venerdì 5 giugno 2020

Dove posiamo lo sguardo - Gianni D’Elia



In questo tempo si impone a noi l’evidenza e l’importanza del volto, dello sguardo.
Volti spesso celati dalle mascherine, anche quando non necessarie o addirittura dannose. Per paura, per obbligo, per protezione di sé o degli altri, per avvio di una moda.
Chissà quante persone che indossano con convinzione, con determinazione e quasi con orgoglio la mascherina magari fino a tre mesi fa, criticavano le donne che per loro cultura, mostrano solo gli occhi.
Lungo i marciapiedi, nei negozi, in coda, di corsa o in bicicletta, emergono gli occhi e gli sguardi al di sopra delle mascherine. Occhi e sguardi intensi, sfuggenti, malinconici, bassi, altezzosi, impauriti, seri, allegri, caldi, freddi o tiepidi. Sguardi pieni di speranza o di pessimismo, a volte indifferenti o carichi di partecipazione umana.
Alcuni giorni fa, chi ha alzato lo sguardo alle frecce tricolori che sfrecciavano su Torino e sull’Italia, e tra qualche giorno sfrecceranno ancora, cosa ha guardato?
Quando lo sguardo si posa su uno spettacolo del genere, cosa si vuole vedere o cosa si mostra a noi?
Dove abbiamo bisogno di posare i nostri sguardi, con o senza mascherina?
In fondo, sta sempre a noi decidere di rivolgere il nostro sguardo alla forza, alla velocità, all’inaudito sperpero, alla manipolazione in nome dell’unità nazionale o di una “missione di pace”.
Oppure, se posare lo sguardo compassionevole o benevolo all’altro che ci passa a fianco, chiunque sia. Per rivolgere sguardi che restituiscano fiducia, coraggio, comprensione, apertura.
Almeno sui nostri sguardi e dove decidiamo di posarli, chi ha potere non lo ha fino in fondo. Sta a noi girare il volto e i nostri occhi in basso, in alto o in orizzontale.
E se proprio alziamo lo sguardo sia per il cielo e le nuvole che corrono. Sia per la luna, le stelle, il gabbiano o il mistero della vita.
Si, sta a noi decidere dove posare i nostri occhi perché si riempiano di più luce, di più gioia, di più comprensione delle cose, di noi stessi, degli altri.
Bruno Chenu in Tracce del volto scrive: «…se certi sguardi oggettivizzano, altri destano e vivificano…»; il poeta René Char aggiunge: «…solo gli occhi sono ancora capaci di emettere un grido…».
C’è in questa esplorazione del visibile un magnetismo irresistibile verso l’invisibile. Ogni sguardo è un itinerario verso la profondità nascosta: quando io guardo colui che mi guarda, non ci guardiamo semplicemente gli occhi, ci guardiamo negli occhi. Maurice Merleau Ponty lo esprimeva in altri termini: «…il visibile ha esso stesso una membrana d’invisibile…». Ogni sguardo è alla ricerca della luce piena. Ogni essere umano ha l’anima nell’occhio.

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