Non mi
stupisce la notizia, ma che ci si stupisca della “notizia”
Il Qatar dice che Israele rifiutò perfino di discutere la liberazione degli ostaggi civili. Haaretz lo aveva già raccontato. E ormai il 7 ottobre possiede una storia molto diversa da quella raccontata per tre anni.
Già nel 2025
Al Thani affermò che: «Hanno agito per sabotare qualsiasi tentativo di trovare
possibilità di pace. Il mondo ha bisogno di un messaggio più chiaro di questo?
Chi sta chiudendo la porta alla pace?» «Netanyahu stava facendo perdere tempo
durante le ultime settimane dei negoziati e non era serio riguardo a nulla» e
concluse: “Netanyahu has ‘destroyed any hope’ for Israeli hostages”
Mohammed bin
Abdulrahman Al Thani, primo ministro del Qatar, ha rilasciato una lunga
intervista a Piers Morgan un anno dopo queste parole sopracitate, il 29 settembre.
Quindi è giusto darla questa notizia. La parte che continuo a capire poco è lo
stupore.
«Non c’è alcun dubbio che il 7
ottobre sia stato un massacro e debba essere condannato, e chiunque ne sia
responsabile deve essere chiamato a risponderne»
E immediatamente
dopo arriva il passaggio sulla risposta israeliana:
«Quando però guardiamo alla risposta
al 7 ottobre, vediamo 70.000 persone uccise, un’intera città, una città
minuscola, cancellata, ospedali presi di mira, scuole prese di mira. Qualunque
siano le giustificazioni e gli argomenti, nulla giustifica tutto questo»
Poi viene la
dichiarazione interessante
«Ci rivolgevamo direttamente ai
funzionari israeliani dicendo loro che avevamo ottenuto un accordo per il
rilascio di tutti gli ostaggi civili. Dateci soltanto una finestra di cessate
il fuoco per far uscire tutti, e loro hanno rifiutato persino di prendere in
considerazione l’idea»
E la frase
immediatamente successiva:
«Questo mostra quale sia il loro
vero interesse: salvare la propria gente oppure semplicemente andare lì?»
Le riporta
anche in inglese per mantenere meglio il senso originale.
“We were coming very directly to the
Israeli officials and telling them that we got an agreement on releasing all
the civilian hostages. Just give a window of a ceasefire to get everyone out,
and they even rejected to entertain the idea.”
“That’s showing what their interest
is, is it saving their people or just going there?”
Quel “even
rejected to entertain the idea” è più forte di un semplice «rifiutarono la
proposta», si avvicina di più a un: «rifiutarono persino di prenderla in
considerazione», «rifiutarono persino di discuterne».
«Avevamo
ottenuto un accordo per il rilascio di tutti gli ostaggi civili. Chiedevamo
soltanto una finestra di cessate il fuoco per far uscire tutti, e loro
rifiutarono persino di discuterne».
Ho riportato
questa notizia soprattutto per lo stupore che ha generato. Eppure tre settimane
fa Haaretz aveva già raccontato quasi la stessa storia, sulla base
dell’inchiesta di Shlomi Eldar e Ruth Yuval, autori di Hostages: 843 Days of
Abandonment. La sera del 7 ottobre Al Thani avrebbe telefonato al direttore
del Mossad David Barnea comunicandogli che Hamas era disposto a rilasciare i
civili e che il Qatar era pronto a mediare. La risposta attribuita a Barnea
suona più o meno così: «Se vogliono liberare i civili, li liberino. Noi siamo
indisponibili a parlare con Hamas». I collaboratori di Barnea sostengono che
Hamas avesse posto condizioni considerate inaccettabili. Doha contesta questa versione.
Resta comunque il fatto politico di un canale aperto già quella sera e di una
proposta di rilascio trasmessa ai vertici israeliani.
E allora
torno all’8 ottobre 2023. Proprio all’8 ottobre. Ventiquattr’ore dopo il
massacro, sul Times of Israel, Tal Schneider pubblicava un articolo dal
titolo difficilmente equivocabile: For years, Netanyahu propped up Hamas.
Now it’s blown up in our faces. Schneider spiegava che i governi Netanyahu
avevano perseguito per anni la separazione politica fra Gaza e Cisgiordania,
indebolendo l’Autorità Palestinese e consentendo ad Hamas di ricevere denaro
dall’estero. Dal 2018 milioni di dollari qatarioti entrarono nella Striscia
attraverso i valichi israeliani con il permesso di Israele. Lo scopo dichiarato
era comprare calma. L’effetto politico era mantenere Hamas abbastanza forte da
impedire una rappresentanza palestinese unitaria e rendere più remota la
nascita di uno Stato palestinese.
Il governo
Netanyahu autorizzava il passaggio del denaro. Funzionari israeliani accompagnavano
tutto il meccanismo. La stampa israeliana ne discuteva apertamente. Netanyahu
ha contestato la celebre frase attribuitagli nel 2019 sul rafforzamento di
Hamas come mezzo per impedire lo Stato palestinese; la politica concreta
descritta dal Times of Israel resta documentata. The Irish Times
Tra l’altro
queste cose, io stessa, le avevo già messe nero su bianco nel mio libro, Schegge
da un genocidio, pubblicato nel dicembre 2025. Il primo capitolo porta un
titolo che oggi pare quasi una didascalia delle notizie di settembre 2026: «7
ottobre 2023: Il giorno del massacro e le ombre di una complicità interna».
Partivo dalle ore in cui la catena di comando israeliana sembrò dissolversi,
dalle osservatrici che avevano segnalato movimenti sospetti e da una domanda
elementare: come aveva potuto la barriera più sorvegliata del Medio Oriente
smettere di funzionare proprio quella mattina? Più avanti ricostruivo quella
che chiamavo «Hamas come nemico utile». La separazione fra Gaza e Cisgiordania
aveva un rendimento politico preciso per Netanyahu. I trasferimenti qatarioti,
autorizzati da Israele, si inserivano in quella scelta e consentivano di
mantenere Hamas al governo della Striscia lasciando l’Autorità Palestinese
sempre più irrilevante.
Adesso
arrivano gli avvertimenti precedenti al massacro. Il 26 settembre 2023 Abbas
Kamel, allora capo dell’intelligence egiziana, volò personalmente in Israele
per una visita durata appena 67 minuti. The Atlantic, dopo avere parlato
con fonti di diversi Paesi, ha ricostruito che Kamel segnalò una mobilitazione
di Hamas per un attacco di grandi proporzioni. Mancavano solo data e modalità
operative. Il messaggio era abbastanza serio da far salire il capo dei servizi
egiziani su un aereo undici giorni prima del 7 ottobre. Il governo Netanyahu
sostiene che il premier non ricevette quell’avvertimento. The Atlantic
L’inchiesta
di Eldar e Yuval aggiunge l’avvertimento degli Emirati Arabi Uniti. Secondo il
loro lavoro, Mohammed bin Zayed avrebbe telefonato personalmente a Netanyahu
circa dieci giorni prima del massacro per avvisarlo che Yahya Sinwar preparava
un’operazione importante. Netanyahu respinge l’intera ricostruzione. La
smentita va tenuta agli atti. Il Washington Post ha però riferito che
quelle rivelazioni, insieme a quelle egiziane, sono ormai al centro del
dibattito israeliano sulle responsabilità politiche del 7 ottobre. Washington Post
In pratica
tutti sapevano del 7 ottobre e nessuno fece nulla.
Nel mio
libro avevo già riportato l’allarme proveniente dall’Egitto e la sua
sottovalutazione. Era il 2025. Scrivevo di fonti egiziane che sostenevano di
avere avvertito Israele dell’avvicinarsi di una grande esplosione della
situazione. Due anni dopo, The Atlantic ha aggiunto il volo di Kamel,
l’orario e la durata della visita.
Poi
arriviamo agli ostaggi e alla direttiva Hannibal. Anche su questo avevo già
scritto. L’inchiesta di Haaretz del luglio 2024 ha documentato che alle
11:22 del 7 ottobre venne trasmesso alla Divisione Gaza l’ordine «Not a single
vehicle can return to Gaza». A quell’ora l’esercito sapeva che alcuni mezzi
diretti verso la Striscia potevano trasportare israeliani rapiti. La logica era
quella della vecchia direttiva Hannibal, impedire il trasferimento dei
sequestrati anche esponendoli al fuoco israeliano.
In quelle
ore l’esercito israeliano impartiva ordini capaci di mettere a rischio i propri
cittadini rapiti pur di impedire che raggiungessero Gaza. Poche ore dopo,
secondo il Qatar e l’inchiesta di Haaretz, esisteva un canale per
discutere il rilascio dei civili e la dirigenza israeliana scelse di
respingerlo. Una fonte militare israeliana citata dall’inchiesta ha detto che
la liberazione degli ostaggi restò fuori dall’elenco degli obiettivi di guerra
formulati dal governo nella notte del 7 ottobre. In effetti gli ostaggi sono
serviti per la retorica del genocidio all’incirca per un anno e mezzo. Ovvio
che a Israele facessero più comodo come ostaggi.
Io mi chiedo
se c’era davvero qualcuno che credesse, già l’8 ottobre, che la priorità fosse
riportare a casa gli ostaggi?
Perché è avvenuta l’operazione Diluvio di Al-Aqsa: una rivisitazione del 7 ottobre 2023 - Ilan Pappé*
Mentre raggiungiamo il traguardo dei tre anni dall’operazione Diluvio di Al-Aqsa (Al Aqsa Flood) e dall’inizio del genocidio di Gaza, possiamo trarre beneficio dal passare del tempo e vedere più chiaramente alcuni degli aspetti e delle questioni cruciali legate a quella data fatale che sono rimasti sfocati o invisibili quando esaminati immediatamente dopo l’operazione e il genocidio che ne è seguito.
È importante
riflettere su queste questioni e aspetti, poiché si riferiscono anche al fatto
che troppe persone nel mondo, inclusi alcuni di coloro che hanno mostrato
sostegno alla lotta palestinese, credono che questo orribile capitolo sia alle
nostre spalle. Il genocidio continua, seppur in modo graduale, nella Striscia
di Gaza e ora si è esteso anche in Cisgiordania, dove l’intensificazione
dell’esercito e la violenza dei coloni mirano a trasformare la Cisgiordania in
un’altra Striscia di Gaza.
Il passare del
tempo ci permette di conoscere molto di più sulle motivazioni del piccolo
gruppo di leader di Hamas che pianificò l’operazione. È importante analizzare
questi motivi in modo professionale per confutare la narrazione ingannevole e
fabbricata tesa da Israele riguardo a un’operazione concepita a Teheran come
parte di un piano per distruggere lo stato ebraico.
Questa
narrazione è già stata messa in discussione con successo come una che ignora
volutamente il contesto storico della lunga storia di oppressione sionista e
del più recente blocco disumano della Striscia. Ma nasconde anche una realtà
più intricata che si è sviluppata negli anni immediatamente precedenti
all’Operazione Al-Aqsa Flood, e che è stata anche sorvolata da commentatori
palestinesi e filo-palestinesi.
Questo
sguardo più focalizzato su quel periodo particolare fa luce sui dilemmi che
affrontano Hamas e il movimento di liberazione palestinese in generale nella
loro lotta esistenziale contro il progetto sionista di eliminazione.
La
ricostruzione di questo contesto immediato mi ricorda come la storiografia
della Nakba del 1948 abbia beneficiato della declassificazione degli archivi
israeliani. La fusione del materiale d’archivio israeliano con la storia orale
e scritta palestinese ha fornito un quadro più completo di quella catastrofe.
Ora abbiamo
una migliore comprensione degli sviluppi che hanno portato a ottobre 2023
grazie al lavoro erudito di alcuni giornalisti israeliani che hanno accesso a
materiale che la maggior parte di noi attualmente non riesce a vedere.
Le loro
ricerche fanno luce sulle difficili scelte che ha dovuto affrontare il leader
di Hamas Yahya Sinwar—e, in effetti, che devono affrontare qualsiasi figura di
spicco del movimento di resistenza palestinese—di fronte a diciassette anni di
blocco della Striscia di Gaza e oppressione in Cisgiordania.
Aiuta a
confutare l’immagine comune di Sinwar in Occidente come leader fanatico e
messianico che intraprese un’operazione volta a stabilire un Califfato Islamico
sulle rovine di Israele. Una tale rappresentazione nasce dall’approccio
razzista ed orientalista alla Palestina in generale e ai palestinesi che
riponevano la loro fede nei movimenti politici islamici.
Sinwar
affrontò Israele in modo simile a quello adottato da leader arabi come Anwar
Sadat nel 1971 e da leader palestinesi come Yasser Arafat nel 2000. Sadat
avvertì i leader israeliani che, se non avessero restituito il Sinai all’Egitto
tramite diplomazia, l’Egitto sarebbe andato in guerra, mentre Arafat avvertì
Ehud Barak e Bill Clinton che, se non fosse riuscito a tornare dal vertice di
Camp David nel 2000 con la promessa di ridurre l’oppressione del popolo
palestinese, un’altra rivolta sarebbe stata inevitabile.
Nel caso di
Sinwar, ora sappiamo che ha negoziato con Israele—cioè, indirettamente, con
Netanyahu—sulle richieste fondamentali del popolo di Gaza: la fine
dell’assedio, l’aumento del cibo e delle materie prime che entravano
nell’enclave assediata e il rilascio dei prigionieri politici palestinesi.
Sinwar
avvertì gli israeliani che rifiutare queste richieste avrebbe portato a
un’operazione su scala come quella di Al-Aqsa. L’esercito israeliano ha
suggerito a Netanyahu di rispondere a queste richieste con un attacco totale
alla Striscia di Gaza—proprio l’attacco che ha eseguito in risposta
all’Operazione Al-Aqsa Flood.
È anche
chiaro che Netanyahu ha esitato a dare il via libera a un’operazione del
genere, ma è altrettanto chiaro che i comandanti di Hamas, incluso Sinwar,
sapevano che un attacco del genere a Gaza era imminente.
In questo
senso, Sinwar sembra essere stato un leader che cercava risultati limitati,
lasciando però una visione più ampia e a lungo termine a un futuro molto più
lontano. Come Sadat, alla fine utilizzò l’opzione militare quando divenne
chiaro che Israele aveva completamente respinto l’opzione politica. Inoltre – e
questa è la parte più importante di ciò che ora sta emergendo – l’esercito
avrebbe infine convinto Netanyahu a lanciare quell’attacco devastante sulla
Striscia. L’alluvione di Al-Aqsa fu un tentativo di prevenire questo attacco.
Quello che
non sappiamo è quando e perché l’Operazione Al-Aqsa Flood si sia deteriorata in
alcuni luoghi in un massacro di civili, sia negli insediamenti ebraici sia
durante il festival Nova. Si tratta di una fuga dal ghetto da parte di un
popolo che aveva subito migliaia di morti, decine di migliaia di feriti tra
bambini e donne, e centinaia di migliaia di persone che avevano perso la loro
casa nell’assalto israeliano del 2014 e erano rimaste sfollate nel 2023; erano
una popolazione traumatizzata sottoposta alla fame come politica durante il
blocco israeliano durato diciassette anni e a frequenti bombardamenti da aria,
terra e mare.
Quello che
sappiamo è che Sinwar, molto presto, ha dimostrato che, per quanto gli riguardava,
il rapimento di anziani e bambini non faceva parte dell’operazione, poiché ha
subito suggerito il loro rilascio ma non ha ricevuto risposta da Israele.
La
distruzione di Gaza come questione di politica genocida non è stata una
reazione irrazionale israeliana all’uccisione di così tanti soldati e civili il
7 ottobre 2023. Si trattava dell’attuazione dei preparativi dell’esercito
pre-2023, che risalivano al 2004, quando l’esercito costruì una città fittizia
nel deserto per esercitarsi a distruggere spazi urbani in caso di possibile
attacco alla Striscia di Gaza. Questa strategia è stata esercitata nel
bombardamento a tappeto del sobborgo di Dahiya a Beirut nel 2006.
Come nel
1948, così anche nel 2023 Israele cercava un pretesto per portare avanti la sua
visione impossibile di una Palestina de-arabizzata. “È un miracolo,” esclamò
Ben-Gurion quando vide centinaia di migliaia di palestinesi “fuggire” dalla
Palestina, pur essendo lui l’artefice di questa pulizia etnica. “È un
miracolo,” ha esclamato Orit Strock, ministro del governo Netanyahu,
riferendosi all’opportunità storica di commettere genocidio contro i gazawi.
“Chi è
annegato non può bagnarsi” è un famoso proverbio arabo e racchiude il dilemma
palestinese, che si può vedere chiaramente dal punto di vista del 2026.
Qualsiasi tentativo armato da parte di Hamas di porre fine all’assedio e
all’occupazione è stato usato da Israele come pretesto per intensificare le sue
politiche di eliminazione. L’alternativa di soccombere alla realtà
dell’assedio, tentata dall’Autorità Palestinese a Ramallah, portò a una pulizia
etnica incrementale e a un pogrom dopo l’altro, compiuto dai coloni con la
complicità dell’esercito israeliano.
Mi chiedo
quante persone fuori dalla Palestina possano comprendere appieno questo
dilemma, che spinse giovani adolescenti nei campi profughi della Cisgiordania a
scontrarsi con l’esercito israeliano che sapevano di non poter vincere,
preferendo questo a essere continuamente maltrattati, feriti e uccisi da un
esercito occupante.
È il dilemma
disumano che il progetto sionista di eliminazione impone ai palestinesi, ed è
solo un’altra manifestazione della loro situazione da quando i coloni sionisti
arrivarono in Palestina alla fine del diciannovesimo secolo.
Come
liberare i palestinesi, e indirettamente gli israeliani, da questa realtà
impossibile non è una domanda difficile a cui rispondere. Questo può essere
raggiunto solo attraverso l’istituzione di una Palestina democratica
post-Israele. Uno stato del genere non risolverebbe ogni problema per le
persone che vivono tra il fiume e il mare e per chi vi tornerà, ma eliminerebbe
la minaccia esistenziale continua che tutti i palestinesi vivono
quotidianamente da tutti i palestinesi che vi vivono.
In una tale
realtà, la Palestina non sarebbe divisa in territori separati come Gaza e la
Cisgiordania, ma costituirebbe un’unica patria organica. Se Gaza rimarrà una
Striscia, non ci sarà pace né riconciliazione.
*Da Palestine Chronicle
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