giovedì 15 dicembre 2016

La guerra di Aleppo non è solo come ve la raccontano – Fulvio Scaglione





La battaglia di Aleppo, con le stragi di questi giorni e gli anni terribili che le hanno precedute, ha segnato tra le altre cose il collasso del sistema informativo occidentale, ormai quasi incapace di distinguersi dalla propaganda di parte. 
Tutto, nel racconto occidentale su Aleppo, sa di truffa e inganno. Dalla pubblicazione senza filtri né verifiche dei dati forniti dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, fondato e animato da un oppositore di Bashar al-Assad e mantenuto dal governo inglese, alla parola “assedio”, usata senza risparmio per Aleppo ma solo negli ultimi mesi, e mai nei più di tre anni in cui la città era attaccata su tre lati da ribelli e jihadisti, arrivati anche a occupare il 60 per cento del territorio urbano.
Ma questi, se vogliamo, sono piccoli particolari. Il problema vero è il rifiuto di confrontarsi con una realtà che possiamo sintetizzare così: quanto è accaduto ad Aleppo in queste settimane non è per nulla eccezionale. Al contrario, è la norma della guerra contemporanea. Non ci credete? Allora cominciamo a guardarci intorno. Prendiamo Mosul, la grande città irachena che da due anni e mezzo è occupata dall’Isis. 
A metà ottobre è partita (finalmente) l’offensiva per liberarla dai jihadisti. Grandi fanfare, toni trionfalistici, esultanza per i civili che “venivano liberati” dai quartieri prima sotto il controllo dei miliziani (mentre i civili di Aleppo, che escono dai quartieri dominati da al-Nusra, non sono liberati ma “fuggono”). Adesso, due mesi dopo, tutto è fermo e di liberare Mosul non si parla più. Non solo: l’offensiva di americani, curdi e iracheni è così ferma che l’Isis ha distaccato 4-5 mila combattenti dal fronte iracheno e li ha mandati a riprendere Palmira in Siria. Perché?
La risposta è molto semplice. I due anni e mezzo di estenuante campagna di bombardamenti hanno dato all’Isis tutto il tempo per organizzare le difese in città. Le strade sono state minate o sbarrate o sostituite da gallerie note solo ai miliziani. Certi palazzi sono stati abbattuti per liberare le linee di tiro, in altri punti sono stati costruiti muri per chiudere la vista e il passaggio agli attaccanti. Migliaia di civili, infine, sono stati bloccati per essere usati come scudi umani.
Per essere “liberata” Mosul dovrà diventare un’altra Aleppo: con i bombardamenti, le vittime civili, i bambini straziati dai colpi e così via. L’alternativa c’è: la conquista casa per casa con centinaia e centinaia di morti tra gli iracheni e i curdi. Cosa che peraltro già succede, anche se le operazioni militari sono quasi ferme.
La missione delle Nazioni Unite per l’assistenza all’Iraq (Unami), diretta da Jan Kubis, ex ministro degli Esteri della Slovacchia (dal 2006 al 2009), ha reso noti i dati, allucinanti, sul numero dei morti iracheni, civili e non, degli ultimi mesi. In settembre, cioè prima dell’offensiva su Mosul, i civili iracheni uccisi erano stati 609 (con 951 feriti); in ottobre sono diventati 1.120 (con 1.005 feriti) e in novembre 926 (930 feriti).
Per quanto riguarda militari e combattenti vari, le cifre sono: in settembre, 394 uccisi (208 feriti), in ottobre 672 uccisi (353 feriti), in novembre 1.959 uccisi (e 450 feriti). Risultato? Tutto bloccato, quindi altre sofferenze per i civili prigionieri a Mosul e altro tempo regalato all’Isis per continuare a fortificarsi.
Certo, nouveaux philosophes e altri clown possono pigiare sul pedale delle atrocità e delle violazioni dei diritti umani ad Aleppo. Ma sono solo degli ipocriti. Nel 2004, l’esercito americano combattè due battaglie per “liberare” la città irachena di Fallujah, di fatto occupata dai miliziani di al-Qaeda, gli zii dei miliziani di al-Nusra, che tanta parte hanno avuto nella battaglia di Aleppo. 
Secondo l’Ong indipendente Iraq Body Count, nella prima battaglia (aprile 2004) morirono tra 572 e 616 civili; nella seconda (novembre 2004) ne morirono tra 581 e 670. Gli americani usarono armi al fosforo e, pare, all’uranio impoverito. Avete mai sentito un nuovo filosofo stracciarsi le vesti in proposito? Ricordate che il Corriere della Sera abbia usato, nei titoli, per Fallujah, il termine “mattatoio” come ha fatto per Aleppo?
E che dire di Gaza? Secondo i dati più prudenti, che sono quelli pubblicati dal Jerusalem Center for Public Affairs, solo il 45 per cento dei 2.100 palestinesi uccisi nella Striscia durante la guerra del 2014 erano veri civili e non combattenti. Il che fa pur sempre 945 persone inermi ammazzate in due mesi di scontri. 
Allora furono proprio i paesi che oggi gridano allo scandalo per le operazioni di Aleppo a bloccare, all’Onu, le proposte di censura contro Israele. E Gaza, d’altra parte, non è una perfetta copia dei quartieri est di Aleppo, quelli attaccati con le bombe dai russi e dai siriani di Assad?  
Ancora. L’Unicef ci ha fatto sapere che nei primi sei mesi del 2016 in Afghanistan si è avuto il numero record di vittime civili: 1.601 morti e 3.565 feriti. Il semestre peggiore dall’invasione anti talebani del 2001. Secondo le stime dell’Onu, il 60 per cento dei civili afghani cade sotto i colpi dei talebani e degli altri gruppi ribelli e criminali. 
Ma il 40 per cento di 1.601 morti fa pur sempre 640 morti, ossia 640 afghani innocenti ammazzati in sei mesi (più di 3 al giorno) dalle truppe arrivate dai nostri paesi, cioè da coloro che dovrebbero proteggerli e “liberarli”. Ma tutto tace, quei morti non meritano lo sdegno riservato ai morti di Aleppo est.
La guerra dei nostri tempi, insomma, è questa roba schifosa. Chi fa finta di credere che in Cecenia e ad Aleppo si siano fatte cose diverse da quelle accadute altrove, per esempio a Fallujah o a Gaza, molto semplicemente mente. Tutte le guerre di oggi si combattono sulla pelle dei civili. Tutte.
E in tutte le guerre gli uomini armati, portino o meno un’uniforme, sono al più le vittime collaterali. Cosa che politici, militari e terroristi sanno bene. Dunque la questione vera è evitare il più possibile le guerre, non far finta che ci siano guerre buone e guerre cattive.

Come sono prodotti i nostri vestiti - Luca Cellini

Il più giovane di loro ha 15 anni, e lavora più di dodici ore al giorno per guadagnare ancora meno degli altri. Tutto il giorno stira vestiti, prima che questi vengano spediti nel Regno Unito, per poi essere distribuiti nelle grandi catene di distribuzione commerciale. Comincia così il servizio d’inchiesta di Darragh MacIntyre, reporter della BBC che rende pubblico, come vengano sfruttati i rifugiati di guerra siriani insieme ai loro bambini. Costretti a lavorare duramente in cambio di pochissimi spiccioli, per alcuni dei migliori marchi di moda del Regno Unito, senza rispetto alcuno per i loro diritti.
E’ questa l’ultima frontiera del business Made in Occidente, sfruttare donne e bambini, rifugiati di guerra, in fabbriche che producono vestiti per marche famose, come ad esempio, Mango, Zara, Marks and Spencer, Asos ecc.. È questa la dura realtà di centinaia di siriani, prima costretti ad abbandonare il loro paese per scappare dalla disperazione e dalla guerra, e che adesso risiedono in Turchia in condizioni precarie e di assoluto sfruttamento. Così, se un giorno ci si trovasse bene ad indossare un capo di uno dei tanti marchi al mondo che fanno soldi sfruttando la disperazione della gente, ad esempio coi rifugiati siriani o coi bambini in Bangladesh, magari ci si potrebbe fermare, pensare solo per un attimo al costo smisurato in termini di sofferenza umana, pagata sempre da altri, per far arrivare questo articolo sul nostro mercato.
Ovviamente, tutte le marche accusate nel servizio, negano ogni forma di responsabilità, si sbracciano a spiegare che loro avrebbero monitorato accuratamente le loro catene di produzione ed i loro fornitori, eppure, su quei prodotti pagati a suon lacrime, sudore e sangue, campeggia bello chiaro il loro logo.

Si nega, anche di fronte all’evidenza, pure quando la fonte giornalistica citata che ha investigato, mostra chiaramente le immagini rubate dalle telecamere nascoste, riporta conversazioni e testimonianze di decine di lavoratori siriani, che tutt’ora vengono usati illegalmente in fabbriche tessili, compresi minorenni, che vengono pagati meno di un dollaro l’ora,attraverso un intermediario clandestino, ripreso anch’egli per strada, mentre mercanteggia per il lavoro di queste persone. Uno di loro, con coraggio racconta persino dei maltrattamenti subiti, arrivando a dire che “se succede qualcosa ad un siriano, magari si fa male lavorando, lo buttano via, come uno scarto di un tessuto.”
Eppure è da tempo che molte organizzazioni di attivisti che si battono per i diritti umani, continuano a denunciare quotidianamente che questo tipo sfruttamento lavorativo, è in costante aumento, specie dopo l’arrivo di milioni di rifugiati siriani, e di altri paesi in guerra, una sorta di atroce e cinico plusvalore aggiunto, che si nasconde opportunisticamente dietro le più famose marche di moda, intanto i governi che finanziano le guerre, continuano a chiudere entrambi, gli occhi da tutte le parti, permettendo questo, e ben altro. Molti vestiti che noi compriamo, oggi vengono realizzati in Turchia, perché è vicina all’Europa, e perché oltretutto la Turchia è abituata a trattare con gli ordini dell’ultimo minuto. Questo consente ai rivenditori di non tenere di fatto il magazzino, consentendo loro sempre più guadagni, in nuovi e scintillanti negozi del centro città oppure in outlet che sorgono rapidamente in limitrofe aree periferiche urbane.
L’inchiesta giornalistica mostra anche, come i minori siriani rifugiati, siano stati impiegati nella produzione di jeans per marchi come Mango e Zara, fa vedere ragazzini che senza nemmeno una maschera, spruzzano pericolose sostanze chimiche, tossiche e nocive, per sbiancare i jeans.

Il marchio inglese M & S dopo l’inchiesta ha dichiarato: “Tutti i nostri fornitori sono contrattualmente tenuti a rispettare i nostri standard e i nostri principi etici generali”, che a loro dire comprendono anche un trattamento “etico e rispettoso” dei lavoratori, aggiungendo a voce alta. “Non tolleriamo tali violazioni di questi principi, e faremo tutto il possibile per assicurare che questo non accada di nuovo.”
Peccato sia difficile credergli, specie perché sorge una domanda, senza questa inchiesta giornalistica, quanto sarebbero andati ancora avanti permettendo la produzione dei loro capi a quelle condizioni di sfruttamento? 
L’inchiesta di denuncia giornalistica della BBC è stata condotta in un’area d’Istanbul dove insistono molte lavanderie industriali, una zona fortemente inquinata della città dove sono state trovate queste fabbriche tessili che si avvalgono appunto, dello sfruttamento lavorativo di molti rifugiati di guerra dalla Siria.
Sempre in una di queste fabbriche tessili di Istanbul, dove vengono prodotti i capi d’abbigliamento per queste grandi marche, insieme ai rifugiati siriani, sono stati trovati sul posto di lavoro persino bambini turchi di età inferiore ai 10 anni. Questo purtroppo è un racconto incompleto, è solo un piccolo pezzetto della storia, quella che corre per il mondo e unisce in tanti puntini, sfruttamento selvaggio, disperazione, imbarbarimento e impoverimento con guerre e distruzione che come effetto collaterale producono appunto tutto questo.
Guerre, incoraggiate dalle potenze occidentali, che hanno finora spalleggiato gruppi estremisti che vogliono abbattere il governo della Siria, distruggendo il paese, pur di cambiare i rapporti di forza nella regione a favore di interessi privati, illegali e illegittimi di pochi.
Tutto permesso in nome della “legge di mercato”, e ormai proprio più niente in favore dei diritti della gente.

Elegia aleppina - Gianluca Solera


Non c’è pace all’anima nostra, non c’è fossa in cui nascondere le salme. Non c’è anfratto cerebrale in cui resti memoria della Storia, non c’è stomaco per i nostri calici amari. Non c’è sazietà per i loro appetiti. Non c’è donna che non possa essere denudata davanti al marito. Non c’è donna denudata che non possa essere stuprata. Non c’è donna stuprata che non possa essere assassinata. Non c’è marito spettatore a cui risparmiare l’orgia e poi la pallottola in testa. Non c’è limite ai loro peni eretti e ai loro mitra puntati. Non c’è spazio per la sofferenza, solo una densa coltre di onnipotenza diabolica, tutelata dai velivoli dello Zar e dalle guardie dell’Ayatollah. Non c’è pianto di bambino che possa essere sopportato, non c’è fosforo abbastanza per soffocarlo. Non ci sono abbastanza case dove ammassare corpi pulsanti sudore freddo e lasciarli bruciare in roghi violacei. Non c’è più tempo per tutto questo, la sete di vendetta è troppo acuta. Se non c’è più, bastano le pallottole. A centinaia, a migliaia. Ne bastano poche per ciascuno, anche una sola.
Linee rosse, si disse, eravamo nel 2012. Linee rosse all’uso di armi chimiche, come se le pallottole non avessero già ammazzato. Poi arrivò Ghouta, un anno dopo, l’attacco chimico peggiore degli ultimi venticinque anni. Linee rosse, qualcuno forse ne aveva parlato. Furia chimica. La furia chimica non si è fermata, la furia chimica si è confusa con quella delle bombe-barile, di quelle a grappolo o di quelle a carica penetrante, ordinaria furia del terrore è diventata. Né rosse, né lineari sono le rughe dei nostri visi contraffatti, cerati, truccati, plastificati, per mostrare quello che non siamo, per illuminare quella decenza che non abbiamo. In un’immensa battaglia hollywoodiana, tentando di convincerci che non fosse vera, che fosse solo rappresentata, orchestrata, simulata. Battaglia vera è, di corpi putrefatti  a fianco delle macerie, trapassati da frammenti metallici, soffocati da gas velenosi, fucilati da mercenari senza scrupoli, spezzati da torturatori, cancellati alla vista da galere nascoste,  ignorati dalla propaganda. Propaganda, negazione della realtà. È un’arma straordinaria, che giunge sui nostri aggeggi telefonici, per dirci che la città è stata liberata dai banditi, dai terroristi, dagli uomini armati, dai ribelli. «Ribelli, facinorosi, destabilizzatori, agenti del disordine pubblico, meritate la morte». Un solo presidente vale, e sta seduto sul suo scranno ricevendo notizie sulla pulizia della città, mentre gli lucidano le scarpe di pelle da mille e settecento dollari. A Damasco, a Mosca, a New York, poco importa. I migliori scarpai sono disponibili dovunque esali il profumo asciutto della banconota stampata.

Sono stato recentemente a visitare il museo della Resistenza di Valibona, sui monti della Calvana, a pochi chilometri da Prato e Firenze. Quella casa venne assalita dalle forze dell’ordine del regime fascista e la banda di partigiani che operava nell’area debellata. Fu un agguato, che ebbe luogo il 3 gennaio 1944. I giornali dell’epoca sono esemplari: «Bande di ribelli annientate da reparti della Guardia repubblicana», «L’azione contro i banditi sulle pendici di Monte Morello», «Energica azione di polizia contro una banda di ribelli» sono alcuni dei titoli. Usando il termine ribelli facciamo quello che già i servili giornalisti dell’epoca facevano scrivendo sulla stampa quotidiana. Opporsi a fascismo e oppressione dà più fastidio che accomodarvisi. Il museo sta tra i boschi, una radura la circonda per tre quarti del suo perimetro, e l’aria fresca che scende dal passo ti penetra le narici, ti sveglia e calma allo stesso tempo. Quella non è l’aria che si respira nelle indomite città siriane.
L’aria di quelle città ti intontisce e ti angoscia, è come un anestetico che ti elettrizza i nervi, fino a farti divorare dall’ansia. «Meglio morire in un bombardamento che essere ferito. Meglio morire in un bombardamento che attendere l’arrivo delle milizie della morte» hanno scritto dai quartieri assediati pochi giorni fa. È un’eternità, è come se fosse già passata un’eternità. Ma ce ne ricorderemo? Ce ne vergogneremo? Onoreremo quella migliore gioventù morta perché voleva la libertà e la democrazia, ed aveva osato resistere all’uomo dalle scarpe di pelle da mille e settecento dollari? Lo faremo anche se erano musulmani, anche se erano arabi? Lo faremo anche se, per aver resistito, hanno innervosito famiglie reali, dinastie autoritarie e uomini soli al comando? Lo faremo anche se, per aver resistito, hanno dovuto accettare che amici, parenti o famigliari scappassero, provocando il peggior esodo di fuggiaschi e rifugiati dal Dopoguerra ad oggi? No, purtroppo, non lo faremo. Stiamo ancora litigando sui numeri dell’accoglienza. Stiamo interrogandoci su chi avesse ragione, stiamo maledicendo i «terroristi» senza interrogarci su chi e perché, stiamo sperando che anche quella migliore gioventù sia finalmente ridotta al silenzio. Per sempre. E che la calma fredda dell’oppressione umana regni tra noi. Stabilità. Fredda e oppressiva vacuità morale. Così sia. E i galli e i pappagalli della politica fatta di muscoli e pallottole riprenderanno a vomitare falsità e lodi all’ordine e alla nazione. I putiniani si ubriacheranno, i trumpisti si esalteranno, gli assadisti si camufferanno, gli anti-imperialisti giustificheranno, i pacifisti si distrarranno, i nazionalisti bestemmieranno, i cretini si moltiplicheranno, gli altri subiranno.

Non c’è pace all’anima nostra, non c’è fossa in cui nascondere le salme. Non c’è anfratto cerebrale in cui resti memoria della Storia, non c’è stomaco per i nostri calici amari. Opachi erano i colori di Aleppo, quando vi arrivai nel febbraio del 2013. Polverose le tende che nascondevano balconi silenziosi, scuri gli indumenti dei combattenti, annerite con la polvere al-Kohl le ciglia di alcuni di loro, neri gli occhi della gente. Neri paltò e velo delle donne, che camminavano da un negozio all’altro prima della caduta del sole; la pelle diafana del loro viso appariva ancora più luminosa in quella cornice.Centinaia di piccoli sacchetti di plastica nera o di sudicio aspetto emanavano un odore puzzolente e velenoso, quasi fosse una bile di rabbia, perché l’umido inverno li faceva morire di agonia, tra segnali di fumo che né fanno fiamme, né si estinguono, sotto il cavalcavia che nessuno prendeva più a causa degli snipers. Ricoperte di finta pelle nera erano le pareti imbottite dell’ufficio di un’attivista, che raccoglieva prove documentarie degli eccidi di regime. Tenebrosa era la notte, scura come dovrebbe essere, dove i soli frammenti di luce che incrociavi provenivano dalle torce, a meno che non ti volessi avventurare sulla linea del fronte, situata tra un isolato e l’altro; là, avresti visto la luce delle sigarette accese e quella dei colpi di arma da fuoco. E Black Eyes era il soprannome di uno dei ragazzi che avevo incontrato.
Aveva 21 anni e aveva aderito all’Esercito libero dopo che le autorità avevano perso la pazienza con ragazzi come lui, che continuavano a dimostrare per la libertà e la caduta del regime. «Allah, Siria, libertà e basta!» cantavano, parafrasando il monito delle brigate del partito Baʿth, «Allah, Siria, Bashār e basta!». Camminava per le vie del quartiere al-Mashhad con una pistola alla cintura. «Ho perso dieci tra i miei migliori amici, sei durante le manifestazioni pacifiche e quattro in battaglia», spiegava, mentre sedavamo sul bordo di un marciapiede grigio, di fronte a un edificio sventrato da un colpo di cannone. All’inizio della rivoluzione, si riunivano spostandosi improvvisamente di luogo per non essere pedinati.Cambiava il suo indirizzo email ogni mese. Usavano un cellulare il cui numero era registrato sotto il nome di qualcuno non sospetto, vicino al regime, per non essere messi sotto ascolto. Entrò nella brigata al-Khāl, «Lo zio materno», all’inizio del 2012, vi rimase fino a quando l’Esercitò libero entrò ad Aleppo, nel mese di agosto, e preferì uscire per dedicarsi all’informazione. Pochi avevano un’esperienza di giornalismo online e fotografia, mentre lui portava sempre con sé un’arma e una macchina fotografica. Black Eyes si definiva un poeta naturale, pubblicava i suoi versi rivoluzionari su Internet, scriveva gli slogan delle marce, ma era anche uno studente di ingegneria. Così va la vita. Portava i capelli come un giovane Elvis Presley, ma Elvis Presley non aveva gli occhi neri. Di lui, non ho più avuto notizie.

Non c’è pace all’anima nostra, non ci sarà pace all’anima nostra, per averli lasciati soli contro tutto e tutti. Contro il regime del loro Paese, contro i jihadisti venuti da terre straniere, contro la seconda armata più potente al mondo. Contro la nostra indifferenza, contro la nostra insofferenza, contro la nostra ingenuità. Non c’è anfratto cerebrale in cui resti memoria della Storia. Non c’è tempo per ricordare i lager, Srebrenica, Grozny, Kigali, non ci sono libri di storia che raccontino delle città bombardate nel ’45, di quelle rase al suolo dai Crociati, dai Barbari o dagli Ittiti. Non c’è spazio nelle chips dei nostri apparecchi elettronici per studiare e comprendere che la Storia è ritornata, e fa paura. È ritornata, con i suoi fantasmi fascisti, i suoi predicatori dell’odio, i suoi affaristi e mercanti di armi e propaganda, le sue menzogne.
Aleppo è caduta, ed io ho paura. Non vale la tristezza, non vale la rabbia, non vale la disperazione. Vale ora la paura, che Aleppo non sia l’ultima, e che arrivi un giorno il turno di coloro che hanno mantenuto il silenzio o creduto che la Storia non sarebbe tornata. Invece, eccola. Eccola alle nostre porte, con i missili puntati, i dittatori sempre più convinti della loro giustezza, i fili spinati e i bastoni  contro gli stranieri, il Consiglio di Sicurezza usato come strumento di guerra, le offensive in nome della Civiltà.
Non c’è stomaco per i nostri calici amari, non siamo pronti al peggio perché non abbiamo capito cosa si sta giocando in Siria. Non amiamo più l’Europa, non difendiamo più il diritto, non ci occupiamo del più debole, non crediamo più che la libertà abbia un prezzo, non siamo più disponibili a pagare un prezzo. Non siamo forse più i figli legittimi della Resistenza antifascista, né degli emigrati del Novecento. Non siamo forse più quello che pensavamo di essere, mentre i nemici della libertà e del diritto sono più determinati che mai. Tra noi, come oltre il mare e le montagne.
Aleppo è caduta. Ancora non hanno finito di trucidare gli ultimi abitanti dei quartieri orientali. Ancora non hanno saziato i loro appetiti. Ancora si beffano della nostra impotenza. Ancora non hanno finito il lavoro. Ancora noi facciamo finta di non capire.

mercoledì 14 dicembre 2016

La scuola di guerra

Qualche Cassandra ricorda che scuola e armi non possono stare insieme, mai.
ecco qualche articolo interessante, sui signori della guerra che dicono, giocando e scherzando: “lasciate che i bambini vengano a me”.

Gita in caserma, i bambini giocano a sparare. La protesta di un papà – Silvia Manzani
“Ma cosa vuoi che sia”, “alla fine i bambini si sono divertiti”. Franco Ferrario se li ricorda ancora i commenti dei genitori dei compagni di scuola di suo figlio. E ancora oggi si sente criticare per aver voluto gettare fango sull’istituto, mettendo in difficoltà anche il suo bambino. Lui, però, resta convinto che la gita che durante lo scorso anno scolastico ha portato gli alunni dalla prima alla quinta della primaria di Rocca San Casciano alla Caserma “De Gennaro” di Forlì sia un non senso: diseducativa e fuori luogo.
E per questo ha lanciato una petizione on-line per chiedere ai ministeri della Difesa e dell’Istruzione che nella scuola vengano promossi percorsi didattici di educazione alla pace e di risoluzione non violenta dei conflitti e sia condannata ogni iniziativa che coinvolga i bambini nell’uso delle armi. Quest’ultimo, infatti, è il motivo che ha fatto più arrabbiare Ferrario: “Quando ho saputo che i compagni di mio figlio, che l’anno scorso frequentava la quarta, sarebbero andati a visitare la caserma, ho deciso di tenerlo a casa. Ma la mia opposizione sarebbe finita lì se non avessi scoperto, una volta fatta la gita, che agli alunni sono state messe in mano delle armi a pallini per cimentarsi in una sorta di tiro al bersaglio”.
Il papà ha chiesto spiegazioni alla dirigenza della scuola, anche grazie al consiglio d’istituto nel quale è stato eletto. E ha scoperto che nemmeno gli insegnanti sapevano che i bambini avrebbero giocato a sparare: “La gita è stata offerta da un militare che vive in zona e la scuola, per non opporsi, ha semplicemente aderito. Non ho nulla contro il fatto che i bambini, tra di loro, giochino alla guerra. Ma che vengano condotti appositamente in una caserma e che chi fa la guerra di mestiere metta loro tra le mani un’arma è quanto di più anti-pedagogico ci sia”. Per Ferrario la scuola avrebbe potuto cogliere l’occasione dell’invito in caserma per rifiutare e discutere in classe di soldi pubblici e tasse: “I soldi per le attività dell’esercito li paghiamo noi genitori attraverso le tasse: questo si sarebbe potuto raccontare ai bambini. Invece si è posto l’accento sul fatto che la gita fosse gratis e non ci si è preoccupati minimamente del contenuto della visita”.
Il caso è diventato oggetto di un’interrogazione parlamentare del deputato Sel Giovanni Paglia. Alla quale il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha replicato con parole che non sono affatto piaciute al papà di Rocca San Casciano: “La risposta è stata che i genitori erano stati messi al corrente di ciò che i bambini sarebbero andati a fare in caserma. Cosa assolutamente non vera. Che lascia ancora di più l’amaro in bocca”.
Qui il link alla petizione


Ma che ‘Bellica Scuola’ – Ermete Ferraro

In questi ultimi anni abbiamo sentito parlare continuamente della Buona Scuola”, l’autocelebrativa etichetta che il governo Renzi ha voluto apporre sulla sua riforma dell’istruzione in Italia. Ovviamente non tutti fra i docenti e gli stessi dirigenti scolastici hanno condiviso questa enfatica definizione e, soprattutto, una volta passata la sbronza delle slide e della propaganda, tale ‘rivoluzione’ educativa sta ormai mostrando i propri limiti. A cambiare la scuola italiana ci avevano già provato in tanti, con risultati generalmente poco apprezzabili, ma è evidente che l’attuale Premier ha voluto imprimere un’impronta più decisa e decisionista sulla sua riforma, utilizzando l’aggettivo “buona” come segnale d’un cambiamento epocale. In proposito, infatti, le frasi retoriche si sprecavano, a partire dall’introduzione al documento [i] , dove si parlava di: “soluzione strutturale alla disoccupazione”; “meccanismo permanente d’innovazione, sviluppo e qualità della democrazia”; “investimento di tutto il paese su se stesso”; “Un Paese intero… deciso a mettersi in cammino”. La proposta proseguiva con altre affermazioni fiere e combattive, tipo: “Il rischio più grande, oggi, è continuare a pensare in piccolo, a restare sui sentieri battuti degli ultimi decenni”; “Ci serve il coraggio di ripensare come motivare e rendere orgogliosi coloro che, ogni giorno, dentro una scuola, aiutano i nostri ragazzi a crescere”; “Siamo pronti a scommettere su di voi. A farvi entrare nella partita a pieno titolo, e a farvi entrare subito. Ma a un patto: che da domani ci aiutiate a trasformare la scuola, con coraggio. Insieme alle famiglie, insieme ai ragazzi, insieme ai colleghi e ai dirigenti scolastici”; “Possibilità di schierare la “squadra” con cui giocare la partita dell’istruzione”.  Si avverte in sottofondo una tonalità del linguaggio impostata alla sfida, che adopera parole come “coraggio” e “scommessa” per lanciare un appello ad una “trasformazione” che richiede un ‘gioco di squadra’, lasciando intendere fra le righe che forze oscure, retrograde e conservatrici congiurino invece per lasciare la scuola così com’è.
La riforma renziana, insomma, si è posta come una mobilitazione generale per fare della scuola “l’avanguardia, non la retrovia del Paese”sostenendo che essa “deve diventare poi la vera risposta strutturale alla disoccupazione giovanile, e l’avamposto del rilancio del Made in Italy.”  Avanguardia, retrovia, avamposto: un orecchio attento non può fare a meno di cogliere dietro tali parole il tono vagamente marziale di chi ha inteso lanciare una vera e propria ‘campagna’ contro immobilismo e burocrazia, facendo della scuola il terreno d’un cambiamento epocale. A distanza di due anni, però, di questa sedicente rivoluzione educativa non sembra sia rimasto molto. L’enfasi sulla ‘autonomia’ scolastica, semmai, si è paradossalmente trasformata in un ulteriore stimolo al conformismo ed all’appiattimento della didattica, grazie ad un’omologazione delle priorità formative, ad esempio attraverso la pedissequa adesione a format educativi d’importazione. Penso, ad esempio, alla stucchevole retorica sulla “scuola digitale” – sulla quale mi sono soffermato in un precedente articolo [ii] – ma anche all’insistenza su concetti come qualità, valutazione e merito, cui finora non mi pare che sia corrisposto altro che un indecoroso inseguimento delle direttive di vertice, aumentando il già fin troppo ampio progettificio scolastico anziché qualificare la didattica curricolare e valorizzare l’impegno ordinario dei docenti. Penso anche alla speciosa retorica sull’aggiornamento degli insegnanti – chiamato pomposamente ‘formazione continua obbligatoria’ – puntando ancora una volta sulla parola magica ‘innovazione’, resa sinonimo delle c.d. “nuove alfabetizzazioni”, sintetizzabili in una dose massiccia di impronunciabili “competenze digitali”nell’impulso allo studio dei principi dell’economia nelle scuole secondarie ed in un’ulteriore enfasi sull’apprendimento delle lingue straniere (leggi: inglese). [iii]  In filigrana, dalla epocale riforma renziana sembrerebbe dunque affiorare più che altro l’immagine di una scuola-azienda, resa sempre più conforme ad un ben preciso modello di sviluppo e di cambiamento sociale ed alla cultura dominante, fondata sulla legge del mercato, sulla globalizzazione e su pericolose ‘monoculture della mente’.
2.                  “E ritornammo a riveder…le stellette”
Va anche considerato un altro insidioso aspetto – meno affrontato e discusso – della “buona scuola” propugnata dall’attuale governo: l’introduzione nel percorso educativo del modello militare. In effetti non è una caratterizzazione del tutto nuova, visto che anche esecutivi precedenti hanno cercato d’inserire, più o meno surrettiziamente, la ‘cultura’ militare all’interno della programmazione didattica. Fatto sta che nel 2014 questo processo è culminato nel Protocollo d’Intesa sottoscritto da MIUR e Min. Difesa, nel quale si sancisce il discutibile principio secondo il quale nella scuola c’è bisogno di attivare:
 “…un focus sulla funzione centrale che Ia ‘Cultura della Difesa’ ha svolto, e continua a svolgere, a favore della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese”, per cui si propone la: “…ricerca [di] soluzioni comunicative interattive espressamente rivolte alle nuove generazioni, per affermare Ia conoscenza e il ruolo della Difesa al servizio della collettivitàe divulgare le opportunità professionali e di studio riservate alle fasce giovanili di riferimento ” [iv].
Questa rinnovata intesa tra “libro e moschetto” – paradossalmente presentata come attuazione dei nostri principi costituzionali e di quelli ispiratori dell’ONU – ha così ufficializzato una collaborazione ‘formativa’ interministeriale, sulle cui reali motivazioni mi sembra giusto ed opportuno interrogarsi.
«Lezioni di Costituzione affidate a generali e ammiragli, concorsi spaziali con tanto di premi offerti dalle aziende produttrici di sistemi di morte, seminari e conferenze sulle missioni “umanitarie” delle forze armate italiane in Afghanistan, Iraq, Somalia, Libano e nei Balcani. La buona scuola dell’era Renzi sarà sempre più militare e militarizzata, riserva di caccia del complesso militare-industriale-finanziario e megafono dei pedagogisti-strateghi della guerra globale. Dopo il Protocollo d’Intesa sottoscritto nel settembre 2014 dalle ministre Stefania Giannini e Roberta Pinotti, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca scientifica (MIUR) e quello della Difesa varano una serie di iniziative “didattiche e formative” per gli studenti delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, statali e paritarie, con lo scopo di “favorire l’approfondimento della Costituzione italiana e dei principi della Dichiarazione universale dei diritti umani per educare gli alunni all’esercizio della democrazia e favorire l’acquisizione delle conoscenze e lo sviluppo delle competenze relative per l’esercizio di una cittadinanza attiva a tutti i livelli del sistema sociale ». [v]
In una recente circolare del MIUR si rilanciano infatti le iniziative sponsorizzate dal Ministero della Difesa, consigliando alle istituzioni scolastiche di:
“trarre stimoli e risorse utili per la loro progettazione didattica. Questi progetti ci permettono di costruire relazioni positive con i ragazzi  […] contribuendo ad arricchirne la crescita personale e a far conoscere loro l’importanza della memoria storica”. [vi]
Di cosa si tratta? Basta consultare l’apposita sezione del sito del MIUR [vii], come consiglia la circolare, per prendere conoscenza di concorsi e conferenze che fanno parte di questo ‘pacchetto’ grigio-verde.  Si va dalla classica proposta pseudo-storica su “Caporetto: oltre la sconfitta” a quella meno spiegabile sullo “Articolo 9 della Costituzione” dedicato allo “sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica” e alla “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” Si lanciano poi conferenze nelle scuole – svolte da personale militare affiancato da non meglio identificati ‘testimonial’ – sulla Costituzione e la cittadinanza attiva, precisando poi:
con particolare attenzione al ruolo che le Forze Armate svolgono al servizio della crescita sociale, politica, economica e democratica del Paese. Quest’anno il focus sarà sulla Grande Guerra e sull’anniversario della sconfitta di Caporetto, con particolare riguardo all’attività sportiva militare e al settore paralimpico.” .
I nostri beneamati formatori militari, però, non rinunciano ad avventurarsi in altri campi, non proprio di loro competenza, come quello dell’educazione stradale (“La buona strada della sicurezza”) e perfino in quello aero-spaziale, in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana (“Scuola: spazio al tuo futuro”).  Insomma, le martellante proposta inter-ministeriale  – megafonata attraverso i vari Uffici Scolastici Regionali alle singole scuole presenti nei rispettivi territori – ufficializza de facto una nuova figura, quella del militare-formatore, che dovrebbe venire a darci lezioni di storia contemporanea, ad esaltare i valori costituzionali, a richiamarci al rispetto del codice della strada e perfino a farci sognare avveniristiche esplorazioni spaziali… E c’è perfino un divertente (si fa per dire) concorso in cui il Ministero della Difesa esalta il ruolo delle Nazioni Unite nella salvaguardia della pace nel mondo…
3.                  Pure questo ce lo chiede l’Europa?
In effetti, leggendo il protocollo stipulato da MIUR e MinDif non si ha la sensazione che si tratti di una campagna d’indottrinamento militare, ma d’una normale collaborazione fra istituzioni nella formazione alla cittadinanza civile dei nostri ragazzi. Bisogna allora cominciare a porsi qualche domanda. Perché mai ad insegnare i principi-base della Costituzione repubblicana dovrebbero essere proprio dei militari? Che cavolo c’entra il Ministero della Difesa con l’educazione stradale? Per quale strano motivo a sensibilizzare gli studenti alla tutela del patrimonio paesaggistico, storico ed artistico sono reclutati degli istruttori con le stellette? Siamo sicuri che i nostri militari non abbiano niente di meglio da fare che giri di ‘conferenze’ sul rispetto dei limiti di velocità e dell’ambiente naturale del nostro Paese?  Ovviamente si tratta solo di dare una legittimazione ufficiale, di facciata, ad un’operazione propagandistica molto più subdola e pericolosache da anni ospita le mimetiche’ dentro le scuole e le scuole dentro caserme, basi militari e industrie belliche.
«Un tassello importante di questa campagna per la creazione di consenso verso l’apparato militare è la scuola. La ‘buona scuola’ non ha solo ‘riformato’ la scuola in senso ancora più autoritario e repressivo […] Essa sta via via trasformando la scuola nella fabbrica del consenso alla politica di aggressione dell’Italia nel bacino privilegiato in cui attingere le indispensabili nuove e professionali leve per la struttura militare sempre più impegnata sui fronti di guerra. […] Con il Protocollo d’Intesa del settembre 2014 tra le ministre Stefania Giannini e Roberta Pinotti e la circolare del 15 dicembre 2015, sono state avviate iniziative “didattiche e formative” per “diffondere la cultura della Difesa” e sponsorizzare il “ruolo delle Forze Armate italiane in missioni di pace nelle aree di crisi, nella promozione e salvaguardia della stabilità e della pacifica convivenza internazionale” tra gli studenti di ogni ordine e grado, statali e paritarie. […] Secondo i dati forniti dal ministero della Difesa, sino all’inizio di quest’anno sono stati realizzati negli istituti italiani oltre 3.100 dibattiti con la partecipazione di circa 254.000 studenti. Nel frattempo si sono moltiplicate in tutta Italia le visite guidate di intere scolaresche a caserme, aeroporti e porti militari, installazioni radar, poligoni e industrie belliche, durante le quali gli studenti (persino bambini dell’elementari come accaduto nella caserma De Gennaro di Forlì) possono provare “l’entusiamante” esperienza di sparare con un fucile o effettuare un’attività di familiarizzazione al volo su velivoli come l’Atlantic del 41° Stormo di Sigonella». [viii]
Più che alla ‘buona scuola’ si direbbe che siamo di fronte ad una bellica scuola’, che coglie ogni occasione (anche la più contraddittoria come quella della promozione della pace nel mondo o del rispetto dei valori dell’unica repubblica che ‘ripudia la guerra’ …) per far irrompere le ‘teste di cuoio’ della Difesa all’interno non solo dei nostri istituti secondari, ma perfino fra le scolaresche delle classi elementari. Non si tratta certamente delle campagne militariste svolte nelle scuole statunitensi dall’onnipotente Pentagono – che fra l’altro che gestisce anche numerose scuole proprie, rivolte ai figli dei propri ‘dipendenti’ all’estero [ix] . Fortunatamente non si tratta neanche del programma di istruzione stile militare promossa dal governo britannico, improntato al principio che la disciplina da caserma faccia particolarmente bene agli scolari del Regno Unito.
« Resistenza alla fatica, capacità di reagire alle difficoltà, gestione dello stress. Tre requisiti fondamentali per ogni soldato che voglia sopravvivere, ma forse anche tre elementi essenziali per ogni bambino destinato ad affrontare le sfide della crescita e dell’età adulta. Tanto che in Gran Bretagna il governo ha deciso di assegnare a programmi di stile militare un terzo dei fondi stanziati all’interno del piano nazionale promosso a favore del rafforzamento del carattere degli studenti. Per il nuovo anno saranno due milioni di sterline su sei, destinati a rendere realtà progetti che dovrebbero sviluppare nei giovani resilienza, ordine, disciplina e capacità di lavorare in gruppo negli alunni tra i 6 e i 18 anni. […] Come quello chiamato Commando Joe, promosso da ex militari, che vanno nelle scuole determinati ad «inquadrare» i bambini e i ragazzi, in modo da prepararli ad un futuro di efficienza. Durante le lezioni i docenti, che arrivano in classe in tuta mimetica, invitano i ragazzi a condividere scelte strategiche, li sottopongono ad allenamenti fisici tra corsa e flessioni, li invitano a smussare le tensioni in modo da ritrovare uno spirito di gruppo. Nelle scuole che hanno abbracciato questa filosofia militaresca sono stati raggiunti risultati interessanti, tanto che appunto il ministero per i bambini e le famiglie, guidato da Edward Timpson, ha deciso di assegnare un terzo dei fondi a sua disposizioni alle proposte che ricordano l’approccio della Raf e dei soldati al fronte. Anche se qualche voce si oppone a questa tendenza….» [x]
Niente a che fare, per fortuna, con l’addestramento vistosamente paramilitare promosso nelle scuole della Federazione Russa dal premier Putin, come apprendiamo da una corrispondente del TIME che:
 «…ha trovato una classe di studenti – alcuni undicenni – che imparavano ad assemblare e caricare fucili d’assalto Kalashnikov. Fuori, nel cortile scolastico, una lezione sulla sicurezza si focalizzava sull’uso idoneo delle tute contro i rischi biologici, in caso di disastro nucleare o chimico […] Vladimir Putin ha recentemente fatto di questo curriculum una norma per l’intera nazione, offrendo agli adolescenti una gamma d’istruzione in ideologia, religione e preparazione alla guerra» [xi]
4.                  Difendere le scuole…dalla Difesa
Niente del genere, almeno fino ad ora… Quel che è certo, comunque, è che la nuova ondata di educazione in stile “Libro e moschetto” (o, se preferite, “E-book e Kalashnikov”…) sta rapidamente diffondendosi nelle altre istituzioni educative europee. In Francia, ad esempio, il Ministero dell’Educazione Nazionale, dell’Insegnamento Superiore e della Ricerca  ha avviato da tempo programmi di esplicita educazione alla difesa”, a partire dal protocollo Educazione-Difesa siglato nel 2007.
«La cultura della difesa e della sicurezza nazionale è inserita nel fondamento comune delle conoscenze e delle competenze che gli allievi devono conseguire  nel loro percorso nella scuola primaria ed in quella secondaria di primo e secondo grado […] L’insegnamento della difesa e della sicurezza nazionale si articola intorno a diverse questioni trasversali: la difesa militare, la difesa globale, i rischi e le nuove minacce, i progressi della difesa europea, la sicurezza nazionale. Non si tratta di una disciplina a sé stante. Essa è inserita nei programmi di più insegnamenti: educazione morale e civica, storia, geografia ecc.» [xii]
In Italia i nostri governanti l’hanno presa più alla lontana, ma l’indirizzo sembra sempre lo stesso: introdurre l’educazione alla difesa nel curricolo scolastico, affiancandola a discipline – come la storia o l’educazione alla convivenza civile – che , se ben svolte, dovrebbero viceversa costituire il miglior antidoto ad ogni forma di militarismo e bellicismo. Ecco perché da un’organizzazione pacifista di matrice cattolica come Pax Christi, già da alcuni anni è stato lanciato un programma di ‘smilitarizzazione delle scuole’, i cui principi sono esplicitati nel Manifesto dal significativo titolo “La Scuola ripudia la guerra”. In basa a questo documento, le scuole che lo hanno sottoscritto e che lo sottoscriveranno, s’impegnano a:
« 1. Rafforzare l’impegno nell’educazione alla pace e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti; 2. Sottolineare e valorizzare l’educazione alla pace tra le finalità educative dei POF, nelle discipline educative e didattiche e nella programmazione. 3. Proporre uno spazio di confronto tra docenti per evidenziare l’incidenza dell’educazione alla pace nella formazione degli studenti; 4. Prevedere un intervento educativo per gli studenti al fine di rendere più esplicita la scelta di non educare alla violenza e alla guerra; 5. Escludere dalle propria proposta formativa le attività proposte dalle Forze Armate, in contrasto con gli orientamenti fondamentali educativi e didattici della scuola; 6. Non esporre manifesti pubblicitari delle FFAA né accogliere iniziative finalizzate a propagandare l’arruolamento e a far sperimentare la vita militare. 7. Non organizzare visite che comportino l’accesso degli alunni a caserme, poligoni di tiro, portaerei e ogni altra struttura riferibile all’attività di guerra, anche nei casi in cui questa attività venga presentata con l’ambigua espressione di “missione di pace”. 8. Non accogliere progetti in partenariato con strutture militari o aziende coinvolte nella produzione di materiali bellici. 9. Prevedere la possibilità di arricchire la biblioteca di nuovi strumenti didattici per l’educazione alla pace e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti. 10. Affiggere all’ingresso dell’Istituto il logo della campagna, affinché sia pubblicamente manifesta la scelta di lavorare in una scuola che educa alla nonviolenza e non alla guerra.» [xiii]
Ebbene sì: dobbiamo difendere il sistema scolastico italiano dall’ingerenza di un sistema militare-industriale che è lo stesso che alimenta la “guerra mondiale a pezzi” denunciata dal Papa e che minaccia la stessa convivenza civile e democratica. Ci siamo purtroppo già abituanti ai soldati in mimetica e mitra fuori ai tribunali ed alle autoblindo nelle piazze, come ho denunciato nel precedente articolo “Cittadini sotto assedio”.[xiv]Il rischio è che ora ci abituiamo passivamente anche alla presenza di militari in uniforme nelle scuole ed a bambini in grembiule nelle caserme. E’ arrivato il momento di reagire e di contrapporre valori alternativi e programmi di educazione alla pace e per la pace[xv]


La Buona Scuola prepara i giovani alla guerra – Rete campana contro la guerra ed il militarismo

…A dispetto, quindi, della propaganda renziana sulla cooperazione civile e la “inclusione attraverso la cultura”, l’Italia, con i suoi oltre 7000 militari impegnati nelle missioni internazionali, è oggi uno dei Paesi al mondo più attivi sul fronte della guerra e della militarizzazione. La presenza delle forze armate italiane negli scenari più sensibili degli approvvigionamenti strategici e delle risorse energetiche mostra chiaramente il carattere imperialistico di questa proiezione internazionale, che nulla ha di difensivo né, tanto meno, di “umanitario”.
L’utilizzo strumentale della lotta al terrorismo, la paura diffusa a piene mani nei confronti del “pericolo islamico”, le campagne razziste e xenofobe contro gli immigrati, sono parte della macchina di propaganda finalizzata ad ottenere il consenso a questa politica di aggressione ed al militarismo crescente e ad arginare e criminalizzare qualsiasi opposizione.
Un tassello importante di questa campagna per la creazione di consenso verso l’apparato militare è la scuola.
La “buona scuola” non ha solo “riformato” la scuola in senso ancora più autoritario e repressivo; non è solamente lo strumento con cui si è imposto il peggioramento delle condizioni di lavoro dei docenti e degli altri lavoratori dell’istruzione; non è soltanto il processo di definitivo asservimento alle esigenze delle imprese grazie all’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro. Essa sta via via trasformando la scuola nella fabbrica del consenso alla politica di aggressione dell’Italia e nel bacino privilegiato in cui attingere le indispensabili nuove e professionali leve per la struttura militare sempre più impegnata sui fronti di guerra.
Quindi, mentre da un lato, con l’alternanza scuola-lavoro, spacciata come esperienza formativa, si obbligano i giovani al lavoro gratuito “educandoli” e preparandoli da subito alla piena accettazione di un futuro fatto di precarietà e bassi salari, dall’altro con incontri e conferenze con membri dell’esercito, stage e concorsi in collaborazione con le forze armate e le industrie belliche, si inducono i giovani a guardare all’esercito come un posto e un reddito sicuro, come il portatore di civiltà e democrazia nel mondo ed alla guerra come male necessario.
Con il Protocollo d’Intesa del settembre 2014 tra le ministre Stefania Giannini e Roberta Pinotti e la circolare del 15 dicembre 2015, sono state avviate iniziative “didattiche e formative” per “diffondere la cultura della Difesa” e sponsorizzare il “ruolo delle Forze Armate italiane in missioni di pace nelle aree di crisi, nella promozione e salvaguardia della stabilità e della pacifica convivenza internazionale” tra gli studenti di ogni ordine e grado, statali e paritarie. Che si tratti di legalità o di sicurezza stradale, del centenario della Prima guerra mondiale o del 70° anno dalla costituzione dell’ONU, di bullismo e cyberbullismo, ad entrare nelle scuole sono ormai solo gli “esperti” con le stellette. Gli stage e la stessa alternanza scuola-lavoro vengono indirizzati presso i colossi militari-industriali che realizzano bombardieri, elicotteri, missili e i mille altri sistemi di distruzione e di morte.
Secondo i dati forniti dal ministero della Difesa, sino all’inizio di quest’anno sono stati realizzati negli istituti italiani oltre 3.100 dibattiti con la partecipazione di circa 254.000 studenti. Nel frattempo si sono moltiplicate in tutta Italia le visite guidate di intere scolaresche a caserme, aeroporti e porti militari, installazioni radar, poligoni e industrie belliche, durante le quali gli studenti (persino bambini dell’elementari come accaduto nella caserma De Gennaro di Forlì) possono provare “l’entusiamante” esperienza di sparare con un fucile o effettuare un’attività di familiarizzazione al volo su velivoli come l’Atlantic del 41° Stormo di Sigonella.
Ai musei, alle gallerie come ai siti archeologici o ai parchi, i presidi, tutori dell’ordine della buona scuola, preferiscono questi luoghi di sopraffazione contribuendo di fatto a promuovere le forze armate ed il loro operato. Una cosa che ci riguarda direttamente visto che la base NATO di Lago Patria, uno dei principali centri di comando delle operazioni belliche passate e presenti, è ormai un luogo di pellegrinaggio per tante scuole campane. Solo tra febbraio e aprile di quest’anno, secondo lo stesso Allied Joint Force Command Naples, sono stati 510 gli studenti che l’hanno visitata insieme a decine di insegnanti. La buona scuola di Renzi è, quindi, lo strumento di rafforzamento delle logiche di guerra e degli interessi politico-militari dell’Italia. Con il crescere delle tensioni internazionali e dell’impegno dell’esercito italiano nelle missioni di guerra anche la scuola sarà sempre più militare e militarizzata…