lunedì 28 novembre 2016

Fuori le religioni dalle scuole - Cinzia Sciuto



Niente multiculturalismo d’accatto - Solo una laicità senza eccezioni ci salverà - Cinzia Sciuto
Sovente nel dibattito pubblico, quando si parla di sottomissione della donna in relazione a determinate culture (o anche, per fare un altro esempio, di terrorismo di matrice islamica), si aggiunge: sì, ma si tratta di tradizioni culturali, la religione non c’entra. Da un punto di vista laico (che non è sinonimo di non credente, ma significa semplicemente assumere un punto di vista autonomo e indipendente dal contenuto delle fedi), è un’affermazione piuttosto curiosa. Cosa sono infatti le religioni se non parte integrante della cultura? Separare ciò che fa capo alle religioni da ciò che invece sarebbe legato «solo» alla cultura è impresa ardua. La mentalità maschilista e patriarcale dell’Italia degli anni Cinquanta (ma purtroppo ancora largamente diffusa nel nostro paese) ha o non ha anche a che fare con la religione cattolica e con il posto che la donna vi occupa? Certo, sono possibili anche letture alternative e per così dire «femministe» della Bibbia, ma non si può negare che il cattolicesimo dominante andava, e continua ad andare, a braccetto con sessismo, patriarcato, omofobia eccetera.
È parzialmente vero, dunque, che il «nemico» del femminismo e dell’emancipazione delle donne non sono le religioni in sé, ma il patriarcato. E però il patriarcato si combina poi con i diversi elementi culturali, e dunque anche religiosi. E va combattuto nelle sue forme concrete e contingenti, non in una formula astratta. Se il patriarcato oggi va anche a braccetto con l’islam, almeno nella sua forma più diffusa, così come va a braccetto con il cattolicesimo mainstream, va combattuto senza reticenze, puntando il dito anche verso quegli aspetti delle religioni che lo alimentano e giustificano.
Le religioni sono quelle che sono, ossia quelle che si danno storicamente, quelle che vengono praticate, non quelle che vorremmo che fossero. Anche a me piacerebbe che il cattolicesimo fosse soprattutto quello di don Farinella, padre Zanotelli, padre Enzo Bianchi eccetera, ma dobbiamo rassegnarci: il cattolicesimo oggi in Italia è ancora quello di Bagnasco (nonostante Francesco). Così come il cattolicesimo del Medioevo era il cattolicesimo dell’Inquisizione e non si può liquidare la questione semplicemente affermando che quello non era il «vero» cattolicesimo. O meglio, è legittimo che questo lo dica un fedele che vuole rivendicare la purezza della sua fede rispetto alle eventuali manipolazioni del potere, ma da un punto di vista sociale e politico quel che conta è il modo in cui la fede viene praticata qui e ora e la versione più o meno «ufficiale» che ne forniscono le sue principali rappresentanze istituzionali.
Le religioni sono dei sistemi di credenze e riti esattamente come molti altri sistemi di credenze e riti, culturali, politici, sociali, ideologici. Eppure nelle nostre società esse godono di uno statuto particolare, che consente loro privilegi che non sarebbero tollerati per nessun altro sistema di credenze. Cosa penseremmo di una famiglia di convinti comunisti che mandasse il figlio di 7-8 anni una volta a settimana a un corso di formazione politica? Probabilmente chiameremmo gli assistenti sociali per abuso su minore. Eppure nessuno si scandalizza se centinaia di migliaia di bambini nei paesi cattolici, come l’Italia, frequentano il catechismo, che è appunto un corso di formazione ideologica, in questo caso religiosa, a un’età in cui certo non si è in grado di compiere delle scelte pienamente consapevoli. (E accade persino che nei piccoli centri le scuole pubbliche forniscano al parroco gli elenchi degli alunni delle terze elementari, in modo che il parroco abbia sott’occhio chi frequenta il catechismo e chi no. Una di quelle cose che, se anziché riguardare la Chiesa riguardasse qualunque altra associazione, farebbe scattare, giustamente, l’indignazione generale). Tutti gli altri sistemi di credenze nelle nostre società sono stati desacralizzati mentre alla religione continuiamo ad attribuire – sebbene per fortuna in grado sempre minore – un valore in sé superiore. Non c’è dibattito in cui non debba essere invitato anche un prete (in quanto tale, non in quanto esperto del tema), perché, si sa, il punto di vista della Chiesa è importante su qualunque aspetto della vita personale, politica e sociale. E oggi sempre più anche un imam, per essere politicamente corretti.
Eppure la nostra società disomogenea dovrebbe ormai averci fatto capire che le religioni sono sistemi di credenze sui quali, insieme ad altri, ciascun individuo costruisce la propria vita ma che non possono più godere di uno status privilegiato, se non si vuole andare incontro a contraddizioni insanabili e a veri e propri paradossi. 
La geniale invenzione di Bobby Henderson lo dimostra. Henderson è il fondatore del pastafarianesimo, una religione il cui Dio è molto somigliante a degli spaghetti volanti e il cui simbolo religioso è uno scolapasta. In una lettera al Kansas State Board of Education – che aveva deciso di inserire il creazionismo nei programmi scolastici accanto alla teoria dell’evoluzione – Henderson sostenne che la sua teoria su come il prodigioso Spaghetto volante fosse intervenuto sull’evoluzione del mondo e dell’uomo era altrettanto valida di quella del disegno intelligente e chiese che venisse inserita nei programmi scolastici. L’intuizione di Henderson ha avuto un inaspettato successo e le sedi del pastafarianesimo si sono diffuse in tutto il mondo. I suoi adepti spesso portano avanti delle battaglie affinché la loro religione venga ufficialmente riconosciuta, facendo leva proprio sullo status privilegiato di cui le religioni godono in molti Stati. Per esempio: molti paesi non ammettono nelle foto identificative dei documenti copricapi di nessun genere, eccetto che per motivi religiosi. E così la pastafariana americana Lindsay Miller, ha ottenuto il permesso da parte della motorizzazione del Massachussets di farsi fotografare con uno scolapasta in testa sulla patente. Chi decide infatti cosa è simbolo religioso e cosa no?
L’esempio del pastafarianesimo può far sorridere, ma la realtà di molte religioni – con il loro corredo di simboli e riti spesso molto discutibili – non è poi così lontana da questa. E, se le nostre democrazie non si decidono ad assumere un punto di vista radicalmente laico, i paradossi – che potrebbero anche essere tragici – sono destinati ad aumentare.  Gli induisti sono oggi una piccola comunità in Occidente, ma se un giorno il loro numero aumentasse e pretendessero l’adozione del sistema delle caste perché così vuole la loro religione, che si fa? E ancora più radicalmente: possiamo permetterci che, per rispetto della loro religione, gli induisti in Europa replichino anche solo all’interno della loro se pur piccola comunità il sistema delle caste? E di esempi di Testimoni di Geova che rifiutano trasfusioni di sangue per sé (che è legittimo) e per i figli (che è invece inaccettabile) ne abbiamo avuti molti.
In molti paesi europei è previsto l’insegnamento di una o più religioni nella scuola pubblica. Anche in questo caso si tratta di uno status privilegiato assegnato alle religioni rispetto ad altri sistemi di credenze, come le «fedi» politiche, che non sono considerate – giustamente in uno Stato pluralistico – titolate a essere insegnate nelle scuole pubbliche (altra cosa è l’insegnamento critico della storia delle dottrine politiche). Ma allora, perché le religioni sì? Le nostre società disomogenee stanno già sperimentando da qualche tempo i paradossi a cui questo porta. Mano a mano che le comunità di fedi diverse da quelle prevalenti nello Stato crescono, iniziano a pretendere che anche la loro religione venga insegnata nelle scuole pubbliche. E, dato che non esiste più una religione di Stato, ovviamente non esiste argomento ammissibile per rifiutare queste richieste. Ma il limite dove lo mettiamo? Chi stabilisce quante e quali religioni possano/debbano essere insegnate nelle scuole pubbliche? E che argomento abbiamo contro i pastafariani che volessero la loro ora di religione e magari pretendessero pure di partecipare alla spartizione della torta dell’8 per mille? Il paradosso è evidente ed è evidente anche come l’unico strumento che le società democratiche liberali hanno per garantire una vera libertà religiosa – che è da garantire a tutti e a ciascuno, non solo alle comunità religiose più numerose e rumorose – è quello di bandire l’insegnamento di qualsivoglia religione in quanto confessione dalle scuole pubbliche, per fare spazio magari finalmente a un insegnamento scientifico-critico di Storia delle religioni (e qui le ragioni storico-scientifiche per escludere il pastafarianesimo sarebbero invece molte, vista la sua completa irrilevanza per la storia dell’umanità).
Cosa c’entra tutto questo con il femminismo? C’entra, eccome. Perché così come il femminismo non può non essere antirazzista, esso non può non essere laico: se il faro è l’autonomia delle singole persone, questa viene prima di qualunque «autorità», anche quella religiosa. Chiudere gli occhi oggi di fronte alle frequenti e diffuse violazioni dei diritti e delle libertà delle donne all’interno delle famiglie musulmane in Occidente in nome del «rispetto» per altre culture, per esempio, equivale a chi chiudeva gli occhi di fronte a simili violazioni della libertà delle donne negli anni Cinquanta e Sessanta in Italia in nome del rispetto dell’autonomia di ogni famiglia, o magari anche della tradizione cattolica.  All’epoca le femministe dicevano giustamente che il privato è politico, perché non dovrebbe più essere così? Perché il privato di una donna musulmana in Italia, in Germania o in Francia non deve essere politico – ossia riguardare tutte, e tutti, noi – esattamente come le nostre madri rivendicavano il loro privato come politico?
Per essere all’altezza delle sfide del terzo millennio la lotta femminista deve tornare ad avere come unico faro l’emancipazione delle donne, di tutte e di ciascuna. Il movimento femminista ha già conosciuto nella sua storia vari tentativi di subordinare la causa femminista ad altre presentate come più «universali», ma non ci è cascato. Evitiamo che lo faccia oggi.

Se la sinistra sottovaluta Trump - Annamaria Rivera


Potrebbe definirsi revisionismo l’insieme di reazioni e giudizi indulgenti che l’elezione di Donald Trump ha suscitato tra politici non di destra e perfino tra intellettuali di sinistra
Potrebbe definirsi revisionismo (inteso in senso lato) l’insieme di reazioni e giudizi indulgenti che l’elezione di Donald Trump ha suscitato tra politici non di destra e perfino tra intellettuali di sinistra: in questo secondo caso, col ricorso a paragoni storico-politici alquanto avventati e con l’aspettativa paradossale che a sconfiggere neoliberismo e interventismo guerrafondaio sarà l’aggressivo affarista senza scrupoli, grande evasore fiscale, amico di Putin e di altri simili despoti.
E’ davvero arduo negare che il profilo politico di Trump sia quello di un reazionario nel senso più pieno del termine: un mélange d’ignoranza e disonestà, razzismo e sessismo, ottusità e volgarità, condito con l’inclinazione al complottismo, allo sciovinismo wasp, al suprematismo bianco. Non per caso, il Ku Klux Klan ha annunciato una propria parata per la vittoria, che si svolgerà il prossimo 3 dicembre in North Carolina. Non per caso, tra i primi nominati alla Casa Bianca v’è, nel ruolo-chiave di consigliere strategico, l’uomo d’affari Steve Bannon: razzista, sessista, omofobo, antisemita, anti-musulmano, dichiaratamente suprematista, affiliato ad Alt-Right (Destra Alternativa). Insomma, è come se in Italia un incarico simile fosse stato affidato a qualche esponente di Forza Nuova o di Casa Pound.
Ricordo che, dopo gli attentati di Parigi e San Bernardino, il miliardario newyorkese prestato alla politica invocò la «chiusura totale e completa» delle frontiere statunitensi per le persone di fede musulmana. Più tardi definì i messicani come pusher, criminali e stupratori. Da settembre a oggi, ormai presidente, non fa che insistere sul progetto di blindare ancor più la frontiera con il Messico e di espellere tre milioni di “clandestini”. Quanto al disprezzo per le donne, i gay, i disabili, talmente ampio è il catalogo delle sue dichiarazioni pubbliche oltraggiose che per contenerlo ci vorrebbe qualche tomo. Basta aggiungere, infine, che qualche anno fa arrivò a sostenere che la teoria scientifica del riscaldamento globale è stata inventata «dai cinesi per i cinesi, al fine di contrastare la competitività dell’industria manifatturiera statunitense».
Ciò detto sommariamente, non sorprende affatto che a inebriarsi per la vittoria di “Pannocchia” sia stato Grillo: «Trump ha fatto un VDay pazzesco […]. Ci sono delle quasi similitudini fra questa storia americana e il MoVimento». 
E, per quanto ridicola, non stupisce troppo la dichiarazione di Renzi: «Aspettiamo a giudicare. Non diamo un giudizio da Italietta: quel muro c’è da qualcosa come vent’anni, può non piacere ma è così».
Sconcerta, invece, che alcuni intellettuali di sinistra sottovalutino il cupo scenario che va profilandosi dopo la vittoria di un tal ultra-reazionario. Sulla stessa scia di Slavoj Žižek – ormai cantore dello “stile di vita dell’Europa occidentale” e fustigatore delle “anime belle” di sinistra, che praticano tolleranza e solidarietà e osano rivendicare l’apertura delle frontiere – anche alcuni intellettuali italiani si producono in analisi bislacche, pretese come astute e materialiste, in realtà riducibili al seguente sofisma: Trump è stato capace di rappresentare il disagio sociale crescente (cosa indimostrabile, anche perché negli Usa milioni di cittadini sono esclusi dal diritto di voto); le nostre sinistre non ne sono più in grado; ergo, occorre imparare da lui, senza demonizzarlo.
In alcuni casi, il sofisma contiene qualche inciso che minimizza il razzismo e parteggia per un’immigrazione “controllata”. Sostenere che nulla abbia a che vedere col razzismo, ma solo col disagio sociale, il fatto che gente “comune” accenda roghi o innalzi barricate contro gruppi di rifugiati/e, apostrofandoli/e coi più classici insulti razzisti, significa dimenticare che i pogrom nazisti furono, anch’essi, favoriti da condizioni di disagio sociale.
Insomma, provoca sgomento constatare la sottovalutazione dello scenario che si profila dopo la vittoria di Trump: pulizia etnica di massa, normalizzazione del discorso politico incitante all’odio dei “diversi”, semplificazione delle pratiche stragiste delle forze dell’ordine ai danni degli afroamericani, per non dire delle annunciate misure contro la libertà delle donne, a iniziare dalla cancellazione o revisione delle norme sull’interruzione volontaria della gravidanza.
Quanto al piano internazionale, basta citare l’imminente trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, «capitale d’Israele, una e indivisibile», secondo Trump, e la sua rassicurazione a Netanyahu, nel corso della campagna elettorale, che gli Stati Uniti non metteranno in discussione la legittimità degli insediamenti dei coloni.
Per inciso: dopo la vittoria di Trump, in ogni parte del Paese, su muri e vetrine vanno moltiplicandosi le svastiche e i Sieg Heil. Nel contempo, s’intensificano la caccia ai non-bianchi e, in particolare, le aggressioni ai danni di giovani musulmane, con relativo strappo dell’hijâb (un semplice foulard, ricordo). Sicché del tutto inopportuno è oggi dedicarsi alla vecchia e sommaria condanna dei “veli” indossati da donne musulmane, dei quali si negano i significati molteplici e variabili, talora di tipo reattivo e/o identitario.
Per riprendere il filo del discorso, non è solo negli Stati Uniti che i danni della presidenza Trump si rendono visibili fin da ora. In Europa le destre estreme, già notevolmente in crescita, si sono ancor più ringalluzzite. Dal Front National di Marine Le Pen all’Ukip di Nigel Farage, dalla Lega Nord di Salvini ad Alba Dorata, il partito neonazista greco, è tutto un tripudio: tutt’altro che infondato giacché la vittoria di Trump non può che favorire la già galoppante avanzata dell’internazionale revanscista e razzista.
Di fronte a prospettive così fosche, invece che avventurarsi in spericolate analogie storico-politiche, si farebbe bene a riflettere sulla storia dell’avvento dei fascismi in Europa e a compiere almeno un’iniziativa politica meritoria: manifestare la nostra solidarietà attiva verso il movimento di protesta statunitense contro l’elezione di Trump, che va allargandosi, più o meno duramente represso. 

Referendum costituzionale, le ragioni del No - Luigi Ferrajoli


Le ragioni del No al referendum sull’aggressione in atto alla nostra Costituzione investono sia il metodo con cui la riforma è stata approvata, sia i suoi contenuti.
Anzitutto le ragioni di metodo. Questa riforma, cambiando 47 articoli su 139, non è una “revisione” dell’attuale costituzione, ma un’altra costituzione, diversa da quella del 1948. Ma la nostra Costituzione non consente l’approvazione di una nuova costituzione, neppure ad opera di un’ipotetica as­semblea costituente che pur decidesse a larghissi­ma maggioranza. Il solo potere ammesso dall’articolo 138 della Costitu­zione è un potere di revi­sio­ne, che non è un pote­re costituen­te ma un potere co­stitui­to. Di qui il primo profilo di illegittimità: l’indebita trasformazione del potere di revisione costituzionale previsto dall’articolo 138 in un potere costituente non previsto dalla nostra Costituzione e perciò anticostituzionale ed eversivo.
In secondo luogo questa nuova costituzione, per il modo in cui è stata promossa e approvata, è un oltraggio non tanto e non solo alla Costituzione del 1948, ma al costituzionalismo in quanto tale, cioè all’idea stessa di Costituzione. Le costituzioni sono patti di convivenza. Stabiliscono le pre-condizioni del vivere civile, idonee a garantire tutti, maggioranze e minoranze, e perciò tendenzialmente sorrette da un consenso generale quale fu quello con cui fu approvata la Costituzione del ’48. Servono a unire, e non a dividere, dato che equivalgono a sistemi di limiti e vincoli imposti a qualunque maggioranza, di destra o di sinistra o di centro, a garanzia di tutti.
La Costituzione di Renzi, invece, è una costituzione che divide, non essendo neppure di maggioranza, ma di minoranza – la minoranza rappresentata dall’attuale coalizione di governo, trasformata in maggioranza dalla legge elettorale Porcellum dichiarata incostituzionale – approvata e imposta, però, con lo spirito arrogante delle maggioranze. Non è con i modi adottati dal governo Renzi che si trattano le costituzioni. Per il metodo con cui è stata approvata – su iniziativa e pressione del governo, strozzando il dibattito con “tagliole” e “canguri”, rimuovendo i parlamentari dissenzienti, fino all’approvazione conclusiva in un’aula semivuota per l’Aventino delle opposizioni – questa legge di revisione deve essere perciò respinta indipendentemente dai contenuti. Questa nuova costituzione sarà infatti percepita come il frutto di un colpo di mano, di un atto di prepotenza e prevaricazione sul Parlamento e sulla società italiana. Sarà la costituzione non della concordia ma della discordia; non del patto pre-politico, ma della rottura del patto implicito in ogni momento costituente. Indipendentemente, ripeto, dai suoi contenuti.
Ma sono proprio i contenuti l’aspetto più allarmante di questa riforma. Per votare No basterebbe leggerla, o meglio tentare di leggerla visto il carattere confuso e talora contraddittorio del testo. Ma questa lettura e questa conoscenza saranno impedite ai cittadini dal quesito ingannevole e accattivante su cui saranno chiamati a votare, trasmesso ossessivamente in televisione e perciò in grado di compromettere l’autenticità del voto: “approvate… il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi” della politica e altre piacevolezze. I contenuti della legge sono infatti, come i pochi informati ben sanno, assai più gravi e certamente diversi.
I sostenitori del Sì difendono il quesito dicendo che esso riproduce il titolo della legge, come prevede l’art. 16 della legge n. 352 del 1970 istitutiva del referendum. Ma è proprio qui l’imbroglio: questo titolo è stato preordinato dal governo al fine di trarre in inganno gli elettori. Siamo perciò di fronte a un condizionamento premeditato dell’esercizio della sovranità popolare nel quale consiste il referendum costituzionale. Il governo ha dato alla sua legge di revisione il titolo accattivante riportato in quei quesiti al fine di ingannare gli elettori chiamati a pronunciarsi sul referendum oppositivo previsto dalla legge medesima. Giacché ciò su cui i cittadini voteranno non è il titolo della legge di revisione, ma le norme in essa contenute.
Ebbene, quali sono questi contenuti, e quali le ulteriori ragioni del No, relative ai contenuti? Sono innumerevoli. Mi limito a ricordare tre assurdità. In primo luogo la complicazione del procedimento legislativo, dato che il bicameralismo perfetto non è affatto soppresso, bensì sostituito con cinque o sei tipi di bicameralismo imperfetto quanti sono i procedimenti legislativi diversi introdotti dal nuovo art. 70 e differenziati sulla base delle diverse materie assegnate alla loro competenza, con l’inevitabile incertezza in materia di fonti e gli interminabili contenziosi che ne seguiranno.
In secondo luogo l’assurda configurazione del Senato, non più elettivo ma composto da membri eletti dai consigli regionali secondo i criteri incerti e contraddittori formulati nell’art. 57 e di fatto, se preso sul serio, non in grado di funzionare per il groviglio di scadenze – 10, 15, 30 giorni entro i quali andranno esercitate le diverse funzioni legislative – che costringeranno i consiglieri-senatori e i sindaci-senatori a rimanere in permanenza in Senato. In terzo luogo la riduzione delle autonomie delle regioni ordinarie, in contrasto con il decantato “Senato delle autonomie”, simultaneamente, peraltro, al rafforzamento di quelle a statuto speciale.
Ma l’aspetto più grave della riforma è la trasformazione della nostra democrazia parlamentare, che dovrebbe preoccupare soprattutto quanti temono la vittoria del No, in un sistema politico basato sulla centralità e l’onnipotenza del governo. L’eventuale vittoria del Sì consegnerebbe infatti al vincitore delle prossime elezioni politiche – Renzi, o Grillo, o Berlusconi o Salvini o chiunque altro – una maggioranza assoluta e, di fatto, un potere illimitato e incontrollato, vincolato non più alla fiducia del Parlamento ma alla fiducia del suo solo partito.
Grazie all’azione congiunta della riforma costituzionale e della legge elettorale maggioritaria – l’Italicum, ma anche qualunque altra legge maggioritaria, quale quella prospettata da chi oggi ne prevede la riforma – verrà infatti sostanzialmente soppresso il tratto distintivo delle costituzioni antifasciste del secondo dopoguerra: il loro ruolo di limitazione del potere politico e la stessa garanzia della rigidità costituzionale, cioè l’impossibilità di modificare la Costituzione se non con larghissime maggioranze. Se questa riforma passerà, chi vincerà le elezioni entrerà in possesso, di fatto, dell’intero assetto costituzionale.
Ma le elezioni saranno vinte dalla maggiore minoranza: nell’attuale sistema tripolare, da un partito o da una coalizione votati, verosimilmente, dal 25 o dal 30% dei votanti, corrispondenti, tenuto conto delle astensioni, al 15 o al 20% degli elettori. Grazie alla legge elettorale maggioritaria, questa infima minoranza otterrà la maggioranza assoluta dei seggi, con la quale potrà fare ciò che vuole, incluse le manomissioni della Carta costituzionale. Questo, del resto, è esattamente ciò che ha fatto la maggiore minoranza presente in questo Parlamento, approvando la sua riforma con la maggioranza fittizia conferitagli dal Porcellum pur dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale e sostanzialmente riprodotto dal cosiddetto Italicum.
Non solo. L’artificiosa maggioranza assoluta assegnata automaticamente e rigidamente alla maggiore minoranza consentirà al vincitore delle elezioni di eleggere da solo, a sua immagine e somiglianza, tutte le istituzioni di garanzia: il Presidente della Repubblica, i membri di nomina parlamentare della Corte costituzionale, del Consiglio Superiore della Magistratura e delle altre autorità cosiddette “indipendenti”. L’intero sistema politico ne risulterà squilibrato per il venir meno di tutti gli checks and balances, cioè dell’intero sistema dei freni e contrappesi. Le istituzioni di garanzia non saranno più tali, cioè in grado di limitare e controllare i poteri di governo, ma saranno ridotte a espressioni della maggioranza e del suo governo e, di fatto, con questo solidali.
Ne risulta smentita anche la tesi, ripetuta dai sostenitori del Sì, che la riforma non tocca la prima parte della Costituzione, cioè i diritti fondamentali e le garanzie, ma solo la seconda parte, dedicata all’ordinamento della Repubblica. Formalmente, questo è vero. Nella sostanza, purtroppo, è vero il contrario. Alla fittizia maggioranza assoluta generata dalla legge elettorale maggioritaria e dalla nuova Costituzione, sarà possibile cambiare anche la prima parte della Costituzione e i diritti in essa stabiliti. Di più: l’aggressione ai diritti fondamentali, e in particolare ai diritti sociali – alla salute, all’istruzione, alla previdenza, alla sussistenza – potrà avvenire, come l’esperienza insegna ma come avverrà assai più agevolmente con questa nuova costituzione, anche senza alterare la prima parte del testo costituzionale.
È infatti la “governabilità”, ripetono i sostenitori del Sì, la grande conquista realizzata da questa riforma. Riservando la fiducia al governo alla sola Camera, nella quale la maggiore minoranza avrà automaticamente la maggioranza assoluta dei seggi, la sera delle elezioni sapremo non solo chi ha vinto, come ripetono i sostenitori della riforma, ma anche chi sarà il capo che ci governerà per cinque anni, senza limiti, né controlli, né compromessi parlamentari.
Matteo Renzi ripete che non c’è nessuna norma nella riforma che aumenti i poteri del presidente del Consiglio. Di una simile norma, infatti, non c’è affatto bisogno, essendo l’aumento e la concentrazione dei poteri nel governo e nel suo capo l’ovvio risultato dell’esautorazione del Parlamento, della neutralizzazione delle istituzioni di garanzia e dell’indebolimento delle autonomie regionali. Grazie a questo squilibrio nei rapporti tra i poteri, la nostra democrazia parlamentare si trasformerà in un sistema autocratico, verticalizzato e personalizzato, ben più di quanto accada in qualunque sistema presidenziale, per esempio gli Stati Uniti, dove è comunque garantita, oltre alla separazione tra Stati federati e governo federale, la totale indipendenza del Congresso dal Presidente e perciò la separazione del potere legislativo in capo al primo dal potere esecutivo in capo al secondo.
Domandiamoci allora, cosa vuol dire questa decantata governabilità? Può voler dire capacità di governo. In questo senso, certamente, la massima governabilità si è avuta nei primi 35 anni della Repubblica: allorquando – grazie a questa Costituzione, al sistema elettorale proporzionale, alla centralità e rappresentatività del Parlamento e, insieme, alla più forte opposizione e al conflitto di classe più aspro di tutto l’occidente capitalistico – è stata costruita la democrazia e lo Stato sociale e l’Italia, che era tra i paesi più poveri dell’Europa, è diventata la quinta o sesta potenza economica mondiale.
Ma “governabilità”, nel lessico politico odierno, vuol dire soltanto potere di comando, senza limiti dal basso, grazie alla smobilitazione sociale dei partiti, e senza limiti e vincoli dall’alto, grazie al venir meno dei freni e contrappesi e la scomparsa della Costituzione dall’orizzonte della politica. È questa la governabilità inseguita da 30 anni – prima da Craxi, poi da Berlusconi e oggi da Renzi – attraverso la semplificazione e la verticalizzazione dell’assetto costituzionale intorno al governo e al suo capo: una governabilità necessaria alla rapida e fedele esecuzione dei dettami dei mercati.
“Ce le chiede l’Europa”, ripetono i nuovi costituenti a proposito delle loro riforme. Domandiamoci: perché? Perché mai i mercati, l’Unione Europea, l’ambasciatore degli Usa, le agenzie di rating, il gigante finanziario americano JP Morgan si preoccupano della riforma costituzionale italiana, delle nuove competenze del nostro Senato e della nostra legge elettorale? Evidentemente l’Europa, e tramite l’Europa i mercati, ci chiedono di sostituire alla centralità del Parlamento la centralità del governo e del suo capo perché solo così può realizzarsi questa agognata governabilità, cioè l’onnipotenza della politica nei confronti dei cittadini e dei loro diritti, necessaria perchè si realizzi la sua impotenza nei confronti dei grandi poteri economici e finanziari. Solo se avrà mani libere nei tagli alle spese sociali, il governo potrà trasformarsi in un fedele esecutore dei dettami di quei nuovi sovrani invisibili, anonimi e irresponsabili nei quali si sono trasformati i cosiddetti “mercati”.
Si capisce allora il nesso tra la lunga crisi della democrazia italiana nell’ultimo trentennio e l’aggressione alla Costituzione del 1948. All’aggravarsi di tutti gli aspetti della crisi – il discredito e lo sradicamento sociale dei partiti, la loro subalternità all’economia e alla finanza, l’opzione comune e sempre più esplicita per le controriforme in materia di lavoro e di stato sociale – ha fatto costantemente riscontro, nei tanti tentativi di riforma, il progetto di indebolire il Parlamento e di rafforzare il governo tramite modifiche sempre più gravi delle leggi elettorali e della seconda parte della Costituzione repubblicana.
Di nuovo, come sempre, ciò che accomuna tutti questi tentativi, oltre all’argomento della “governabilità”, è l’intento del ceto di governo di far ricadere sulla nostra carta costituzionale la responsabilità della propria inettitudine. Del resto queste riforme costituzionalizzano ciò che di fatto in gran parte è già avvenuto. Già oggi, tra decreti-legge, leggi delegate e leggi di iniziativa governativa, la schiacciante maggioranza delle leggi è di fonte governativa. Già oggi, grazie alle mani libere dei governi, si è prodotto un sostanziale processo decostituente in materia di lavoro e di diritti sociali, con l’abbattimento dell’ultima garanzia della stabilità dei rapporti di lavoro – l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori – e la monetizzazione di farmaci e visite che pesa soprattutto sui poveri, al punto che ben 11 milioni di persone nel 2015 hanno dovuto rinunciare alle cure.
Ebbene, l’attuale riforma punta alla legittimazione popolare e al perfezionamento istituzionale di questo tipo di governabilità, nonché del processo decostituente che ne è seguito, interamente a spese dei soggetti più deboli. Si parla sempre del Pil come della sola misura della crescita e del benessere; mentre si tace sulla crescita delle disuguaglianze e della povertà e sul fatto che, per la prima volta nella storia della Repubblica, sono diminuite le aspettative di vita delle persone.
Dall’esito del referendum dipenderà dunque il futuro della nostra democrazia: la conservazione sul piano normativo e la rivendicazione popolare della restaurazione di fatto del suo carattere parlamentare, oppure la legittimazione e lo sviluppo dell’attuale deriva anti-parlamentare; la riaffermazione della sovranità popolare, oppure la consegna del sistema politico alla sovranità anonima, invisibile e irresponsabile dei mercati; la legittimazione del governo dell’economia e della finanza, oppure la riaffermazione e il rilancio del progetto costituzionale; lo sviluppo degli attuali processi decostituenti, oppure il rafforzamento, contro future aggressioni, della procedura di revisione costituzionale prevista dall’articolo 138, rivelatasi debolissima ed esposta a tutti gli strappi e a tutte le incursioni più avventurose nel nostro tessuto istituzionale.

sabato 26 novembre 2016

Perché voto NO al referendum - Lettera aperta al PD - Walter Tocci


Questo post consente due piani di lettura. Il testo principale sviluppa le argomentazioni in modo - spero - semplice e completo ed è sufficiente a illustrare la mia posizione. I box di approfondimento, invece, trattano argomenti specifici entrando nei dettagli tecnici e storici. Purtroppo il trentennale dibattito istituzionale ha accumulato tanti equivoci che richiedono una critica articolata, ma questa rischia di appesantire il discorso generale. La distinzione permette al lettore di scegliere il livello di lettura secondo i propri interessi.

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Care democratiche e cari democratici, 
avverto il dovere di chiarire le ragioni che mi portano a confermare nel referendum il voto contrario già espresso in Senato sulla revisione costituzionale. Ecco alcuni punti che mi stanno a cuore.



La soluzione senza il problema

C’è pieno accordo tra noi sulla esigenza di riforma del bicameralismo, ma forse proprio per il largo consenso sulla soluzione si è smarrito il problema.
Si è fatto credere che il problema sia la velocità delle leggi, quando è evidente che sono troppe e vengono modificate vorticosamente. L’alluvione normativa soffoca le energie vitali del Paese. Si è drammatizzata la lungaggine della doppia navetta, ma riguarda solo il 3% dei provvedimenti. I più veloci sono anche i peggiori: il decreto Fornero convertito in quindici giorni viene revisionato ogni anno; le norme ad personam di Berlusconi furono come lampi in Parlamento, il Porcellum fu approvato in due mesi circa, ecc.. I tempi sono rapidi quando c’è la volontà politica, soprattutto se negativa.
Bulimia legislativa

La bulimia legislativa è la causa principale del degrado dello Stato italiano. È l’alimento della piovra burocratica, dei contenziosi tra le istituzioni, delle ubbie sulle competenze, dell’ignavia dei funzionari. La normativa ormai è dilagata in tutti i campi, dal fisco, alla scuola, agli Enti locali, alle pensioni, al lavoro, alle procedure amministrative e contabili, ecc. Le chiamiamo ancora leggi ma sono diventate accozzaglie di norme eterogenee e improvvisate che fanno impazzire le amministrazioni, i tribunali e le imprese. Il cittadino non è in grado di comprendere i testi legislativi, deve interrogare i maghi che gli rivelano i misteri delle interpretazioni. Invece di occuparsi del degrado della legislazione, da decenni la classe politica si trastulla con l’ingegneria istituzionale.

Allora, quale è il vero problema? Non è la velocità, ma la qualità. Si dovrebbe rallentare la produzione legislativa - come insegnava Luigi Einaudi – certo non per perdere tempo, ma per approvare poche leggi, organiche, efficaci, leggibili, e delegando i dettagli l'Amministrazione. Per il resto del tempo il Parlamento dovrebbe dedicarsi al controllo degli apparati, all’indirizzo politico e alla verifica dei risultati. 

Si, per fare buone leggi valeva la pena di riformare il bicameralismo. Era meglio eliminare il Senato, imponendo alla Camera maggioranze qualificate sulle leggi di garanzia costituzionale; oppure si poteva specializzare il Senato come Camera di Alta legislazione, priva di fiducia, ma dedita alla produzione di Codici al fine di assicurare l'organicità, la sobrietà e la chiarezza delle norme. Erano soluzioni forse troppo semplici. Si è preferito invece un assetto tanto arzigogolato da pregiudicare perfino l’obiettivo della velocità.

Senato delle Regioni?
  
La qualità della legislazione indotta dalla Camera Alta avrebbe migliorato anche il rapporto con le Regioni, fornendo un quadro organico e certo alle politiche locali e superando per questa via il contenzioso con lo Stato. Del fallimento del Titolo V si è data una lettura fuorviante, come al solito basata sugli effetti e non sulle cause. Si è data ingiustamente la colpa alla legislazione concorrente, che è anzi l’unica strada per un regionalismo cooperativo in un Paese segnato da fratture e differenze storiche. La causa del fallimento, invece, riguarda l'attività del Parlamento, che dopo quella revisione costituzionale avrebbe dovuto procedere con leggi cornice e invece ha continuato a produrre una normativa frammentata, come si evince da tante sentenze della Corte.
La proposta della Camera Alta non è mai riuscita a entrare nel dibattito a causa della diffusa preferenza per il Senato delle Regioni, soprattutto nel centrosinistra e da lunga data. Anche in questo caso, come per il bicameralismo, proprio il largo consenso sulla soluzione ha impedito una chiarificazione prima concettuale e poi giuridica del problema.
Se il problema è di rappresentanza dei territori, essa è assicurata in ogni caso, sia dal senatore eletto direttamente sia dal consigliere regionale. Infatti, già oggi a Palazzo Madama il punto di vista locale è ben presidiato, a volte fino all'eccesso del particolarismo. Il consigliere però esprime una rappresentanza povera e incongruente, poiché non rappresenta la Nazione ma una parte, e non gode effettivamente della libertà del mandato ma è vincolato all'indirizzo della sua istituzione regionale. C'è un'evidente contrasto con l'articolo 67, che pure viene formalmente confermato, non senza ipocrisia.
Se invece il problema è di funzionalità nel rapporto Stato-Regioni, la soluzione è inadeguata o apparente. Il principio di rappresentanza delle istituzioni territoriali è sancito solennemente nel nuovo articolo 55, ma nei fatti viene ridimensionato nell'articolo 70, assegnando al Senato competenze generali di organo dello Stato più che di effettiva titolarità delle autonomie. La mancanza più clamorosa riguarda paradossalmente proprio il Titolo V, nel suo dirimente articolo 117 che definisce il riparto di materie tra Stato e Regioni. Ebbene, proprio queste regole decisive per il buon regionalismo sono sottratte alla garanzia del Senato; rimangono bicamerali solo alcuni aspetti marginali ed è previsto un parere sui poteri sostitutivi statali. Le competenze del Senato sono molto più forti nell'ordinamento comunale che in quello regionale, forse una traccia della prima proposta governativa che prevedeva solo un'Assemblea di cento sindaci. Infatti, è bicamerale la legislazione sulle "funzioni fondamentali dei Comuni" mentre i confini delle funzioni delle Regioni non sono affatto presidiati dal Senato. E' impedito nei fatti quindi il compito di mediazione e di armonizzazione di cui cianciano i discorsi ufficiali.  Almeno per le competenze definirlo un Senato delle Regioni è un inganno politico e giuridico.
Il contenzioso aumenterà a causa di una revisione del Titolo V pensata male e scritta peggio. La definizione di competenze “esclusive” tra locale e nazionale crea un fossato normativo che impedisce qualsiasi mediazione. Eventuali conflitti si risolvono solo con la preminenza di un livello rispetto a l’altro, poiché viene a mancare lo spazio giuridico di composizione prima offerto dalla legislazione concorrente. In essa la funzione statale era limitata ai "principi fondamentali", un'espressione che dopo un decennio di sentenze della Corte aveva ormai trovato una stabilità interpretativa. Ora si ricomincia daccapo, perché le competenze statali sono definite con una formulazione ancora più ambigua - "disposizioni generali e comuni" - che richiederà un'altra lunga esegesi costituzionale nei prossimi anni. L'incontinenza normativa alimenta sé stessa e offre l'humus ai contenziosi.
Molte competenze che prima appartenevano alla legislazione concorrente -istruzione professionale, salute e politiche sociali, governo del territorio, attività culturali - ora ricadono sotto le "disposizioni", le quali però sono legiferate esclusivamente dalla Camera, senza che il Senato possa garantirne la compatibilità con le autonomie territoriali. La verifica di compatibilità che oggi svolge la Conferenza Stato-Regioni sarà in Senato più forte simbolicamente ma meno ampia giuridicamente. Ad esempio, una legge controversa come la Buona Scuola ha avuto un'istruttoria in Conferenza, ma non l'avrebbe in Senato, nonostante il forte ruolo delle Regioni sulla formazione.
Sulla restituzione di poteri al centro si possono avere pareri diversi: da autonomista non pentito rimango contrario, ma proprio chi è favorevole dovrebbe preoccuparsi di compensare nel rapporto Camera-Senato ciò che viene meno nella relazione Stato-Regioni. Invece, le Regioni perdono su entrambi i fronti, non solo meno poteri ma anche debole presidio delle funzioni in Parlamento.
Lo scambio ineguale rivela la vera intenzione della revisione costituzionale: si torna al centralismo statale; a definire in dettaglio le competenze sarà la maggioranza di governo; all'opinione pubblica viene raccontata la vecchia storiella del Senato delle Regioni. Sembra vera perché viene ripetuta da trent'anni.


Potestas 
senza auctoritas in Senato


È un bicameralismo abbondante, frammentario e conflittuale. Il Senato mantiene, seppure in modo contorto e controverso, molti poteri, ma perde l’autorevolezza, diventando il dopolavoro del ceto politico regionale, senza l’indirizzo politico né il simbolo di un'antica istituzione. Bisogna riconoscere che il primo testo del governo mostrava una certa coerenza cambiando anche il nome in Assemblea delle autonomie. Poi è stato reinserito il nome Senato più per una nostalgia rassicurante che per un rango riconosciuto. All'opposto del suo riferimento storico, infatti, è un'Assemblea dotata di potestas ma povera di auctoritas. In tali dosi la prima tende a superare i limiti e la seconda non basta a irrobustire la responsabilità. Il risultato sarà una conflittualità sulle attribuzioni delle leggi, affidata ai Presidenti delle Camere senza soluzione in caso di disaccordo. 

Bicameralismo conflittuale 

Sbagliano gli oppositori nel dire che il Senato è svuotato, anzi mantiene molte competenze, anche se mancano proprio quelle di garanzia per le Regioni. Alcune sono assegnate in modo esplicito (costituzionali, elettorali, ordinamentali, ecc.) e altre verranno per via di probabili battaglie interpretative. Ad esempio, secondo l'articolo 55, il Senato "partecipa alle decisioni dirette.. all'attuazione degli atti normativi e delle politiche europee", le quali però oggi riguardano un campo vasto di regolazione: l'industria, i consumi, l'agricoltura, la formazione, la concorrenza, i diritti della persona, la trasparenza, l'accesso ai beni pubblici, ecc.. Con una formulazione così ambigua - soprattutto la parola "politiche" di incerto significato giuridico - molti provvedimenti - ad esempio quelli sulla crisi bancaria, per limitarsi a esempi di questi giorni - potrebbero rimanere in regime bicamerale. Inoltre, l'articolo 70 mantiene nel bicameralismo paritario l'attuazione delle politiche europee per quanto riguarda le "norme generali", le quali però sono modificate ogni anno con la legge di delegazione europea, senza l'astrazione che sarebbe necessaria, ma sempre in relazione ad argomenti specifici che potrebbero per questa via rientrare nella competenza bicamerale. Anche altri pertugi possono aprire la breccia per la legislazione ordinaria: ad esempio tra le "funzioni fondamentali" degli Enti locali del nuovo articolo 70 è dubbio che si possano escludere argomenti, sempre per rimanere all’attualità, come l'eliminazione della tassa sulla casa, le norme sulle aziende dei servizi e sui demani locali ecc.

Oltre le interpretazioni, mai sopite nel nostro costume, Palazzo Madama ha la possibilità di richiamare provvedimenti di politica di bilancio, e comunque, a richiesta di un terzo dei suoi membri, qualsiasi legge all'esame di Montecitorio.

I costituzionalisti di solito ricorrono alla prova di resistenza, esaminando il caso peggiore, poiché nel caso positivo, quando c'è la saggezza della politica, quasi tutte le istituzioni funzionano bene. Proviamo a immaginare il nuovo Senato in worst case: a) sarà un'assemblea conflittuale e nel contempo consociativa nei confronti del Governo, poiché inasprirà le sue prerogative per ottenere uno scambio su interessi che possono anche essere particolaristici; b) sarà un'assemblea erratica, poiché al suo interno si indeboliranno gli attuali principi d'ordine: i gruppi, la fiducia al governo, e il rapporto maggioranza-minoranza; questo soprattutto tenderà ad esprimersi nella frattura tra Nord e Sud, accentuando la disunione nazionale; c) sarà un'assemblea di competenza incerta, poiché è molto difficile gestire il bicameralismo per materie. Per l'attribuzione a un ramo o a entrambi il disegno di legge deve avere un argomento unico. Lo richiede l'articolo 70, ma rischia di rimanere un pio desiderio perché la bulimia legislativa - malattia niente affatto curata per le ragioni suddette - produce provvedimenti complessi che assemblano norme eterogenee con diversi profili di competenze. Inoltre, sarà difficile impedire che su un disegno di legge di propria competenza la Camera introduca emendamenti di materia senatoriale, creando conflitti in corso d'opera.

Una sola cosa è certa, tutte queste dinamiche produrranno un vasto contenzioso istituzionale. A dirimerlo sarà chiamata la Corte, che dovrà così entrare frequentemente negli interna corporis del Parlamento, in un ambito finora poco coinvolto nella giurisdizione costituzionale.

Il contenzioso verrà alimentato da una pessima scrittura del testo. In certe parti assomiglia a un regolamento di condominio, è come uno scarabocchio sullo stile sobrio della Carta. Ora perfino gli autori dicono che si poteva fare meglio. Quale demone ha impedito di scrivere un testo in buon italiano? Il linguaggio sciatto è sempre il sintomo di un malessere inconsapevole. 



Crisi politica, non costituzionale

L'ossessione nel cambiare la Costituzione è una malattia solo italiana, non ha paragoni in nessun paese occidentale. Eppure tutti i sistemi istituzionali sono prodotti storici e quindi naturalmente difettosi. La Costituzione americana non prevede neppure il decreto legge, ma consente di gestire un impero e alimenta da oltre due secoli una religione civile, nessuno si sognerebbe di modificarne decine di articoli. Sono i governanti che devono compensare con la politica i difetti dell’ordinamento, quando non sanno farlo invocano le riforme istituzionali. Che intanto sono servite a cancellare il tema dell’attuazione della Costituzione. Basta rileggere l’articolo 36: “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Sono principi negati per milioni di italiani, di giovani e di migranti, senza che il rispetto della Carta diventi mai una priorità politica.

Se si rimuovono le cause storico-politiche, il riformismo istituzionale diventa una metafisica senza tempo e senza realtà. Tutto è cominciato quando sono finiti i vecchi partiti, che nel bene e nel male comunque avevano governato il Paese, sia in maggioranza sia dall’opposizione. Da allora il ceto politico non è stato capace o non ha voluto rigenerare strutture politiche adeguate ai nuovi tempi e ha scaricato tale incapacità sulle istituzioni. Si è trasformata una crisi politica in una crisi costituzionale. Alcuni politici si sono dati l’alibi dicendo che volevano spostare le montagne ma le procedure parlamentari lo impedivano.
La decadenza di una nazione comincia quando l'attivismo delle soluzioni oscura la consapevolezza dei problemi. Negli anni della grave caduta della produttività economica, si è parlato solo della produttività legislativa. Da molto tempo l'Italia non riesce ad aprirsi al mondo nuovo, non accede alla società della conoscenza, eppure il discorso pubblico di destra e di sinistra si occupa di un piccolo problema di tecnica parlamentare, fino a ingigantirlo come il principale ostacolo da rimuovere sulla via del progresso. Che il Paese non si possa governare a causa del bicameralismo è la più grande panzana raccontata al popolo italiano nel secondo Novecento. Senza temere il ridicolo, l’establishment promette che il nuovo articolo 70 aumenterà il PIL; ora si promette anche la lotta al terrorismo e altro ancora! È un sacco vuoto che può essere riempito di ogni cosa.



Servire, non servirsi della Carta

All'inizio c'era almeno un'intenzione costruttiva, che le riforme servissero a stimolare il rinnovamento dei partiti. Anche io ho creduto in tale opera pia, ma era come il tentativo del barone di Münchausen di sollevarsi da terra tirandosi per il codino. Non era possibile che i partiti in caduta verticale di idee e di consensi avessero miracolosamente la capacità di riscrivere la Carta. Con il risultato che la crisi politica non curata è degenerata nel discredito del ceto politico e le riforme istituzionali sono sempre fallite. Sono state numerose - basta con la storiella delle occasioni mancate! – ma si sono rivelate sbagliate perché motivate solo da interessi politici contingenti, non da progetti costituzionali: il Titolo V della sinistra per rincorrere la Lega; la riforma del 2005 per frenare la crisi di Berlusconi; lo jus sanguinis del voto all'estero per legittimare Fini; il pareggio di bilancio per celebrare Monti. Oggi si ripete l’errore con maggiore impeto: si riscrive la Carta per legittimare un governo privo di un programma presentato agli elettori e per prolungare il Parlamento addirittura come Assemblea Costituente, pur essendo costituito con legge elettorale illegittima.

Che vinca il Si o il No, comunque è una revisione costituzionale senza futuro. Non può durare nel tempo perché è scritta solo dal governo attuale, non è frutto di un’intesa, anzi alimenta la discordia nazionale. Lo so bene che alcuni si sono sfilati per misere ragioni, ma dalla nostra parte non si è cercato sempre uno spirito costituzionale. Anzi, è prevalsa l’illusione che “spianare gli avversari” – come si dice oggi con lessico desolante – potesse rafforzare la leadership del PD.

Provo un senso di pena per chiunque motivi la revisione della Carta con la lotta alla Casta del Parlamento. La riduzione dei costi degli eletti c’è già stata e si può fare di più con le leggi ordinarie. Se invece si scomoda la Costituzione è solo per impressionare l’opinione pubblica. Il populismo di governo è tanto sguaiato quanto inefficace, perché non batte neppure l’originale grillino, come si è visto alle elezioni.
E racconta mezze verità. La riduzione del numero dei parlamentari c'è solo nel Senato che perde rango, ma non nella Camera che aumenta il potere. Eppure proprio il numero dei deputati, in rapporto alla popolazione, è tra i più alti in Europa. I “rottamatori” non hanno avuto il coraggio di deliberare per una Camera più piccola, come invece seppero fare la destra nel 2005 e la sinistra nel 2007.



L'illusione della decisione imperativa

Con la scusa di riformare il bicameralismo, e con l’aggiunta dell’Italicum, in realtà si cambia la forma di governo, senza neppure dirlo. È il “premierato assoluto” tanto temuto da Leopoldo Elia: un leader in partenza minoritario può vincere il ballottaggio e conquistare il banco, non solo per governare il paese, ma per modificare a suo piacimento le regole e le istituzioni di tutti. Ormai se ne è accorto anche il presidente Napolitano del pericolo di “lasciare la direzione del Paese a una forza politica di troppo ristretta legittimazione nel voto del primo turno”.

Il paradosso più grande è che da trent'anni i governi ricevono maggiori poteri, ma ottengono consensi sempre minori. La concentrazione del potere non solo non ha portato benefici al Paese, ma viene da pensare che ne abbia assecondato la crisi. Invece di "cambiare verso", si realizzano i vecchi propositi con maggiore lena: l'esecutivo domina il legislativo, la Camera prevale sul Senato, il premio di maggioranza non è compensato dai diritti della minoranza, i capilista si allontanano dal controllo degli elettori, i voti di chi vince valgono il doppio di quelli di chi perde, il capo di governo o comanda sulla Camera o ne chiede lo scioglimento, facendo pesare la legittimazione ottenuta nel ballottaggio. Infine, ritorna la supremazia dello Stato sulle Regioni. Dopo l'ubriacatura del federalismo si torna indietro al centralismo statale, di cui ci eravamo liberati con entusiasmo. Si passa da un eccesso all'altro, senza mai cercare la misura in una cooperazione tra nazionale e locale. Un vero salto di qualità del regionalismo italiano si avrebbe solo con la riduzione del numero delle Regioni, alcune sono grandi quanto un municipio romano. Sarebbe anche l'occasione per superare gli Statuti speciali nati ai tempi della guerra fredda e divenuti ormai relitti storici. Purtroppo proprio le decisioni più importanti sono rinviate sine die. Nelle partite difficili i riformatori muscolari gettano la palla in tribuna.

Da che cosa viene la voglia smodata di concentrare il potere? Nei momenti di crisi è più facile cadere nelle illusioni. La più ingannatrice è che la complessità italiana possa essere risolta dalla decisione imperativa. Eppure essa è innaturale per il carattere italiano, è antistorica per la Repubblica costituzionale, ed è anche inefficace per un'Amministrazione debole come la nostra. 
Il decisionismo della chiacchiera

La decisione è inefficace perché lo Stato non solo non ha l'imperio, ma neppure l'autorità necessaria, tanto meno dopo il degrado degli ultimi tempi. In certe regioni viene meno perfino la funzione fondativa di presidio del  territorio. Non a caso l'unico decisionismo riuscito, quello fanfaniano, seppe costruirsi un “secondo Stato" con le Partecipazioni Statali. Dopo abbiamo avuto solo "decisionisti della chiacchiera" che promettevano i miracoli mentre degradavano le strutture statali necessarie per realizzarli. Inoltre, se la decisione non è sostenuta da grandi idee si riduce a una narrazione mediatica di provvedimenti amministrativi di scarsa portata. Come insegna l'esperienza del bipolarismo italiano, dare più forza a esecutivi sprovvisti di un progetto Paese produce solo burocrazia che soffoca i mondi vitali.

La ricerca affannosa della reductio ad unum sembra una terapia e invece è la malattia. La fortuna del Paese è quando molti si danno la mano. Dal centralismo sono venute solo dissipazioni di risorse, ritardi storici e anche lutti e rovine. Le buone leggi si scrivono quando la politica non fa tutto da sola, ma aiuta la generatività sociale, ha fiducia nel Paese e ne viene ricambiata. I frutti migliori dello spirito italiano sono sempre venuti dalla molteplicità. 

I frutti migliori

Il meglio della scuola italiana - l’elementare e l’infanzia, l’integrazione dei disabili, gli istituti tecnici della ricostruzione industriale - è nato da esperienze innovative che poi la politica ha saputo diffondere nel Paese. Da venti anni si riforma la scuola dall'alto, con le “riforme epocali” che hanno prodotto solo norme asfissianti. Il meglio dell'economia è stato generato nei distretti produttivi, mentre la politica economica pensava solo al debito. Il meglio dell'identità nazionale vive nella rete delle città, ma la politica nazionale non si accorge neppure di avere un asso nella manica per la competizione internazionale. La concentrazione del potere esprime una doppia sfiducia: della società verso la politica e di questa verso sé stessa. Mettere il sigillo costituzionale a uno - speriamo temporaneo - stato d'animo depressivo del Paese vuol dire pregiudicarne la guarigione nel futuro.



Il piccolo mondo antico di Aldo Bozzi

Vorrei che i giovani politici ci chiamassero a realizzare nuove ambizioni. Mi rattrista vederli cincischiare con il piccolo mondo antico di Aldo Bozzi, un vero signore, dall'aspetto ottocentesco, che calcava la scena quando molti di loro non erano ancora nati. Dopo il fallimento della sua prima Bicamerale, molti ci rimasero male, ma li tranquillizzò Norberto Bobbio: le riforme istituzionali - secondo lui - erano solo fanfaluche utilizzate per eludere i veri problemi della democrazia italiana. Eppure, il programma di allora è proseguito fino a oggi, sempre la stesso, con piccole varianti. A forza di raccontarlo come il nuovo è invecchiato prima di essere attuato, perché erano sbagliati i problemi da cui partiva. Per trent'anni i politici hanno ripetuto che la governabilità era più importante della rappresentanza. Quasi la metà del popolo li ha presi in parola disertando le urne.

Dell’ingovernabilità

Oggi i paesi europei sono diventati ingovernabili proprio per eccesso di governabilità. A forza di verticalizzare, la decisione si è allontanata dalla vita reale e i popoli, ormai sprovvisti di rappresentanza, si ribellano nelle forme spurie che l'establishment definisce "populismo" solo perché non le capisce. Per trovare nella storia europea una frattura tanto profonda tra élite e popolo bisogna risalire all'età dell'Assolutismo.
Il pilota automatico ha sostituito la politica, proprio quando essa dovrebbe saper parlare alle menti e ai cuori dei cittadini per affrontare i conflitti del nostro tempo: pace e guerra, religione e tolleranza, accoglienza o rifiuto, tecnica e vita, sviluppo e sostenibilità.
La politica ha saputo mediare i grandi conflitti del Novecento: capitale-lavoro, città-campagna e Stato-Chiesa. Oggi invece rischia di inasprire i conflitti, o perché rimane estranea ai grandi problemi o perché ne strumentalizza gli effetti. Niente sarà più come prima. Lo spirito anglosassone, dopo aver forzato la globalizzazione, oggi è tentato dall'isolazionismo su entrambi i lati dell'Atlantico. La vecchia Europa, dopo aver voltato le spalle al Mediterraneo, si accorge troppo tardi che dal Mare Nostrum sorgono tutti i suoi problemi, le migrazioni, la guerre, il terrorismo, le dittature imbarazzanti. L’Occidente non è più una guida, neppure per sé stesso.
Nell’inquieto mondo nuovo l'ingovernabilità sembra un destino e ha bisogno di grande politica. Nel piccolo mondo antico di Aldo Bozzi, invece, era un problema di ingegneria istituzionale e si risolveva ridimensionando la politica.

Le consunte ricette della politologia sono state bruciate dagli eventi. Siamo corsi dietro il modello Westminster, ma il bipolarismo non esiste più neppure in quel paese. Invece di convincere gli elettori astensionisti, si è tentato di sostituirli con i premi di maggioranza. Invece di confrontarsi sui programmi di governo, i partiti si distinguono sulle leggi elettorali.

La legge elettorale senza fine

Abbiamo sfogliato l’atlante dei sistemi elettorali - il tedesco, lo spagnolo, l’inglese, perfino l’australiano e il greco – per approdare infine a una soluzione che non assomiglia a nessuno; la migliore del mondo si diceva solo qualche mese fa, ora si scopre che favorisce la vittoria di Cinque Stelle, ma non ci voleva molto per capirlo prima. È stata approvata ponendo la fiducia al governo, è invecchiata prima di essere applicata. Succede quando il culto della velocità porta a legiferare prima di pensare.
Però confesso di non riuscire ad appassionarmi più di tanto ai dettagli delle leggi elettorali. Certo, come ex-deputato di collegio ricordo la bellezza del rapporto diretto con gli elettori: passeggiavo nel mio quartiere romano, prendevo i rimbrotti dei cittadini, erano esigenti con me ma fiduciosi di essere ascoltati. Quando il Porcellum ha rotto il rapporto diretto eletto-elettore è cominciata la discesa rovinosa della classe politica italiana. L’unico strumento che funzionava è stato sostituito dai peggiori, i nominati e le preferenze. Tuttavia, quando si discute dei dettagli delle leggi elettorali, a volte mi sembra che tutti abbiano torto e insieme anche ragione; infatti non c’è nessun leader italiano che abbia mantenuto la stessa posizione nel corso del ventennio, e spesso uno rimprovera a l'altro proprio la sua precedente posizione. Anche il dibattito elettorale verte sempre e solo sulle soluzioni, mai sui problemi.

Ha dominato da noi un imperativo quasi inesistente in Europa: la sera delle elezioni al telegiornale si deve sapere chi governa. Però nella Seconda Repubblica nessun governo è poi riuscito a vincere le elezioni successive, nonostante la prosopopea della stabilità. 

Forse quell’imperativo è sbagliato, perché orienta la politica solo alla sera delle elezioni, non alla duratura guida del Paese. Spinge i partiti a diventare mere macchine elettorali, senza progetto culturale e senza radicamento sociale. Le classi politiche perdono il contatto sia con l'invenzione progettuale sia con la realtà popolare e si abbarbicano alle macchine amministrative. Un altro paradosso del nostro tempo è che voleva privatizzare ogni cosa e invece ha finito per statalizzare la politica. I politici statalizzati non maneggiano gli strumenti sociali e culturali necessari a governare il cambiamento, sanno solo scrivere leggi e ne approvano tantissime. Ma la bulimia legislativa è un segno di impotenza del governo.

Meno leggi, più riforme

L’impotenza ha lasciato una traccia perfino nel linguaggio. Solo in Italia si chiama “riforma” la mera approvazione di una legge. La vera riforma è un processo complesso e multiforme che richiede cambiamenti di mentalità, modelli organizzativi, formazione degli operatori, mobilitazione degli attori, verifica dei risultati. Magari serve anche una nuova norma, ma se è solo produzione di leggi non ottiene altro che burocrazia. È stata annunciata recentemente la “riforma” della Pubblica Amministrazione, che è appunto una legge di 22 mila parole, circa il doppio della legge Bassanini. In molti casi riscrive norme esistenti solo per annunciarle di nuovo ai media, senza curare le cause della mancata applicazione. Per migliorare la funzionalità degli uffici pubblici ci sarebbe bisogno esattamente del contrario, si dovrebbero eliminare 22 mila parole nelle leggi vigenti, e nel contempo ingegnerizzare i processi organizzativi, motivare le persone, ringiovanire i quadri e valorizzare le figure tecniche. “Riformare” la PA scrivendo altre norme è come curare un alcolista con una bottiglia di cognac.

Occupiamoci del futuro e lasciamo agli storici la spiegazione della lunga vacanza dalla realtà che la politica si è presa giocando con l’orsacchiotto di pezza delle riforme istituzionali. La Carta si può anche modificare, ma occorre l'umiltà per fare meglio dei padri e la lungimiranza per lasciare un'eredità ai figli. Entrambi i compiti sono stati mancati dalla mia generazione e dalla successiva. Vorrà dire qualcosa se da venti anni tutte le revisioni sono fallite.
Un giorno verrà una classe politica capace di guidare il Paese e ce ne accorgeremo proprio dalla bontà dei miglioramenti che apporterà alla Costituzione. Nel frattempo non siamo così disperati da applicare anche alla Carta l'ordinario "riformismo purchessia" che accetta tutto anche se poco va bene. Il bicameralismo è certamente un difetto da correggere, non lo nego, ma in una graduatoria di importanza sarà forse il centesimo; con la vittoria del NO la classe politica dovrà occuparsi dei 99 problemi più importanti dell'Italia.


Cambiare il PD è una riforma costituzionale

Nel paese del melodramma si mettono in scena le tragedie anche su problemi inesistenti. Se il NO vince non è l’apocalisse. Chi ha alimentato il panico saprà anche sgonfiarlo. Ammiro gli inglesi almeno per la forma, certo non per il contenuto della sciagurata Brexit, quella si una scelta davvero dirimente per il Paese. Il partito conservatore ha bruciato il suo leader e i due probabili successori, ma in poche settimane ha trovato un quarto leader, una donna, e ha ripreso il cammino del governo. Ecco a cosa servono i partiti, a risolvere le crisi, da noi invece si utilizzano le crisi per annichilire i partiti.

Si dirà che il PD non è solido come i Tories, ma se non ci pensiamo normali non lo diventeremo mai. Si teme che non regga una smentita al referendum, forse perché a differenza dei partiti europei dipende esclusivamente dalla persona che lo rappresenta. Non solo oggi, da quando lo abbiamo fondato - sono ormai dieci anni - il PD si è occupato solo della leadership, tutto il resto è andato in secondo piano: il progetto Paese, la cultura, l'organizzazione, la selezione dei dirigenti. Ma è proprio di queste carenze che poi rimangono vittime i leader. Dopo lo slancio iniziale smarriscono le promesse perché non hanno lo strumento per realizzarle. È successo con Veltroni e con Bersani, e rischia di ripetersi con Renzi.

La Costituzione è difettosa soprattutto nell'articolo 49, poiché oggi mancano i partiti per "concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale". Non basta la nuova legge sui partiti se non si riforma la sostanza della politica. Cominciamo almeno dalla nostra parte. Cambiare il PD è già una riforma costituzionale.


Postilla

Care democratiche e cari democratici, voterò NO al referendum utilizzando la libertà di voto che il nostro Statuto consente in materia costituzionale. Il dissenso è una bevanda amara da prendere in piccole dosi, quindi cerco di esprimerlo nelle forme strettamente necessarie. Non ho aderito al comitato per il NO, pur condividendone il compito, partecipando alle iniziative e stimando tanti cari maestri che lo rappresentano. Qui ho espresso le mie personali motivazioni, ma credo ci siano nel PD tanti militanti ed elettori che con argomentazioni diverse condividono la scelta per il NO. 

Sarebbe utile ritrovarsi in una dichiarazione comune e promuovere momenti di confronto e di approfondimento; ancora lo Statuto consente di esprimere in forma collettiva una scelta diversa da quella della maggioranza. Potremmo contribuire al dibattito referendario con una motivazione critica, ma rispettosa della posizione ufficiale. Sarebbe un altro buon esempio di democrazia del PD, e aiuterebbe a superare le personalizzazioni e le drammatizzazioni che si sono rivelate inutili e dannose. I democratici per il No possono contribuire a una discussione di merito sul significato del referendum.

Quindici ragioni per cui votare No (e sono anche poche) – Cave Asinus



“Basta un Sì” è lo slogan principale del comitato pro riforma che, forse qualcuno non lo sa, è il comitato del governo, gestito dallo staff del premier Renzi, di chi la riforma l’ha scritta e ora la propaganda a pieni polmoni, insomma.
“Basta un Sì” per fare cosa, esattamente? Per “cambiare”, ripetono, altrimenti “resta tutto come ora”. Ma il cambiamento in astratto non esiste: può anche non essere buono e per questo, il cambiamento, bisogna contestualizzarlo valutandolo nel merito, non accettarlo a prescindere. Ergo, “cambiamento” non è sinonimo di “miglioramento”.
Nessuno di noi firmerebbe neanche un contratto telefonico sulla fiducia di chi ce lo sta vendendo.
Chi vuole mantenere, come recita il facile e fuorviante slogan, “tutto come ora” è perché ritiene, fatto il bilancio dopo aver letto la riforma, che il cambiamento prodotto sarà peggiorativo della situazione attuale. Perché, dunque, cambiare in peggio?
Michele Ainis, giurista e costituzionalista: “‘In Italia si tentano riforme costituzionali da trent’anni, senza cavare mai un ragno dal buco. Questa è l’ultima spiaggia’. Falso: dal 1989 in poi sono state approvate 13 leggi di revisione costituzionale, che hanno corretto 30 articoli della nostra Carta e ne hanno abrogati 5. Se il sistema, nonostante le medicine, non guarisce, significa che la cura era sbagliata. Dunque le cattive riforme procurano più danni del vuoto di riforme”.
1. Voto No perché in termini di produzione legislativa l’Italia non ha un deficit di velocità ma di qualità. I numeri dimostrano chiaramente che il Parlamento italiano approva più leggi di tutti gli altri Paesi europei ed è secondo solo alla Germania. Tra il 2008 e il 2013 il Parlamento ha licenziato la bellezza di 391 leggi.
Stando ai dati raccolti da Openpolis dall’inizio di questa legislatura Camera e Senato hanno discusso e approvato 252 leggi. Di queste, solo 50 hanno richiesto la navetta parlamentare: appena il 19,84%. Se consideriamo le leggi di iniziativa governativa il numero scende ulteriormente: il 15,27% ha necessitato di più letture. In totale il ping pong tra Camera e Senato (che la riforma non abolisce) si è verificato solamente per 1 legge su 5.
In questa legislatura, dal Jobs Act alla Buona scuola, le leggi sono tutte state scritte e approvate in tempi fulminei, però questa velocità non ha generato buone riforme.
Se i problemi – dicono loro – sono una Costituzione troppo “vecchia” e il bicameralismo paritario, come mai gli Stati Uniti, che hanno una Carta scritta oltre 200 anni fa e un sistema bicamerale identico a quello italiano, non se ne sono mai accorti?
2. Voto No perché le riforme davvero necessarie per lo sviluppo del Paese sono quelle su una seria lotta alla corruzione e all’evasione fiscale, l’esatto contrario dei condoni (“rottamazione delle sanzioni”) e degli scudi fiscali (“voluntary disclosure”). Non è certo colpa della Costituzione se ogni anno l’Italia è puntualmente collocata in fondo a tutte le classifiche.
L’on. Violante, ospite da Mentana per il confronto con il prof. Montanari (in rappresentanza del No), ha demolito in pochi secondi mesi e mesi di campagna del Sì ammettendo candidamente che il problema italiano non è istituzionale ma politico. Cioè dei politici arrivisti e incapaci voglio piegare la Costituzione – legge fondamentale – ai loro vizi.
3. Voto No perché il bicameralismo paritario non viene abolito ma incasinato. Contraddittoriamente allo slogan “semplifichiamo” la riforma sostituisce gli attuali due iter parlamentari con dieci contorti meccanismi, tutti diversi tra loro che cambiano procedure e tempi a seconda della materia, tutto fuorché chiara, ingolfando così i lavori in Parlamento e creando contenziosi tra le camere (artt. 70, 71, 72, 73). È lo stesso comma 6 dell’art. 70 a prevedere ingorghi e litigi, non configurando però alcuna soluzione perché se i presidenti di Camera e Senato non giungono ad un accordo nessuno sa come procedere. Tanto sono stati veloci da essersi dimenticati di scriverlo.
4. Voto No perché il Senato da camera alta si trasformerà in una camera delle clientele.
Nel Bundesrat tedesco, incredibilmente citato come esempio dagli stessi sostenitori della riforma, i senatori sono delegati dei Lander, hanno vincolo di mandato e sono obbligati a votare compatti. Se il Land della Bassa Sassonia si esprime a favore della legge “A”, tutti i suoi rappresentanti nel Bundesrat devono votare in quel modo. In caso di disaccordo hanno l’obbligo di astenersi. Come voteranno i colleghi italiani? Ognuno come gli pare, presumibilmente per meri interessi partitocratici o per riconoscenza verso chi li ha mandati a Roma regalando loro l’immunità parlamentare (art. 67).
5. Voto No perché un Senato al quale viene riconosciuto, tra i tanti compiti, il pieno potere di iniziativa legislativa (art. 71), il potere di revisione costituzionale (art. 70), di elezione del presidente della Repubblica (art. 83) e di nomina di parte dei giudici della Corte costituzionale (art. 135) non può essere composto da politici nominati e liberi da qualsiasi mandato (artt. 57, comma 2 e 67). Il Senato attuale si differenzia da quello della riforma sostanzialmente per la non elettività e l’impossibilità di controbilanciare lo strapotere della soverchiante Camera, governata da una minoranza. Per il resto manterrà gran parte delle attuali competenze, ma a questa parità di funzioni corrisponde, appunto, disparità di elezione.
Chi vota No sceglie di tenersi quanto di buono c’è: “I senatori sono eletti a suffragio universale e diretto dagli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di età. Sono eleggibili a senatori gli elettori che hanno compiuto il quarantesimo anno”. Art. 58
6. Voto No perché un testo solenne come la Costituzione dev’essere chiaro e comprensibile. Quello della riforma è ambiguo, prolisso e cavilloso come un milleproroghe: solo lo sterminato articolo 70 rinvia ad altre disposizioni per ben undici volte.
Il testo in alcuni punti è addirittura contraddittorio: i commi 2 e 5 dell’articolo 57 sono antitetici.
Questa riforma sembra una cambiale in bianco tante solo le disposizioni transitorie previste dall’art. 39, ovviamente ancora tutte da definire. Ancora peggio l’articolo 64, che demanda i poteri delle opposizioni ad futuro regolamento da scrivere e approvare a maggioranza assoluta, quella maggioranza assoluta – 340 seggi su 630 – eletta con l’Italicum. Intascato il premio, sarà il governo a dettare. Firma e stai sereno.
7. Voto No perché il risparmio diretto e accertato ammonta ad appena 57,7 milioni (Ragioneria dello Stato, cioè il governo). La riduzione dei costi è demagogica e irrilevante e non giustifica minimamente la modifica di 47 articoli della Costituzione. Un risparmio così irrisorio rischia pure di ridursi a fronte dei cospicui rimborsi spese che spetteranno ai consiglieri-senatori per le trasferte a Roma: tra viaggio, vitto, alloggio, portaborse, segreterie etc il conto sarà salato.
Se avete cercato invano un pezzo di carta ufficiale che documenta i 500 milioni pubblicizzati dal governo, non temente: non lo avete trovato perché semplicemente non esiste. Parleranno delle Province, voi fategli leggere questo: http://www.provincia.roma.it/news/dalla-provincia-di-roma-alla-citt%C3%A0-metropolitana
Sventolare un risparmio è solo un fumogeno per nascondere gli aspetti davvero importanti della riforma. La Costituzione in ogni caso non ha nulla a che vedere con i soldi. La spesa pubblica si riduce, ad esempio, attraverso il taglio delle partecipate, ma questo governo ha respinto senza una valida motivazione sia il piano di Cottarelli che quello di Perotti.
8. Voto No perché difronte la crescente disaffezione degli elettori verso la politica la soluzione è allargare gli strumenti partecipativi, non ridurli. Per le leggi di iniziativa popolare saranno triplicate le firme: dalle attuali 50 mila si passerà a 150 mila (art. 71, comma 3).
Per i referendum abrogativi il quorum si riduce solo se le firme raccolte da 500 mila raggiungono quota 800 mila (art. 75, comma 4). Le modalità di attuazione degli altri Istituti, come pure i tempi di discussione per le leggi di iniziativa popolare, sono rimandati a regolamenti da scrivere in un futuro non definito (art. 71, comma 4). Anche qui, firma e stai sereno.
Per effetto dei capilista bloccati previsti dall’Italicum gran parte dei deputati (il 60,8%,  secondo i calcoli dei senatori del Pd Fornaro e Pegorer) saranno nominati dai capi-partito. A questi si aggiungono 100 senatori, pure loro nominati. La riduzione della partecipazione dei cittadini alla vita politica è dovuta anche all’impossibilità di eleggere gran parte dei deputati e nessun senatore, né consigliere né sindaco.
Dunque a spadroneggiare in un Parlamento che rappresenta quattro gatti sarà la falsa maggioranza monocolore messa al vertice della piramide dal premio dell’Italicum.
9. Voto No perché una minoranza non può ritrovarsi al governo e legiferare senza ostacoli e limiti (“decidere velocemente”, come ammettono gli stessi promotori) in virtù di un premio di maggioranza sconsiderato affiancato da una Costituzione priva di contrappesi e garanzie (il Senato sarà escluso dal sistema fiduciario e i diritti delle minoranze non codificati – artt. 94 e 64). Negli ultimi anni abbiamo assistito inermi alla drastica riduzione della linea che separa il potere esecutivo (governo) da quello legislativo (Parlamento). La riforma spazza via quel poco che resta accentrando ulteriormente il potere nelle mani di pochi che avranno il controllo permanente dell’agenda parlamentare in forza anche dell’Istituto della decretazione d’urgenza inserito in Costituzione (art. 72, comma 7).
La storia insegna che l’eccessiva “semplificazione”, senza le dovute contromisureproduce delle stortureLa fiducia in capo alla sola Camera era prevista già nello Statuto Albertino, che resse tutta l’Italia monarchica, ventennio fascista compreso. Discorso identico per il premio alla lista assegnato dall’Italicum, presente già nella legge Acerbo, altro pilastro del regime fascista.
10. Voto No perché per deliberare lo stato di guerra sarà sufficiente la maggioranza assoluta della sola Camera dei deputati, quella eletta con l’Italicum, tra l’altro. Sarà cioè il partito al governo a decidere sulle missioni militari senza che nessuno possa opporsi (art. 78). Questa criticità non potrà essere superata neppure con l’accordo farlocco firmato da Cuperlo. Il premio di maggioranza non è oggetto di discussione.
11. Voto No perché la riforma non è innovativa e cancella qualsiasi forma di autonomia locale radendo al suolo il principio di decentramento previsto dall’art. 5. Un governo onnipotente potrà decidere arbitrariamente calpestando ripetutamente le istituzioni territoriali. Benché, dicono i sostenitori della riforma, il Senato sarà una “camera delle autonomie”, proprio le autonomie locali scompaiono in quanto non avranno alcuna voce in capitolo in materia di tutela dell’ambiente e del territorio, di infrastrutture e di grandi opere (lettere v e z, comma 2, articolo 117). Quello che dovrebbe essere un “interesse nazionale” sarà invece deciso secondo l’interesse di pochi. Che si tratti di gasdotto o ponte sullo stretto, pioveranno insindacabili ordini dall’alto.
Ma anche per quelle poche materie ancora di competenza delle Regioni lo Stato, per mano del governo, ovvero la minoranza trasformata in maggioranza dall’Italicum, potrà comunque imporre il suo volere attraverso la clausola di supremazia (art. 117, comma 4).
Il ritorno indiscriminato al centralismo non servirà neppure ad eliminare i contenziosi tra Stato e Regioni (diminuiti nel corso degli anni) perché le materie concorrenti rientreranno dalla finestra nella forma di materie trasversali (nel testo, “disposizioni generali e comuni”, che non delinea un chiaro confine tra le prerogative dello Stato e quelle delle Regioni).
12. Voto No perché la riforma non è stata concepita e scritta nell’interesse dell’Italia e di noi cittadini. A tal proposito è sufficiente leggere la relazione del governo n. 1429 dell’8 aprile 2014. Gli obiettivi della riforma sono “lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale”. Riassumendo: più potere al governo e cessione di sovranità ad Istituzioni sovranazionali non democraticamente elette come l’Unione europea. Soprattutto attraverso gli articoli 70 e 117 si creerà un rapporto diretto e vincolante tra Ue e Stato, con il ruolo del Parlamento del tutto inutile.
13. Voto No perché per ammissione degli stessi fautori questa è una riforma che rafforza il governo e indebolisce il Parlamento e l’accentramento dei poteri inevitabilmente intaccherà, più di quanto non avvenga già ora, i princìpi stabiliti nella prima parte. È infatti attraverso la seconda parte della Costituzione che si attuano i princìpi e i valori sanciti nella prima.
14. Voto No perché il governo non può impossessarsi del potere costituente. Lo stesso statuto del Pd ammonisce che la Costituzione “non è alla mercé della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri. Il Partito Democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità, a metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza”. Se non bastasse l’esecutivo che ha approvato questa riforma è sostenuto da una falsa maggioranza, e per giunta di nominati (sentenza 1/2014 della Consulta). Senza il premio incostituzionale del Porcellum il Pd avrebbe 180 seggi e con questi numeri la riforma non sarebbe passata. Ma neanche il truffaldino premio di maggioranza è stato sufficiente perché la riforma fosse approvata. Il governo ha adottato qualsiasi tipo di forzatura, lecita e non, per aggirare il Parlamento: ricattiepurazioni dei dissidenticangurisedute fiume.
Per meglio rendere l’idea: l’Assemblea costituente, eletta con sistema proporzionale puro, approvò la Costituzione con 458 voti favorevoli e 62 contrari.
15. Voto No perché la Costituzione non sia stravolta ma ammodernata e revisionata ponderatamente, secondo reali esigenze e per il bene del Paese, con interventi mirati e razionali che davvero producono un miglioramento, coinvolgendo tutte le forze politiche per giungere al risultato condiviso richiesto dall’art. 138. Questa riforma, nonostante diktat e ricatti, in nessuna delle sei votazioni ha ottenuto la maggioranza qualificata dei due terzi (il 66%).
Due alternative: la sfiducia costruttiva, per garantire maggiore stabilità, e una commissione di conciliazione come la conference committee statunitense, per sanare eventuali disaccordi tra le camere.
Una postilla. Hanno firmato l’appello per il No tutti i più importanti e autorevoli costituzionalisti italiani, dei più diversi orientamenti politici e culturali, fra i quali 10 presidenti emeriti e 10 vicepresidenti emeriti della Corte costituzionale. Se nessun giurista di questo livello è presente nel comitato del Sì, un motivo ci sarà.
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