(intervista di Riccardo Antoniucci)
“Il tema Gaza è sempre stato sensibile, ma la
situazione è peggiorata quando sono cominciati i minuti di silenzio per i
palestinesi e quando io e il mio team abbiamo realizzato quella ricerca sulla
fame e la disponibilità di aiuti umanitari”. A 62 anni e una lunga carriera da
economista alla Fao a Roma, Benjamin Davis ha deciso di denunciare di aver
subito una censura. La sua storia sembra un esempio della massiccia attività di
lobbying che il governo israeliano porta avanti nelle sedi Onu dal 7 ottobre 2023
per sostenere le ragioni del conflitto e negare i crimini contro l’umanità
nella Striscia che gli vengono contestati. Il 30 settembre, dopo anni, il
contratto semestrale di Davis con l’Organizzazione delle Nazioni Unite per
l’alimentazione e l’agricoltura non è stato rinnovato per violazione degli
standard, perché ha denunciato la violazione dei diritti umani a Gaza e agito
“come un attivista”. “Non è successa la stessa cosa con l’Ucraina: nessuno si è
mai opposto alle raccolte fondi o ai minuti di silenzio per Kiev”.
Lei sapeva da luglio che non le
avrebbero rinnovato il contratto…
Mi hanno detto che avevano perso fiducia nella mia
capacità di essere ‘neutrale’ come si richiede a un funzionario internazionale.
Il termine corretto sarebbe ‘imparziale’, in realtà.
Tutto ciò in una comunicazione formale?
Sì, precisata negli incontri con le risorse umane. Mi
hanno contestato due cose. Di aver preso parte ai minuti di silenzio per la
fame a Gaza, che si tengono ogni giovedì alle cinque da aprile 2025: non li organizzo
io, ma un gruppo informale con tutte le autorizzazioni interne. Secondo, il
problema è stata la ricerca sulla fame a Gaza che ho pubblicato con il mio
team. Era un’analisi quantitativa dell’afflusso di cibo nel 2025, che in
sostanza concludeva che bloccare gli aiuti umanitari poteva costituire una
violazione del diritto internazionale. Era stato approvato dai superiori, poi
però è stato contestato dalla delegazione israeliana e ce lo hanno fatto
rimuovere dal sito Fao. Ci dissero che non potevano interpretare il diritto
internazionale per singoli Paesi. Nei paper successivi abbiamo dovuto parlare
solo di “fame nel contesto di guerra”, senza menzioni specifiche.
Era la prima volta che si occupava di
Gaza?
Sì, prima mi ero occupato di America Latina e Africa.
Poi una collega miha girato i dati dell’Onu e del Cogat israeliano sulle
spedizioni di cibo nella Striscia. Ho pensato sarebbe stato un lavoro tecnico
interessante tradurre i camion in termini di calorie…
Aveva mai percepito tensioni intorno
alla questione di Gaza, alla Fao?
Dopo il 7 ottobre 2023 c’era una certa ipersensibilità
su cosa dire e non dire. Gli eventi sul tema venivano approvati con difficoltò.
Nel 2025 la tensione è aumentata, soprattutto dopo la presentazione del
briefing sugli aiuti umanitari a Gaza. La missione israeliana ha presentato una
protesta formale, ci ha accusato di fare propaganda per Hamas.
Come giudica il lavoro della Fao sulla
disponibilità di cibo a Gaza?
Ha fatto analisi geospaziali, fornito dati per le
classificazioni Ipc. È un’agenzia tecnica. Per esempio, non ha detto nulla
sull’invasione russa dell’Ucraina per molto tempo, per dire, salvo poi
intervenire dopo una forte pressione da parte dei Paesi europei. Ma i
palestinesi sono stati trattati diversamente rispetto agli ucraini. Nessuno ha
mai storto il naso o provato a bloccare i momenti di silenzio per Kiev, le
raccolte fondi per le ong civili.
Che farà adesso?
Ho presentato un ricorso interno per una questione di
principio. Ma la cosa peggiore di questa storia è la volontà politica di
silenziare un lavoro su Gaza, analogamente a come è stato fatto nelle
università degli Usa. Mi preoccupo anche per il mio team: è stato proposto di
smembrarlo.
Nessun commento:
Posta un commento