sabato 13 febbraio 2021

LET ME LIVE IN MY FOOTSTEPS: una marcia per Ocalan - Gianluigi Deiana

 

Let me die in my footsteps – lasciatemi morire sui miei passi – è un testo di Bob Dylan, giovanissimo allora; è molto semplice ed essenziale, mi frullava in mente ieri mentre camminavo, dopo ore, nella nuvola della montagna verso Ortuabis.

Per quanto flebile possa essere l’intenzione, rispetto alla durezza della realtà, avevo deciso di muovermi comunque, per onorare la settimana internazionalista del popolo kurdo, nell’anniversario della cattura del presidente Ocalan, il 15 febbraio 1999.

Ho un po’ rubato quel titolo cambiandone una sola parola, vivere, «lasciatemi vivere sui miei passi» ma il significato è uguale.

Quello che vorrei dire in queste righe è che esistono i prigionieri politici, come esistono i perseguitati per la causa della giustizia e i costruttori di pace; Abdullah Ocalan è questo. Idee impedite e vite rinchiuse: possono camminare solo sui nostri passi, solo sul cammino testimoniato per loro dai nostri corpi.

E’ poco, ma ne scrivo … nonostante il velo di intimità che protegge questo sentimento. Ho partecipato negli anni scorsi alla marcia internazionalista che il movimento kurdo in Europa organizzava nel cuore delle istituzioni europee – dalla Corte di giustizia in Città del Lussemburgo al Parlamento europeo, a Strasburgo, giù per la valle della Mosella. Ho vissuto da vicino l’apprensione per la tragedia di giovani vite spezzate dallo sciopero della fame, come è successo due anni fa (e poi ancora col martirio della band musicale Grup Yorum, e gli innumerevoli perseguitati a Istanbul come nelle città e villaggi dell’interno). Abbiamo camminato in tanti nella marcia di febbraio, gli scorsi anni. Ma quest’anno, a causa del Covid, è diventato impossibile. Abbiamo dovuto pensare ad altro, per quanto resta compatibile con le circostanze. Abbiamo lanciato una campagna internazionale, con una petizione on line e iniziative diffuse. Abbiamo ottenuto una risoluzione del Parlamento europeo, che addebita in modo inequivoco al regime turco la disumanità nel trattamento dei prigionieri. Abbiamo inoltrato al segretario generale delle Nazioni Unite una lettera aperta, proposta dal congresso dei sindacati del Sudafrica, per l’applicazione nei confronti della Turchia delle nelson mandela rules. Abbiamo inviato a papa Francesco, in occasione del suo ormai prossimo viaggio in Iraq, una lettera aperta chiedendogli di visitare e portare conforto alle popolazioni dei villaggi e delle enclaves kurde e yazide, massacrate dall’Isis e ora in balia del disegno espansivo della Turchia. Cerchiamo in ogni modo di tenere attenta l’opinione pubblica sulla deriva nella Siria del nord, abbandonata dall’amministrazione Trump alle soldataglie assoldate da Erdogan.

Quanto a me, anche spinto dalla contiguità filosofica degli scritti carcerari di Ocalan con l’opera del nostro Gramsci, e sostenuto da realtà associative già attive su questo drammatico problema (i Cobas scuola Sardegna e le locali associazioni gramsciane) ho intrapreso la mia marcia Gramsci-Ocalan, da Ales a Sorgono a Ghilarza, i paesi di Antonio; cento chilometri di cammino, nell’intento di sensibilizzare anche le amministrazioni comunali di passaggio e di contribuire a smuovere per questa via il nostro ministero degli Esteri dal suo colpevole torpore e distoglierlo dalla sua connivenza con regimi criminali quale quello dell’Arabia Saudita, dell’Egitto e della Turchia.

Molti Comuni, primi fra tutti Riace e Palermo, hanno concesso ad Abdullah Ocalan la cittadinanza onoraria. Non si tratta di un atto pletorico: esso richiama il fatto giuridico che un tribunale italiano ha stabilito che Ocalan è un prigioniero «politico» e che questa repubblica ha il dovere giuridico di richiederne formalmente il trasferimento in Italia.

La mia marcia è giunta ora a metà strada, al valico di Ortuabis; domani (venerdì) arriverà a Sorgono e sabato mattina a Ghilarza.

I prigionieri possono camminare solo con i nostri corpi.

da qui

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