sabato 29 febbraio 2020

L’industria della malattia - Silvia Ribeiro



Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, all’industria farmaceutica internazionale non interessa la salute. La sua vocazione è aumentare i propri smisurati guadagni, e a tal fine il “consumatore” ideale dei suoi prodotti è sempre malato, poiché se guarisce smette di acquistare, come pure se muore. È un’industria strettamente oligopolistica, aggressiva al fine di controllare larghe fette di mercato a livello mondiale, ottenere brevetti esclusivi ed elevate percentuali di utili, esercitare pressioni per ottenere politiche globali e nazionali a proprio favore.
Sebbene molte altre industrie transnazionali lavorino con lo stesso scopo, qui si tratta di controllare la distribuzione e l’accesso a farmaci, che in molti casi decidono la vita o la morte delle persone ammalate.
Si tratta di un’industria ad alta concentrazione di mercato che per difendere i propri interessi funziona spesso come cartello. Per quel che riguarda la vendita di farmaci, le 10 principali transnazionali controllano oltre la metà del mercato globale. Oggi sono: Pfizer, Novartis, Roche, Johnson y Johnson, Merck & Co, Sanofi, GlaxoSmithKline, Abbvie, Gilead Sciences e Teva Pharmaceuticalsseguite da Amgen, AstraZeneca, Eli Lilly, Bristol Myers Squibb, Bayer, Novo Nordisk, Allegan, Takeda, Shire e Boheringer Ingelheim. Tutte hanno alle spalle una storia lunghissima, alcune di oltre un secolo, sebbene a seguito di acquisti o fusioni, alcune abbiano cambiato di nome. Alcune di esse hanno un rapporto storico con quelle che oggi dominano i pesticidi, le sementi e i transgenici: Bayer è padrona di Monsanto, Novartis e AstraZeneca si sono fuse per dar vita a Syngenta, etc. Le unisce la logica di far ammalare e vendere il rimedio.
Secondo gli analisti dell’industria, nel 2018 le 10 imprese farmaceutiche più grandi hanno totalizzato vendite per 523 miliardi di dollari, un mercato che si stima giungerà ai 1.000 miliardi di dollari nel 2020. Si tratta di un aumento notevole in vendite e concentrazioni di mercato dal 2017, anno in cui le 20 più grandi realizzarono vendite per 503 miliardi di dollari e le prime 100 per 747 miliardi (Scrip Pharma, Outlook 2019).
Un rapporto del 2018 dell’agenzia governativa statunitense GAO mostra che le 25 maggiori industrie farmaceutiche hanno realizzato un utile annuale dal 2006 al 2015 compreso fra il 15 e il 20% (del fatturato ndt), collocandosi fra le categorie industriali che avevano le più alte percentuali di rendimento (Government Accountability Office, GAO-18-40). Tuttavia, quasi tutte in alcuni momenti sono arrivate a percentuali di utili molto maggiori, grazie al controllo monopolistico dei medicinali e dei vaccini in occasione di epidemie o crisi sanitarie.
L’industria farmaceutica transnazionale ha avuto inoltre un ruolo chiave nell’imporre le leggi sulla proprietà intellettuale e ampliare sempre più la validità dei propri brevetti a livello globale. Sono le aziende farmaceutiche che stanno dietro all’inclusione dei brevetti nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, nel TLCAN (Trattato dell’America del Nord fra Stati Uniti, Canada e Messico, ndt) e in altri trattati commerciali. Insieme all’industria biotecnologica, a quella delle sementi e a quella informatica, combattono in tutti questi ambiti per aumentare gli anni di validità dei brevetti e dei marchi dei loro prodotti e per impedire che si possa avervi accesso senza pagare.
Argomentano che hanno necessità di avere brevetti sui farmaci per poter recuperare le spese di innovazione e di sviluppo. Però molti rapporti sulle loro “innovazioni” mostrano che la grande maggioranza dei nuovi farmaci immessi sul mercato da queste imprese sono semplicemente copie di quelli già esistenti, con qualche piccola variante nella formulazione o nell’impiego, al fine di ottenere altri 20 anni di brevetto esclusivo.
Marcia Angell, direttrice per 17 anni della rivista scientifica New England Journal of Medicine; nel suo libro La verità sull’industria farmaceutica ha mostrato che il 67 % dei “nuovi” farmaci che vengono immessi sul mercato non sono innovazioni bensì copie. L’Ufficio di Valutazione Tecnologica degli Stati Uniti (OTA, secondo la sigla in inglese), che ormai è stato chiuso, nel 1996 pubblicò un’informativa su 348 nuovi prodotti delle 25 più grandi compagnie farmaceutiche nel corso di 7 anni e verificò che il 97% erano copie. Del restante 3%, che era sì innovativo, il 70% era frutto delle ricerca pubblica. Sebbene questi documenti siano vecchi di anni, la realtà dell’industria continua sulla stessa linea.
Vi sono anche vari esempi di come il cartello farmaceutico transnazionale ha boicottato i paesi produttori di farmaci generici (vale a dire il cui brevetto è scaduto) soprattutto nel caso di medicine con forte richiesta in situazioni di epidemie. Nel 2001, 39 grandi imprese farmaceutiche bloccarono la vendita in Sudafrica di tutti i loro medicinali, per fare pressione affinché non comprassero medicinali generici per l’aids. Non essendo riusciti a raggiungere tale obiettivo, negoziarono in blocco un prezzo che sebbene fosse 10 volte più basso del prezzo commerciale iniziale delle imprese farmaceutiche, era molto superiore a quello che poteva essere ottenuto con fabbricazione propria.
Oggi l’industria ha sviluppato la strategia supplementare di produrre i propri generici. Attualmente, Pfizer e Teva, entrambe nel gruppo delle prime 10 transnazionali, sono anche le più grandi produttrici globali di alcuni generici, e per alcuni medicamenti sono riuscite ad avere il monopolio sul mercato, ottenendo così lo stesso effetto di averne il brevetto.
È tutta un’industria contro la salute.

* Ricercatrice del Gruppo ETC.
Fonte: “Trasnacionales farmacéuticas: receta para el lucro”, in La Jornada, 25/01/2020.
Traduzione a cura di Camminardomandando


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