lunedì 29 aprile 2024

a proposito di guerre

La Grande Guerra in arrivo: non "se" ma "quando" - Konrad Nobile

Il 2024 ha visto un deciso “salto di qualità” nei toni guerreschi usati dalle istituzioni europee e, in genere, occidentali.

Minacce e dichiarazioni fino a poco fa inimmaginabili sono diventate via via realtà, in un crescendo allarmante che pare confermare i peggiori presentimenti sul nostro futuro.

Se infatti il presidente francese Macron ha iniziato a paventare l’invio diretto di truppe in Ucraina, da oltremanica Patrick Sanders, capo dell’esercito britannico, dichiara apertamente che il mondo è alle porte di una nuova grande guerra e che, conseguentemente, vi è la necessità di addestrare i cittadini e prepararli alla battaglia (1).

Dai palazzi di Bruxelles i vertici dell’UE rincarano e, invitando gli Stati europei a prepararsi alla guerra, chiedono di mettere il turbo all’industria bellica e “produrre armi come i vaccini” (2)(3).

Pare proprio che la direzione voluta dai vertici occidentali sia quella di preparare i loro Paesi ad andare incontro a un nuovo conflitto su vasta scala contro chi si oppone, volente o nolente, ai piani e all’egemonia dell’imperialismo (4).

Questo scenario prebellico ha iniziato a prendere concretamente forma nel fatidico febbraio 2022 quando la Russia, entrando direttamente sul suolo ucraino (sul quale la NATO ha messo le sue grinfie dal 2014, anno del golpe “Euromaidan”), ha sferzato un colpo storico all’Occidente minandone l’immagine di assoluto padrone del mondo, immagine già indebolita da tutta una serie di errori e insuccessi (5). Ora gli sviluppi mediorientali avviatisi dopo il 7 ottobre, in parte favoriti proprio dal riverberarsi dello scossone dato dalla Russia e dai derivati entusiasmi delle nazioni oppresse, galvanizzate “dall’Operazione Militare Speciale”, non hanno fatto che ampliare la portata dello scontro e la gravità dei tempi.

I nodi, pian piano, iniziano a venire al pettine in tutta la loro drammaticità. Gli scontri geopolitici, le tensioni sociali, le questioni nazionali, l’ascesa del mondo multipolare e, soprattutto, la gravissima crisi che è alla base del sistema economico globale si fondono in una miscela esplosiva che non può più essere ignorata o dribblata come è stato invece fatto, più o meno, sino a ora.

Già il Covid e le misure correlate (6) hanno rappresentato una prima forma di guerra inedita, rivolta contro le popolazioni civili globali, volta a contenere una situazione di crisi economica al limite dalla deflagrazione (7)(8) e a gettare le basi per il nuovo mondo dell’agenda 2030, dell’industria 5.0 e del grande monopolio capitalistico globale. Tutto ciò mediante l’adozione di misure emergenziali estreme, né giustificabili né controllabili in uno scenario “normale”, applicate con la scusante “sanitaria” e sotto lo scudo della narrazione pandemica.

Ebbene ora, apparentemente terminata questa prima fase di guerra atipica e precariamente posticipato il collasso economico-finanziario, ecco che alcune tensioni interne al sistema sono esplose. L’ambizione degli “esclusi” (dalla ristretta cerchia imperialista) e degli oppressi di godere di autonomia politica e di disporre liberamente delle proprie risorse, per poter sviluppare appieno le loro economie e società, senza subire limitazione o furti, è entrata in una nuova fase di vigoroso scontro con il giogo imposto dai briganti dell’occidente collettivo. Un centro di potere questo che, a maggior ragione dato il periodo di crisi, non intende rinunciare alle sue prerogative e venire a patti con le istanze del resto del mondo, bensì mira a colpire le nazioni in ascesa e a stringere ulteriormente la sua morsa.

Le rivendicazioni delle realtà emergenti, fautrici del nuovo ordine multipolare, si scontrano dunque con il senile occidente reso ancor più isterico dal nefasto clima economico, quest’ultimo saturo di beni in eccesso (9) e in preda all’endemica difficoltà di generare nuovo valore, e perciò incapace di cedere a compromessi e fare concessioni.

In questo frangente storico lo scoppio di una nuova grande guerra non è, quindi, tanto una questione di se quanto una questione di quando comeQuando come scoppierà la guerra nel quale si giocheranno questioni enormi, dall’affermazione (o il definitivo soggiogamento) dei popoli oppressi alla definizione del futuro sistema monetario internazionale (10), dalla sussistenza e “riforma” (11) del capitalismo in crisi (sistema che per ora nessuno mette in discussione) a, naturalmente, l’intero ordine geopolitico mondiale.

Magari questa guerra potrà prendere delle forme inedite (come lo è stato nel caso della pandemia Covid-19), ma che essa debba esserci e che debba scaricare la sua furia omicida e distruttiva, tanto sugli esseri umani quanto sui beni materiali e non, è l’antiumano sistema in essere a richiederlo ed esigerlo, per poter tornare a produrre, ricostruire, lucrare e guadagnare.

Tuttavia dato il clima, le dichiarazioni e i fatti recenti, non appare così inverosimile (nonostante l’esistenza degli arsenali nucleari) il ricorso a una “canonica” guerra combattuta a suon di artiglierie, cacciabombardieri, missili e uomini da mandare al macello.

Tutti i fronti attualmente aperti possono potenzialmente dare il La all’avvio della grande escalation militare, ed è proprio a questo scenario che tutti gli attori si stanno preparando, come dimostra la lunga serie di dichiarazioni rilasciate da vari elementi ai vertici di varie istituzioni, statali e sovranazionali, nonché come ci conferma la stampa di regime nostrana, ormai intenta sempre di più a propagandare il clima di guerra.

Se il grande conflitto possa veramente partire dagli attuali principali fronti militari aperti, ovvero quello ucraino e quello mediorientale, lo vedremo prossimamente. Sta di fatto che entrambi questi fronti dispongono di una sufficiente carica esplosiva potenzialmente in grado di far detonare il mondo.

Per quanto riguarda l’Ucraina, tutto dipende dalle mosse che faranno NATO, UE e Stati Uniti e quanto questi saranno disposti a giocarsi pur di non perdere il braccio di ferro, disputato sulla pelle della popolazione ucraina e del Donbass, contro la Russia. Se è chiaro che in questa partita la Russia non può permettersi di perdere, pena il crollo del suo sistema Paese, il rischio di rottura dell’unità nazionale e la sua definitiva spogliazione economica, anche l’occidente dichiara di non voler perdere e di non potersi permettere il successo russo.

Come dice Macron, borioso campione di bellicismo, “La Russia non può e non deve vincere” (12).

Tutto ciò non fa ben sperare e rende il settore est-europeo una potenziale miccia per la terza guerra mondiale, scenario che pure il presidente bielorusso Lukashenko ammette essere ormai probabile (13).

Nel Medio Oriente, invece, i più importanti sviluppi dipenderanno dalla reazione israeliana all’attacco iraniano condotto nella notte tra il 13 e il 14 aprile.

Osservando il comportamento recente di Israele pare che la volontà dello Stato ebraico sia proprio quella di ricercare un’estensione del conflitto, il che apre alla possibilità di scenari infuocati e imprevedibili. Già nel novembre 2023 David Wurmser (ricercatore americano sul Medio Oriente, ex consulente per il Medio Oriente dell’ex vicepresidente Dick Cheney ed ex assistente speciale di John Bolton presso il Dipartimento di Stato USA) e Yair Ansbacher (esperto israeliano di sicurezza e antiterrorismo, fondatore di una scuola di formazione premilitare e membro del think thank “Misgav Institute for National Security & Zionist Strategy”) proponevano la tesi che Israele mancasse di iniziativa strategica e che, per ottenere una vera superiorità regionale non solo tattica ma pure strategica, lo Stato sionista dovesse necessariamente compiere un attacco diretto contro l’Iran (14).

L’attacco sionista al consolato iraniano di Damasco sembra inserirsi proprio in questo tipo di visione, che evidentemente è stata fatta propria dall’establishment israeliano.

Se Israele vorrà seguire fino in fondo in questa azzardata strategia allora la sua risposta all’attacco telefonato iraniano (sferrato dai persiani come ritorsione per il bombardamento alla loro struttura diplomatica di Damasco), promessa da Netanyahu e Co., potrebbe veramente degenerare in una guerra su vasta scala.

Ufficialmente gli USA e le cancellerie occidentali stanno invitando Israele o a non rispondere o, perlomeno, a farlo in maniera prudente, affinché si possa evitare l’escalation. Tuttavia dietro alla cortina ufficiale va detto che un attacco all’Iran (e un blocco alla sua temuta capacità, che pare vicina, di sviluppare armi nucleari), oltre a grandissimi rischi, presenta pure, se realizzato con successo, grandissime opportunità per l’imperialismo americano.

Oltre all’eliminare uno scomodo avversario che si avvia a dotarsi dell’atomica, fare guerra al Paese che nel 1979 cacciò, con una rivoluzione, il loro fantoccio dal trono potrebbe essere infatti per gli Stati Uniti una potenziale occasione per rilanciare la loro immagine di gendarmi e padroni del mondo, mai stata così in crisi come oggi.

Un’ipotetica guerra americano-sionista all’Iran, se coronata da successo, dimostrerebbe al mondo intero la forza della macchina imperialista statunitense, che ritroverebbe così vigore e credibilità e potrebbe tornare a giocare il suo vecchio e dirompente ruolo intimidatorio sul globo terraqueo.

Al tempo stesso lo scenario bellico potrebbe essere sfruttato dagli USA, mediante un armistizio interno tra l’ala Dem e l’ala repubblicana e con un appello urgente all’unità nazionale di fronte al nemico persiano, per ricucire una spaccatura interna che pare diventare sempre più insanabile e, forse, ingestibile.

Ovviamente, pur offrendo in palio questi ghiotti vantaggi, un’operazione-scommessa di questo tipo sarebbe per gli yankee comunque rischiosissima. Ad essi non mancano infatti criticità e fattori di debolezza che possono frenare il governo americano, almeno nell’immediato, nel prendere la decisione più radicale.

Se Washington sceglierà (o ha già scelto) di giocare d’azzardo allora vedremo Israele contrattaccare duramente e dare avvio, così, a un pericolosissimo vortice bellico. Altrimenti la resa dei conti, almeno con la Repubblica Islamica, verrà rinviata a data da destinarsi…

È bene comunque ricordare che, tra le altre cose, una guerra all’Iran comporterebbe la chiusura dello stretto di Hormuz e, quindi, un aumento vertiginoso del prezzo del greggio e diffuse carenze di vario tipo. Ciò, in questo folle periodo, più che essere un effetto collaterale indesiderato potrebbe arrivare a essere una subdola opportunità per i governi occidentali. Con una nuova emergenza energetico-bellica si potrebbe infatti procedere con l’opera di “distruzione creativa” già avviata in epoca pandemica e si avrebbe un valido motivo per imporre nuovi congelamenti dell’economia, utili a raffreddare un sistema in perenne surriscaldamento e a coprire ulteriori manovre monetarie e finanziarie. Nuove forme di lockdown, opportunamente adattate, potrebbero farsi strada (ricordo qui il precedente dei divieti di circolazione domenicali della vecchia crisi petrolifera del 1973), accompagnate da un nuovo giro di vite sulle libertà civili e politiche dei cittadini.

Queste mie spinte considerazioni sono mere ipotesi dal sapore dietrologico, tuttavia in questo clima impazzito e, soprattutto, visti i precedenti, credo non sia sbagliato considerare il peso di certe spinte e la portata ad ampio spettro degli eventi…

Comunque vada a finire è chiaro che ci troviamo in un periodo incandescente e nel quale la minaccia di una grande guerra non è mai stata, almeno prendendo in considerazione gli ultimi decenni, così concreta.

Nonostante questo l’inconsapevolezza e l’apatia regnano ancora sovrane in una buona parte della popolazione, che vive serena la sua quotidianità e stenta a comprendere la reale gravità dei fatti e l’enorme portata degli eventi di cui siamo spettatori.

È quindi assolutamente necessario informare e diffondere la consapevolezza nella popolazione, questo non per seminare il panico bensì per prepararsi collettivamente ad affrontare, in maniera opportuna e matura, gli scenari a cui stiamo andando incontro.

Alla guerra rivoltaci contro nel periodo pandemico molti uomini e donne hanno reagito spontaneamente, riversandosi giustamente nelle strade e nelle piazze, ma con molti limiti e tanta confusione.

Ora è bene dare avvio a una nuova seria e informata campagna di mobilitazione che non solo richieda la pace ma anche che, più radicalmente, sia combattivamente nemica di chi ci vuole in guerra. Una mobilitazione più organizzata, lucida, unita e risoluta.

Forti dell’esperienza vissuta dobbiamo attivarci in prima persona e, evitando di commettere gli errori passati, fare tutto il possibile per fermare il mostro della guerra.

La pacchia è finita e, prima che sia troppo tardi (sempre che non sia già tardi …, ma in tal caso meglio tardi che mai), se non vogliamo vedere morire altri fratelli o essere protagonisti di nuovi macelli, dobbiamo rompere quest’ordine criminale che si nutre di sopraffazione, morte e distruzione.

Diffondiamo coscienza e uniamoci dunque in lotta contro i nostri regimi e le loro mortifere istituzioni come la NATO. Il clima ci impone sì di richiedere la pace, ma anche di essere disposti, per essa, di ergerci e combattere.

Combattere per ottenere la fine della nostra belligeranza in Ucraina, combattere per richiedere il rientro dei militari italiani dispiegati all’estero, combattere per sabotare il riarmo nazionale ed europeo, combattere per esprimere concreta solidarietà a Gaza così come a tutti gli oppressi dall’imperialismo dell’occidente. Combattere, insomma, contro il sistema che ci opprime e che ci sta mandando alla guerra!

Facciamolo già da ora perché, come scritto, una forma di grande guerra non è una questione di se ma di quando e come. Il nostro, come riportava un articolo de “La Repubblica” del 24 gennaio, è ormai un mondo preguerra e, se non si tratterà di una nostra guerra di liberazione contro i nostri aguzzini e i loro piani, si tratterà allora di una guerra micidiale e fratricida fatta sulla nostra pelle, contro di noi e a nostre spese. E noi, avvenga questo domani, tra un mese piuttosto che tra qualche anno, non possiamo permetterlo.


Konrad Nobile è un giovane studente lavoratore, al tempo attivo nel movimento Contro Il Green Pass e membro della rete Studenti Contro Il Green Pass. Ora continua la sua militanza in alcune delle realtà giovanili reduci del movimento.


NOTE

(1) https://www.repubblica.it/esteri/2024/01/24/news/gran_bretagna_esercito_allarme_guerra-421970570/

(2) https://it.euronews.com/my-europe/2024/02/28/difesa-lue-va-verso-lacquisto-congiunto-di-armi-bisogna-mettere-il-turbo-dice-von-der-leye

(3) https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2024/03/18/michel-se-vogliamo-la-pace-dobbiamo-essere-pronti-alla-guerra_90ad94c7-c0f4-4eec-9c7f-285b4bf529f3.html

(4) Per comprendere il significato profondo di imperialismo è bene ricordare la definizione (fatta nel lontano 1917 ma quanto mai attuale) che di esso, come sistema globale, ne diede in cinque punti Vladimir Lenin:

– “1) la concentrazione della produzione e del capitale che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;”

– “2) la fusione del capitale bancario con il capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo capitale finanziario, di una oligarchia finanziaria;”

– “3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitali in confronto all’esportazione di merci;”

– “4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti che si spartiscono il mondo;”

– “5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.”

(5) Insuccessi come il mancato rovesciamento di Assad in Siria o la disastrosa ritirata dall’Afghanistan, solo per citare due esempi emblematici

(6) misure come lockdown, iniezioni mastodontiche di liquidità monetaria nei mercati finanziari, distruzione di piccole imprese e “imprese zombie”, decimazione di anziani e fragili, militarizzazione della società, riduzione degli spazi di “libertà”, divisione popolare, ricatto sociale ecc. (la lista non è certamente esaustiva)

(7) https://www.lafionda.org/2021/06/22/paradigma-covid-collasso-sistemico-e-fantasma-pandemico/

(8) Sulla questione rimando alla lettura di tutti i recenti articoli scritti dal Prof. Fabio Vighi, che trovo alquanto lucidi ed interessanti: https://www.lafionda.org/author/vighi/

(9) Il problema della sovrapproduzione globale è stato recentemente posto pubblicamente, durante un’importante missione diplomatica in Cina, dal segretario al Tesoro USA, nonché ex presidente della FED, Janet Yellen.

https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2024/04/05/yellen-sussidi-della-cina-un-rischio-per-economia-globale_39169e3d-d86d-4b95-8d7c-0adfef358bc3.html

(10) Una delle grandi partite aperte è se la divisa internazionale continuerà ad essere il dollaro oppure una sua controparte (verosimilmente il renminbi cinese).

(11) “Riforma” proiettata verso la definitiva realizzazione dell’inclusive capitalism, dell’industria 5.0, del grande monopolio globale e, dunque, dell’attacco alla piccola proprietà e, ancor più nel profondo, all’umano e alla vita tutta.

(12) https://video.repubblica.it/dossier/crisi_in_ucraina_la_russia_il_donbass_i_video/g7-macron-la-russia-non-puo-e-non-deve-vincere/419557/420492

(13) Tra i tanti si è esposto anche il presidente bielorusso Lukashenko, che da tempo tiene in allerta il suo Paese, e che ha dichiarato possibile l’eventualità di una terza guerra mondiale.

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2024/02/21/lukashenko-sullorlo-dellabisso-rischio-guerra-mondiale_099e502d-b453-48c5-96f7-e63a82cb92c1.html

(14) https://www.jns.org/israel-needs-a-doolittle-raid/

da qui



La guerra, gli uccisi e l’uccidere - Alberto Olivetti

Da che le guerre dilagano, e sono più di due anni, né sembra deflettere nei belligeranti e nei loro sostenitori di ogni parte la determinazione a proseguirle, tento di dare un corso ordinato ai miei ragionamenti quando rifletto sulla drammatica situazione in atto convinto che su ogni fronte debbano deporsi le armi.

Un corso ordinato che metta capo non solo a circostanziate valutazioni sulle ragioni e i torti di questo o di quel contendente, ma capace di formulare indicazioni sul piano operativo, cioè a dire efficaci, ovvero tali da poter incidere sul piano dei fatti e obbligare i belligeranti ha cessare il fuoco.

E il discorso cade allora su quale possa essere il soggetto in grado di imporre una tale decisione e, se non lo si identifica, come, e questo è il punto, costruirlo quel soggetto, come suscitare dal basso e con chi coordinare il movimento più ampio che sia possibile schierare contro la guerra. Come rendere operanti questi convincimenti? Questo è il grande, l’enorme problema attuale, stanti le modalità che alimentano e determinano le forme della politica organizzata oggi.

Mi è capitato negli ultimi due mesi di intervenire pubblicamente sulla questione della guerra. Ho scelto di fissare la mia meditazione sui morti, e considerare che quando si parla dei morti in guerra (quelli che l’ipocrita eufemismo definisce «caduti») si parla di uccisi: non «caduti», ma uomini morti ammazzati.

Sconsolatamente, un filosofo ha scritto che la prima parola che dovrebbe aprire l’animo dell’uomo occidentale è un comandamento dei dieci mosaici che recita «non uccidere». Noi, i bianchi occidentali, ne sappiamo assai in tema di uccidere e di guerra! Ci dissero che elaborammo un tempo, noi europei, un codice di comportamento militare in cui il gioco della guerra fu formalizzato in termini che vollero esser definiti cavallereschi, quasi i tornei dei «cavallieri antiqui».

Non coinvolgevano, pertanto, le popolazioni civili, a differenza di quanto avviene in questi giorni ogni giorno e da cent’anni in qua. E da cinquecent’anni noi, cristiani bianchi occidentali, sontuosi tornei abbiamo organizzato a beneficio delle popolazioni (civili) di interi continenti, nelle Americhe, in Africa, nel Pacifico.

La «soluzione finale» è una specialità al perfezionamento della quale gli europei si sono dedicati con notevole successo nel corso di cinque secoli. Non è uno sconvolgente episodio esclusivo del Novecento, quando di quella modalità dell’uccidere è stato toccato un vertice orrendo. Nella lunga durata, è stato giustamente detto, matura uno dei tempi della storia, forse il più certo nei suoi svolgimenti quali giungono a un loro compimento implacabili: nulla si perde, un caso si presenta alcune volte tal quale; le conseguenze di un altro, sotto mutate spoglie, riaffiorano con rinnovata energia.

Muovo così argomenti che forse toccano da vicino (e forse no: forse si allontanano?) il mio proposito di concentrare la riflessione sugli uccisi e sull’uccidere che si esalta oggi dal Baltico al Mar Rosso. Chi uccide compie una violenza irreversibile che insieme spegne una vita e fa nascere in chi uccide un legame indissolubile con l’ucciso: rimorsi, fantasmi, terrori, vendette, cieche crudeltà. Essi si aggirano in Ucraina e nell’oriente mediterraneo oggi, tra le migliaia degli uccisi e tra i loro uccisori.

Grandi argomenti che conoscevano bene gli antichi, intesi a illuminare l’oscura umanità degli uomini e che ci hanno rappresentato nella loro mitologia e nella loro poesia. Il nostro tempo sembra poco interessato a quel lascito, si sente capace di poterne fare a meno. Ne fecero particolarmente tesoro, tra Cinque e Seicento, i drammaturghi dell’epoca elisabettiana, in Inghilterra, consegnandoci un patrimonio che si vorrebbe fosse ai nostri giorni coltivato.

Stare col pensiero agli uccisi e all’uccidere consente una angolatura preziosa per quanto concerne un ragionare sulla guerra. Come poi una crescita di consapevolezza e di umanità che ne possiamo acquisire si declinino in termini politici, in termini di presa di posizione politica questa è la estrema difficoltà da affrontare.

da qui

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