La storia recuperata dell’antisionismo ebraico, e la perdita a cui non ha potuto porre rimedio - Yahia Lababidi
(da +972 Magazine)
Il nuovo libro di Benjamin Moser ritrova una
tradizione di dissidenti che pagarono un prezzo per essersi opporti alla
spoliazione dei palestinesi, anche se non poterono impedirla.
“Anti-Zionism: A Jewish History,” [Antisionismo:
una storia ebraica] di Benjamin Moser, Doubleday, 2026
Poche parole come “antisionismo” hanno
subito nel dibattito pubblico contemporaneo una limitazione del significato
così rapida e sanzionatoria. Quella che in precedenza era una posizione
politica contestata, discussa all’interno della tradizione religiosa ed etica
ebraica, ora si presenta come già condannata, trattata meno come un’idea
storica che come una prova di contaminazione etica. La parola non descrive più
solo una posizione rispetto al nazionalismo o alla costruzione di uno Stato, è
diventata uno strumento di preclusione, capace di ridurre a un’accusa prese di
distanza e storie personali.
Questa riduzione è avvenuta rapidamente.
Nel dicembre 2023, meno di due mesi dopo gli attacchi del 7 ottobre, la Camera
dei Rappresentanti USA ha votato con 311 voti contro 14 per stabilire che
antisionismo e antisemitismo sono sinonimi. Questa risoluzione non è stata solo
un tentativo di delegittimare la crescente ondata di proteste contro il
genocidio israeliano a Gaza. Insieme alle successive iniziative legislative è
servita a uno scopo più profondo: cancellare una lunga e seria tradizione
ebraica di opposizione al sionismo su basi religiose e politiche.
“Anti-Zionism: A Jewish History” di
Benjamin Moser si prefigge di recuperare quella tradizione. Biografo insignito
del premio Pulitzer, Moser ha passato la sua carriera a riscattare figure ai
margini di quello che le istituzioni disposte ad accettare, tra cui la critica
americana Susan Sontag nel suo antagonismo e la scrittrice brasiliana Clarice
Lispector nella sua singolarità. Mette questo stesso impulso anche qui, verso
una camera della storia intellettuale ebraica che altri hanno da molto tempo
dichiarato sigillata.
Forse quello che la biografia insegna è
che una vita resa in modo pieno propone un’argomentazione più profonda di
qualunque polemica. Una tesi può essere rifiutata, una persona, testimoniata
autenticamente, tende a perdurare.
Ognuno dei 12 capitoli del libro è
dedicato a diversi mondi dell’opposizione: un rabbino polacco il cui pacifismo
derivava dallo studio della Torah; un ministro del governo britannico la cui
opposizione al sionismo era fondamentalmente patriottica; un poeta olandese che
arrivò a Gerusalemme come sionista e terminò come qualcosa che i sionisti
trovarono inaccettabile; un comunista egiziano che scrisse, in arabo e con nome
arabo, l’atto di accusa più preveggente contro il sionismo prima della Nakba;
un rabbino riformato statunitense che guidò un movimento contro il sionismo
finché, in seguito alle pressioni e quando l’aria cambiò, ritrattò; uno storico
radicalizzato dai suoi stessi documenti.
Moser scrive che le “Quartine”, la
raccolta di brevi poesie di de Haan che “drammatizzavano la lotta tra anima e
corpo”, vennero pubblicate ad Amsterdam poco dopo la sua morte e “salutate come
uno dei più sublimi risultati nella storia della poesia olandese”. Chi era al
potere evitò di citare quello che gli era stato fatto.
La persecuzione contro Hannah Arendt fu di
altro genere, le è sopravvissuta. Ma la campagna scatenata contro di lei non fu
meno organizzata e alla fine vi hanno partecipato i più importanti circoli del
potere israeliano. Quando nel 1963 venne pubblicato “Eichmann a Gerusalemme” la
reazione andò totalmente al di là del semplice dissenso: comportò un tentativo
coordinato di garantire che quello che Arendt aveva effettivamente scritto
venisse sostituito, nella mente dell’opinione pubblica, da una versione
artefatta che era facile condannare.
Venne accusata di dire che gli ebrei erano
complici della loro stessa morte. L’Anti-Defamation League [una delle
principali organizzazioni della lobby filoisraeliana negli USA, ndt.] guidò
l’attacco, facendo circolare una sintesi di cinque frasi in cui risultava che
Arendt incolpava gli ebrei della loro distruzione, un’accusa subito ripetuta in
tutti gli Stati Uniti. Moser nota anche che Siegfried Moses, un importante
politico del governo israeliano, andò da lei di persona per chiederle di
interrompere la pubblicazione del libro e Arendt venne a sapere da altre fonti
israeliane che era intervenuto lo stesso primo ministro David Ben Gurion.
“L’immagine che avevano creato era quella
di un ‘libro malefico’”, scrisse. “Ora devono dimostrare che è stato scritto da
una ‘persona malefica’”.
Quello a cui la campagna non poté
sopravvivere, e sapevano che non avrebbe potuto farlo, era lo sguardo onesto di
chiunque non solo sui rapporti storici tra sionismo e nazional-socialismo
nell’accordo Ha’avara [con cui i dirigenti sionisti si accordarono con i
nazisti per uno scambio di ebrei tedeschi, denaro e merci che favorì il regime
di Hitler, ndt.], ma anche l’uso per il quale era stato approntato il processo
Eichmann: uno Stato che aveva iniziato a trasformare il ricordo degli
assassinati in una moneta di scambio politica. Non si era mai guardato alla
sostanza, bastava il clamore.
Felicia Langer passò 22 anni cercando di
utilizzare il sistema giudiziario israeliano per difendere i palestinesi sotto
occupazione, perdendo la maggior parte delle cause, vincendone poche e
arrivando alla fine alla conclusione che il suo lavoro in sé era diventato una
forma di collaborazione. Il sistema aveva bisogno di lei: un’avvocata
ebrea-israeliana che rappresentava clienti arabi dava all’apparato della
giustizia militare l’apparenza di imparzialità che diversamente non avrebbe
potuto rivendicare.
Quando alla fine chiuse il suo studio nel
1990 dall’esterno sembrò una sconfitta. In realtà era il rifiuto di fungere da
alibi. Ormai decenni di ostilità avevano presentato il conto. Era stata, scrive
Moser, “derisa dalla stampa, le sputavano addosso per la strada.” Arrivò a
credere persino che i suoi clienti palestinesi venissero puniti più duramente
perché era lei a rappresentarli.
Lasciò Israele, se ne andò in Germania,
dove viveva suo figlio e si stabilì a Tubinga. Moser nota l’amaro simbolismo
della scelta: era “una dichiarazione che era più libera come ebrea in Germania
che nel cosiddetto Stato ebraico.”
Da ragazzo Ronnie Kasrils piantava alberi.
Aveva 10 anni, era un giovane sionista entusiasta a Yeoville, Johannesburg, che
raccoglieva soldi per il Jewish National Fund che incorniciava le ricevute
delle sue donazioni e le appendeva nella sua camera da letto. Gli alberi era
piantati in Israele in una foresta il cui scopo, come apprese in seguito, era
nascondere le rovine del villaggio palestinese di Lubya, i cui abitanti erano
stati cacciati nel 1948.
L’antisionismo di Kasril emerse dalla
lotta che aveva già caratterizzato la sua vita. Sharpeville [famosa strage di
cittadini neri da parte della polizia sudafricana, ndt.] contribuì a portarlo
nell’ANC [African Nationale Congress, il partito di Mandela, ndt.] e alla lotta
contro l’apartheid; in esilio vide Israele consolidare i suoi rapporti con il
regime sudafricano, un collegamento che secondo Moser rafforzò la sua
opposizione al sionismo.
Dopo la caduta dell’apartheid comprese
sempre più la Palestina attraverso l’esperienza politica che lo aveva formato.
Nel 2001 scrisse una “Dichiarazione di Coscienza da parte di un Sudafricano di
Origine Ebraica”. Sei anni dopo in un pamphlet dell’ANC fece un paragone tra la
spoliazione dei palestinesi e i bantustan [aree in cui era rinchiusa la
popolazione nera, ndt.] in Sudafrica e sostenne che la lezione del Sudafrica
era che popoli diversi potevano vivere insieme in uno Stato democratico.
La reazione comportò un prezzo: un
portavoce della Federazione Sionista mise in dubbio che lui fosse “un vero
ebreo”; venne denunciato per aver paragonato gli ebrei israeliani ai nazisti;
quando lasciò il governo [fu più volte ministro, ndt.], scrive Moser, Kasrils
era diventato una persona non grata per molti ebrei.
Ciò che condividono queste quattro vite è
il rifiuto, qualunque costo questa lucidità comportasse, di guardare altrove
rispetto a quello che stava realmente avvenendo. La tradizione che Moser ha
recuperato non è quella di un comodo dissenso, tutti hanno pagato un prezzo per
aver dato un nome a quello che osservavano, senza mai smettere.
Due eredità inconciliabili
Prima dei dodici ritratti l’introduzione
di Moser al libro inizia con un lascito: la copia di suo nonno della raccolta
delle opere di Herzl, un pesante volume blu portato da Breslavia al di là
dell’oceano a Houston. Moser lo descrive come un talismano, che conservò per
decenni senza leggerlo con attenzione. Quando finalmente lo fece, quello che vi
trovò lo sconvolse: Herzl come antisemita e megalomane, un uomo per il quale i
palestinesi semplicemente non esistevano. Il lascito rimase, quello che cambiò
fu il significato di tenerlo.
“Antisionismo: una storia ebraica” è
insolitamente esplicito riguardo ai suoi limiti. Moser lo afferma chiaramente
nell’introduzione: “Benché questo libro riguardi necessariamente degli ebrei,
esiste solo per via dei palestinesi.” Alla fine dell’introduzione egli esprime
la speranza che quelli che incontreranno questa tradizione “si libereranno del
solipsismo che è sempre stato un difetto degli ebrei” e porranno “le vere
vittime del sionismo, il popolo palestinese, al centro di tutto quello che
faranno.”
Non si tratta di frasi a caso. Esse
segnano, con una certa precisione, il limite esterno del progetto di Moser. Il
recupero della coscienza ebraica, per quanto approfondito e moralmente serio,
parla principalmente alla comunità la cui coscienza viene riscattata. Il suo
pubblico sono in primo luogo quanti hanno bisogno che gli venga ricordato che
l’opposizione al sionismo nacque all’interno della vita intellettuale e
spirituale degli ebrei. Questo lavoro è importante. Esso giunge, per sua
natura, da una direzione.
Quello che il metodo di Moser non può
fornire è la visione dall’altra parte: la vita che sopportano quelli a cui
queste dodici coscienze si opposero. Le personalità in questo libro furono, per
la maggior parte, testimoni della spoliazione dei palestinesi piuttosto che
suoi eredi. Videro chiaramente e pagarono per parlare, mentre la spoliazione
continuò. La loro opposizione era reale. La sua insufficienza deriva dalla
stessa testimonianza. I due fatti coesistono nello stesso modo in cui una
diagnosi corretta coesiste con una morte che non potrà impedire.
C’è una sorta di consolazione morale che
il libro, e bisogna dargliene atto, si rifiuta di offrire in modo troppo netto.
Si potrebbe dire che la resistenza ebraica al sionismo porta con sé il seme di
un futuro diverso. Forse. Ma la consolazione ha un modo di avvicinarsi a chi
viene consolato e la domanda di cosa questa tradizione recuperata significhi
per quanti hanno perso le proprie case mentre essa veniva eliminata è una
domanda a cui il libro si può avvicinare, ma non può rispondere.
Leggere il libro di Moser in quanto
scrittrice palestinese significa, a tratti, sentire la particolare
estraniazione di essere il pretesto per un discorso condotto in buona misura
senza di te. La coscienza recuperata è reale e il costo sopportato da quelli
che l’hanno conservata non deve essere minimizzato. Però le case in cui i miei
nonni vivevano sono state svuotate durante gli stessi decenni in cui questi
dissidenti stavano discutendo e perdendo, e le case non aspettarono che la
questione fosse definita prima che venissero occupate.
Mia nonna Rabiha Dajani fondò la sezione
femminile di Radio Al-Quds [Gerusalemme in arabo, ndt.] e fu tra i suoi primi
giornalisti. La sua voce risuonò in tutta la Palestina che esisteva ancora come
luogo unitario, un Paese con un servizio radiofonico e un poeta nazionale, una
sua vita musicale abbastanza importante da richiedere un vicedirettore. Mio
nonno Yahya al-Lababidi ricoprì quel ruolo al Palestine Broadcasting Service
[Servizio Radiofonico Palestinese] a Gerusalemme e collaborò con Ibrahim Tuqan,
le cui poesie divennero le canzoni del popolo che cercava di restare unito
sotto enormi pressioni.
Nel 1948 mia nonna venne sfollata sotto la
minaccia delle armi. Il servizio radiofonico venne chiuso, l’archivio musicale
disperso. Quella che era stata una vita all’interno di una cultura coerente
divenne, in una sola stagione, il primo capitolo di un esilio non ancora
terminato.
L’eredità di Moser è un libro conservato
attraverso frontiere e generazioni, leggibile ma moralmente trasformato dalla lettura.
La mia eredità è un Paese che non è sopravvissuto a quegli anni: una voce
eliminata dall’etere, un archivio disperso, una casa lasciata con il
presupposto di tornarci. Queste due eredità sono quello che il libro racchiude
senza riuscire a riconciliarle: il volume blu di Herzl e il silenzio dove una
volta trasmetteva Al-Quds Radio. Entrambe sono reali. Solo una può essere
tramandata.
Insistere su un’alternativa
Prima di Herzl, la prima pagina del libro
di Moser presenta una dedica: “Al popolo palestinese.” Poi arriva una preghiera
tratta dalla liturgia bizantina: “Concedi loro la madrepatria dei loro
desideri/e rendili di nuovo cittadini del paradiso”.
Leggere questo libro come chiede di essere
letto, verso quelli la cui perdita è la silenziosa premessa di quasi ogni vita
che contiene, significa iniziare a comprendere quello a cui questo recupero
assolve e dove non può arrivare. Le perdite della mia famiglia non furono
un’eccezione. Sono perdite comuni, quelle che i dissidenti di Moser stavano
cercando di impedire e non ci riuscirono, quelle a cui la dedica si rivolge con
una preghiera senza avere dietro un programma politico, solo la più antica
richiesta umana: concedi loro la madrepatria dei loro desideri.
C’è una frase in ebraico che ricorre nella
storia che Moser ricostruisce: “Ein breira” o “Non c’è alternativa”. Questa fu
la logica che stava dietro alle spoliazioni, alle guerre e ai negoziati negati
che le prove d’archivio ora hanno reso irrefutabili. Jabotinsky ne espresse la
sincerità più dura e originaria: la popolazione araba avrebbe resistito,
ammise, aveva tutto il diritto di farlo e avrebbe dovuto essere costretta ad
arrendersi prima che ne potesse seguire un qualunque accordo. Non c’era
alternativa. Come se la storia si fosse ristretta a un unico percorso e la
gente che già vi viveva fosse semplicemente d’intralcio.
Ciò che la coscienza dei dissidenti non
poté modificare fu questo restringimento. Aaron Samuel Tamares lo predisse in
Polonia prima del 1905. Edwin Montagu [unico ministro ebreo del governo
britannico quando venne resa pubblica la dichiarazione Balfour, a cui si
oppose, ndt.] mise in guardia a questo proposito nel governo inglese nel 1917.
Ahmad Sadiq Saad lo documentò al Cairo nel 1947, un anno prima della Nakba che
il suo libro, nella sua terribile precisione, aveva predetto. Gli avvertimenti
si accumularono. La registrazione della loro accuratezza ora è estesa,
documentata negli archivi che Moser ha letto e nei libri che i Nuovi Storici
israeliani ne hanno ricavato. La storia non è stata nascosta, ma cancellata.
Il recupero di questa storia non risponde
alla preghiera che Moser propone. Sa che è inadeguata, non può recuperare
quello che è stato preso. Non può rimandare in onda una radio. Non può
rimettere insieme l’archivio di un compositore. Non può riportare una donna
anziana alla casa che ha lasciato credendo che ci sarebbe tornata entro qualche
settimana.
Quello che può fare, e che il libro di
Moser onestamente fa, è recuperare una genealogia morale, la consapevolezza che
l’opposizione ebraica al sionismo era possibile e onerosa. Vale a dire che c’era
un’alternativa: una tradizione che contiene Tamares e Arendt e Langer e
Kasrils, persone serie che hanno riconosciuto e resistito alla cancellazione
dei palestinesi.
Verso la conclusione del capitolo finale
Moser scrive una frase che potrebbe servire da seconda dedica del libro:
“Sentiamo la nostra determinazione rafforzarsi. Sentiamo i legami ancora più
stretti che ci legano tra noi e al popolo palestinese che soffre così tanto in
nostro nome.” È scritto in persona plurale, il noi degli ebrei antisionisti, di
quelli che hanno trovato se stessi nel corso dei decenni di cancellazione che
questo libro recupera. La sofferenza, riconosce, avviene nel loro nome. La
determinazione da offrire in cambio è la loro.
Il resoconto è onesto perché non sostiene
mai di essere un rimedio. Un libro che fosse finito con la convinzione di
essere sufficiente avrebbe tradito la preghiera con cui si apre. Invece
“Antisemitism: A Jewish History” si chiude come inizia, nella consapevolezza di
una distanza che non può attraversare, verso persone che può citare ma non
risarcire.
“Concedi loro la madrepatria dei loro
desideri / e rendili di nuovo cittadini del paradiso.”
Di nuovo. La parola contiene tutto. Di nuovo,
come ritorno. Di nuovo, come ricostituzione. Di nuovo, come il riconoscimento
che qualcosa è stato preso a un popolo che ce l’aveva e che quello che gli è
stato preso ha un nome, e che il nome viene ancora detto, in arabo e in esilio,
con un anelito che non ha dietro un programma politico e non ne richiede
alcuno. È la richiesta più antica e sta ancora aspettando.
Yahia Lababid è una scrittrice
arabo-americana di origini palestinesi, autrice di sedici libri di poesia,
saggistica, aforismi e colloqui. I suoi scritti sono apparsi, tra le varie
pubblicazioni, su The New Statesman, Liberties, World Literature Today,
Salmagundi e The Threepenny Review.
(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)
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