martedì 8 ottobre 2024

Che cos'è il "Deep state" negli Usa? Rispondono John Mearsheimer e Jeffrey Sachs

 

Intervenendo all'"All In Summit", una importante manifestazione di tre giorni a Los Angeles - dall'8 al 10 settembre - i professori John Mearsheimer e Jeffrey Sachs hanno affrontato il tema del Deep State in uno spezzone del loro intervento-intervista. 


Emergono, finalmente, e con una rara chiarezza elementi fondamentali e troppo spesso (volutamente) nascosti. Li abbiamo sottotitolati in italiano. Buona visione. 


Estratto da All-In Summit 2024 Video completo qui: https://www.youtube.com/watch?v=uvFtyDy_Bt0&t=131s


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domenica 6 ottobre 2024

Quello che ho visto durante la manifestazione per la Palestina del 5 ottobre - Agata Iacono

 


Sono andata alla manifestazione per la Palestina a Roma il 5 ottobre. Volevo fare sentire anch'io la mia infinitesimale voce, presenza, vicinanza, al popolo palestinese dopo un anno dal più atroce sterminio della storia, di bambini e donne inermi.
Piccola cosa, lo so. Ho pensato che ognuno di noi è davvero una goccia dell'oceano, e che questa goccia tenace scava la roccia.
Forse, aldilà dei luoghi comuni e delle frasi fatte, volevo solo non sentirmi complice e impotente.
Sapevo della mancata autorizzazione e mi sono chiesta, come tanti altri: perché?
Perché non autorizzare una manifestazione nazionale che vuole il cessate il fuoco, la fine del genocidio, perché non manifestare solidarietà agli Stati che Israele massacra indiscriminatamente, come il Libano, la Siria, lo Yemen, l'Iran?

In tutto il mondo si sono svolte il 5 ottobre enormi manifestazioni per la Palestina.
Perché non in Italia?
Forse perché qualcuno ha suggerito che manifestare contro il genocidio significa essere terroristi e che non è permesso osare di urtare la sensibilità della Comunità israelitica in Italia.
"Siamo antisionisti, non antisemiti" gridavano gli slogan e gli striscioni, in risposta alle preoccupazioni sul "dilagante antisemitismo" 
Nonostante il terrorismo preventivo su possibili disordini, centinaia di autobus sono arrivati  a Roma (o intercettati in Autostrada) da tutta Italia, fermati e bloccati dalle forze dell'ordine. Nonostante Roma blindata, sciopero dei mezzi pubblici, blocchi alle stazioni, pioggia battente, identificazioni in qualsiasi varco con foto dei documenti, migliaia di persone hanno riempito Piazzale Ostiense.

Oggi abbiamo comunque sperimentato un consistente assaggino del cosiddetto "decreto sicurezza" 1660.
Ma veniamo ai fatti.
Ai fatti che ho visto io.
A quelli che hanno visto i cittadini vicini e lontani da me in piazza, con cui mi sono confrontata.


Intanto, pochissime ore prima delle 14, orario fissato per l'evento, c'è stato un intenso passaparola nelle varie chat, che annunciava un accordo in extremis con la Questura, la quale, "preso atto della marea di persone che riempiva la piazza, ha autorizzato un evento statico a Piramide".


Ho visto migliaia e migliaia di persone, sotto la pioggia battente, bandiere palestinesi e libanesi, slogan NoNato e contro lo Stato sionista e chi lo sostiene.


Quasi tutti giovanissimi, studenti, ma c'era anche Amnesty, c'erano NonUnaDiMeno con le comunità LGBT, c'erano i sindacati di base, c'erano intellettuali, giuristi dei diritti umani internazionali, i Giovani Palestinesi e Assopace Palestina, Arci e decine e decine di associazioni, di famiglie, di anziani e persone disabili in carrozzina.
Se la Questura stima la presenza di almeno 5.000 persone, significa che la piazza piena fino a non potersi muovere ne conteneva molti di più.

La piazza era chiusa dalle forze dell'ordine, presenti anche in borghese ovunque tra la folla.


Dopo due ore di manifestazione totalmente pacifica e tranquilla, qualcuno ha gridato "mettetevi dietro allo striscione, chiediamo di fare un corteo",  ma non partiva nessuno.
Alcuni promotori sono andati a parlamentare con la polizia perché fosse permessa una manifestazione.
In quel momento, ho sentito e visto uomini in giacca  e cravatta che gridavano a squarciagola negli walkie-talkie: "Tenetevi pronti, ci siamo"
Contemporaneamente, dal nulla, vicino al ponte, sono spuntati giovani ben piantati con tenuta da black block, cappuccio e passamontagna o maschera, che hanno costituito un cordone circolare in un attimo, costringendo me e i miei amici a ripararci sul marciapiede.
Solo professionisti potevano fare questo in una piazza affollatissima con un'efficienza da squadra molto addestrata.
Mi hanno riferito di tatuaggi inequivocabili, militari o fascisti.
Io ho "ammirato" il tatuaggio di una bandiera italiana che avvolgeva caviglie e cosce palestrate.
Ho avuto paura, eravamo molto vicini alla postazione della stampa, che però non so se ha lanciato l'allarme o li abbia almeno fotografati.

Un gruppo della Digos li guardava senza intervenire 

È stato proprio in quel momento, con una sincronizzazione da film, che le forze dell'ordine hanno circondato la piazza in assetto antisommossa, impedendo a chiunque di uscire.
Alcuni incappucciati, assenti nelle due ore di manifestazione statica, sconosciuti a tutti e vestiti di nero, hanno lanciato due bombe carta verso la polizia mentre era in corso la trattativa per la concessione di un corteo.
La polizia ha subito risposto, caricando con lacrimogeni, manganelli, idranti.
Pare che sia stato divelto un segnale stradale per usarlo come arma contundente.

Io ho cercato un varco e sono uscita dalla piazza, dopo essere stata respinta da altri due blocchi di polizia.

Volevano criminalizzare e hanno fatto di tutto per riuscirci

Ma questo non deve assolutamente oscurare l'importanza della giornata nazionale di oggi a Roma e il suo messaggio.

Quello che conta è che in migliaia si sono messi in viaggio da ogni parte d'Italia, nonostante il discredito, la strategia della tensione, gli ostacoli oggettivi e psicologici.


Quello che conta è che Piantedosi o un qualsiasi decreto liberticida funzionale al clima di guerra e terrore, non siano in grado di fermare, assoggettare, impaurire.
E, questo, nonostante le divisioni nello stesso ambito delle realtà organizzate palestinesi in Italia, in primis la Comunità Palestinese di Roma e Lazio e poche altre, che hanno accettato di spostare la manifestazione per il 12 ottobre, viste le rimostranze della Comunità israelitica.

Presenti oggi :Udap, (l'Unione democratica arabo palestinese), Giovani palestinesi d’Italia e Api, (l’Associazione dei palestinesi in Italia).

Io credo che sia indispensabile ribaltare la narrazione mediatica su quello che è successo oggi.

Non deve passare la strategia di criminalizzare attraverso infiltrazioni.

Oggi è successo  in una manifestazione per la Palestina. Domani, quando ci/vi infiltreranno e caricheranno, (trovando certamente terreno fertile in qualche testa calda in overdose di testosterone), sarà perché licenziano, chiudono ospedali e scuole pubbliche, mandano i nostri figli al fronte, impongono con tagli e razionamenti un'economia di guerra.

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"La maggioranza è coesa" - Mario Guerrini

 

"La maggioranza è coesa". Dicono da sempre (mentendo) i leader politici. Bugia grande come una casa. Persino la roccaforte di Giorgia Meloni, in queste ore, mostra che l'unità è una chimera. Perché il potere è una droga che offusca i cervelli. Giuseppe Conte dice che il Campo Largo non esiste più. Rompendo teoricamente l'asse con il PD. In Sardegna, allora, che succede? Dopo il trionfo del 25 febbraio. Della pentastellata Alessandra Todde. Prima Governatrice della Sardegna. Niente. Non succede niente. Anche se la armonia è un miraggio. "La maggioranza è coesa". C'è la spina "Progressisti". Zedda ha riottenuto la poltrona di sindaco di Cagliari. Di cui ha sentito la angosciosa mancanza mentre sedeva sui banchi del Consiglio Regionale. I veleni sono all'ordine del giorno. Ed a materializzarli è quasi sempre Francesco Agus. Queste, però, sono piccolezze. Il vero problema è il PD dei cacicchi e capibastone, come aveva detto improvvidamente Elly Schlein. Al momento della elezione a segretaria dem. Promise di farli fuori, mostrando scarsa conoscenza dell'anima del Partito. Infatti sono ancora tutti al loro posto. Più arroganti di prima. E fanno valere il loro peso nel gioco delle poltrone. Forti di una preponderanza di numeri che è nella realtà. Come appunto accade anche in Sardegna. Tranquilli, però, la Giunta regionale non corre pericoli. Dietro il potere politico ci sono infatti interessi economici enormi. E fortune troppo belle e importanti. Per farle sfumare per veniali questioni di principi e valori. Di cui il corpo che esprime il potere si riempie pubblicamente la bocca. Ma che poi vengono ignorati davanti agli "affari" e alle poltrone. Perché questo è quello che conta. Per cacicchi e capibastone. Che da decenni tengono le briglie del potere nell'Isola. In un impavido circuito di spartizione. In cui ballano sempre gli stessi nomi e gli stessi clan. A cominciare dalle banche e dalle Fondazioni collegate. Queste logiche, è inutile farsi illusioni, sono fortemente è totalmente operative. Oggi come ieri. Anzi, forse più di ieri. Mentre l'informazione, arma di "distrazione di massa", è compromessa fino al midollo nelle logiche della caccia alla spartizione del bottino. Anche quella che blatera nel web. Sta soltanto aspettando di poter avere un posto a tavola. Buona domenica. Mario Guerrini.

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La rete dei paradisi fiscali britannici “ruba” agli altri paesi 169 miliardi di dollari ogni anno - Mauro Del Corno

 

La Gran Bretagna, tramite i suoi satelliti, continua a dominare la galassia globale dell’elusione/evasione fiscale. Isole Vergini Britanniche, Isole Cayman e Bermuda occupano le prime tre posizione dalla classifica aggiornata dei paradisi fiscali stilata da Tax Justice Network (Tjn). Le tre ex colonie mantengono stretti legami con Londra e la City da cui, nella sostanza, dipendono per i loro assetti tributari. Sono utili all’Inghilterra per fare le “cose sporche” fuori dai propri confini. A seguire nella classifica ci sono altri vecchi domini britannici come Singapore (4a) ed Hong Kong (6a).

In quarta posizione compare invece la Svizzera che, nonostante gli accordi, rimane un bastione dell’occultamento delle grandi ricchezze. Settima è l‘Olanda, una sorta di hub da cui i patrimoni “spiccano il volo2 verso giurisdizioni segreti d’oltre oceano. Poi di nuovo un appendice di Londra, ovvero Jersey, Irlanda e Lussemburgo. Fuori dalla top ten Bahamas, isola di Man, Guernsay, Cipro, Mauritius.

Tjn sottolinea come alla rete britannica di paradisi fiscali sia riconducibile un terzo degli abusi fiscali attuati dalle aziende. Eppure è stata classificata come “non dannosa” dall’OcseMoran Harari, vicedirettore di Tax Justice Network e uno dei curatori del rapporto ha ricordato che “Ogni secondo, perdiamo lo stipendio annuale di un’infermiera per colpa dei paradisi fiscale. Il Corporate Tax Haven Index aiuta a identificare i paradisi fiscali maggiormente responsabili di questo danno e le leggi che i governi possono adottare per proteggersi. L’abuso fiscale aziendale deruba i governi di denaro pubblico e deruba le persone di un futuro migliore”.

Sul sito missingprofits.world, realizzato dall’economista Gabriel Zucman è possibile rendersi facilmente conto di quanto questi sistemi danneggino i singoli paesi. L’Italia, ad esempio, perde ogni anno 7 miliardi di gettito di tasse sugli utili aziendali (il 18% del totale) a causa dello spostamento dei ricavi nei paradisi fiscali. Solo in Lussemburgo spariscono 3 miliardi di tasse, in Irlanda 1,5 miliardo, in Olanda un altro miliardo, in Svizzera, mezzo miliardo di euro.

Quanto alla rete inglese su cui insiste Tnj, “risucchia” 28 miliardi di gettito dagli Stati Uniti, 20 miliardi dalla Cina, 6,5 miliardi dall’Australia, 6,6 miliardi dal Brasile, 5 miliardi dal Canada, 2,7 miliardi dalla Russia, 1,3 miliardi dal Sudafrica e via a decrescere.

La rete di paradisi fiscali britannici, dove Londra ha il potere di imporre o vietare norme fiscali, è ciò che viene spesso definito il “secondo impero” del Regno Unito. Insieme sono responsabili di un terzo (33%) dei rischi di abuso fiscale aziendale, il 31% in più rispetto alla rilevazione del 2021. Si stima che i paesi del mondo perdano 84 miliardi di dollari all’anno in imposte sulle società a causa delle multinazionali che usano il Regno Unito e i suoi paradisi fiscali per pagare meno tasse. Questa perdita sale a 169 miliardi di dollari se si includono le perdite di gettito riconducibili ad individui facoltosi.

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sabato 5 ottobre 2024

Un provvedimento diabolico - Claudio Tosi

Il ddl sicurezza considera violenza il dissenso. Che nessuno disturbi il manovratore. Il testo in discussione fruga perfino tra le parole della tradizione pacifista e nonviolenta di Capitini e Dolci per inventare reati. Forse questo ddl 1660 avrebbe dovuto avere un numero leggermente diverso, il 1666, richiamando così il proprio intento diabolico. Non sappiamo se la disapprovazione sociale diffusa che lo ha accolto basterà per fermare l’iter legislativo, ma non era scontata. Il diavolo fa le pentole ma…


Se la vita di una norma si potesse predire dall’accoglimento del pubblico, il dissenso diffuso e composto che sta ricevendo in tutta Italia il disegno di legge (ddl) Sicurezza 1660 farebbe ben sperare in un suo pronto ritiro. Purtroppo però la tradizione di certe correnti del pensiero occidentale sui concetti di colpa e di punizione, l’ossessione a riportare tutta la vita all’interno di regole da rispettare e colpevoli da punire, ci mette in guardia dall’essere ottimisti. Il DDL sulla “sicurezza” è infatti da intendersi come provvedimento necessario non a colpire la criminalità organizzata, né a generare sicurezza sociale e civica, ma a garantire la punibilità di fattispecie di colpevoli fin qui impensate e impensabili.

Con un lessico distopico si usano parole fin qui rintracciabili solo nella tradizione della lotta pacifista e nonviolenta dei Gandhi, Capitini e Dolci, abbinate a reati e pene punite con la reclusione. Fare atti pacifici di “resistenza passiva” è, secondo questa norma, punibile con due anni di carcere; occupare spazi pubblici altrettanto, “stare” diventa di per sé espressione di dissenso e il corpo stesso dei manifestanti si trasforma di fatto in “corpo del reato” tanto da far rinominare il provvedimento norma “anti Gandhi” dal Movimento nonviolento che ricorda in un suo comunicato ai senatori della repubblica, inviato prima della discussione del ddl, che “La disobbedienza civile, la non collaborazione, l’azione diretta nonviolenta, lo sciopero, il boicottaggio, l’obiezione di coscienza, sono immensamente più forti e puri di qualsiasi decreto”. Pensiamo a cosa furono gli scioperi al contrario di Dolci per immaginare la creatività costruttiva del dissenso e paragoniamolo all’omologazione che si cerca di imporre qui.

Secondo l’OSCE, l’Organizzazione intergovernativa per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, il DDL 1660 introduce 24 nuovi reati che hanno il potenziale di “minare i principi fondamentali del diritto penale e dello stato di diritto del nostro paese”. La descrizione dei reati è peraltro vaga e priva di fattispecie puntuali, tanto da aumentare a dismisura l’area dell’arbitrio su quello che può essere imputato come reato. Il ddl 1660 individua addirittura reati dimostrati viaggiando nel tempo, con salti temporali come la “flagranza differita” che permette di imputare accuse con la sola prova di “presenza” in una manifestazione.

Il ddl 1660 prepara e consolida il terreno della presunzione di colpevolezza. Un semplice sit-in diventa punibile con il carcere, quello che si criminalizza non è l’atto violento (che non serve più) ma è considerato violenza lo stesso dissenso. Il risultato da cui l’Osce mette in guardia è proprio che, con i contenuti e la formulazione del ddl, si persegua l’intento di “scoraggiare l’esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali da parte degli individui”. Ma di nuovo pensiamo alla competenza, alla passione e alla capacità di dialogo e interlocuzione con le amministrazioni che esprimono le azioni dirette per il clima, le proteste dei e per i migranti, la resistenza dei No Tav e dintorni… criminalizzarle non mette in crisi l’idea stessa di “governo”? O in realtà è di Palazzo che si parla e allora l’intento è semplicemente azzittire chi “disturba il manovratore” e, come evidenzia Saviano su Fan page, si tratta di un atto di “democratura” e il teorema che sottende l’intero provvedimento è l’equiparazione tra chi Manifesta, che viene dichiarato Fuorilegge e può finire Prigioniero.

 

Il 21 settembre, nella sempre illuminante trasmissione di Radio 3 “Uomini e Profeti” Felice Cimatti ha intervistato la filosofa Arianna Brunori in occasione dell’uscita del suo libro Imputazione e colpa – L’invenzione della volontà (Ed. Quodlibet). Nella sua riflessione, che ha spaziato nella storia della filosofia e delle religioni con grande profondità e interesse, Brunori ha messo in luce come, da Aristotele a Kant, l’etica si sia sottomessa al diritto. Soprattutto in occidente, si argomentava, la necessità di dare giustificazione alle condanne della legge ha costruito un’idea della volontà, del libero arbitrio dell’uomo, tale per cui se si infrange la legge lo si fa per perseguire il male. Presupporre la volontà di scelta diventa così uno strumento non dell’emancipazione umana, ma della sua costrizione dentro l’universo della regola, che tutto include e tutto conforma e che sempre, infallibilmente, punisce i peccatori. Dal tardo medioevo, argomenta Brunori in dialogo con Cimatti, si assiste a un ampliamento del concetto di colpa che include anche i gesti involontari, ampliando il catalogo dei peccati fin ai primi moti della sessualità (sogni erotici, polluzioni notturne) che, se sono volontari, sono quindi legittimamente punibili.

Sarà che per noi del mondo della partecipazione e della solidarietà l’accezione del concetto di volontà è completamente diversa. Per noi muoversi “volontariamente” è l’espressione della partecipazione, della collaborazione e del prendersi responsabilità per il bene comune, ritrovarci criminali perché si interloquisce con il Palazzo ci sembra uno schiaffo a tutte quelle forze che quotidianamente lottano perché la Repubblica renda concreto il dettato Costituzionale di ridurre le disuguaglianze tra i cittadini, di costruire un piano di pari dignità tra tutti gli esseri viventi. Ma non sembra questo il modo di confrontarsi che muove il ddl 1660. Che si iscrive invece in questo enorme dispositivo di potere, in cui tutta la vita umana viene riassunta nella regola e sottoposta alla punizione, denunciando l’impianto medioevale che caratterizza le scelte dell’attuale governo. E allora lasciateci dire che forse questo ddl 1660 avrebbe dovuto avere un numero leggermente diverso, il 1666, richiamando così il proprio intento diabolico.

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Il 5 ottobre la piazza chiama. Perché è necessario rispondere - Patrizia Cecconi

La Comunità palestinese di Roma e del Lazio, emanazione dell’Autorità nazionale palestinese di Ramallah, coerentemente con il comportamento della polizia alle dipendenze dell’Anp in Cisgiordania, che nel rispetto degli accordi di Oslo garantisce la sicurezza di Israele in caso di manifestazioni contro l’occupazione, si dichiara in sintonia con la Prefettura romana e ne accetta il divieto alla manifestazione nazionale del 5 ottobre contro il genocidio e per il rispetto dei diritti umani.


Per rendere più chiara la sua posizione, il rappresentante della Comunità di Roma e del Lazio dichiara a tv, radio e altri mezzi d’informazione che lui e i membri della sua Comunità non parteciperanno  alla manifestazione indetta  per fermare la mano assassina di Israele in tutto il Medio Oriente. La Tv e alcuni organi di stampa stanno dando grande rilievo a questa decisione. Il “divide et impera” è il grande alleato di Israele, ma anche del nostro Governo che, grazie al compiacente Parlamento della Repubblica - nata dalla Resistenza, è bene ricordarlo - sta trasformando l’Italia in uno stato di polizia. Ultimo passo l’approvazione del ddl 1660.


Il 5 ottobre, col divieto di manifestare che molti di noi non rispetteranno nella piena consapevolezza del diritto alla libertà di espressione costituzionalmente garantito, forse vedremo la prima forma di applicazione delle liberticide norme contenute nel citato ddl 1660. Ma andare in piazza il 5 ottobre, in forma assolutamente pacifica e altrettanto determinata è necessario ed ha un valore doppio: quello di chiedere che cessino i massacri di vite e di diritti di cui è responsabile Israele assistito dai suoi complici, e quello di riaffermare il diritto alle garanzie di una Costituzione sempre più calpestata ma che abbiamo il diritto e il dovere di difendere.

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venerdì 4 ottobre 2024

Ciao Alberto, a sarà dura!!

 

Nella tarda serata di ieri, giovedì 3 ottobre, ci ha lasciati Alberto Perino.

Ricordare la sua figura monumentale per la Valle di Susa e per tutto il Movimento No Tav è difficile in queste ore di estremo dolore. Il vuoto che ci lascia sarà incolmabile.

Una cosa però è certa: nel corso della sua vita ha saputo trasmettere a tutte e tutti noi la voglia di lottare contro ogni ingiustizia e devastazione ambientale. Se è da trent’anni che la Valsusa resiste è anche e soprattutto merito suo.

Oggi è un giorno di dolore, ma da domani il suo spirito continuerà a vivere in ogni lotta per la salvaguardia della nostra amata terra.

Tutto il movimento si stringe forte a Bianca e ai suoi famigliari in questo tragico momento. Come da volere del caro Alberto i funerali si svolgeranno in forma strettamente privata.

Nei prossimi giorni verrà organizzata una giornata per poterlo ricordare come meritava.

Pubblichiamo di seguito un contributo di Chiara Sasso, scrittrice e attivista No Tav nonché cugina di Alberto.

 

 


“Bertino”, per noi famigliari, per chi ha vissuto con lui nel burg dle ciòché per tutti gli amici che hanno conosciuto Alberto Perino in tempi passati, quelli legati alla sua vita trascorsa a Bussoleno, ai suoi impegni antimilitaristi. Con Bianca condivideva anche la passione della montagna, le gite al Rocciamelone, la montagna sacra che governa la valle. Erano tempi quelli delle stelle alpine trovate sui sentieri, insieme al genepy scovato fra le rocce in luoghi impervi. Due simboli che bene lo rappresentano. La montagna vissuta come un prolungamento di casa, A Bessen Haut con don Oreste Cantore l’assistente spirituale della GIAC Gioventù italiana di azione cattolica, “una bella figura di uomo e di prete, con una generosità incredibile”. Cosi Alberto lo definirà ripescandolo dai ricordi, con lui e con altri volontari ha partecipato alla creazione e al funzionamento di colonie alpine per i ragazzi. “Un’esperienza che mi ha insegnato a lavorare manualmente, rendendomi quasi autonomo alle manutenzioni della casa”. I suoi studi di ragioneria non lo appagavano anche se nella vita è stato impiegato in banca, ma subito coprendo anche il ruolo di sindacalista segretario generale dei bancari della Cisl della provincia di Torino. I pranzi della domenica dalla madre lo vedeva raccontare con enfasi le risse all’interno del sindacato (che lo portò ad allontanarsi nel 1982). Lui grande interprete di copioni diversi amava raccontare attraversando a grandi passi il parquet di legno tirato a lucido del salotto, noi pubblico adorante per le sue performance ridevamo fino alle lacrime. E’ sempre stato così univa l’impegno più totale e sfrenato con una dose enorme di ironia e sarcasmo capace di riposizionane qualunque tema trattato nella giusta cornice.

Negli anni Settanta si sposa con Bianca e si trasferisce a Condove dove incontra Achille Croce, un operaio con una cultura umanistica fuori dal comune, grande cultore della nonviolenza. Con lui Alberto si avvicina all’antimilitarismo, al pacifismo e al vegetarianesimo (lo sarà fino alla fine della sua vita), con lui e altri amici fonda il Gruppo Valsusino di Azione Nonviolenta. Uno dei primi nati gruppi in Italia impegnati sul fronte dell’obiezione di coscienza al servizio militare. Bertino aveva fatto il servizio militare e si era autodenunciato partecipando ad una manifestazione con un cartello al collo: “Ho fatto il servizio militare e mi vergogno” in solidarietà con gli obiettori di coscienza processati il 13 marzo 1971 e condannati dal tribunale militare di Torino. La polizia aveva strappato il cartello, e poi lo aveva denunciato e processato per ‘vilipendio alle forze armate’. In prima istanza in corte d’assise era stato condannato a 8 mesi e 5 giorni, poi assolto in appello, perché il fatto non costituisce reato.

A Condove conosce e stringe amicizia con un altro grande prete, figura fondamentale per tutto il paese, don Giuseppe Viglongo, un prete operaio impegnato nel sociale, senza parrocchia, perché considerato scomodo dai vertici della Chiesa locale, impegnato con le ACLI a fianco del mondo operaio. Era un tempo quello dov’era possibile che nascessero in piccoli territori di provincia grandi azioni. Il 24 settembre 1970 i lavoratori delle Officine Moncenisio (che in passato facevano armi per la Marina militare) presentano una mozione nata da lunghe discussioni in fabbrica per opporsi alla costruzione delle armi in quanto strumenti di morte e violenza. La mozione era stata votata all’unanimità.

 All’inizio degli anni Novanta, con l’apporto fondamentale di un gruppo di amici e tecnici (professori del Politecnico di Torino, esperti in autostrade, ingegneri ambientali ecc.) fonda l “Comitato Habitat” che si prefiggeva il compito di essere di supporto e consulenza alle amministrazioni locali per contrastare le grandi opere. Inizia la grande storia dell’opposizione al Tav una lotta che dura da oltre trent’anni. Alberto Perino viene definito il portavoce, il leader, ma lui non accetterà mai questa definizione. Certo il suo modo di stare sulla scena, la sua fisicità, il fatto che non si risparmiava mai di accollarsi ogni tipo di impegno lo fa notare più di altri. Il suo merito sicuramente è stato quello di aver unito le diverse anime del movimento, aveva una autorevolezza naturale che si coglieva fisicamente.

Negli anni, come altri militanti notav, anche lui subisce perquisizioni, e denunce. Per un caso della vita torna anche l’accusa di ‘vilipendio alle forze armate’, perché in una intervista apparsa sul quotidiano La Stampa nel 2011 aveva dichiarato che “i vecchi del paese dicono che adesso quello che stanno facendo le truppe di occupazione italiane nella Val di Susa è peggiore di ciò che hanno fatto le truppe nazifasciste, perché i nazisti non avevano mai chiuso le strade o obbligato a presentare i documenti per andare lavorare la vigna”. Ad Alberto non si deve solo lo straordinario lavoro, di carte, di ricerca, di presenza ai presidi, alle manifestazioni, alle interminabili riunioni, si deve anche una certa leggerezza della lotta, un divertimento inserito in ogni situazione, cosa che ha permesso di portare avanti trent’anni di impegno. Ha saputo traghettare momenti difficili facendo convergere le anime diverse del movimento, il suo motto era: “cerchiamo quello che ci unisce e non quello che ci divide”. I nemici sono altri.

 Fino all’ultimo ha messo la sua vita a disposizione. La email che ha inviato pochi giorni fa ai comitati assicurava la sua presenza (a costo di andare in ambulanza) domenica 13 ottobre al presidio di San Giuliano. Un testo che la dice lunga su quanto era disponibile a fare a mettersi in gioco. “Facciamo rumore” scrive. “Ormai è chiaro a tutti che gli espropri di Telt sono solo un’operazione mediatica per dire stiamo facendo qualcosa anche in Italia così Salvini è contento e un po’ di soldi continuano a darglieli. Dobbiamo trasformarla anche noi in una operazione mediatica non usando le deleghe ma andando in tantissimi di persona a farci espropriare contando le piante facendo andare la cosa per le lunghe. Io stesso verrò a farmi espropriare con l’ambulanza, spero della Cri di Susa, con un trasporto privato che mi pagherò; perché così l’esproprio si può trasformare in un bell’ambaradan mediatico. Può anche essere che sia l’ultima occasione, per me, ormai bloccato a letto, di incontrare i carissimi compagni No Tav per salutarli. L’evento lo dobbiamo costruire bene. e se non fanno loro gli stronzi potremmo essere davvero in tantissimi. Se fanno gli stronzi si danno la zappa sui piedi. Diamoci da fare, io cerco di fare la mia parte e voi datevi da fare per la vostra parte tutti insieme faremo un bel botto mediatico”. Era capace di grande “spazzolate” ma anche di un amore immenso verso tutti. Le sue email corpo 18 risuoneranno per molto tempo come la sua voce in tutti noi. Facciamo rumore.

Chiara Sasso


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