venerdì 25 ottobre 2019

39 morti in un camion, nascosti come il nostro invisibile cinismo – Giulio Cavalli


Ma che ce ne frega dei trentanove poveracci morti come bancali dentro il rimorchio troppo stretto nella zona industriale di Grays, in periferia di Londra. Dai, su, non scherziamo, trentanove cadaveri su un camion, tra cui anche un ragazzino colpevole di avere voluto rischiare come dovrebbero fare solo gli adulti, sono la merce di un Occidente che ha investito tutto sull’impermeabilizzazione dell’etica per superare comodamente questa epoca difficile. In Inghilterra, poi, pensateci bene. Morire da immigrato in Inghilterra è il modo migliore per farsi risucchiare da una doppia distanza: dal paese d'origine, e da quello di arrivo. È una sorta di condanna a essere poco interessante. I morti poco interessanti sono la fortuna di chi fa politica contabilizzando le vittime.
Dai, davvero, che ce ne frega di bombardare gli stomaci deboli degli elettori che ora sono tutti appallottolati per la disgrazia di dovere usare un bancomat con una storia di immigrazione che non ha nemmeno il sale, le facce cotte dal sole, nemmeno qualche segno di stupro e nemmeno la scomodità della nausea in mezzo alle onde: certi capolavori politici sono tutti nell’obbligare qualcuno a morire proprio male, proprio con grande dolore, proprio con profondissimi e sanguinolenti segni sulla pelle per meritarsi un dibattito. Morire inscatolato è una morte che non soffia un fremito. Un incidente stradale senza il botto. Poco appeal d'immagine fa una notizia, certo, ma non fa davvero sensazione.
Eppure quel camion è una sindone, ci metteremo anni a capirlo, è la sindone perfetta di un’Europa che di fronte alle disperazioni tutte intorno è stata capace di trasformare i propri pori in polistirolo e delegare le sofferenze e le privazioni solo alla letteratura di genere di quei giornalisti che hanno deciso il filone del buonismo per racimolare un po’ di carriera: se non c’è un bambino, se non c’è una pagella cucita, se non c’è un cadavere di una madre incollato al cadavere del figlio allora è tutto ordinaria amministrazione, vittime collaterali di una politica del rigore che vorrebbe stare sui numeri e invece, oibò, ogni tanto straripa sulle persone.
Ormai siamo riusciti perfino a costruire un grado di merito dei morti, una meritocrazia delle vittima, una scala valoriale di come bisogna morire per meritare un lutto che non si limiti alla carta bollata. Stupisce? Ma no, ma lo abbiamo cominciato a fare con i vivi, ci siamo permessi di credere che ci siano bisognosi più bisognosi, abbiamo inventato i marchi “doc” per quelli che scappano dividendo i più pregiati (almeno mutilati, stuprati, per forza orfani e con una guerra che gli si possa leggere sulle braccia) da quelli che invece ci fanno schifo e di cui non ci possiamo mica occupare (i migranti economici, pensa che presuntuosi quelli che si spostano semplicemente per avere una vita migliore senza nemmeno un lutto, pensa che odiosi vezzosi). E così inevitabilmente siamo arrivati anche a classificare i morti. Naturale che finisse così.
In fondo ci siamo tutti fissati sul Mediterraneo perché è un luogo facile da raccontare, perfetto per essere rivenduto nei lacrimevoli editoriali: il mare è un topos che hanno usato tutti i migliori letterati, immediato e comprensibile, come il candelabro nelle storie poliziesche più banali. Nessuno però si permetta mai di dire o di scrivere che il mare (o il camion nel caso di Grays) sono solo le condutture di scarico di una fogna che sta molto più lontano, nessuno dica che i luoghi che andrebbero descritti sono gli uteri violati in Libia o quelle traversate tutte pece e sangue nel deserto per arrivare all’imbuto di Tripoli o quelle camminate che attraversano la rotta balcanica per arrivare strisciando in Europa. No, no, ci si fermi al mare o al camion, che la nuova etica disinfettata di questo Occidente che era storicamente elegante nei diritti e che è diventato cinicamente elegante solo nei modi non vuole troppa tragedia. Compatiamoli, ma poco. E rimaniamo lì sul Mediterraneo dove i vigliacchi sovranisti di casa nostra (e dell’Europa feroce, quelli di Visegrad) hanno già pronte tutte le cartucce populiste per imporrare la loro falsa narrazione. Pensa a un sovranista che deve rispondere su dei corpi morti striscianti nel cassone di un tir: non ha il vocabolario delle stupidità da poter sparare a palle incatenate. Niente di niente.
Mi avevano insegnato, ero bambino superficiale come hanno il diritto di essere solo i bambini, che ero nato in quella parte del mondo che reclamava la propria superiorità perché aveva costruito benessere da condividere con tutti e invece questa parte di mondo è diventato uno di quei condomini di plastica con la verdura coltivata negli stipiti e con i putti intorno alla portineria, quei condomini sempre chiusi alla gente che si può permettere di adorarli da lontano. Sì, è vero. Dice l’Occidente, siamo grandi nei diritti ma non c’è spazio mica per i diritti di tutti, eh. Dicono così. E ci hanno quasi convinto. Così in fondo un camion che trasporta morti che hanno pensato di potersi fidare di stare nascosti con il catenaccio alla fine non è nient’altro che una consegna sbagliata di merce che è scaduta per problemi di rotte, di bolle, di documenti e di strade. Dai, succede. Che ce ne frega. In Inghilterra, poi. Ma vuoi vedere che adesso anche l’Inghilterra si mette in testa di esportare storie di dolore? Ma non scherziamo, su.
da qui

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