sabato 6 febbraio 2021

Un decennio dalla Rivoluzione tunisina: il coraggio di Lina Ben Mhenni e delle donne rivoluzionarie - Luca Serratore



È passato un decennio dalla fine della Rivoluzione tunisina. In occasione di questa ricorrenza, l’Università di Pisa ha organizzato un convegno internazionale al quale hanno partecipato degli ospiti di primo piano nel panorama intellettuale.

Rivoluzione della dignità, è uno dei nomi con cui i manifestanti hanno definito la rivoluzione che ha portato alla caduta del regime dittatoriale di Zine el-Abidine Ben Ali il 14 gennaio 2011.

Il convegno è stato dedicato alla memoria di Lina Ben Mhenni, blogger e attivista deceduta nel 2020. Ma anche a tutte le donne che hanno sostenuto e portato avanti la rivoluzione riuscendo a ottenere la liberazione del proprio paese da dittatura e paura.

 

L’azione svolta in Tunisia rappresenta lo spunto dal quale numerose proteste e rivolte si sono propagate negli ultimi anni in tutta la regione araba. Si è così generata un’onda di dimensioni notevoli che ancora oggi si riversa nelle piazze in Tunisia, in nord Africa e Medio Oriente per contrastare la fame, chiedere giustizia e combattere per la dignità e la libertà.

Lina è stata una delle figure più importanti della rivoluzione tunisina. Attraverso il suo blog “A Tunisian girl” è stata tra le prime a raccontare in Tunisia e al mondo intero quello che stava succedendo tra il dicembre 2010 e il gennaio 2011. È stata tra le prime a denunciare la violenza della repressione e a scendere nelle piazze per chiedere la caduta del dittatore Ben Ali.

Le donne hanno giocato un ruolo fondamentale nella stagione delle rivolte nel mondo arabo nel 2010 e nel 2011. Ancora oggi continuano a essere protagoniste come agenti forti di cambiamento. Queste donne mettono continuamente in pericolo i loro corpi e le loro intelligenze per ottenere dei governi giusti e democratici capaci di garantire a ogni individuo diritti e libertà.

Il loro coraggio le ha portate a scendere in piazza non solo in Tunisia, ma anche in Marocco, Egitto, in Siria, in Libano, in Iraq e l’elenco non si ferma qui. Ancora oggi nei paesi arabi le piazze sono in fiamme. 

Ma come sta andando la giovane democrazia tunisina a un decennio di distanza? Sono state svolte elezioni libere, ma la politica si è trovata spesso in tumulto. Durante questo decennio e nel mezzo di una crisi economica, circa 13 governi diversi hanno governato il paese.

Gramsci con il termine “rivoluzione passiva” intendeva una trasformazione delle strutture politico istituzionali che però di fatto non portano a sostanziali mutamenti nell’ordine stabilito. Ma nel contesto tunisino non si parla di una falsa rivoluzione. Si parla di una rivoluzione che affronta difficoltà causate da progressive crisi e diversi ostacoli che si frappongono alla sua realizzazione. In poche parole la rivoluzione passiva non scaturisce dalla lotta delle classi ma si impone dall’alto tendendo a sfruttare l’assenza o l’impossibilità di una forte iniziativa popolare con la conseguenza che, secondo Gramsci, il cambiamento rischia di essere lasciato nelle mani delle classi dominanti. Quindi il gruppo portatore delle idee è quello borghese e intellettuale, e non quello subalterno o svantaggiato.

Nonostante sia stata l’unica nazione in cui le rivolte hanno avuto successo, in realtà ha avuto e ha ancora molti problemi nella sua transizione.  Norberto Bobbio ha suggerito una riflessione in merito alla nozione molto complessa del termine “rivoluzione”. Bobbio ha individuato i tratti caratterizzanti dell’evento della rivoluzione nel “movimento” e nel “mutamento”, i quali rappresentano reciprocamente la causa e l’effetto della rivoluzione stessa. Perciò, per definire al meglio la rivoluzione occorre specificare di quale tipo di movimento e di mutamento si tratta.

Nel contesto tunisino, il movimento che ha caratterizzato la rivoluzione è il risultato di una società civile preparata. Già da decenni alimentava con sacrificio e coraggio la passione per la libertà, per i diritti e per la democrazia pagando prezzi altissimi. Dunque la competenza della società civile in Tunisia è tra le principali cause che hanno portato a un destino diverso rispetto agli altri paesi investiti dalle rivolte del 2011. Per quanto riguarda il mutamento prodotto dalla rivoluzione, gli effetti principali che si rilevano sono la scrittura di una nuova costituzione, e il nuovo ordine delle libertà e dei diritti che l’ordinamento tunisino sta consolidando, diversamente da quanto avviene negli altri paesi intorno alla Tunisia.

Nonostante tutto, il processo di transizione sta avvenendo tra tante difficoltà e molte incoerenze. D’altronde non è esistita alcuna rivoluzione, soprattutto se orientata al riconoscimento dei diritti che non abbia generato transizioni molto lunghe e dolorose, caratterizzate da crisi e regressioni. O ancora, una rivoluzione alla quale non sia stata criticata la propria efficacia.

Ma il lavoro che viene fatto in Tunisia con coraggio e determinazione potrebbe essere fonte di grande ispirazione per tutta la comunità internazionale.

da qui

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