giovedì 8 ottobre 2026

Hamas, fin da subito, voleva liberare gli ostaggi, ma ad Israele non interessava - Lavinia Marchetti


Non mi stupisce la notizia, ma che ci si stupisca della “notizia”

Il Qatar dice che Israele rifiutò perfino di discutere la liberazione degli ostaggi civili. Haaretz lo aveva già raccontato. E ormai il 7 ottobre possiede una storia molto diversa da quella raccontata per tre anni.

Già nel 2025 Al Thani affermò che: «Hanno agito per sabotare qualsiasi tentativo di trovare possibilità di pace. Il mondo ha bisogno di un messaggio più chiaro di questo? Chi sta chiudendo la porta alla pace?» «Netanyahu stava facendo perdere tempo durante le ultime settimane dei negoziati e non era serio riguardo a nulla» e concluse: “Netanyahu has ‘destroyed any hope’ for Israeli hostages”

Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, primo ministro del Qatar, ha rilasciato una lunga intervista a Piers Morgan un anno dopo queste parole sopracitate, il 29 settembre. Quindi è giusto darla questa notizia. La parte che continuo a capire poco è lo stupore.

«Non c’è alcun dubbio che il 7 ottobre sia stato un massacro e debba essere condannato, e chiunque ne sia responsabile deve essere chiamato a risponderne»

E immediatamente dopo arriva il passaggio sulla risposta israeliana:

«Quando però guardiamo alla risposta al 7 ottobre, vediamo 70.000 persone uccise, un’intera città, una città minuscola, cancellata, ospedali presi di mira, scuole prese di mira. Qualunque siano le giustificazioni e gli argomenti, nulla giustifica tutto questo»

Poi viene la dichiarazione interessante

«Ci rivolgevamo direttamente ai funzionari israeliani dicendo loro che avevamo ottenuto un accordo per il rilascio di tutti gli ostaggi civili. Dateci soltanto una finestra di cessate il fuoco per far uscire tutti, e loro hanno rifiutato persino di prendere in considerazione l’idea»

E la frase immediatamente successiva:

«Questo mostra quale sia il loro vero interesse: salvare la propria gente oppure semplicemente andare lì?»

Le riporta anche in inglese per mantenere meglio il senso originale.

“We were coming very directly to the Israeli officials and telling them that we got an agreement on releasing all the civilian hostages. Just give a window of a ceasefire to get everyone out, and they even rejected to entertain the idea.”

“That’s showing what their interest is, is it saving their people or just going there?”

Quel “even rejected to entertain the idea” è più forte di un semplice «rifiutarono la proposta», si avvicina di più a un: «rifiutarono persino di prenderla in considerazione», «rifiutarono persino di discuterne».

«Avevamo ottenuto un accordo per il rilascio di tutti gli ostaggi civili. Chiedevamo soltanto una finestra di cessate il fuoco per far uscire tutti, e loro rifiutarono persino di discuterne».

Ho riportato questa notizia soprattutto per lo stupore che ha generato. Eppure tre settimane fa Haaretz aveva già raccontato quasi la stessa storia, sulla base dell’inchiesta di Shlomi Eldar e Ruth Yuval, autori di Hostages: 843 Days of Abandonment. La sera del 7 ottobre Al Thani avrebbe telefonato al direttore del Mossad David Barnea comunicandogli che Hamas era disposto a rilasciare i civili e che il Qatar era pronto a mediare. La risposta attribuita a Barnea suona più o meno così: «Se vogliono liberare i civili, li liberino. Noi siamo indisponibili a parlare con Hamas». I collaboratori di Barnea sostengono che Hamas avesse posto condizioni considerate inaccettabili. Doha contesta questa versione. Resta comunque il fatto politico di un canale aperto già quella sera e di una proposta di rilascio trasmessa ai vertici israeliani.

E allora torno all’8 ottobre 2023. Proprio all’8 ottobre. Ventiquattr’ore dopo il massacro, sul Times of Israel, Tal Schneider pubblicava un articolo dal titolo difficilmente equivocabile: For years, Netanyahu propped up Hamas. Now it’s blown up in our faces. Schneider spiegava che i governi Netanyahu avevano perseguito per anni la separazione politica fra Gaza e Cisgiordania, indebolendo l’Autorità Palestinese e consentendo ad Hamas di ricevere denaro dall’estero. Dal 2018 milioni di dollari qatarioti entrarono nella Striscia attraverso i valichi israeliani con il permesso di Israele. Lo scopo dichiarato era comprare calma. L’effetto politico era mantenere Hamas abbastanza forte da impedire una rappresentanza palestinese unitaria e rendere più remota la nascita di uno Stato palestinese.

Il governo Netanyahu autorizzava il passaggio del denaro. Funzionari israeliani accompagnavano tutto il meccanismo. La stampa israeliana ne discuteva apertamente. Netanyahu ha contestato la celebre frase attribuitagli nel 2019 sul rafforzamento di Hamas come mezzo per impedire lo Stato palestinese; la politica concreta descritta dal Times of Israel resta documentata. The Irish Times

Tra l’altro queste cose, io stessa, le avevo già messe nero su bianco nel mio libro, Schegge da un genocidio, pubblicato nel dicembre 2025. Il primo capitolo porta un titolo che oggi pare quasi una didascalia delle notizie di settembre 2026: «7 ottobre 2023: Il giorno del massacro e le ombre di una complicità interna». Partivo dalle ore in cui la catena di comando israeliana sembrò dissolversi, dalle osservatrici che avevano segnalato movimenti sospetti e da una domanda elementare: come aveva potuto la barriera più sorvegliata del Medio Oriente smettere di funzionare proprio quella mattina? Più avanti ricostruivo quella che chiamavo «Hamas come nemico utile». La separazione fra Gaza e Cisgiordania aveva un rendimento politico preciso per Netanyahu. I trasferimenti qatarioti, autorizzati da Israele, si inserivano in quella scelta e consentivano di mantenere Hamas al governo della Striscia lasciando l’Autorità Palestinese sempre più irrilevante.

Adesso arrivano gli avvertimenti precedenti al massacro. Il 26 settembre 2023 Abbas Kamel, allora capo dell’intelligence egiziana, volò personalmente in Israele per una visita durata appena 67 minuti. The Atlantic, dopo avere parlato con fonti di diversi Paesi, ha ricostruito che Kamel segnalò una mobilitazione di Hamas per un attacco di grandi proporzioni. Mancavano solo data e modalità operative. Il messaggio era abbastanza serio da far salire il capo dei servizi egiziani su un aereo undici giorni prima del 7 ottobre. Il governo Netanyahu sostiene che il premier non ricevette quell’avvertimento. The Atlantic

L’inchiesta di Eldar e Yuval aggiunge l’avvertimento degli Emirati Arabi Uniti. Secondo il loro lavoro, Mohammed bin Zayed avrebbe telefonato personalmente a Netanyahu circa dieci giorni prima del massacro per avvisarlo che Yahya Sinwar preparava un’operazione importante. Netanyahu respinge l’intera ricostruzione. La smentita va tenuta agli atti. Il Washington Post ha però riferito che quelle rivelazioni, insieme a quelle egiziane, sono ormai al centro del dibattito israeliano sulle responsabilità politiche del 7 ottobre. Washington Post

In pratica tutti sapevano del 7 ottobre e nessuno fece nulla.

Nel mio libro avevo già riportato l’allarme proveniente dall’Egitto e la sua sottovalutazione. Era il 2025. Scrivevo di fonti egiziane che sostenevano di avere avvertito Israele dell’avvicinarsi di una grande esplosione della situazione. Due anni dopo, The Atlantic ha aggiunto il volo di Kamel, l’orario e la durata della visita.

Poi arriviamo agli ostaggi e alla direttiva Hannibal. Anche su questo avevo già scritto. L’inchiesta di Haaretz del luglio 2024 ha documentato che alle 11:22 del 7 ottobre venne trasmesso alla Divisione Gaza l’ordine «Not a single vehicle can return to Gaza». A quell’ora l’esercito sapeva che alcuni mezzi diretti verso la Striscia potevano trasportare israeliani rapiti. La logica era quella della vecchia direttiva Hannibal, impedire il trasferimento dei sequestrati anche esponendoli al fuoco israeliano.

In quelle ore l’esercito israeliano impartiva ordini capaci di mettere a rischio i propri cittadini rapiti pur di impedire che raggiungessero Gaza. Poche ore dopo, secondo il Qatar e l’inchiesta di Haaretz, esisteva un canale per discutere il rilascio dei civili e la dirigenza israeliana scelse di respingerlo. Una fonte militare israeliana citata dall’inchiesta ha detto che la liberazione degli ostaggi restò fuori dall’elenco degli obiettivi di guerra formulati dal governo nella notte del 7 ottobre. In effetti gli ostaggi sono serviti per la retorica del genocidio all’incirca per un anno e mezzo. Ovvio che a Israele facessero più comodo come ostaggi.

Io mi chiedo se c’era davvero qualcuno che credesse, già l’8 ottobre, che la priorità fosse riportare a casa gli ostaggi?

da qui


Perché è avvenuta l’operazione Diluvio di Al-Aqsa: una rivisitazione del 7 ottobre 2023 - Ilan Pappé*

Mentre raggiungiamo il traguardo dei tre anni dall’operazione Diluvio di Al-Aqsa (Al Aqsa Flood) e dall’inizio del genocidio di Gaza, possiamo trarre beneficio dal passare del tempo e vedere più chiaramente alcuni degli aspetti e delle questioni cruciali legate a quella data fatale che sono rimasti sfocati o invisibili quando esaminati immediatamente dopo l’operazione e il genocidio che ne è seguito.

È importante riflettere su queste questioni e aspetti, poiché si riferiscono anche al fatto che troppe persone nel mondo, inclusi alcuni di coloro che hanno mostrato sostegno alla lotta palestinese, credono che questo orribile capitolo sia alle nostre spalle. Il genocidio continua, seppur in modo graduale, nella Striscia di Gaza e ora si è esteso anche in Cisgiordania, dove l’intensificazione dell’esercito e la violenza dei coloni mirano a trasformare la Cisgiordania in un’altra Striscia di Gaza.

Il passare del tempo ci permette di conoscere molto di più sulle motivazioni del piccolo gruppo di leader di Hamas che pianificò l’operazione. È importante analizzare questi motivi in modo professionale per confutare la narrazione ingannevole e fabbricata tesa da Israele riguardo a un’operazione concepita a Teheran come parte di un piano per distruggere lo stato ebraico.

Questa narrazione è già stata messa in discussione con successo come una che ignora volutamente il contesto storico della lunga storia di oppressione sionista e del più recente blocco disumano della Striscia. Ma nasconde anche una realtà più intricata che si è sviluppata negli anni immediatamente precedenti all’Operazione Al-Aqsa Flood, e che è stata anche sorvolata da commentatori palestinesi e filo-palestinesi.

Questo sguardo più focalizzato su quel periodo particolare fa luce sui dilemmi che affrontano Hamas e il movimento di liberazione palestinese in generale nella loro lotta esistenziale contro il progetto sionista di eliminazione.

La ricostruzione di questo contesto immediato mi ricorda come la storiografia della Nakba del 1948 abbia beneficiato della declassificazione degli archivi israeliani. La fusione del materiale d’archivio israeliano con la storia orale e scritta palestinese ha fornito un quadro più completo di quella catastrofe.

Ora abbiamo una migliore comprensione degli sviluppi che hanno portato a ottobre 2023 grazie al lavoro erudito di alcuni giornalisti israeliani che hanno accesso a materiale che la maggior parte di noi attualmente non riesce a vedere.

Le loro ricerche fanno luce sulle difficili scelte che ha dovuto affrontare il leader di Hamas Yahya Sinwar—e, in effetti, che devono affrontare qualsiasi figura di spicco del movimento di resistenza palestinese—di fronte a diciassette anni di blocco della Striscia di Gaza e oppressione in Cisgiordania.

Aiuta a confutare l’immagine comune di Sinwar in Occidente come leader fanatico e messianico che intraprese un’operazione volta a stabilire un Califfato Islamico sulle rovine di Israele. Una tale rappresentazione nasce dall’approccio razzista ed orientalista alla Palestina in generale e ai palestinesi che riponevano la loro fede nei movimenti politici islamici.

Sinwar affrontò Israele in modo simile a quello adottato da leader arabi come Anwar Sadat nel 1971 e da leader palestinesi come Yasser Arafat nel 2000. Sadat avvertì i leader israeliani che, se non avessero restituito il Sinai all’Egitto tramite diplomazia, l’Egitto sarebbe andato in guerra, mentre Arafat avvertì Ehud Barak e Bill Clinton che, se non fosse riuscito a tornare dal vertice di Camp David nel 2000 con la promessa di ridurre l’oppressione del popolo palestinese, un’altra rivolta sarebbe stata inevitabile.

Nel caso di Sinwar, ora sappiamo che ha negoziato con Israele—cioè, indirettamente, con Netanyahu—sulle richieste fondamentali del popolo di Gaza: la fine dell’assedio, l’aumento del cibo e delle materie prime che entravano nell’enclave assediata e il rilascio dei prigionieri politici palestinesi.

Sinwar avvertì gli israeliani che rifiutare queste richieste avrebbe portato a un’operazione su scala come quella di Al-Aqsa. L’esercito israeliano ha suggerito a Netanyahu di rispondere a queste richieste con un attacco totale alla Striscia di Gaza—proprio l’attacco che ha eseguito in risposta all’Operazione Al-Aqsa Flood.

È anche chiaro che Netanyahu ha esitato a dare il via libera a un’operazione del genere, ma è altrettanto chiaro che i comandanti di Hamas, incluso Sinwar, sapevano che un attacco del genere a Gaza era imminente.

In questo senso, Sinwar sembra essere stato un leader che cercava risultati limitati, lasciando però una visione più ampia e a lungo termine a un futuro molto più lontano. Come Sadat, alla fine utilizzò l’opzione militare quando divenne chiaro che Israele aveva completamente respinto l’opzione politica. Inoltre – e questa è la parte più importante di ciò che ora sta emergendo – l’esercito avrebbe infine convinto Netanyahu a lanciare quell’attacco devastante sulla Striscia. L’alluvione di Al-Aqsa fu un tentativo di prevenire questo attacco.

Quello che non sappiamo è quando e perché l’Operazione Al-Aqsa Flood si sia deteriorata in alcuni luoghi in un massacro di civili, sia negli insediamenti ebraici sia durante il festival Nova. Si tratta di una fuga dal ghetto da parte di un popolo che aveva subito migliaia di morti, decine di migliaia di feriti tra bambini e donne, e centinaia di migliaia di persone che avevano perso la loro casa nell’assalto israeliano del 2014 e erano rimaste sfollate nel 2023; erano una popolazione traumatizzata sottoposta alla fame come politica durante il blocco israeliano durato diciassette anni e a frequenti bombardamenti da aria, terra e mare.

Quello che sappiamo è che Sinwar, molto presto, ha dimostrato che, per quanto gli riguardava, il rapimento di anziani e bambini non faceva parte dell’operazione, poiché ha subito suggerito il loro rilascio ma non ha ricevuto risposta da Israele.

La distruzione di Gaza come questione di politica genocida non è stata una reazione irrazionale israeliana all’uccisione di così tanti soldati e civili il 7 ottobre 2023. Si trattava dell’attuazione dei preparativi dell’esercito pre-2023, che risalivano al 2004, quando l’esercito costruì una città fittizia nel deserto per esercitarsi a distruggere spazi urbani in caso di possibile attacco alla Striscia di Gaza. Questa strategia è stata esercitata nel bombardamento a tappeto del sobborgo di Dahiya a Beirut nel 2006.

Come nel 1948, così anche nel 2023 Israele cercava un pretesto per portare avanti la sua visione impossibile di una Palestina de-arabizzata. “È un miracolo,” esclamò Ben-Gurion quando vide centinaia di migliaia di palestinesi “fuggire” dalla Palestina, pur essendo lui l’artefice di questa pulizia etnica. “È un miracolo,” ha esclamato Orit Strock, ministro del governo Netanyahu, riferendosi all’opportunità storica di commettere genocidio contro i gazawi.

“Chi è annegato non può bagnarsi” è un famoso proverbio arabo e racchiude il dilemma palestinese, che si può vedere chiaramente dal punto di vista del 2026. Qualsiasi tentativo armato da parte di Hamas di porre fine all’assedio e all’occupazione è stato usato da Israele come pretesto per intensificare le sue politiche di eliminazione. L’alternativa di soccombere alla realtà dell’assedio, tentata dall’Autorità Palestinese a Ramallah, portò a una pulizia etnica incrementale e a un pogrom dopo l’altro, compiuto dai coloni con la complicità dell’esercito israeliano.

Mi chiedo quante persone fuori dalla Palestina possano comprendere appieno questo dilemma, che spinse giovani adolescenti nei campi profughi della Cisgiordania a scontrarsi con l’esercito israeliano che sapevano di non poter vincere, preferendo questo a essere continuamente maltrattati, feriti e uccisi da un esercito occupante.

È il dilemma disumano che il progetto sionista di eliminazione impone ai palestinesi, ed è solo un’altra manifestazione della loro situazione da quando i coloni sionisti arrivarono in Palestina alla fine del diciannovesimo secolo.

Come liberare i palestinesi, e indirettamente gli israeliani, da questa realtà impossibile non è una domanda difficile a cui rispondere. Questo può essere raggiunto solo attraverso l’istituzione di una Palestina democratica post-Israele. Uno stato del genere non risolverebbe ogni problema per le persone che vivono tra il fiume e il mare e per chi vi tornerà, ma eliminerebbe la minaccia esistenziale continua che tutti i palestinesi vivono quotidianamente da tutti i palestinesi che vi vivono.

In una tale realtà, la Palestina non sarebbe divisa in territori separati come Gaza e la Cisgiordania, ma costituirebbe un’unica patria organica. Se Gaza rimarrà una Striscia, non ci sarà pace né riconciliazione.


*Da Palestine Chronicle

da qui

Nessun commento:

Posta un commento