martedì 13 dicembre 2016

nei secoli in-Fedeli - bortocal


Valeria Fedeli, sindacalista tessile, un tempo bersaniana, poi eletta al Senato nel 2013, vicepresidente del medesimo e membro della Commissione Difesa, autrice di un disegno di legge sul femminicidio (dio ce ne scampi e liberi).
ora nuovo ministro dell’istruzione nel ministero del conte Gentiloni Silverj di Filottrano, Cingoli e Macerata.
si autodefinisce femminista:
ci vuole poco per far contente le femministe di bocca buona.
basta guardare la sua pagina internet, http://www.valeriafedeli.it/chi-e-valeria-fedeli/, per capire che e` assolutamente incompetente di scuola.
meglio: cosi` la burocrazia ministeriale potra` continuare a dettare legge.
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aveva anche detto: 
“Se perdiamo il referendum, il giorno dopo non ci sono alibi, il governo non avrebbe autorevolezza, ma anche i parlamentari. Non siamo attaccati alla poltrona”.
ma non vorremo attaccarci alle parole, vero?
frasi come queste le hanno dette cani e porci…
non saranno da prendere sul serio.
. . .
ma c’e` di peggio: nella stessa pagina scritta da lei personalmente si legge:
Finite le scuole mi sono trasferita a Milano per iscrivermi dove ho conseguito il diploma di laurea in Scienze Sociali, presso UNSAS.
la sintassi non e` proprio degna di un ministro dell’istruzione, ma puo` capitare a tutti di sbagliare.
il fatto e` che in internet non si trova alcuna traccia di una Scuola per Assistenti Sociali UNSAS a Milano; esiste, ma a Torino.
e non rilascia nessuna laurea, ma un semplice diploma di assistente sociale.
il diploma di laurea di scienze sociali fu istituito nel 1998 in via sperimentale a Trieste e Roma, quando la Fedeli aveva 49 anni.
la nuova ministra dell’istruzione si e` laureata dopo i cinquant’anni?
e dove esattamente?
oppure ha la laurea ad honorem in bugie varie?
. . .
in Germania nel 2013 la ministra federale dell’istruzione e della ricerca Schavan fu costretta a dimettersi quando si scopri` che aveva copiato una parte della sua tesi di laurea.
l’Italia e` un paese normale, oppure la Fedeli la fara` franca?
nonostante le dichiarazioni in-Fedeli?
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e questi, capite il mio sdegno, sono quelli che dicono che gli altri sono pericolosi perche` sono incompetenti.

dice Alessandro Robecchi

Decisamente rappresentativo del paese, un governo col 100% di Sì

lunedì 12 dicembre 2016

Vero e falso in rete - Annamaria Testa


L’università di Stanford ha avviato una ricerca intesa a capire quanto i nativi digitali, che pure in rete si trovano perfettamente a loro agio, siano effettivamente in grado di valutare correttamente l’informazione che trovano sui social media o attraverso Google.
I risultati mostrano (cito testualmente) “una sconcertante incapacità di ragionare sull’informazione veicolata in rete”, di distinguere la pubblicità dalle notizie, di identificare le fonti. La ricerca si è svolta tra il gennaio 2015 e il giugno 2016 e ha coinvolto in 56 diverse prove 7.804 studenti di dodici stati, appartenenti sia a scuole secondarie e università di modesta qualità, sia a scuole secondarie e università eccellenti, compresa la stessa Stanford (qui una sintesi e alcuni esempi).
Nella scuola secondaria sono state testate competenze di base, come la capacità di analizzare la home page di un sito (per esempio, Slate): gli studenti risultano incapaci di distinguere le notizie dai contenuti sponsorizzati, perfino se c’è la scritta “contenuto sponsorizzato”, e riescono a identificare la pubblicità solo se sono ben visibili il logo di un’azienda e un prezzo. Credono che il primo risultato che trovano con Google sia “il più autorevole e affidabile”. E ancora: si lasciano catturare dalle immagini. E dimenticano di controllare se la fonte è attendibile, o se tra didascalia della foto e contenuto c’è corrispondenza: ma la foto “scattata a Fukushima l’altro ieri”, è stata davvero scattata lì, e proprio l’altro ieri?
Gli studenti universitari non controllano su Google a chi fanno capo siti e pagine per capire se l’informazione fornita è di parte, e prendono per buone notizie diffuse da imprese e lobbisti. Non vanno a vedere i link con le fonti o i documenti. Su Facebook e Twitter, non distinguono tra pagine ufficiali e verificate (Facebook le identifica con un segno di spunta all’interno di un bollino blu) e pagine false. Non distinguono tra video giornalistici e video di brand journalism (qui un esempio, peraltro molto bello, di collaborazione tra il Guardian e Amazon).
In rete, gran parte degli articoli, lunghi o brevi che siano, viene letta parzialmente
Sarebbe interessante fare la stessa ricerca in Italia. Ma temo che i risultati non sarebbero più confortanti, in un paese che continua, secondo i dati Ocse, ad avere un modesto grado di alfabetizzazione. E che, secondo il recente Digital economy & society index (Desi), è al quart’ultimo posto in Europa per alfabetizzazione digitale.
Ho anche il sospetto che la fruizione di notizie dalla rete, che è in realtà molto più complessa della fruizione di notizie veicolate dalla tv o dai giornali, sia in sé più ludica, più emotiva, più superficiale, più veloce. Quindi, fatalmente, più acritica.
In rete i lettori dedicano in media 123 secondi a un articolo lungo (long-form: più di mille parole) contro i 53 secondi medi dedicati a un articolo breve (short-form: tra le 101 e le 999 parole). Questo dato ci dice che sul web anche testi più complessi e argomentati hanno la loro ragion d’essere. Ma soprattutto ci dice che gran parte degli articoli, lunghi o brevi che siano, è letta parzialmente, considerando che un lettore esperto ha comunque bisogno di oltre tre minuti per leggere mille parole, capendo e ricordando qualcosa.
Se volete testare la vostra velocità di lettura, provate con questo sito.
Vi propongo una breve digressione per guardare a un passato nemmeno tanto remoto. Negli anni sessanta, per le persone più semplici (per esempio, mia nonna) una notizia era sicuramente vera perché “l’aveva detto la televisione”. Anzi, la televisiùn, perché la nonna capiva l’italiano ma parlava solo dialetto. Per le persone più acculturate, una notizia era presumibilmente vera perché era uscita “sui giornali”.
Oggi molti credono che una notizia sia “vera” perché (anzi: proprio perché) “gira in rete”, e non in televisione o sui giornali. C’è un particolare non irrilevante da considerare, però: in precedenza, nel caso di tv e giornali, la prima responsabilità di distinguere tra vero e falso faceva capo al giornalista e alla sua testata che, almeno secondo le regole della professione e almeno in teoria, erano tenuti a farsene carico.
Magari le cose cambieranno, ma oggi la responsabilità di distinguere tra vero e falso non fa certo capo a Google e a Facebook, che dicono “non è il nostro mestiere”. The Verge scrive che “nella timeline di Facebook o nei feed di Google tutte le storie arrivano impacchettate nella stessa maniera, si tratti di un’inchiesta del Washington Post costata mesi di lavoro o di un clickbait” (una pseudoinformazione sensazionalistica e acchiappaclic).
Quando non si sa come distinguere il vero dal falso, tutto potrebbe essere vero, e tutto potrebbe essere falso
Dunque, ora anche l’onere di discriminare tra vero e falso si disintermedia insieme alla notizia, e finisce direttamente in capo ai navigatori. Che non sempre, e non tutti, hanno voglia, tempo e capacità di distinguere tra notizie che, oltretutto, formalmente, si somigliano.
Se siete arrivati fin qui (e avete già letto ben 786 parole compresa quest’ultima: bravi!) forse avete cominciato a interrogarvi sulle conseguenze dell’incompetenza nel distinguere tra vero e falso e tra le fonti affidabili e quelle che non lo sono.
Qui di seguito ne suggerisco alcune possibili.
Prima conseguenza. Quando non si sa come distinguere il vero dal falso, tutto potrebbe essere vero: le persone continuano a diffondere bufale prendendole per buone, così come hanno cominciato a fare nel (lontanissimo, secondo i tempi della rete) anno 2000, con la storia dei gattini bonsai. Se volete ripercorrerla passo per passo, potete farlo grazie a questo ottimo articolo di Paolo Attivissimo.
Seconda conseguenza. Quando non si sa come distinguere il vero dal falso, viene la tentazione di proteggersi chiudendosi in un contesto rassicurante e privo di contraddizioni, tenendosi ben strette le proprie narrazioni favorite, e ignorando ogni informazione contrastante. Sono le stanze dell’eco (echo chambers) di cui parla il Washington Post. Sono le bolle di filtraggio (filter bubble) di cui parla Wired.
Ed eccoci alla terza conseguenza: quando non si sa come distinguere il vero dal falso, tutto potrebbe essere falso, e non resta che andare in cerca di una verità ulteriore, vera proprio in quanto nascosta e nota solo a pochi iniziati. Ed eccoci al complottismo, che può assumere mille forme, dalle più comiche (l’interrogazione parlamentare sull’esistenza delle sirene) alle più tragiche, che riguardano vaccini e malattie.
Il complottismo esorcizza la complessità del reale, rafforza il senso di identità degli individui confermando le loro credenze pregresse e costruendo “nemici” da combattere, offre un’illusione di controllo fondata su certezze granitiche e ha una componente a suo modo eroica: tutto questo può essere molto seducente, specie per le persone più disorientate.
La Repubblica suggerisce una serie di contromisure. Elenca i siti antibufala italiani (oltre al blog di Paolo Attivissimo c’è, per esempio, bufale.net che pubblica anche una sterminata lista nera di false testate giornalistiche, siti di disinformazione medica, scientifica, politica, siti complottisti e altri orrori della rete). Cita alcuni nuovi strumenti per etichettare bufale e siti dubbi. E conclude ricordando la recente inchiesta di BuzzFeed che “ha inchiodato il Movimento 5 stelle alla sua rete di siti redditizi” (Grillo sul suo blog ha definito “ridicole” queste accuse e “fake news” l’inchiesta di BuzzFeed).
Siete arrivati anche fin qui (1.159 parole), e avete anche seguito qualche link controllando le fonti e approfondendo, e vi siete formati un’opinione non necessariamente coincidente con quella dell’autrice dell’articolo, ma comunque fondata su solide evidenze? Siete dei fenomeni, e con ogni probabilità avete la dotazione di curiosità e pensiero critico oggi indispensabili per navigare in rete. Buona fortuna, e non fatevi fregare.

domenica 11 dicembre 2016

il discorso di Bob Dylan a Stoccolma (che non ha letto lui) e la canzone di Bob Dylan a Stoccolma (che non ha cantato lui)




Buonasera a tutti. Porgo i miei più calorosi saluti ai membri dell’Accademia svedese e a tutti gli altri illustri ospiti presenti stasera.
Sono dispiaciuto per non essere lì con voi di persona, ma sappiate che sono sicuramente con voi nello spirito e sono onorato di ricevere un premio così prestigioso. Essere premiato con un Premio Nobel per la letteratura è una cosa che non avrei mai potuto immaginare, o prevedere. Fin da piccolo ho avuto familiarità, leggendo e studiando, con i lavori di coloro che sono stati ritenuti degni di un tale riconoscimento: Kipling, Shaw, Thomas Mann, Pearl Buck, Albert Camus, Hemingway. Questi giganti della letteratura, le cui opere sono insegnate nelle scuole, conservate nelle biblioteche di tutto il mondo, e di cui si parla con riverenza, hanno sempre suscitato in me una profonda impressione. Che io ora mi aggiunga ai nomi di una lista del genere lascia veramente senza parole.
Non so se questi uomini e queste donne abbiano mai considerato l’idea che avrebbero ricevuto un Nobel, ma suppongo che tutti quelli che nel mondo abbiano scritto un libro, un poema o un’opera potrebbero aver avuto questo sogno segreto, nel loro profondo. Probabilmente sepolto così in profondità che non sapevano nemmeno esistesse.
Se qualcuno mi avesse mai detto che avrei avuto la minima possibilità di vincere il Premio Nobel, avrei pensato che era probabile quanto che andassi sulla Luna. L’anno in cui sono nato, e anche quelli subito dopo, nessuno al mondo fu considerato bravo abbastanza per vincere questo Premio Nobel. Quindi, riconosco di essere in rara compagnia, a dir poco.
Ero fuori, per strada, quando ho ricevuto questa sorprendente notizia, e ci ho messo più di qualche minuto a elaborarla in maniera opportuna. Ho iniziato a pensare a William Shakespeare, la grande figura letteraria. Pensava a se stesso come a un drammaturgo. Il pensiero che stesse scrivendo della letteratura non avrebbe potuto entrare nella sua testa. Le sue parole furono scritte per il palco. Destinate ad essere recitate, non lette. Quando stava scrivendo l’Amleto, sono sicuro che stesse pensando a un sacco di cose differenti: “Chi sono gli attori più adatti per questi ruoli?” “Come dovrebbe essere messo in scena?” “Voglio veramente ambientarlo in Danimarca?”. La sua visione creativa e le sue ambizioni erano senza dubbio in cima ai suoi pensieri, ma c’erano anche le questioni più banali da affrontare. “Il finanziamento è a posto?” “Ci sono abbastanza buoni posti a sedere per i miei finanziatori?” “Dove posso procurarmi un cranio umano?” Scommetto che la cosa più lontana dalla mente di Shakespeare era stata la domanda: “È letteratura, questa?”.
Quando ho iniziato a scrivere canzoni, da adolescente, e anche quando ho iniziato a raggiungere una certa fama per le mie abilità, le mie aspirazioni per queste canzoni non si spingevano molto lontano. Pensavo che sarebbero state ascoltate nelle caffetterie e nei bar, forse più tardi anche in posti come la Carnegie Hall, il London Palladium. Se pensavo veramente in grande, forse avrei potuto immaginare di incidere un disco e poi ascoltare le mie canzoni alla radio. Era questo il vero grande riconoscimento nella mia mente. Incidere dischi e ascoltare le tue canzoni alla radio significava raggiungere il grande pubblico, e questo avrebbe poi permesso di continuare quello che ti eri proposto di fare.
Beh, ho fatto quello che ho deciso di fare da molto tempo, oramai. Ho fatto decine di dischi e suonato in centinaia di concerti in giro per il mondo. Ma sono le mie canzoni il centro vitale di quasi tutto quello che faccio. Sembra che abbiano trovato un posto nelle vite di molte persone, attraverso molte culture differenti, e sono grato per questo.
Ma c’è una cosa che devo dire. Come artista ho suonato per cinquantamila persone e ho suonato per cinquanta persone, e vi posso dire che è più difficile suonare davanti a cinquanta persone. Cinquantamila persone hanno un’unica identità, a differenza di cinquanta spettatori. Ciascuna persona ha una individualità, ciascuna di loro è un mondo a sé. Possono percepire le cose in maniera più chiara. La vostra onestà e il modo in cui è collegata alla profondità del vostro talento è messa alla prova. Il fatto che il comitato che assegna il Nobel sia così ridotto per me è di grande valore.
Ma, come Shakespeare, anch’io spesso sono impegnato a perseguire i miei sforzi creativi e devo fare i conti con tutti gli aspetti delle questioni banali della vita. “Chi sono i migliori musicisti per queste canzoni?” “Sto registrando nello studio giusto?” “Questa canzone è nella tonalità giusta?”. Alcune cose non cambiano mai, anche in 400 anni.
Non ho mai avuto il tempo di chiedere a me stesso, “Le mie canzoni sono letteratura?”.
Quindi ringrazio l’Accademia svedese, per aver avuto il tempo di prendere in considerazione questa domanda, e, alla fine, per aver fornito una risposta così meravigliosa.
I miei migliori auguri a tutti voi,

Bob Dylan

L’odissea di Bruno Bellomonte. Assolto dai giudici, licenziato dall’azienda - Nina Valoti

Un indipendentista sardo di sinistra dopo 29 mesi di carcere preventivo viene assolto dai giudici ma licenziato ingiustamente dall’azienda. Oltre al danno anche la beffa. La lotta del ferroviere Bruno Bellomonte contro Rfi non ha precedenti nella giurisprudenza. Un caso giudiziario che arriva fino alla revoca di una sentenza definitiva della Cassazione

Disoccupato a vita perché accusato ingiustamente di terrorismo. Il calvario giudiziario di un innocente – conclamato – ha toccato il picco più alto: la Corte di Cassazione. Bruno Bellomonte, il capostazione che dopo anni di battaglia (dall’ormai lontanissimo 2009) contro una incredibile accusa di terrorismo dalla quale è stato assolto in ogni grado ma che gli è costata 29 mesi di carcere duro e il licenziamento, è stato beffato anche dalla sezione lavoro della suprema Corte.
Ora per ottenere giustizia è arrivato a dover chiedere la revocazione di una sentenza della stessa Corte: una pratica estrema accaduta pochissime volte nella storia della giustizia italiana. Si tratta di un atto straordinario. La revocazione infatti va rivolta allo stesso giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata.
Un dubbio è più che legittimo: l’errore materiale è avvenuto contro un semplice lavoratore, sarebbe accaduto lo stesso se al suo posto ci fosse stato un potente?
LA SENTENZA È STATA depositata il 30 settembre e faceva diventare definitiva – prima della revocazione – una sentenza della Corte di Appello di Roma che aveva negato la reintegrazione sul posto di lavoro di Bellomonte riconosciuta invece da due precedenti sentenze del tribunale del lavoro di Roma, che avevano rilevato come il licenziamento fosse diretta conseguenza della ingiusta detenzione.
«Per 29 mesi questo uomo è stato incarcerato ingiustamente. A una persona innocente cui è stata applicata una ingiusta pena detentiva non si può dare come ulteriore sanzione la disoccupazione per sempre», sintetizza Pier Luigi Panici, l’avvocato del lavoro che segue Bellomonte dal 2010 nella lotta per riavere il suo legittimo posto di lavoro, perso per una inchiesta dagli esiti allucinanti, a partire dall’arresto effettuato dalla Digos di Roma il 10 giugno 2009 per l’accusa di terrorismo, poi rivelatasi infondata.
QUELLO CHE SIA la Corte d’appello del tribunale del lavoro che la Cassazione non hanno considerato è una legge dello Stato: si tratta della 332 del 1995 in cui è stato modificato l’articolo 102 bis del codice di procedura penale: «Chiunque sia stato sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere (…) e sia stato per ciò stesso licenziato (…) ha diritto di essere reintegrato nel posto di lavoro medesimo qualora venga pronunciata in suo favore sentenza di assoluzione».
Il caso di Bellomonte è comunque assolutamente straordinario, «l’unico noto agli annali della giurisprudenza», sottolinea nel suo ricorso l’avvocato Panici. Rfi ha sempre rifiutato l’idea di reintegrare Bellomonte considerato in buona sostanza un lavoratore rompiscatole perché sindacalizzato. Tanto da arrivare a sostenere «deduzioni irridenti» come quella contro la richiesta di risarcimento con la motivazione che «il ricorrente non si è attivato per cercare un altro posto di lavoro»: è obiettivamente difficile cercare lavoro mentre si è in carcere.
Nei vari gradi di giudizio Rfi ha sostenuto in modo diverso la motivazione per il licenziamento. In alcuni casi ha cercato addirittura di sostenere che era stato deciso per giustificato motivo, dovuto all’assenteismo del lavoratore: ma Bellomonte non poteva essere al lavoro semplicemente perché era detenuto in carcere.
L’ASSOLUZIONE PER IL REATO di terrorismo è arrivata il 22 novembre 2011: in tutti e tre i gradi di giudizio – i pubblici ministeri hanno fatto ricorso per altri imputati – Bellomonte è stato assolto perché il fatto non sussiste. Per questo, a seguito di una ordinanza d’urgenza, poi confermata con sentenza di primo grado del tribunale di Roma, fu reintegrato da Rfi il 30 aprile 2012.
Ma, paradossalmente, è stato proprio il nuovo ricorso di Bellomonte sul pagamento delle retribuzioni successive alla scarcerazione (quattro mensilità più il Tfr), e la sua correttezza nel precisare di essere stato già «reintegrato» a generare l’errore della Corte d’Appello avallato poi dalla Cassazione – qui l’errore di fatto per cui si chiede la revocazione – che hanno scambiato la reintegrazione disposta dal Giudice di primo grado, spettante a seguito della illegittima carcerazione (art. 102bis), con l’applicazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori che disciplina la reintegrazione solo a seguito di licenziamento illegittimo. In questo caso il licenziamento era «giustificato» mentre è la mancata reintegrazione a essere illegittima.

A QUESTA INCREDIBILE vertenza se ne intreccia un’altra, derivante da una vecchia accusa risalente al 2005 relativa a una intercettazione ambientale effettuata in Sardegna, peraltro già smontata dal Tribunale della libertà, poiché – semplicemente – veniva dimostrata la sua totale estraneità ai fatti in quanto lui era in vacanza all’estero.
Comunque per «Arcadia» , questo il nome dell’inchiesta infinita, con cui il pm di Cagliari Paolo De Angelis sta da anni portando avanti l’ipotesi di associazione sovversiva da parte dei movimenti sardi per l’indipendenza, Bellomonte nel 2006 era stato già incarcerato per 19 giorni e anche sospeso dal lavoro per due mesi. Nel 2014, il rinvio a giudizio ha consentito a Rfi di sospenderlo nuovamente senza stipendio fino alla fine del processo, ragionevolmente prevista tra una decina d’anni, ovvero a tempo indeterminato.
In questo incubo di giustizia negata nel quale si accavallano due lunghissimi procedimenti penali legati ad altrettante cause di lavoro, Bellomonte è stato privato di qualsiasi entrata economica che non fosse l’aiuto della Cassa di resistenza organizzata dai suoi compagni ferrovieri, esempio pratico e diretto da antica data di solidarietà fra lavoratori,che gli hanno permesso di tirare avanti nella sua amata «Sardigna».
PARALLELAMENTE all’allucinante vicenda giudiziaria penale e lavorativa ne corre un’altra altrettanto beffarda e perfida. È la richiesta di danni per ingiusta carcerazione che Bellomonte con il suo avvocato penale Simonetta Crisci ha presentato lo scorso dicembre. Per ogni giorno passato in carcere Bruno ha diritto a essere risarcito.
Ma la legislazione è stata cambiata recentemente rendendola molto stringente: prevede ora che per accordare il risarcimento serve che sia provata la colpa del giudice e in più quando si tratta di richiesta da parte di sospetti per reati politici la possibilità che il ricorso sia accolto è molto bassa. «Io per lo Stato sono ancora un “sospetto” perché continuo ad essere un indipendentista ideologicamente di sinistra e quindi probabilmente non mi riconosceranno un euro.
Detto questo però non smetto certo di fare politica: dopo lo scioglimento di “A’Manca pro s’indipendentzia” (“A sinistra per l’indipendenza”, ndr) abbiamo fondato Libe.r.u. che vuol dire “Liberos rispetados uguales” e che rappresenta l’organizzazione della sinistra indipendentista in Sardigna».
LA VITA DI BRUNO È segnata, specie dall’angina e dall’operazione subita al cuore dopo la scarcerazione. Non così la sua voglia di lottare, nonostante un elenco di torti subiti lungo una Quaresima. «Io non mollo – dice convinto – se in Cassazione daranno ragione ai miei datori di lavoro non colpiranno solo Bellomonte, colpiscono i lavoratori, la classe operaia che deve solo stare zitta e subire. Nonostante tutto, mi auguro ancora che l’errore su di me venga riconosciuto e la legge rispettata, anche da una azienda potente come Rfi. Il vento è cambiato in fabbrica e in tutti i luoghi di lavoro, anche i tribunali non fanno eccezione. A noi non solo spetta resistere ma difendere quanto, negli anni passati, chi ha combattuto e non si è arreso ci ha lasciato. Al di là del risultato, la revocazione è dovuta: chi lotta non perde mai», conclude orgoglioso.

sabato 10 dicembre 2016

Caro Michele, il nostro ‘no no no’ è costruttivo, il tuo ‘sì sì sì’ è una resa alla destra - Alessandro Robecchi

Caro Michele,

ho letto con attenzione il tuo aperto – direi conquistato, posso? – sostegno alla “proposta Pisapia” (oggi su Repubblica, lo trovate qui) con conseguente pippone (mi consenta) sulla sinistra che dice sempre no, no, no. Non un argomento nuovo, diciamo, visto che ci viene ripetuto da tre anni almeno: vuoi mangiare la merda? No. Uff, dici sempre no.

Ma prima due premesse. Giuliano Pisapia è stato il mio sindaco, uno dei migliori degli ultimi decenni (oddio, dopo Albertini e Moratti…), credo anche di essere stato tra i primi a firmare un appello per la sua candidatura a sindaco di Milano, altri tempi. Ricordo che il giorno del ballottaggio (suo contro la mamma di Batman) avevo una prima a teatro, e sarà stato il clima in città, la tensione della prima, l’aria di attesa di un’elezione che squillava come un 25 aprile, ma ricordo quei giorni come giorni di grande gioia. Di come poi quell’entusiasmo si sia un po’ smorzato nella pratica quotidiana e nella maldestra uscita di scena di Pisapia non è qui il caso di dire.

Seconda premessa: non ho tessere in tasca, a parte quella dell’Anpi (una volta avevo quella dell’Inter, altri tempi pure quelli), e faccio parte di quella sinistra-sinistra “mai con Renzi”, come la chiami, senza essere né un “blogger trentenne a corto di letteratura” né “solido quadro di partito”. Vivo (bene) del mio lavoro, ho una casa, una macchina, due figli che vanno alla buonascuola e tutti i comfort, anche quelli inutili, del presente. Insomma, non vivo su Saturno, né abito in una comune, né coltivo il culto del Grandi Padri del Socialsmo buoni per le magliette. Mi trovo, nel grottesco tripolarismo italiano, nella felice posizione di equilontano.

Ma veniamo ai tuoi argomenti (in sostegno fiero e pugnace alla proposta Pisapia). Attribuisci alla “sinistra del no” una specie di pregiudizio insormontabile: non vuole Renzi segretario del Pd, lo considera un corpo estraneo alla storia di quel partito e della sinistra in generale (anche quella che ha detto troppi sì, a Napolitano, a Monti, alla Fornero…), lo schifa e lo irride come fosse un leader della destra.

Insomma, quei cattivoni della “sinistra del no” non praticano il principio di realtà, che il Pd oggi è Renzi, e quindi rifuggono alle sirene di un lavoro comune. Di più e peggio. Dici che il renzismo non è la causa di questa diffidenza, ma ne è invece l’effetto. In soldoni: Renzi sarebbe Renzi (arrogante, decisionista, sprezzante nei confronti del dibattito, insofferente ai distinguo e alle opinioni diverse), proprio per colpa loro.
Mah, io preferirei parlare di politica, la psicoanalisi dei leader mi interessa pochino.

E sia, allora: immaginiamo lo scenario. Una sinistra-sinistra guidata da Guliano Pisapia va a sostenere Renzi e quel che resta del renzismo, in modo da cacciare il sor Verdini e la sua cricca, Alfano, parlandone da vivo, e compagnia cantante. Intanto, un problemino. Naturalmente non si può parlare di una vittoria al referendum della sinistra-sinistra (a meno che non si voglia intestarle il 60 per cento, sarebbe ridicolo tanto quanto Renzi che si intesta il 40), ma dire che aveva visto giusto (con l’Anpi, l’Arci, Zagrebelsky, la Cgil… mica pochi, eh!) sì, quello si può dire. E allo stesso modo si può dire che Pisapia, con il suo Sì al referendum si sia schierato, in una scelta di-qua-o-di-là, contro la parte che aveva ragione, e lui torto. E’ già un’incrinatura: uno sconfitto federa e unisce i vincitori per andare a sostenere un ipotetico governo del capo degli sconfitti. Non suona male? E anche i tempi suonano male: se Pisapia avesse lanciato il suo sasso prima del referendum, il suo “Che fare?” sarebbe stato più denso e credibile. Proposto così, il giorno dopo la sconfitta, sembra solo un piano b, una via d’uscita dal cul de sac. E’ come se i napoleonici chiedessero a inglesi e prussiani di fare pace con Napoleone non il giorno prima, ma il giorno dopo Waterloo, un po’ surreale. E ho il sospetto (sono rognoso e diffidente) che questa uscita dal cul de sac, sia anche un perfetto piano b per riportare in gioco i pentiti del Sì: commentatori, intellettuali, corsivisti, guru, bon vivants, vip, filosofi, psicologi leopoldi che si sono schierati con Renzi e ora non vogliono tramontare con lui. Scusa, retropensiero maligno, succede. Perdonami.

Ma poi: ammettiamo che una “sinistra-sinistra” che dice sempre no dicesse sì, e andasse a vedere le carte di questo mirabolante governo senza Verdini ma con Landini (semplifico), cosa porterebbe? Cosa chiederebbe?
Ok, programma di massima. Via la legge sul lavoro scritta da Confindustria. Via il pareggio di bilancio in Costituzione (strano: Renzi ha tuonato e tuonato contro quel vincolo, ma poi, volendorenzigettone cambiare 47 articoli della Costituzione, non l’ha messo nella sua riforma). Via la buonascuola e le sue stupide visioni aziendalistiche. Via riforme e riformette fatte per compiacere questo o quel potere o poterino (le concessioni per le trivelle, le banche degli amici, i bonus, le regalie, le nomine, l’occupazione della Rai, i bonifici una tantum al posto dei diritti…).

In pratica si andrebbe a governare con Renzi con il presupposto di cancellare ciò che ha fatto Renzi. Non credo sia un caso, Michele, che quando passi dalla teoria (il pippone contro i cattivoni del no no no) agli esempi (quel che di buono ha fatto Renzi) citi solo e soltanto la legge sui diritti civili. Bene, evviva, hurrà. Ma su tutto il resto glissi, silenzio. Davvero pensi che una sinistra-sinistra possa governare insieme a chi ha “vaucherizzato” (pardon) il mondo del lavoro? Davanti a chi non solo ha colpito (articolo 18) ma anche irriso i lavoratori dipendenti? Con chi ha usato il sarcasmo per descriverne la patetica antichità? Con chi ha detto “ciaone” e si è inventato la frase idiomatica “ce ne faremo una ragione” che – ammetterai – suona come un moderno “me ne frego?”. Con chi, per “disintermediare” e cioè per evitare mediazioni e politica, ha sputato in faccia ai corpi intermedi che rappresentano il lavoro flirtando invece con quelli che rappresentano il capitale, la finanza? (il tuo omonimo finanziere a Londra passato per ideologo di quella roba lì, il renzismo, è un caso di scuola).

Riassumo: si chiederebbe alla sinistra-sinistra di andare a sostenere una destra sbrigativa, decisionista e a-ideologica, che penalizza i bassi redditi, non difende i giovani né i ceti medi, che toglie l’Imu anche alle ville dei cumenda, che regala 500 euro ai figli diciottenni sia del notaio che del bracciante. Insomma, lo dico male, che in tre anni ha fatto di tutto – ma di tutto – per aumentare le diseguaglianze, e non per ridurle o attenuarle. In sostanza: è bella la cornice (le varie anime della sinistra che dimenticano il referendum e si ritrovano in pizzeria) ma fa schifo il quadro (una delle due sinistre non è di sinistra per niente e ha fatto molte delle cose che la destra ha sempre sognato di fare, più il tentativo di stravolgimento della Costituzione, che non è un dettaglio). In sostanza si sollecita (nobile intento) l’unità della sinistra con una forza molto forte (il Pd renzista) che di sinistra non è nemmeno lontanamente, ma nemmeno col binocolo.

renziscuolaE poi c’è un’altra cosa: insieme, Michele, abbiamo visto dalla scialuppa pirata di Cuore (e riso parecchio) il craxismo tronfio e grottesco, il berlusconismo delle furbate e delle scappatoie. Possibile che tu non veda nel renzismo (nel ciaone, nel “gettone del telefono” degli operai, nella celebrazione seppiata delle foto da agenzia Stefani di Nomfup, nelle strette di mano a Marchionne, nella retorica leopolda, potrei continuare per ore) una differenza che non è più nemmeno politica, ma antropologica? E non ti fa ridere? Quante volte in questi anni ho pensato: che titolo avremmo fatto a Cuore su un leader della sinistra che dicesse e facesse le cose che ha fatto Renzi? Avremmo riso molto, Michele, so che lo sai. Il titolo del primo numero di Cuore, Michele, parlava del Pci-Pds e diceva : “Siamo d’accordo su tutto purché non si parli di politica”. Mi sembra attualissimo, eravamo bravini.

Ma visto che parti dal principio di realtà (Renzi è segretario del Pd con ampia maggioranza), ti oppongo un altro principio di realtà: la fauna renzista dei fighetti milanesi, della schiatta toscana, dei Rondolini, della nostra gloriosa Unità trasformata in fanzine della rockstar di Rignano, dei portavoce che giocano a Leni Riefenstahl, mi è lontana come Dell’Utri, come la Meloni, come un finanziere-squalo che fa il grano a Londra e viene a darci lezioni di come tagliare le pensioni in Italia. E’ a questa roba qua che dico sempre no, no, no? Esatto, è a questa roba qua. E se Giuliano Pisapia, che stimo e ringrazio per quello che ha fatto nella mia città, mi chiede di costruire qualcosa con quelli lì io dico no. Telefonatemi quando il Pd sarà un’altra cosa, quando davanti a un paese in ginocchio, stanco, ferito, spaventato, non verrà a dirmi gufo, rosicone, disfattista, non mi presenterà una storiella di Italia potenza culturale con le scuole che cascano in testa agli studenti, non mi dirà #Italiariparte o stronzate consimili.

Aspetto. Per ora no, grazie.

Il mistero dell’intervista scomparsa - Franco Cordero


L'arte docile del giornale
Le premesse remote risalgono a quando scrivevo in «Repubblica». M'aveva invitato Ezio Mauro (novembre 2001): centinaia d'articoli e il Bagutta 2004, sul filo del rasoio perché Divus Berlusco regnava e i cautelosi rabbrividivano, ma non la direi mésaillance se bene o male è durata quindici anni. Due mesi fa esce Rutulia (Quodlibet), dove confluisce largo materiale d'allora. Il «Venerdì» manda qualcuno a intervistarmi, 24 ottobre: non so chi sia, né figura nel folto onomasticon del quotidiano e settimanale; ero sul chi vive, perciò lascio che parli a dirotto sfogliando il libro costellato da scarabocchi. Niente in contrario quando chiedo quesiti scritti. Arrivano e li sciolgo nella stessa forma. L'indomani canta genuflesso (26 ottobre): «Professore, grazie mille»; usciremo l'11 novembre; qualche giorno prima manderà l'intero testo affinché io lo riveda. La formula perentoria smentisce i sospetti ma il séguito rimane nella luna. L'ufficio stampa Quodlibet s'informa presso l'intervistatore: l'hanno spostata al 25 novembre; rinascono i dubbi, più gravi; e quel mattino non ne appare nemmeno l'ombra. Interpellato dall'editore, il predetto racconta un'historiette: le risposte erano nello stile dei miei articoli, quindi «non adatte» all'intervista (mai uditi argomenti simili), sicché lui e il direttore hanno deciso di non pubblicarla; in graziosa vece propongono una recensione. Il verbo “proporre” suona equivoco: l'homo in fabula accondiscenda e sarà benvoluto; altrimenti sibila la frusta recensoria. Forse erano servizi alla Leopolda, i cui adepti temono le lame affilate. Secondo questo canone, l'intervista, genus letterario, è ammissibile in quanto vi coli broda tiepida. Non interessano le opinioni cliniche sulla storia recente d'un paese afflitto da qualche tabe ereditaria.

Tali i fatti, ed ecco l'opus svanito in mano ai maestri stilisti del «Venerdì» (ogni capoverso risponde a uno o più quesiti).

Divus Berlusco regnabat. Ottant'anni gli pesano addosso, senza contare le gaffes accumulate nel quarto di secolo, ma resta temibile. Nello schieramento referendario sceglie “no”: è mossa tattica non sappiamo quanto credibile; niente lo fa supporre rassegnato alla vecchiaia quieta. L'animale biblico Leviathan nuota sott'acqua, sornione, cacciatore inesorabile: inganna le prede; lo servono uccelli parassiti; apre le fauci e gli puliscono i denti mangiando i residui del pasto. Nel caso suo è lacuna utile non avere l'organo pensante, nonché quello dei giudizi morali: risparmia fatica e dubbi tormentosi; operazioni d'istinto gli riescono a meraviglia.

Le «larghe intese» erano l'obiettivo d'una politica quirinalesca d'impronta monarchica, tenacemente perseguìta.
Sarebbe enorme la grazia pretesa dal pirata dopo «l'attentato alla democrazia» che la Corte ha perpetrato applicandogli le norme. Qualche cortigiano ventila «guerra civile» e lascia pochi dubbi la fulminea nota con cui il Quirinale manda lodi al condannato, chiedendo riforme giudiziarie.

L'attuale presidente sta agli antipodi del predecessore. Temporibus illis (giovedì 26 luglio 1990) s'era dimesso con quattro ministri quando l'impudente Andreotti poneva la fiducia sulla legge Mammì, intesa al profitto parassitario d'un Re Lanterna già padrone delle Camere, sebbene non avesse ancora identità politica.

I 101 voti tolti a Prodi nel coup de scène 19 aprile 2013 gonfiano d'euforia l'Olonese: «meno male che Giorgio c'è», canta al microfono e dal complotto notturno nasce un governo a due teste, presieduto da Letta junior, nipote del mellifluo plenipotenziario d'Arcore; il séguito sarebbe diverso se la parola contasse qualcosa nel conclave politicante.

Storia tenebrosa d'una prigionia. Il recluso era Aldo Moro, nel «carcere del popolo». L'hanno rapito le Brigate Rosse abbattendo i cinque della scorta, tamquam non esset. Al Viminale, sotto Francesco Cossiga, tiene banco la P2, ferocemente ostile al sequestrato, fautore d'una cauta apertura al PCI e presidente della Repubblica in pectore. Le messinscene poliziesche durano 55 giorni, incluso lo scandaglio d'un Lago della Duchessa. Dovevano salvarlo. Fallite le ricerche, trattino. Lo Stato non può, dicono rigoristi ignoranti del codice penale (art. 54, stato di necessità). L'introvabile scrive lettere disperatamente lucide, spiegando che delitto sia lasciarlo lì. «Non è più lui», dicono i santoni, nella cui favola il misteriosamente recluso è succubo dei terroristi; muoia com'erano morti i cinque della scorta. I brigatisti hanno l'occasione d'un colpo formidabile (lo suggeriva caritatevolmente Paolo VI), quale sarebbe restituirlo senza contropartite scatenando una crisi nel sistema, ma inviluppati in formule subintellettuali, non sanno risolversi; alla fine l'ammazzano con intuibile sollievo degli «imperialisti» contro cui declamano. Assente il cadavere, Tartufi sanguinari fingono lutto in San Giovanni. Hanno vinto, Andreotti, P2, Cossiga, il quale non cambia mestiere vergognandosi dell'inettitudine: nient'affatto, vola ad sidera; successore d'Andreotti in due governi, presiede il Senato e da Palazzo Madama sale al Quirinale; poi infesta le acque politiche, caso clinico e mina vagante. Che vita rimarrebbe al povero «irriconoscibile» se rapitori con la testa sul collo, senza disegni occulti, l'avessero liberato, guidandolo in salvo perché ormai incuteva paura agli pseudolegalisti eroi sulla pelle altrui? Vita cattiva, da homo sacer, esposto al malanimo pubblico. Eventi simili lasciano segni indelebili nel corpo sociale. L'Italia esce marchiata come paese infetto.

Che l'antiberlusconismo «non conduca da nessuna parte» e Sua Maestà d'Arcore sia idoneo al cursus honorum, era giaculatoria corrente nel Pd: Enrico Letta riteneva fattibile una «piccola legge» immunitaria che lo liberasse dalle rogne penali; Neapolitanus Rex s'era immischiato nell'invalido privilegio; e fin dalla XIII legislatura oligarchi postcomunisti garantivano Mediaset. Non s'è mai parlato sul serio del conflitto d'interessi.
Enrico Letta difendeva con le unghie l'innaturale premiership costruita dal Colle sull'asse berlusconoide Pd-Pdl: l'unico possibile, salmodiavano cercatori d'ingaggio; la «ripresa» è dietro l'angolo ma svanisce se il governo cade (dopo quattro anni l'aspettiamo ancora). Reduce dal Golfo Persico, vantava 500 milioni lasciati cadere nel cappello dagli Emiri. In via Arenula custodiva i sigilli l'ex prefetto Anna Maria Cancellieri, cara al Colle e puntuale nel sostegno della famiglia Ligresti. Eventi esterni rompono l'immobilità verbosa.

Il fattore dirompente è l'uomo nuovo, la cui apparizione spariglia i conti: ha stravinto le primarie, infliggendo un avvilente 68% contro 18% alla vecchia guardia; la segreteria del partito era obiettivo preliminare; punta all'en plein quando siano riaperte le urne. I conoscitori lo descrivono animal politicum dalle rotte sicure: boy scout, campione d'un concorso televisivo (Canale 5), presidente della provincia, sindaco fiorentino. La mainmise sul Pd svela un cuculo rapace. Nelle immagini dagli schermi pedala bardato in bicicletta. Non incarna l'icona perfetta e volano sospetti ma i gerarchi sconfitti non offrono soluzioni raccomandabili. Ovvio che l'aborrano: è titolo a suo favore; avevano mani in pasta nelle «larghe intese». Va colpita l'immagine d'innovatore. L'offerta avvelenata è una premiership che l'abbindoli nel marasma: l'equivoca maggioranza gl'inibirebbe ogni serio tentativo; sono maestri nell'arte del tagliare teste. Napolitano spranga l'unica via negando lo scioglimento delle Camere: resti vivo l'esecutivo inerte; e loda chi lo presiede.
Lo sottovalutavano: in scena appare «veloce» (un Filippo Tommaso Marinetti senza insegna letteraria); è scaltro, insonne, famelico, ingordo, sicuro d'essere predestinato, molto pragmatico, pronto a muoversi in ogni verso. I suoi mondi mentali ignorano le ideologie. L'evanescente Letta apriva larghi spazi, ormai derelitto dal Quirinale, sicché una lieve spinta lo manda ai pesci. Agl'italiani piacciono i numeri da palcoscenico e i notabili Pd hanno poco appeal. Così ribalta le prospettive seminandosi un futuro nell'area postberlusconiana dalla quale l'adocchiano (gli elettori, non i gerarchi, spaventati dal concorrente). Nessuno lo supera come possibile erede del monarca logoro. Figura, gesti, parola, egotismi lo candidano al «partito nazionale». Saltano all'occhio due precedenti. Nella Roma medievale orfana del papa inscena mirabilia l'omonimo giovane notaio latinista, Nicola, abbreviato in Cola, figlio dell'oste Rienzi: s'è qualificato Spiritus Sancti miles, liberator Urbis, et cetera; sfoderata la spada in San Giovanni, taglia il mondo in tre fette, esclamando ogni volta «è mia» (1 agosto 1347). Ed è ancora giovane l'oratore imperioso Benito Mussolini, presidente del consiglio dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943. Non nominiamo Savonarola, il cui pathos tragico è assente nel fiorentino a Palazzo Chigi.

S'è identificato con l'Italia e racconta che la salus Rei publicae stia nel sì al referendum. Se il colpo gli riuscisse, sommando riforma costituzionale e Italicum o norme elettorali equivalenti avremmo in sella l'uomo che decide. Non è prospettiva consolante perché le sventure italiane dipendono da un malaffare economico nel quale l'eredità berlusconiana impedisce ogni serio intervento repressivo (vedi come lobbies industriose sabotino la raccolta delle prove).

p.s.
Sic stabant res domenica mattina 4 dicembre, quando gli uffici elettorali aprono le urne. Davano favorito l'uomo in sella: partito con un handicap, appariva irresistibile; aveva dalla sua organi influenti sull'opinione pubblica. Politici più o meno rusés scioglievano le riserve schierandosi. I conti notturni li deludono: quel referendum somigliava al gesto con cui l'omonimo notaio romano tagliava il mondo in tre fette aggiudicandosele; e lo sconfitto subisce la rovinosa percentuale che quattro anni fa aveva inflitto agli avversari nelle primarie. Stavolta è fallita l'ipnosi, ricorrente nella storia italiana. Bene ma l'orizzonte resta buio, data l'eterogenea motivazione dei «no»: vi figura l'Olonese; sbocceranno «larghe intese», i cui retroscena alimentano cronico illegalismo (vedi banche svaligiate et cetera); e finché la corruzione succhi miliardi, saremo bel paese depresso. L'unica terapia pensabile è un'effettiva legalità.

venerdì 9 dicembre 2016

Hanno vinto i Sioux, niente oleodotto - Maria Rita D'Orsogna


La notizia è arrivata domenica 4: l’Army Corps of Engineers ha annunciato che non approverà i permessi per costruire il Dakota Access Pipeline sotto un pezzo del fiume Missouri e vicino a terre sacre agli indiani d’America.
Jo-Ellen Darcy la Assistant Secretary delle opere interne per conto dell’Army dice che considereranno percorsi alternativi, in cui ci saranno delle valutazioni di impatto ambientale con le osservazioni del pubblico.
La storia parte molto tempo fa.
Il Dakota Access pipeline è un proposto oleodotto di 1.700 chilometri che avrebbe dovuto trasportare 400,000 barili di petrolio ogni giorno (64 milioni di litri!) provenienti dai campi petroliferi detti Bakken e Three Forks nel nord Dakota ed estratti con il fracking, nella sua versione per petrolio.
In questo momento il petrolio viene trasportato via rotaia. L’oleodotto cosi come era stato proposto avrebbe dovuto attraversare il North Dakota, South Dakota, lo Iowa, e poi finire nella città di Patoka, nell’Illinois. Da qui, una ragnatela di altri oleodotti avrebbero dovuto trasportare il petrolio in tutta la nazione.
Dicono che l’oleodotto servirà a decongestionare il trasporto su rotaia ed a renderlo meno pericoloso, e dunque a salvare l’ambiente.
Arrivano i costruttori a realizzare questo Dapl – Dakota Access Pipeline. La ditta si chiama proprio come l’oleodotto, Dakota Access ed è una filiale della Energy Transfer che già controlla 114mila kilometri di oloeodotti Usa.
Indovinate con chi fa affare questa Dakota Access e questa Energy Transfer? Con il futuro presidente Trump!
Ad ogni modo, la costruzione del Dapl è iniziata qualche mese fa, nel 2016 e più o meno si è a metà dell’opera.

Particolarmente arrabbiati sono stati gli indigeni, gli indiani d’America che protestano da due anni almeno. Non vogliono l’oleodotto. Punto. Questo perché prendono l’acqua dal fiume Missouri e sono preoccupati di eventuali perdite che potrebbero inquinarla, e poi come detto sopra, perche’ ci sono terre a loro sacre, siti archeologici e cimiteri. Soprattutto, dicono di non essere mai stati interpellati nella progettazione di questo oleodotto.
Le proteste si sono intensificate nell’estate del 2016 quando quelli della Dakota Access hanno chiesto una variante per portare l’oleodotto proprio sotto il Lake Oahe, particolarmente prezioso ai Sioux e a ottocento metri dalla loro riserva.
I permessi qui devono essere dati da vari enti. Già a settembre 2016 l’amministrazione Obama aveva dato il suo no al cosiddetto Dapl. La palla passava appunto a questo Army Corps of Engineers.
Chi sono costoro?
È un corpo di circa duecento anni, fondato per studiare ed approvare a livello centrale strade, canali, ferrovie e altra infrastruttura di “importanza nazionale” che magari comprendevano più stati e che riguardano l’approvvigionamento idrico.
Per esempio, quando venne approvato il Clean Water Act, sotto Nixon nei primi anni ’70, questi dell’Army Corps furono incaricati di sorvegliare tutte le infrastrutture idriche nazionali per far si che  i limiti agli inquinanti e i controlli all’acqua potabile venissero rispettati secondo la nuova legge.
Fra le altre cose, l’Army Corps deve dare il suo nulla osta a tutti i progetti che in qualche modo intaccano o hanno la possibilità di intaccare la rete e le sorgenti idriche.
E doveva darlo anche per il Dakota Access Pipeline.
Le cose però si complicano quando di mezzo ci sono gli indiani d’America, maltrattati da cinquecento anni.
Gli indiani hanno un attaccamento profondo alle loro terre, e in teoria le riserve in cui vivono sono oggi sotto la propria giurisdizione. Sulle riserve per molte cose hanno l’autonomia e molte cose possono deciderle da se. C’è pero’ una importante considerazione: durante la conquista del west le tribù indigene vennero spesso spostate dalle loro terre ancestrali verso altri siti, che oggi sono diventate le riserve indiane.
In molti casi queste riserve nulla hanno a che fare con i siti storici. Cimiteri, aree archeologiche e altre zone che gli indiani considerano sacre non sempre (e anzi quasi mai!) sono dentro i confini delle riserve. Semplicemente a suo tempo le riserve vennero disegnate a tavolino altrove, senza preoccuparsi di metterci dentro l’area X perché non ci pensarono o perché era impossibile farlo.
L’Army Corps riconosce tutto ciò e quindi ogni volta che devono approvare un progetto nelle vicinanze di siti di indiani d’America sotto l’obbligo di fare tutto il possibile per identificare siti archeologici o storici di speciale importanza per le tribu indiane e soprattuto che tali indiani devono essere interpellati *prima* che le loro ex-terre diventino qualsiasi altra cosa.

Dave Archambault II, il rappresentante dei Sioux di Standing Rock ha ringraziato tutti – Obama, il Dipartimento della Giustizia, il Dipartimento dell’Interno, e l’Army Corps per questo risultato.
Esultano un po tutti: al canto di “We will not fight tonight, we will dance!”.
La gente era qui accampata da settimane e mesi, e ci si preparava a resistere per tutto l’inverno.
Sono arrivate le celebrità in persona o a dare il loro supporto (da Jane Fonda a Mark Ruffalo, da Leonardo di Caprio a Robert Kennedy, da Susan Sarandon a Ben Affleck, da a Shailene Woodley). Ci sono state azioni di protesta in vari campus americani, per le strade di Washington e di New York, e qualche giorno fa sono arrivati anche 2mila veterani di guerra a dare il loro supporto.
Neve, freddo, minacce. Non c’è stato niente da fare, alla fine, abbiamo vinto ancora noi, gente normale, con la persistenza e la resistenza ad oltranza.
Grazie. È un bel giorno.