lunedì 15 febbraio 2021

«Ti piace il presidente Draghi?»: «No. Non mi piace» - Tomaso Montanari


Si può ritenere che la gestione della crisi sia stata, a tratti, opaca? Per esempio, nel colpo di scena (evidentemente non tale per tutti) per cui le Camere in nessun caso sarebbero state sciolte? Si può dissentire, anche radicalmente, dal Presidente della Repubblica, sostenendo che la scelta di Draghi sia non già un balsamo, ma invece un serio vulnus, per la nostra democrazia? Si può mettere in dubbio lo status messianico del Presidente del consiglio incaricato, ricordando che la sua intera carriera e il suo operato pendono dalla parte di chi ha reso il nostro mondo ciò che è (e cioè mostruosamente ingiusto, e diseguale), e non dalla parte di chi ha provato a migliorarlo? Si può auspicare, infine, che qualcuno, in Parlamento, abbia sufficiente autonomia politica e morale per «disobbedire al presidente Mattarella» (magari per non governare coi fascisti), questa inimmaginabile condotta da reprobi?

In pochi giorni, l’articolo 1 della Costituzione è stato riscritto così: «L’Italia è una Repubblica paternalista, fondata sui migliori». E uso “paternalismo” in senso proprio: nascendo quella parola per definire una «politica […] caratterizzata da una bonaria e sollecita attenzione verso i bisogni dei sudditi, escludendoli però completamente dal controllo delle attività dello Stato e da una qualsiasi forma di partecipazione alla gestione della cosa pubblica» (così il Grande dizionario della lingua italiana).

Il nuovo mantra dell’antipolitica ha assunto toni monarchici, autoritari, repressivi. «È finita la ricreazione! È entrato il preside: ora sono tutti muti, a capo chino»; «finalmente sono stati commissariati, quegli incapaci del Parlamento!»; «ha parlato il Presidente, nella sua saggezza, ora non vola una mosca»; «il Presidente sarebbe “infastidito” dalle condizioni poste dai partiti», e via dicendo. Il fasto del Palazzo del Quirinale ha eclissato le aule sorde e grigie del Parlamento esercitando, ancora una volta, la sua malìa autocratica: i fantasmi di papi e re hanno ripreso la scena, rimettendo al proprio posto il popolo bue, e i suoi bovini rappresentanti. Imponendo il nome di Draghi senza sottoporlo a consultazioni preventive (l’Eletto ne sarebbe uscito svilito); annunciando che un «alto profilo» spazzava finalmente via i populisti trogloditi; teorizzando un governo «che non debba identificarsi con alcuna formula politica», il Presidente ha inferto una mazzata micidiale al Parlamento: che vede divorato, sul colle più alto, un governo cui aveva appena rinnovato la fiducia.

Ora, più ancora di questa mossa con pochi (e discutibili) precedenti – ma comunque dentro i confini formali della Carta – sconcerta il plauso con cui tutti l’hanno accolta: te deum, ceri, inni, vitelli grassi sgozzati. Era il funerale della democrazia parlamentare, così debole, impotente, screditata da esser pugnalata a morte da un sicario saudita, e poi sepolta frettolosamente da un Padre severo: eppure i morti ballavano, e bevevano. Quanto è profonda la disillusione, anzi il disprezzo, verso la democrazia parlamentare, se tutti gioiscono perché le decisioni circa il bene comune vengono ora prese da una persona sola, con una regressione plurisecolare? Il godimento masochista di un’intera democrazia che, vedendosi umiliata, grida: «dai, frustami ancora!».

I pochissimi che, a sinistra, dichiarano anche in pubblico la loro avversità per il nascente governo degli ottimati, lo fanno additando la presenza non già del Caimano prossimo alla mafia, ma della Lega, punto di riferimento di neofascisti e neonazisti, e legatissima in Europa alle estreme destre xenofobe. Ma questa nefastissima inclusione non è un effetto collaterale imprevisto: è un esito fortemente voluto, per due ragioni.

La prima è il coinvolgimento del partito di Salvini in un’operazione chiaramente atlantica: un’operazione che lo allontani da Putin e lo faccia entrare nella cerchia occidentale che condivide onori e oneri del vampirismo turbofinanziario. Un’iniziazione, un’affiliazione.

La seconda, più velenosa e sottile, è la volontà di affermare l’unico vero dogma ideologico del mondo in cui Draghi è protagonista: TINA, There Is No Alternative allo stato delle cose. Non c’è alternativa alla monorotaia dell’ordine economico occidentale: e dunque le differenze politiche (destra e sinistra, fascisti e democratici, conservatori e progressisti…) sono solo cosmetiche, folkoristiche, buone per i talk: tenere tutti insieme (da Leu alla Lega) sotto l’ombrello paternalistico del Grande Banchiere intronizzato sul seggio dell’Esecutivo significa abrogare le ragioni stesse della politica. Il bene della nazione, il bene del popolo, il bene dell’Italia sono dati a priori: decisi, sul Colle più alto, dal padre della Nazione, e affidati al Governo di Alto Profilo. Quel che è non più nemmeno immaginabile è il conflitto: il conflitto sociale che diventa conflitto politico, e che in Parlamento trova una mediazione cui il governo dà attuazione. Tutto da dimenticare: niente conflitto, perché il Bene della Nazione lo conosciamo già.

Peccato che i ricchi non vogliano le stesse cose di cui hanno bisogno i poveri. Ma proprio questo è il punto. Perché questo “governo del Presidente” (cioè “governo non parlamentare se non proforma”) è aristocratico intimamente: programmaticamente. Da Berlusconi ai giornali degli Elkann, tutti invocano il “governo dei migliori”. Si glossa: dei competenti. Vano chiedere competenti su cosa (domanda lecita, viste le prime uscite sulla scuola: da bar dello sport dei Parioli). Vano ricordare che se l’Italia è messa com’è messa, è colpa non dei populisti ma dell’élite più ignorante, corrotta, familista, incapace del pianeta. Vano perché, come è chiaro fin dai tempi di Aristotele, si scrive aristocrazia, si legge oligarchia: governo dei pochi. Cioè dei ricchi. È davvero il culmine italiano dell’ordoliberismo: «uno Stato sotto sorveglianza del mercato, anziché un mercato sotto la sorveglianza dello Stato» (Foucault). In un momento in cui i tre uomini più ricchi d’Italia possiedono quanto i sei milioni di cittadini più poveri, in un momento in cui il massimo pericolo per la democrazia è che i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri più poveri, si affida il governo della Repubblica all’uomo Goldman Sachs. Uomo nel senso di maschio, innanzitutto: perché il paternalismo è, per definizione, maschilista. E l’uomo di potere deve essere accompagnato, due passi indietro, da una «moglie di gran classe che non parla neppure se interrogata» (Aspesi). Maschio solo al comando: farà tanto meglio, in quanto non dovrà trattare con gli spregevoli partiti per i nomi dei suoi ministri.

È chiaro che stiamo imboccando l’oligarchia come via d’uscita dalla crisi della democrazia parlamentare? Con tanto di cronache a getto continuo dal buen retiro umbro della famiglia reale: che fa una vita così normale, signora mia! Stiamo cadendo da una (orribile) padella a una (fatale) brace. Una brace che ben conosciamo: «è da vedere se questo modo di pensare, molto diffuso, non sia un residuo della trascendenza cattolica, e dei vecchi regimi paternalistici», si chiedeva Antonio Gramsci.

«Costruire la democrazia equivale a distruggere le oligarchie – ha scritto Gustavo Zagrebelsky – con la precisa consapevolezza che a un’oligarchia distrutta subito seguirà la formazione di un’altra, composta da coloro che hanno distrutto la prima». In questo caso – è il dramma – l’oligarchia è quella di prima, che torna: mai distrutta. Quella che ha portato il Paese al disastro, il Pianeta sull’orlo dell’abisso. Mentre il costume e la retorica tornano a prima del 1789, o, a tutto concedere, a un dispotismo illuminato in cui il monarca-padre decideva per il “bene” di sudditi eternamente minori.

Siccome il danno, l’involuzione, prima che istituzionali sono culturali, se ne esce, se se ne esce, solo a dosi massicce di pensiero critico: pensiero contro, insubordinato, eretico, non conforme. Una mobilitazione di pensiero nelle scuole e nelle università, nei luoghi dove ancora si può cercare, attraverso una «erudizione implacabile» (ancora Foucault) di non piegare le ginocchia di fronte a padri saturnini. Occorre «il senso della rivolta», e la «capacità di sfruttare appieno le rare opportunità di discorso concesse» (Said). E, con il Tommasino di casa Cupiello, occorre saper rispondere, a chi chiede ossessivamente «ti piace il presidente Draghi?»: «no. Non mi piace».

Post scriptum
Dopo aver ascoltato Draghi leggere la lista dei ministri è stata subito ben chiara una cosa: nessuna tragedia politica, in Italia, è separabile dalla farsa. Il «Governo di alto profilo che non debba identificarsi con alcuna formula politica» annunciato da Mattarella è una specie di pletorico governicchio tardodemocristiano-berlusconiano costruito con la più bieca spartizione da manuale Cencelli. Altro che articolo 92 della Costituzione: è il trionfo della partitocrazia (15 politici contro 8 “tecnici”), mentre il Parlamento viene umiliato. Un vero capolavoro istituzionale.
Nani, ballerine, servi di partito, scienziati-manager in quota saudita. Brunetta alla Pubblica Amministrazione da solo vale il viaggio. All’inferno. Poche donne (tra cui la Gelmini, la Carfagna, la Stefani…santoddio…), quasi tutte senza portafoglio, e addette a faccende secondarie. Le uniche in primo piano, di area ciellina: con salde convinzioni circa il rispetto della famiglia tradizionale. Di Maio ancora agli Esteri, Speranza alla Salute. L’eterno Franceschini, incollato letteralmente alla poltrona, che ottiene il titolo lugubre di Ministro della Cultura: voluto da Mussolini nel 1937, abolito nel 1944.
Figuriamoci se fosse stato il Governo dei peggiori. Renzi, Mattarella e Draghi ci hanno regalato un governo di destra. Davvero non so con quale stomaco LeU e i Cinque Stelle potranno votare la fiducia a questo Bar di Guerre Stellari. Ma, come ci ricorda Giorgetti allo Sviluppo, non c’è nulla ridere: il disastro è appena cominciato.

da qui

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