus è stato usato come pretesto per stabilire la società del controllo, la cui costruzione è iniziata molto tempo fa e ha raggiunto differenti livelli di avanzamento in diversi paesi. In tutti i casi c’è è un dispositivo di coercizione. È importante notare che questo dispositivo possiede attualmente una varietà di strumenti che perfezionano tradizioni di esercizio autoritario molto antiche. È diventato sempre più difficile tracciare una linea di demarcazione tra il mondo della criminalità e il mondo delle istituzioni. Si possono usare gruppi d’assalto, paramilitari, “cartelli” e molti altri attori, mentre polizia e militari sono solo complici o testimoni indifferenti, come abbiamo visto con tutta chiarezza negli attacchi effettuati in Chiapas contro le comunità zapatiste.


Una settimana fa, in Belgio, in una delle innumerevoli mobilitazioni che esprimono la resistenza sempre più generale e attiva al regime di controllo in uno stato di eccezione che si estende e si stabilizza, è circolato uno striscione che dobbiamo prendere molto sul serio: Quando la tirannia diventa legge, la ribellione diventa un dovere (La Jornada, 22/11/21, p. 4).
Nonostante le molteplici minacce, correndo rischi enormi, la base sociale è convinta che il sole non può più essere coperto con un dito e che non possiamo lasciarci ingannare da una propaganda sfrenata e da una retorica liberatoria. È tempo di lottare.

gustavoesteva@gmail.com

Fonte: “Tiempo de catástrofe”, In La Jornada, 29/11/2021.
Traduzione a cura di Camminardomandando.

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