Secondo il 18° Rapporto CREA Sanità¹, al SSN mancano almeno 50 miliardi di
euro per avere un’incidenza media sul PIL analoga agli altri Paesi EU. Rispetto
ai quali la spesa sanitaria del nostro Paese registra, nel 2021, una forbice
del 44% in meno di spesa pubblica.
Secondo il Rapporto, nel 2021 il finanziamento pubblico si ferma al 75,6% della
spesa contro una media EU dell’82,9%. La spesa privata ha raggiunto 41 miliardi
di euro (il 2,3% del PIL, contro una media EU del 2,0%): oltre 1.700 euro a
nucleo familiare, il 5,7% dei consumi.
Durante la scellerata gestione del Covid, solo le famiglie appartenenti al 20%
più abbiente hanno potuto contrastare le difficoltà di accesso ai servizi del
SSN con un aumento della loro spesa privata.
In Italia mancano decine di migliaia di operatori sanitari rispetto alla media
europea e al reale fabbisogno (grafici 4, 5, 6 e 7): medici ospedalieri (ne
dovremmo assumere 15.000 l'anno per i prossimi 10 anni), medici di famiglia
(5.000 in meno negli ultimi 5 anni) e infermieri (ne mancano 250.000).
Il diritto di accesso universalistico e gratuito alle cure, insieme a quello
all'Istruzione, sono - dovrebbero essere - i pilastri su cui si fonda uno Stato
impegnato a ridurre le disuguaglianze anzichè aumentarle.
L'esatto contrario di quello che viene fatto dai Governi italiani degli ultimi
30 anni.
articoli, video, immagini di Vauro, Giuseppe Masala, Ennio Remondino, Domenico Quirico, Alberto Negri, Salvatore Fazio, Thierry Meyssan, Roberto Iannuzzi, Scott Ritter, Pierre De Gaulle, Vitaly Alekseienko, Aurelio Juri, Pepe Escobar, Enrico Tomaselli, Manlio Dinucci, Stefano Orsi, Nicoli Lilin, Giacomo Gabellini, Francesco Masala, Giulio Palermo, Giuseppe Germinario, Max Bonelli, GianAndrea Gaiani, Vittorio Nicola Rangeloni, Maurizio Vezzosi, Rete No War, Andrea Zhok, Disarmisti esigenti
La partita a poker dei mandanti – Francesco Masala
La gentaglia che governa il mondo occidentale (un miliardo di persone, dicono, su otto miliardi; in realtà molti di meno, visto che di quel miliardo solo metà, più o meno, è d’accordo con l’invio delle armi) continua la sua partita a poker.
La guerra degli Usa contro la Russia continua, all’Europa, utili idioti, fanno credere che con una coppia di 10 si ha la vittoria in tasca, e che la guerra contro la Russia era solo una guerra come quella contro Panama.
Ad aprile, quando i morti dell’operazione speciale erano solo poche migliaia, Zelensky stava per firmare la resa contro la Russia, poi gli inglesi hanno riempito Zelensky di stupefacenti e altre cose, e non ha capito più niente.
Da allora chi ha la coppia di 10, prima di accettare la sconfitta, continua a scommettere sempre di più.
Gli stati europei hanno perso competitività a favore degli Usa, il gas russo a buon prezzo è un ricordo, l’esoso gas Usa sarà una realtà, le armi europee regalate al regime corrotto dello stato ucraino (e distrutte dall’esercito russo) saranno rimpiazzate da armi Usa, nel prossimo futuro.
E gli stati europei continuano la partita a poker, sempre meno convinti di vincere, ma la libertà di agire dei servizi segreti ucraini è sacra, finché dura.
L’Europa è disposta a morire per il suonatore penico Zelensky? Vuole continuare fino alla disintegrazione della Russia?
Ci vorrebbe Samuel Beckett, a dichiarare la Fine della partita, purtroppo è morto alla fine del 1989.
Il verdetto di Ramstein: l’Europa è sacrificabile nella visione del padrone – Giuseppe Masala
Dopo la riunione dei paesi donatori-alleati dell’Ucraina in “Formato Reimstein” svoltasi ovviamente nella grande base americana in territorio tedesco di Reimstein non pare azzardato dire che ci aspettano anni di guerra. I paesi della Nato hanno deciso di continuare a fornire armi sempre più potenti all’Ucraina anche se i tedeschi fanno muro: per ora niente Leopard II nonostante le pressioni degli americani.
Altra questione apparentemente secondaria: il protocollo. Grandi bandieroni USA e dell’Ucraina nella sala delle riunioni allestita, tutta la tavolata principale occupata da ucraini e americani. I paesi europei – tutti – trattati come vassalli che devono solo ubbidire agli ordini. Di fronte all’impero non hanno manco una bandiera, manco una identità nazionale. L’Europa è sacrificabile nella visione di Washington.
Ci torneremo in questi giorni. Sarà chiaro in questi anni. Se sopravviveremo, si capisce.
Le parole di sangue di Pino Roveredo, scrittore degli ultimi… - Francesca de Carolis
Un pensiero allo scrittore triestino che, da quando ne
ho conosciuto le pagine, ho sempre trovato straordinario. Pino Roveredo, che se
ne è andato nell’alba gelida e ventosa di sabato. Di lui leggerete dei
racconti, dei romanzi, dei testi teatrali, dei premi, del Campiello, della sua
vita “in salita”, spesso difficile fra traumi e dolore, che racconta con quel
misto di durezza e dolcezza di cui era capace ne “I ragazzi della via Pascoli”.
Tanto ci sarebbe da dire sui suoi libri (che tutti invito a leggere), sulla sua
vita, del suo occuparsi sempre del mondo degli ultimi, di chi vive ai margini…
è stato fra l’altro garante dei detenuti del Friuli-Venezia Giulia.
Ma oggi voglio ricordarlo per la generosità con la quale rispose a una cortesia
che mi permisi di chiedergli, sapendolo tanto sensibile ai problemi del mondo
carcerario.
Pino Roveredo l’ho conosciuto grazie a Monica Murru, avvocato, che sapeva del
mio progetto di fare qualcosa per Davide Emmanuello, detenuto da una ventina
d’anni e più, al 41-bis, di cui da un po’ di tempo seguivo le vicende. Di
Emmanuello avevo lettere, tante, scritte ad un amico in altro carcere, e che
questo di volta in volta mi girava. Lettere tremende… non potevano restare solo
il fascicolo sulla mia scrivania cui a tratti, nei mesi, continuavano ad
aggiungersi fogli… Ero alla ricerca di qualcuno che fosse in grado di ascoltare
davvero quest’urlo e, consigliata da Monica, alla fine le avevo spedite a
Roveredo che, certo, se ne sarebbe lasciato straziare.
E Pino all’urlo di quelle lettere ha risposto con le parole di sangue di cui è
capace. Come solo chi il carcere l’ha conosciuto e … “ho iniziato a occuparmi
degli altri, gli ultimi in classifica. Con grande egoismo, perché in verità ho
cominciato a farlo per occuparmi di me stesso”.
Emmanuello e Roveredo mai si sono fisicamente incontrati. Ma fra loro è nato un
dialogo che è diventato un libro che squarcia il velo dell’ipocrisia che
nasconde l’inferno del “regime di tortura del 41bis”. “Diversamente vivo,
lettere dal nulla del 41-bis”.
E nulla parla meglio della sua scrittura.
Aveva scritto, Pino (in “Ferro batte ferro”), uno straordinario atto d’accusa
contro una società che “ha bisogno di delinquenti su cui puntare il dito, per
sentirsi migliore. Il Sert ha bisogno dei tossici per dare un motivo alla sua
esistenza. Le rivendite alcoliche hanno bisogno degli alcolizzati per mantenersi
in vita. I tabaccai e il monopolio di Stato ha bisogno dei fumatori per
riempirsi le tasche con la disgrazia altrui”, raccontando della sua pur lontana
esperienza in carcere, e di come l’angoscia fu la sua salvezza…
E “fu proprio quell’angoscia a scuotermi e darmi la forza di mettere la testa
fuori dall’inferno carcerario, ed afferrare con una rabbia che non conoscevo…
la coda della vita”.
Pino che dedica a Emmanuello ancora parole di sangue, ma che pure con dolcezza,
come in un abbraccio, scrive:
“Se potessi, scavalcando le schiere rigide dei moralisti, forcaioli,
giustizieri, giustizialisti, salteri oltre i muri della costrizione, poi
entrerei nella galleria scura del 41bis, dove è vietato parlare, urlare,
vivere, e tirerei fuori dal mio desiderio l’invenzione di una chiave. La
infilerei nella serratura della porta blindata e con un giro di mano, libererei
il passaggio e mi concederei il piacere di un invito.
-Dai Davide, sbrigati che abbiamo solo un’ora di tempo! –
Se potessi lo prenderei per mano, e imbrogliandogli la misura stretta di un
passo che dura da più di vent’anni, gli farei indossare i passi larghi della
fretta e poi lo trascinerei oltre i cancelli, lungo i corridoi, fuori dal
portone.
Una volta fuori, gli regalerei un’ora di sole, gli farei respirare un’ora di
aria, quella che non sbatte tra le mura dei reclusi. Per un’ora lo guarderei
accarezzare un albero, baciare un fiore, sentire il profumo di una manciata di
terra, gli indicherei la direzione del volo delle rondini, la riga lontana dell’orizzonte,
e poi lo inciterei a liberare le gambe verso una corsa lunga sessanta minuti,
proprio come si faceva da bambini, andare, correre, fino a quando non ti
scoppiano i polmoni.
Ripeto, un’ora, non se ne accorgerebbe nessuno.
Dopo, giuro, che lo riporterei dentro la sua abituale castrazione, felice di
avergli dato, non un’ora di libertà, quanto la forza per lui sconosciuta di un
piccolo, minimo fiato di… umanità!”
E un abbraccio a Pino, ché la bellezza e la forza delle sue parole, contro ogni
ipocrisia, sempre ci accompagneranno…
Estratto
da Aboliamo le prigioni? di Angela Davis, edizioni Minimum Fax
Il carcere, viceversa, è
considerato un elemento inevitabile e permanente della nostra vita sociale. I
più rimangono sorpresi nel sentire che anche il movimento per l’abolizione
delle prigioni ha una lunga storia, risalente addirittura alla comparsa del
carcere come principale forma di punizione.
La
reazione più naturale è quella di presumere che questi attivisti – persino
coloro che si autodefiniscono consciamente «attivisti contro il carcere» –
mirino semplicemente a migliorare le condizioni carcerarie o magari a riformare
le prigioni in maniera più radicale. Quasi ovunque, abolire il carcere appare
semplicemente impensabile e inverosimile. Gli abolizionisti vengono liquidati
come utopisti e idealisti le cui idee sono, nel migliore dei casi,
irrealistiche e impraticabili e, nel peggiore, sconcertanti e insensate. Ciò dà
la misura di quanto sia difficile immaginare un ordine sociale che non sia
fondato sulla minaccia di relegare certe persone in posti orribili allo scopo
di separarle dalle loro famiglie e comunità.
Il
carcere è considerato talmente «naturale» che è estremamente difficile
immaginare che si possa farne a meno. Spero che questo libro incoraggi i
lettori a mettere in discussione i loro preconcetti a proposito del carcere.
Molti sono già arrivati alla conclusione che la pena di morte è una forma
antiquata di punizione che viola i principi basilari dei diritti umani. Penso
che sia venuto il momento di incoraggiare un dibattito analogo sul carcere. Nel
corso della mia carriera di attivista contro le prigioni, ho visto crescere la
popolazione carceraria statunitense con una rapidità tale che ormai molti membri
delle comunità nere, latinoamericane e di nativi americani hanno molte più
opportunità di finire in galera che di ottenere un’istruzione decente. Quando
tanti giovani decidono di entrare nell’esercito per sfuggire all’inevitabilità
del carcere, bisognerebbe chiedersi se non si debba tentare di introdurre
alternative migliori.
La
questione se il carcere sia ormai un’istituzione obsoleta è diventata
particolarmente urgente alla luce del fatto che più di due milioni di persone
negli Stati Uniti (su un totale mondiale di nove milioni) popolano attualmente
le prigioni, i penitenziari, gli istituti minorili e i centri di detenzione per
immigrati. Siamo disposti a relegare numeri sempre crescenti di persone
provenienti da comunità oppresse dal punto di vista razziale in un’esistenza
isolata, caratterizzata da regimi autoritari, violenza, malattie e tecnologie
di reclusione che producono una grave instabilità mentale? Secondo uno studio
recente, le carceri ospiterebbero il doppio di persone affette da malattie mentali
rispetto a tutti gli ospedali psichiatrici degli Stati Uniti messi insieme.
Quando
iniziai a occuparmi dell’attivismo contro il carcere alla fine degli anni
Sessanta, rimasi sconcertata nell’apprendere che i detenuti erano quasi
duecentomila. Se qualcuno mi avesse detto che in tre decenni il numero delle
persone rinchiuse in gabbia sarebbe decuplicato non ci avrei creduto. Penso che
la mia reazione sarebbe stata più o meno questa: «Per quanto questo paese possa
essere razzista e antidemocratico [ricordate che durante quel periodo le
richieste del movimento per i diritti civili non si erano ancora
concretizzate], non credo che il governo degli Stati Uniti potrebbe mai
recludere così tante persone senza scatenare una potente resistenza pubblica.
No, non accadrà mai, a meno che il paese non precipiti nel fascismo». Quella
avrebbe potuto essere la mia reazione trent’anni fa.
La
realtà è che saremmo stati chiamati a inaugurare il xxi secolo accettando il
fatto che due milioni di persone – un gruppo superiore alla popolazione di
molti paesi – trascorrono la loro esistenza in posti come Sing Sing,
Leavenworth, San Quintino e l’Alderson Federal Reformatory for Women. La
gravità di queste cifre è ancora più evidente se si considera che
complessivamente la popolazione statunitense è inferiore al 5% del totale
mondiale, mentre gli Stati Uniti possono vantare più del 20% dell’intera
popolazione carceraria. Per dirla con le parole di Elliott Currie, «il carcere
è diventato una presenza incombente nella società [americana] in una misura
senza precedenti nella nostra storia o in quella di qualsiasi altra democrazia
industriale. Con l’eccezione delle grandi guerre, l’incarcerazione in massa ha
rappresentato il programma sociale più compiutamente attuato dai governi dei giorni
nostri».
Nel
riflettere sulla possibilità che il carcere sia obsoleto, dovremmo chiederci
come mai così tante persone siano potute finire in prigione senza che ciò
sollevasse dibattiti importanti sull’efficacia della detenzione. Quando negli
anni Ottanta, durante la cosiddetta era Reagan, s’iniziarono a costruire altre
prigioni e il numero dei detenuti crebbe sempre più, i politici sostennero che
il «pugno di ferro» nei confronti del crimine – che comprendeva la certezza
della pena e periodi detentivi più lunghi – avrebbe mantenuto le comunità
libere dalla delinquenza. Tuttavia, la pratica delle incarcerazioni in massa di
quel periodo sortì un effetto scarso o addirittura nullo sui dati ufficiali
relativi alle attività criminali.
Anzi,
la crescita della popolazione carceraria non portò a comunità più sicure, ma
piuttosto a ulteriori aumenti della stessa. Ogni nuova prigione ne generava
un’altra. E con l’espandersi del sistema carcerario statunitense cresceva anche
il coinvolgimento delle corporation nella costruzione delle prigioni, nel loro
approvvigionamento di beni e servizi e nell’utilizzo di manodopera carceraria.
Poiché la costruzione e la gestione delle prigioni iniziò ad attrarre ingenti
capitali – dall’industria edilizia alle forniture alimentari, all’assistenza
sanitaria – in un modo che ricordava la nascita del complesso
militare-industriale, si è cominciato a parlare di un «complesso
carcerario-industriale».
Prendiamo
il caso della California, il cui territorio negli ultimi vent’anni è stato invaso
da strutture carcerarie. La prima prigione statale della California fu San
Quintino, aperta nel 1852.4 Folsom, un altro noto istituto di pena, aprì nel
1880. Tra il 1880 e il 1933, quando a Tehachapi venne inaugurato un carcere
femminile, non fu costruita nessuna nuova prigione. Nel 1952 fu inaugurato il
California Institution for Women e quello di Tehachapi diventò un altro carcere
maschile. In tutto, tra il 1852 e il 1955 sorsero in California nove prigioni.
Tra il 1962 e il 1965 furono costruiti due campi di lavoro, nonché il
California Rehabilitation Center. Nella seconda metà degli anni Sessanta non fu
aperta nessuna prigione e neppure durante tutto il decennio successivo.
Un
massiccio progetto di costruzione di nuove strutture detentive fu avviato
invece negli anni Ottanta, vale a dire durante la presidenza Reagan. Tra il
1984 e il 1989 furono inaugurati nove istituti di pena, compresa la Northern
California Facility for Women. Non bisogna dimenticare che c’erano voluti più
di cento anni per costruire le prime nove prigioni californiane; in meno di un
decennio quel numero è raddoppiato e durante gli anni Novanta se ne sono
aggiunte altre dodici, tra cui due penitenziari femminili. Nel 1995 è stata
inaugurata la Valley State Prison for Women, il cui intento dichiarato era
quello di «fornire 1980 posti letto per le detenute del sovraffollato sistema
carcerario californiano». Tuttavia, nel 2002 le detenute erano già 35705 e
tutte le strutture femminili erano sovraffollate.
Attualmente
in California ci sono trentatré carceri, trentotto campi di lavoro, sedici case
di correzione per minori e cinque piccoli centri per madri detenute. Nel 2002
le persone incarcerate in questi istituti erano 157.979, compresi circa
ventimila individui che lo stato trattiene per violazione delle leggi
sull’immigrazione. La composizione razziale di questa popolazione carceraria la
dice lunga. I latinoamericani, che adesso sono la maggioranza, ne costituiscono
il 35,2%; gli afroamericani il 30%, mentre i detenuti bianchi sono il 29,2%.6
Attualmente ci sono più donne in prigione nello stato della California di
quante ce n’erano nelle carceri di tutto il paese all’inizio degli anni
Settanta. Anzi, la California può vantare il carcere femminile più grande del
mondo, la Valley State Prison for Women, che conta più di 3500 recluse. Situato
nella stessa città della Valley State e letteralmente dirimpetto a questa, c’è
il secondo carcere femminile del mondo per grandezza – la Central California
Women’s Facility – la cui popolazione nel 2002 è arrivata anch’essa alle 3500
detenute circa.
Se
si osserva su una carta della California la posizione delle trentatré prigioni
statali, si può vedere che l’unica area che non sia densamente popolata di
strutture detentive è quella a nord di Sacramento, anche se nella città di
Susanville ci sono due carceri e nei pressi del confine con l’Oregon sorge
Pelican Bay, uno dei famigerati supercarceri di massima sicurezza. L’artista
californiano Sandow Birk, ispirato dalla colonizzazione del territorio da parte
delle prigioni, ha prodotto una serie di trentatré quadri raffiguranti questi
istituti e il paesaggio circostante e li ha raccolti nel libro Incarcerated:
Visions of California in the Twenty-First Century.
Ho
raccontato brevemente come il territorio della California sia stato invaso
dalle strutture carcerarie per consentire ai lettori di comprendere quanto sia
stato facile realizzare un massiccio sistema detentivo con l’assenso implicito
dell’opinione pubblica. Perché la gente ha creduto così facilmente che
rinchiudere una porzione sempre più vasta della popolazione statunitense
avrebbe aiutato quanti vivono nel mondo libero a sentirsi più sicuri e
protetti? È possibile formulare questo interrogativo anche in termini più
generali: perché le prigioni danno alle persone l’idea che i loro diritti e le
loro libertà siano più tutelati di quanto non lo sarebbero se il carcere non
esistesse? A quali altre ragioni potremmo attribuire la rapidità con cui le
prigioni hanno iniziato a colonizzare il territorio californiano?
La
geografa Ruth Gilmore descrive l’espansione delle prigioni in California come
«una soluzione geografica a problemi socioeconomici». La sua analisi del
complesso carcerario-industriale in California descrive questi sviluppi come
una reazione a un’eccedenza di capitali, terreni, manodopera e capacità
produttiva di quello stato. Le nuove prigioni californiane sorgono su terreni
rurali deprezzati, perlopiù appezzamenti agricoli un tempo irrigati…
Lo
stato ha acquistato la terra messa in vendita da grandi proprietari terrieri. E
ha garantito alle piccole città depresse su cui ora incombono le prigioni che
quella nuova industria non inquinante e a prova di recessione avrebbe dato una
spinta alla ripresa locale. Ma, come fa notare la Gilmore, non si sono visti né
nuovi posti di lavoro né la più generale rivitalizzazione dell’economia
promessa dalle prigioni. Queste promesse di miglioramento ci aiutano però a
capire perché il parlamento e gli elettori della California abbiano deciso di
approvare la costruzione di tante nuove carceri. La gente voleva credere che le
prigioni non solo avrebbero ridotto il crimine, ma avrebbero anche fornito
posti di lavoro e stimolato lo sviluppo economico di località sperdute.
Fondamentalmente,
la questione è una: perché diamo per scontato il carcere? Anche se solo una
parte relativamente esigua della popolazione ha sperimentato in prima persona
la vita all’interno di un carcere, per le comunità povere nere e
latinoamericane non si può parlare di piccole percentuali. E nemmeno per gli
amerindi o per certe comunità di asiatici americani. Ma perfino tra queste
persone – soprattutto giovani – costrette purtroppo ad accettare la condanna al
carcere come una dimensione normale della vita nelle loro comunità,
difficilmente si trova chi accetti di impegnarsi in un serio dibattito pubblico
sulla vita in carcere o su alternative radicali alla detenzione. È come se si
trattasse di un fatto inevitabile dell’esistenza, come nascere e morire.
In
generale, si tende a dare il carcere per scontato. È difficile immaginare la
vita senza di esso. Al tempo stesso, c’è riluttanza ad affrontare le realtà che
nasconde, si ha timore di pensare a ciò che accade al suo interno. Di
conseguenza, il carcere è presente nella nostra vita e allo stesso tempo ne è
assente. Riflettere su questa presenza-assenza significa iniziare a riconoscere
il ruolo svolto dall’ideologia nel plasmare le nostre interazioni con
l’ambiente sociale che ci circonda.
Diamo
per scontate le prigioni, ma spesso abbiamo paura di affrontare le realtà che
producono. Dopotutto, nessuno vuole finire in galera. Siccome sarebbe troppo
penoso accettare l’eventualità che chiunque, compresi noi stessi, possa
diventare un prigioniero, tendiamo a considerare il carcere come qualcosa di
avulso dalla nostra vita. Ciò vale perfino per alcuni di noi, donne e uomini,
che già hanno sperimentato la detenzione.
E
così pensiamo al carcere come a una sorte riservata ad altri, ai «malfattori»,
per usare un termine reso popolare di recente da George W. Bush. Dato il
persistente potere del razzismo, nell’immaginario collettivo i «criminali» e i
«malfattori » sono persone di colore. Perciò il carcere funziona
ideologicamente come un luogo astratto in cui vengono presi in consegna gli
individui indesiderabili, sollevandoci dalla responsabilità di riflettere sulle
reali problematiche che affliggono le comunità da cui i detenuti provengono in
numeri così spropositati. È questa la funzione ideologica del carcere: ci
solleva dalla responsabilità di affrontare seriamente i problemi della nostra
società, in particolare quelli prodotti dal razzismo e, in misura crescente,
dal capitalismo globale.
Cosa
ci sfugge, per esempio, se cerchiamo di pensare all’espansione del sistema
carcerario senza prestare attenzione agli sviluppi economici più vasti? Viviamo
in un’era in cui le corporation migrano. Per sottrarsi alla manodopera
organizzata di questo paese – e quindi a salari più alti, contributi da versare
e via dicendo – le corporation girano il mondo in cerca di nazioni che offrano
sacche di manodopera a basso costo. E migrando, le corporation lasciano nei
guai intere comunità. Un gran numero di persone perde il lavoro e ogni
prospettiva di un impiego futuro. L’istruzione e altri servizi sociali
superstiti sono profondamente influenzati dalla distruzione della base sociale
di queste comunità. Il processo trasforma gli uomini, le donne e i bambini che
vivono in tali comunità danneggiate in candidati perfetti per il carcere.
Intanto,
le corporation collegate all’industria penitenziaria mietono profitti dal
sistema che gestisce i detenuti, e sono quindi chiaramente interessate alla
continua crescita della popolazione carceraria. In parole povere, questa è
l’era del complesso carcerario-industriale. Le prigioni sono diventate buchi
neri in cui vengono depositati i detriti del capitalismo contemporaneo.
L’incarcerazione in massa genera profitti divorando al tempo stesso il
patrimonio pubblico, e tende perciò a riprodurre proprio quelle condizioni che
portano la gente in prigione. Esistono quindi collegamenti reali e alquanto
intricati tra la deindustrializzazione dell’economia – uno sviluppo che ha
raggiunto il culmine negli anni Ottanta – e la reclusione di massa, cresciuta
durante l’era Reagan- Bush. Tuttavia, l’esigenza di un maggior numero di
prigioni è stata presentata al pubblico in termini semplicistici.
Servivano
più prigioni perché la criminalità era aumentata. Eppure molti studiosi hanno
dimostrato che nel momento in cui è iniziato il boom della costruzione di nuove
carceri, le statistiche ufficiali rivelavano già una diminuzione della
delinquenza. Inoltre erano entrate in vigore leggi draconiane sulla droga, e
diversi stati stavano introducendo norme che prevedevano pene molto severe per
i recidivi. Per comprendere la proliferazione delle prigioni e l’ascesa del
complesso carcerario-industriale, potrebbe essere utile riflettere più a fondo
sui motivi per cui diamo così facilmente per scontato il carcere.
In
California, come abbiamo visto, quasi i due terzi delle prigioni esistenti sono
state inaugurate negli anni Ottanta e Novanta. Perché non si sono levate
energiche proteste? Perché la prospettiva di molte nuove prigioni era
visibilmente gradita all’opinione pubblica? Una risposta parziale a questo
interrogativo è collegata al modo in cui consumiamo immagini mediatiche del
carcere nonostante il fatto che le realtà dell’incarcerazione rimangano celate
a quasi tutti coloro che non hanno avuto la disgrazia di scontare una pena
detentiva. La critica culturale Gina Dent ha sottolineato come il nostro senso
di familiarità con il carcere derivi in parte dalle rappresentazioni delle
prigioni nei film e in altri mezzi visivi.
La
storia delle immagini mentali collegate al carcere contribuisce a rafforzare
l’istituzione carceraria come una parte naturalizzata del nostro paesaggio
sociale. La storia del cinema è sempre stata sposata alla rappresentazione
dell’incarcerazione. I primi filmati di Thomas Edison (che risalgono alla
ricostruzione del 1901 Execution of Czolgosz with Panorama of Auburn Prison,
presentata come un cinegiornale) comprendevano sequenze dei recessi più oscuri
della prigione. Perciò il carcere è indissolubilmente legato alla nostra
esperienza visiva, il che crea anche il senso della sua continuità come
istituzione. Abbiamo inoltre un flusso costante di film hollywoodiani sul carcere
che costituiscono di fatto un genere a sé stante.
Alcuni
dei film più noti sulle prigioni sono: Non voglio morire, Papillon, Nick Mano
Fredda e Fuga da Alcatraz. Vale anche la pena di accennare al fatto che la
programmazione televisiva è sempre più satura di immagini di carceri. Tra i
documentari recenti figurano la serie su a&e The Big House, costituita da
programmi dedicati a San Quintino, Alcatraz, Leavenworth e all’Alderson Federal
Reformatory for Women. La serie Oz, trasmessa per più stagioni dalla rete hbo,
è riuscita a convincere molti telespettatori di sapere esattamente cosa accade
nelle carceri maschili di massima sicurezza. Ma anche quanti non scelgono
consapevolmente di guardare documentari o sceneggiati dedicati alle prigioni si
ritrovano, volenti o nolenti, a consumare immagini del carcere per il semplice
fatto di andare al cinema o accendere la tv. È praticamente impossibile
evitarle.
Nel
1997, intervistando alcune donne in tre prigioni cubane, ho scoperto con
stupore che la maggior parte descriveva la percezione del carcere che avevano
in precedenza – vale a dire prima di finire in prigione loro stesse – come
derivante dai molti film hollywoodiani che avevano visto. Tra le immagini che
popolano la nostra mente, il carcere occupa dunque un posto di rilievo. Ciò ci
ha indotto a darne per scontata l’esistenza. La prigione è diventata un
ingrediente chiave del nostro senso comune. È presente, tutto intorno a noi.
Non mettiamo in dubbio che debba esistere. Fa talmente parte del nostro mondo che
ci vuole un grande sforzo d’immaginazione per concepire la vita senza di essa.
Con
ciò non intendo ignorare i cambiamenti profondi verificatisi nel modo in cui
sono condotti i dibattiti pubblici sul carcere. Dieci anni fa, nel momento in
cui la spinta ad ampliare il sistema carcerario raggiungeva il culmine, erano
ben poche le critiche a questo processo che raggiungevano l’opinione pubblica.
Anzi, la maggior parte della gente non aveva idea dell’immensità di
quell’espansione. Era un periodo in cui i cambiamenti interni – in parte dovuti
all’applicazione di nuove tecnologie – spingevano il sistema carcerario
statunitense in una direzione più repressiva. Mentre le precedenti
classificazioni si limitavano a bassa, media e massima sicurezza, in quel
periodo fu inventata una nuova categoria: il supercarcere di massima sicurezza.
La svolta verso una maggiore repressione nel sistema carcerario, caratterizzato
fin dall’inizio della sua storia dai suoi regimi repressivi, indusse alcuni
giornalisti, opinionisti ed enti progressisti a opporsi al crescente
affidamento sulle prigioni come mezzo per risolvere problemi sociali che sono
in realtà esacerbati dall’incarcerazione in massa.
Nel
1990, il Sentencing Project, con sede a Washington, ha pubblicato uno studio
sulla popolazione statunitense detenuta, in libertà vigilata o rilasciata su
cauzione, in cui si concludeva che un nero su quattro di età compresa tra i
venti e i ventinove anni rientrava in queste categorie. Cinque anni dopo, un
secondo studio rivelava che la percentuale era salita a quasi uno su tre
(32,2%). Inoltre, più di un latinoamericano su dieci nella stessa fascia di età
era detenuto, in libertà vigilata o rilasciato su cauzione. Il secondo studio
evidenziava anche che il gruppo che aveva conosciuto l’incremento maggiore era
quello delle donne nere, la cui carcerazione era cresciuta del 78%.
Secondo
il Bureau of Justice Statistics, attualmente gli afroamericani nel loro insieme
rappresentano la maggioranza dei prigionieri statali e federali, con un totale di
803.400 detenuti neri, 118.600 in più del totale dei detenuti bianchi. Alla
fine degli anni Novanta, articoli importanti sull’espansione delle prigioni
sono apparsi su Newsweek, Harper’s, Emerge e Atlantic Monthly. Perfino Colin
Powell ha sollevato la questione del crescente numero di detenuti neri di sesso
maschile nel suo discorso alla Convention Nazionale Repubblicana del 2000 che
ha proclamato la candidatura di George W. Bush alla presidenza.
Negli
ultimi anni, l’assenza di posizioni critiche sull’espansione delle prigioni ha
lasciato spazio, nell’arena politica, a proposte per una riforma del sistema
carcerario. Anche se il dibattito pubblico si è fatto più flessibile, l’enfasi
è quasi sempre posta sull’introduzione di cambiamenti che producano un sistema
migliore. In altre parole, l’accresciuta flessibilità che ha permesso una
discussione critica dei problemi associati all’espansione delle prigioni limita
tale discussione alla questione della riforma carceraria. Per quanto importanti
possano essere certe riforme – l’eliminazione degli abusi sessuali e
dell’incuria sanitaria negli istituti femminili, per esempio – alcuni modelli
fondati esclusivamente sulle riforme contribuiscono a generare l’idea
vanificante che non esistano alternative al carcere. Quando è la riforma a
diventare la questione centrale, i dibattiti sulle strategie di scarcerazione,
che dovrebbero rappresentare il punto focale della nostra discussione sulla
crisi delle carceri, tendono a essere messi da parte.
La
questione più immediata, oggi, è come evitare un’ulteriore espansione della
popolazione carceraria e come riportare quanti più uomini e donne detenuti in
quello che i prigionieri chiamano «il mondo libero ». Come possiamo muoverci
per depenalizzare l’uso di stupefacenti e la prostituzione? Come possiamo
intraprendere delle strategie giudiziarie serie, che siano volte al recupero
anziché esclusivamente alla punizione? Tra le alternative efficaci c’è la
trasformazione sia delle tecniche per affrontare il «crimine» sia delle condizioni
socioeconomiche che spingono in riformatorio e poi in carcere tanti figli delle
comunità povere e in particolare delle comunità di colore. La sfida più ardua e
urgente, oggi, è quella di esplorare territori nuovi della giustizia, nei quali
le prigioni non fungano più da nostro principale punto fermo.
Aboliamo le prigioni? Un titolo che sembra quasi una provocazione. Un gioco di parole per
illusi e sognatori. Parole impronunciabili, diciamo la verità, anche per molti
che si ritengono “progressisti”.
Ma provocazione non lo è affatto. E questo saggio di Angela Davis, che
quest’anno è stato riproposto da Minimum fax (che già lo aveva pubblicato in
Italia nel 2009, dopo la sua uscita in America), mai come oggi sembra
opportuno. Opportuno e attualissimo, anche per noi europei, e in particolare
per noi italiani, freschi dello svelamento di cosa il carcere sia, dopo le
notizie delle inusitate violenze che persone detenute, affidate alla custodia
allo stato, hanno subito…
Angela Davis chi giovanissimo non è la ricorda mitica militante del movimento
americano per i diritti civili dagli anni Sessanta e, fino agli anni ’90, del
partito comunista degli Stati Uniti. E oggi che, attenta studiosa di fama
internazionale, ha concentrato il suo impegno nella difficilissima battaglia
per l’abolizione del carcere, ha la stessa forza e il rigore di allora, il suo
pensiero lo stesso fascino che si affacciava dalle foto e dai poster di quel
tempo, sotto quel casco immenso di capelli ricci e neri
E coglie un nodo fondamentale delle nostre paure e contraddizioni, che
impediscono il cammino verso un mondo di vera uguaglianza, di rispetto di
diritti per tutti, ma proprio per tutti. Andando intanto alla radice della
nostra incapacità di immaginare un mondo senza prigioni.
Già. Perché mai diamo per scontato il carcere? “Come se si trattasse di un
fatto scontato dell’esistenza, come nascere e morire”.
Ci ricorda, Angela Davis, che il carcere, come ancora lo intendiamo oggi, è un’istituzione
moderna, che “il processo attraverso cui la carcerazione si è trasformata nel
principale tipo di punizione inflitta dallo stato è strettamente legato
all’ascesa del capitalismo e alla comparsa di un nuovo insieme di condizioni
ideologiche”. Mentre la condanna al carcere viene pensata in termini di tempo,
esattamente “nel periodo in cui il valore del lavoro viene calcolato in termini
di tempo”.
Uno sguardo largo, quello di Angela Davis, sorretto dalla ferma convinzione che
le diseguaglianze delle nostre società passano attraverso discriminazioni di
razza di sesso e di classe, e solo la via del socialismo ne permetterebbe il
superamento.
E studiando il sistema americano, ci parla di “sistema carcerario industriale”
che, dopo l’abolizione della schiavitù, fonda le sue basi economiche su una
sorta di “schiavismo morbido”, cercando di rivelare forme mascherate di
pregiudizio razzista che raramente vengono riconosciute tali. In un sistema
dove tutto si tiene, se lo sfruttamento della manodopera carceraria da parte di
corporation private (perché questo accade) è “uno dei tanti aspetti dei
rapporti che legano grandi imprese, governo, istituti di pena e media”. Un
sistema che, confinando nelle sue mura marginalità cui nessuno intende porre
rimedio, continuamente alimenta se stesso. Un sistema che, se pure abolito
l’orrenda pratica dei detenuti in affitto in vigore fino all’inizio del XX
secolo, ha tutto l’interesse a tenersi ben stretti i suoi due milioni e mezzo
di persone detenute. Che sono per lo più neri, ispanici, amerindi,
asiatici-americani…
Libro complessissimo e dettagliatissimo, tutto da studiare.
Ma due aspetti voglio segnalare.
Lo sguardo di donna che sa leggere come il sesso dei detenuti condizioni un
sistema carcerario dove, paradossalmente, le richieste di parità con le
prigioni maschili, invece di migliorare le condizioni di vita offrendo maggiori
opportunità di istruzione, migliore assistenza medica… hanno portato a
condizioni più repressive. Che dire della decisione negli anni Novanta in Alabama
di istituire gruppi di forzati composti da donne “per creare condizioni di
uguaglianza con gli uomini”…
E fanno rabbrividire le pagine in cui si racconta di come, in una perversa
combinazione di razzismo e misoginia, si pratica la perquisizione integrale con
l’esame di vagina e ano. Fa fatica pensarlo, ma questo è. Una sorta di
istituzionalizzazione dell’abuso sessuale.
E ancora una cosa ci dice Angela Devis. Che l’urgenza di questo suo impegno
nasce dallo sguardo di chi l’esperienza del carcere, nella sua violenza e nel
suo orrore, l’ha vissuta in prima persona. Lei che nel 1970 fu arrestata con
l’accusa di complicità in un omicidio, e dopo due anni assolta. E nessuno
sguardo altro può arrivare a tanta profondità e determinazione. Aboliamo le prigioni, dunque. Contro il carcere, la
discriminazione, la violenza del capitale. Un lavoro molto ricco, col
corredo di interviste e interventi di Guido Caldiron , Paolo Persichetti e
Valeria Verdolini. Interventi in appendice, che in realtà sono parte integrante
di un discorso che parte dagli Stati Uniti e attraversa l’oceano per dirci che
riguarda anche tutti noi, e i paralleli balzano agli occhi, dalla questione
dell’affollamento, al processo di criminalizzazione delle marginalità sociali,
all’assurdo binomio, che i dati smentiscono, carcere/sicurezza, alle forme del
nostro razzismo che è riuscito a trasformare il concetto di cittadinanza in
“condizione esclusiva della personalità sociale”, dove gruppi stigmatizzati in
partenza non hanno speranza…
Un libro che pone tante domande. Su tutte una: ma è davvero così difficile
pensare a un mondo senza prigioni? Eppure, si ricorda anche qui, chi avrebbe
mai pensato, cinquant’anni fa, che si potesse vivere anche senza manicomi?
Basaglia insegna… che l’impossibile può diventare possibile.
Da leggere questo libro, giustamente si spiega, come manuale di resistenza. Di
resistenza ai dubbi, alle paure, alle oscillazioni, che investono anche chi il
pensiero dell’abolizione delle prigioni pure riesce a sfiorarlo. Eppure… “Molti
sono già arrivati alla conclusione che la pena di morte è una forma antiquata
di punizione che viola i principi basilari dei diritti umani. Penso che sia
venuto il momento di incoraggiare un dibattito analogo sul carcere”. Parola di
Angela Davis.
E coraggio, allora. Provate a immaginare l’impossibile. Provate a immaginare il
nostro mondo virare in panorami urbani liberi da quelle asfittiche scatole di
ferro e cemento, in panorami dell’anima ripuliti da tanta insensata, dolorosa,
violenta costrizione. E’ davvero così difficile?
“Un grande giurista partenopeo Gaetano Filangieri, nella
seconda metà del 1700, nel suo capolavoro “La scienza della Legislazione”
dedica un libro alla formazione dell’individuo, alla sua educazione e pone il
problema fondamentale della educazione alla cultura e all’alto sapere
filosofico-scientifico di ogni creatura umana. Ma Filangieri si pone un grande
assioma dai grandi risvolti di natura etica-morale. La “Felicità” non può
essere un fatto privato o famigliare ma deve essere “collettiva”: come posso,
scrive Filangieri, essere felice quando intorno a me c’è fame, emarginazione e
miseria? E poi nella corrispondenza con i colleghi illuministi francesi che
preparavano la rivoluzione del 1789 li ammoniva che abbattendo necessariamente
la società feudale da secoli oppressiva e schiavista non si sostituisca una
organizzazione sociale altrettanto sperequativa, l’egemonia del denaro. Fu
grande profeta il Filangieri. Morì troppo giovane a soli 35 anni per patologie
polmonari. Veniamo ora all’articolo di Francesca de Carolis, a proposito del
saggio di Angela Davis, che ci invita a pensare e p5rogettare un mondo senza
prigioni… Voltaire, che Cacciari ha definito
impropriamente un po’ superficialotto, a proposito di carcere scrisse che la
qualità della democrazia di uno Stato si misura dalla qualità del sistema giudiziario
e dalle condizioni in cui versano le carceri. Prendo spunto da un grande
giurista contemporaneo di respiro internazionale, Luigi Ferrajoli, autore tra
l’altro di “Diritto e ragione, teoria del garantismo penale”, che ha usato per
primo dentro il paradigma del diritto, che oggi si è costruito e si alimenta un
sistema economico-finanziario che determina i CRIMINI DI SISTEMA, e oggi le
nostre carceri sono popolate dalle vittime dei crimini di sistema! E allora
come giustifichiamo oggi tutto questo? Come pensiamo di conciliare per esempio
la nostra Costituzione con i CRIMINI DI SISTEMA? Ma andiamo al nucleo centrale
dello scritto di Francesca, a proposito del saggio della Davis ABOLIRE IL
CARCERE?…. Gianpiero Pierotti fa presente giustamente che abbattendo le
sperequazioni sociali le carceri si svuoteranno. Ma oggi innanzi a spaventose
sperequazioni sociali mai prima verificatosi, come riorganizzare le società, i
membri e gli appartenenti degli Stati? In questi ultimi decenni abbiamo
assistito a radicali cambiamenti strutturali che hanno modificato l’essenza
degli Stati. Pensiamo in modo particolare alla svendita e svuotamento nella sua
essenza costitutiva per esempio del nostro Stato. Iniziando dagli anni ’90 si
sono svenduti a privati a prezzo di stralcio l’Ina-l’Eni-l’Enel-L’Iri, si è
privatizzata la Banca d’Italia, la Banca Nazionale del Lavoro, tutte le
maggiori Banche sono state privatizzate, cosi gran parte del sistema sanitario,
come le strutture scolastiche. La finanza e i grandi gruppi nazionali e internazionali
gestiscono, condizionano di fatto i parlamenti e i governi compreso il nostro.
Questi sono i grandi problemi che oggi abbiamo innanzi. Insormontabili?
Irreversibili? Salvatore Veca in un suo saggio del 1982 sulla giustizia inizia
cosi: Vi sono almeno due modi principali per affrontare il ricorrente problema
della giustizia, essi dipendono da due modi alternativi di concettualizzare la
società. Storicamente, le due versioni si distribuiscono nel tempo in fasi
alterne configurando uno spazio permanente di tensione e conflitto o una sorta
di controversia interminabile, come spesso accade alle nostre rivali
interpretazioni del mondo. Concettualmente, l’opposizione riguarda quello che
si potrebbe definire un approccio olistico e quello che si potrebbe
corrispondentemente definire un approccio individualistico alla società. Una
ulteriore definizione potrebbe contrapporre uno schema della società in termini
di fatti sociali e leggi a uno in termini di azione sociale e regole. Nel primo
caso (approccio olistico in termini di fatti sociali e leggi ) la giustizia di
una società è considerata, per dir cosi, assumendo la società come un tutto,
indipendentemente dalla valutazione degli individui che la compongono. Nel
secondo ( approccio individualistico in termini di azione sociale e regole ) la
giustizia di una società è considerata in modo dipendente e coerente con la
valutazione degli individui che la compongono. Ecco quindi l’urgenza di
ripensare radicalmente il concetto di cosa si intende oggi per diritto nel
nostro paese. Come rifondare oggi lo Stato di diritto soprattutto, e riscrivere
gran parte dei codici penale e civile adattandoli alle radicali mutazioni
avvenute sopra citate. Soprattutto sfoltendo un foresta, un ginepraio di testi
e paradigmi giuridici oramai del tutto inutili. Ma la giustizia concreta
effettuale si determina nella società, di come la struttura sociale disponga di
elementi di reale democrazia economica. Avendo la lucida consapevolezza che il
sistema economico-finanziario va in tutt’altra direzione, e che le
sperequazioni sociali determinate e le risorse sono in mano di un numero di
persone sempre più esiguo. Come rimediare? Il lavoro è immane. Per riportare un
equilibrio economico, mancando di fatto di uno Stato, essendo stato criminalmente
svenduto, doppiamo tenere presente questo. Io ritengo e non voglio sconfinare
in utopie irrealizzabili, che occorra costruire nei prossimi anni nuovi
paradigmi culturali quanto giuridici, per andare oltre il carcere, rendere
inutile il carcere, superare definitivamente il concetto di espiazione in
condizioni di ristretti. Fondamentale per raggiungere questo obbiettivo è
l’applicazione finalmente della Costituzione nei suoi pilastri costitutivi.
Riportare lo Stato democratico moderno garantista alla sua funzione strategica
come concepito dai padri Fondatori, in termini economici e culturali, ai fini
di assicurare e determinare le condizione di equità e di giustizia sociale.
Spetta a noi cittadini applicare la Costituzione, e costruire da molte macerie
attuali lo Stato di diritto che deve essere presente in tutte le pieghe della
società affinché più nessuno cada in tragedia, e abbia consentito una vita
giusta e dignitosa. Solo cosi aboliremo definitivamente le carceri e il
business rappresentato dalla gestione del Reato. da qui
Il carcere è solo un inferno per poveri e emarginati:
aboliamo la galera – Livio Ferrari
Sono
trascorsi 10 anni da quando Massimo Pavarini e io
abbiamo scritto il manifesto “No Prison”, venti
punti per affermare un’idea di pace e riconciliazione che
riduca il più possibile il dolore e la sofferenza, in tanti casi la morte,
delle persone che hanno commesso reati e una fondamentale attenzione alle
vittime. Il bollettino dei disastri che questi luoghi producono nel nostro
Paese è all’attenzione di tutti, una scia di sangue che di anno in anno non si
arresta, mentre è urgente intervenire con scelte che riportino la legalità anche
nelle città recluse. Nel 2022 sono state 84 le
persone che si sono suicidate e 190 i morti
nelle carceri italiane, oltre alle migliaia di atti
di autolesionismo e le innumerevoli violenze, una
fotografia di guerra per luoghi che dovrebbero essere garantiti dai diritti in
uno Stato democratico.
La storia
del carcere è percorsa da una irrisolta ambiguità tra la volontà
di rinchiudere i soggetti che delinquono e quella di rieducarli per il reinserimento, e
in questa dicotomia c’è un inganno di fondo determinato dal fatto che il contenitore
carcere ammassa sempre e ovunque donne e uomini deboli, infatti è
nato per rinchiudervi i poveri e per loro è rimasto anche ai giorni nostri, e
sui poveri si può speculare impunemente senza pericolo di contrapposizioni,
perché le prigioni sono popolate da persone senza risorse economiche e poche
culturali. L’ideologia politicadelle pene non
si ferma più solo al punire le persone in seguito a un reato ma di
gestire gruppi sociali in ragione del rischio
criminale. In effetti, attraverso il diritto penale si perseguono
finalità politiche di controllo sociale che tendono a criminalizzare anche
soggetti che vivono nella marginalità, nei cui confronti è assente una
richiesta sociale di censura, e che il potere invece
addita come nemici pur se non necessitano del ricorso all’istituto
della pena per essere controllati.
Attenzione
perché se il sistema penale pone fra i suoi
obiettivi quello della difesa sociale, per avviarsi sulla strada della
incapacitazione di soggetti appartenenti a frange avvertite come pericolose, si
colloca in un ambito improprio che è quello di polizia, fuori da un contesto
proprio di uno Stato di diritto e fuori dalla Costituzione. La
maggioranza delle persone recluse sono giovani, immigrati e tossicodipendenti soprattutto,
provenienti da strati sociali deboli e marginalizzati, quasi sempre coinvolti
in economie e mercati illegali in ruoli subalterni, autori di delitti predatori
o di criminalità opportunista, cosa che rende e purtroppo questa tendenza di
aumento della carcerizzazione continuerà, in quanto il percorso è ben visibile
e tracciato e porta alle minoranze razziali, etniche, culturali,
sociali ed economiche segnate da stili
di vita ai margini della legalità e
irrimediabilmente perse a ogni speranza realistica di inclusione, nella logica
militare di: “più prigionieri faccio, da meno nemici dovrò guardarmi”.
Il carcere è
solo l’anello finale di una catena giudiziaria che è mera vendetta
di uno Stato che applica ancora la legge del taglione, l’odio
istituzionalizzato, e non ha cura né del reo e nemmeno della vittima. La genesi
è nelle aule del tribunale dove poveri e stranieri, spesso la stessa persona,
sono condannati in ragione di una mancanza di reale difesa, mentre il termine
giustizia si coniugherebbe veramente al suo più alto livello se il magistrato
uscisse dalla recita inquisitoria e avesse interesse del presunto reo, nella
sua unicità, cosciente che la vita è breve e che dall’errore può arrivare il
cambiamento. La prigioneumilia, annulla,
stigmatizza e impone il dolore, la sofferenza, è crudeltà, crea
e aumenta la pericolosità di tutti coloro che vi transitano, che diventano a
loro volta moltiplicatori irreversibili e potenziali della violenza ricevuta.
Il carcere è considerato un male necessario, nella mancanza di coscienza e
conoscenza in generale, senza sapere che provoca più problemi di quanti ne
risolve. Sembra non possa esserci alternativa a esso, mentre l’unica soluzione
possibile è l’abolizione delle prigioni che non è
un’utopia.
Non vi è
alcun motivo di credere che lo spettro della prigione ridurrà la criminalità, è
pertanto assurdo ritardare la ricerca di una soluzione di non carcere. È
possibile vivere in un mondo migliore, con un’esecuzione della condanna che sia
rispettosa dei diritti dei condannati; invece di reprimere è più utile, sicuro
e degno investire in politiche pubbliche per ridurre le diseguaglianze sociali.
Ma è necessario buona volontà e un atto rivoluzionario per eliminare le prigioni
di Stato con le loro torture. Cito dal nostro Manifesto: “Credere e praticare
oggi una volontà abolizionista del carcere è irrealistico quanto nel passato lo
fu invocare l’abolizione della tortura e della pena di morte”.
“Sono un essere umano. Diamo tutto quello che possiamo
per tutto il tempo che possiamo, e poi arriva il momento. E per me quel momento
è arrivato”. Mi hanno colpito nel profondo le parole della dimissionaria
premier neozelandese Jacinda Ardern, parole che possono essere estese a
qualsiasi dimensione della nostra società dominata dal grande culto
dell’efficienza e della prestazione a qualsiasi costo.
E allora chi è che garantisce i diritti e la libertà
delle persone che vivono l’esperienza del fallimento? Spesso ci dimentichiamo
che più di quarant’anni fa i nostri servizi di salute sono stati travolti da
una piccola rivoluzione, una lotta politica e culturale che ha portato
all’approvazione della Legge 180 e al cambiamento radicale dei diritti umani e
civili delle persone che vivono l’esperienza della sofferenza mentale. Il sogno
interrotto di Basaglia è contenuto nei dettagli della mancata applicazione dei
principi della deistituzionalizzazione. Per questo le persone che non
funzionano più come vorremmo sono da un lato escluse dalle garanzie
costituzionali ma dall’altro sono ancora oggi, di fatto, elemento costituente
della società basata sull’esclusione sociale e sulla disuguaglianza.
Gli effetti delle disuguaglianze hanno prodotto una
società tradita dalle promesse di benessere del neoliberismo in cui dovevamo
essere tutti più felici lavorando di più e rinunciando a parte dei diritti
sociali. Al contrario ci siamo ritrovati appiattiti in una società malata e
contaminata da relazioni umane basate sulla violenza dove non sono
le persone ad essere al centro dei bisogni dello stato ma solo i
mercati e la finanza. Questo mondo spinge le persone a rimanere sole, isolate
nell’egoismo e nell’individualità della mercificazione quotidiana, e non prevede, non
consente, il tempo per il loro fallimento e non consente loro di avere nuove
opportunità e nuove possibilità.
Senza il tempo per il fallimento siamo esseri divisi e
separati da un ordine sociale basato dalla produttività e dall’efficienza. Sei
giusto se produci e consumi e sei matto e sbagliato se non lo fai. E se non lo
fai hai fallito, perché non hai diritto a seconde possibilità. Nel mondo per
fatto per i giusti, il fallimento è declinato solo
come insuccesso e sconfitta.
La relazione tra il tempo del fallimento e la salute
mentale è ben visibile nella qualità sempre più insufficiente della presa
in cura e nella mancata organizzazione dei servizi di salute mentale,
nell’assenza di partecipazione e di consenso da parte di chi utilizza i
servizi di salute mentale che diventano un non luogo verticale dove non c’è più
spazio per praticare il rispetto dei diritti umani e dei diritti di
cittadinanza. C’è solo un ambulatorio che cataloga le persone dispensando
farmaci e terapie.
Non ci può essere diritto al fallimento se rimane solo
l’appuntamento con lo psichiatra per la fiala depot, se rimane solo il
ricovero nei reparti ospedalieri degli Spdc, se mancano i percorsi di
presa in cura individuali orientati al miglioramento della qualità della
vita, se mancano gli strumenti per il diritto all’abitare, al lavoro e alle
relazioni sociali e affettive.
Non possiamo permetterci di fallire con poco
personale nei Centri di salute mentale, con centri di riabilitazione diurna
senza risorse, con tante persone che vivono la loro sofferenza restando tutto
il giorno chiusi in casa con un intervento farmacologico che non è accompagnato
da una riabilitazione e da un adeguato sostegno psicologico, con i familiari in
balia di un carico enorme e senza prospettive future.
Non possiamo permetterci di fallire e senza il
tempo per il fallimento non ci può essere crescita e nemmeno libertà.
Siamo ingabbiati in una forma moderna di schiavitù, la schiavitù
2.0 di chi soffre ma deve stare in silenzio, di chi lavora ma rimane povero,
di chi vive la negazione della propria identità. Nuovi schiavi obbligati a
stare al mondo come esseri perennemente soddisfatti, sempre giusti e privi
della possibilità di fare errori.
Una società nuova, basata sulla giustizia, sulla
democrazia e sull’eguaglianza deve anche avere un tempo per il fallimento.
Alle persone deve essere garantita per legge la possibilità di commettere
errori, di perdere, di essere sconfitti, di ripensarsi, di avere dubbi e
di prendere decisioni sbagliate. Dobbiamo avere il diritto di costruire
percorsi di vita che crollano senza che ci sia una società che ci giudichi e
che ci condanni. Il diritto al fallimento andrebbe inserito nella Costituzione.
Avere il diritto di praticare il fallimento significa
avere la possibilità di essere antagonisti a questo sistema.
In sanità le cose stanno andando molto male. Ma prima di discutere sulle
soluzioni, bisognerebbe accordarsi sulle verità sulle quali convenire perché,
diversamente, senza andare a fondo sulle cause che ci hanno portato a questo
drammatico punto di crisi, la sanità non si salva.
Ma non è facile affrontare questo esame sopratutto per chi in sanità ha avuto
importanti responsabilità politiche e non ama fare autocritica sul proprio
operato.
Non fa eccezione l’ex ministra Bindi che recentemente in un articolo su La
Stampa (13 gennaio) ha sostenuto tesi singolari e per sovrappiù riproposto gli
stessi errori del passato, tentando di rifilarci la sua riforma farlocca del
‘99.
Dire che la sanità è “svenduta in nome del mercato” è vero ma bisognerebbe
aggiungere che a svendere la sanità sono state le controriforme del ‘92 e del
‘99 targate Pd nelle quali sono state protagoniste l’Emilia Romagna (che sul
campo anticipò le Aziende prima della legge) e la ministra Bindi alla quale
dobbiamo la creazione della vera “seconda gamba”, cioè una sanità che non si
limita ad essere integrativa ma che è autorizzata, per legge, a sostituire
quella pubblica.
Il processo di privatizzazione in sanità precede la sua riforma, tuttavia è
proprio con la sua riforma-ter che il meccanismo privatistico si consolida.
Dopo di lei arriva Renzi con il job act e gli incentivi fiscali ai fondi
assicurativi fino a considerarli. incredibile a dirsi, come attività non
profit.
Ma a parte la “seconda gamba” della Bindi, lascia perplessi il maldestro
tentativo di rifilarci, dopo 23 anni, il cuore della sua controriforma
neoliberista.
La tesi centrale dell’articolo scritto per il quotidiano torinese è che la
sanità pubblica a priori non è in grado di essere “autosufficiente”, ovvero non
può essere solo pubblica ma per forza anche privata. Questa è la tesi che in
netto contrasto con la riforma del ‘78 è alla base della sua controriforma del
‘99 .
“Conosciamo le cause della malattia” scrive Bindi, “per troppi anni la sanità è
stata sottoposta a interventi contrari al rispetto dei principi costituzionali
e dei diritti umani fondamentali, assecondando l’idea che il mercato avrebbe
comunque potuto sostituire buona parte della sanità pubblica, quella più in
grado di generare profitti”. Giusto, peccato si ometta di dire che a chiamare
il mercato in causa negli anni ‘90 è stato il suo partito, prima con
l’aziendalizzazione poi con l’assistenza sostitutiva.
Ora che i famosi buoi sono scappati dichiararsi preoccupata che a causa della
“non autosufficienza” si allarghi la privatizzazione del sistema, sembra
lodevole ma poco convincente. Come anche ritenere che il SSN “possa essere
salvato” ma senza indicare, a chiare lettere, gli errori del passato. Con il
centro destra la non autosufficienza diventerà la regola.
E’ una falsità sostenere che la sanità pubblica non può essere autosufficiente:
se solo una parte del privato fosse reinvestito nel pubblico potremmo avere una
super sanità e a zero tempo nelle liste di attesa. Le liste di attesa esistono
perché c’è un privato da soddisfare. E’ una aberrazione sostenere che l’unico
modo per fare sostenibilità sia subordinare i diritti al reddito. Come è follia
pensare di rispettare i diritti con le logiche neoliberiste. E’ un insulto al
pensiero moderno contemporaneo ritenere che oltre alla strada inaugurata dalle
controriforme del centrosinistra non ci siano altri modi, altre politiche, per
fare per davvero sostenibilità.
Oggi se volessimo salvare il SSN la strada quasi obbligata non è il
neoliberismo surrettizio (meno diritti e meno pubblico) ma esattamente il
contrario cioè assicurare più salute, equivalente, come non è difficile
comprendere, a una maggiore ricchezza.
Dovrà essere la produzione di salute come produzione di ricchezza ad assicurare
il rispetto dei diritti.
Dagli
attacchi all’Ue a quelli a Bankitalia e giudici: ecco i pericoli
dell’insofferenza del governo alle istituzioni di garanzia. Molte, e in tante
lingue, sono le parole che contengono le due consonanti “st”. Molto spesso
indicano qualcosa che “sta” stabilmente (così in greco il verbo ístemi): per
esempio Stato, costituzione, esistenza, constare, sostenere e sostenibile,
eccetera.
Tra queste
c’è establishment. Questa parola nel discorso corrente è un modo generico di
indicare un coagulo di poteri costituiti di vario genere: economico-finanziari,
culturali e politici che fanno sistema e che, a chi ne è escluso, appare come
un aggregato di interessi compatto e autoreferenziale. Magari al suo interno
esistono tensioni e rivalità ma, alla resa dei conti, è concorde nella difesa
della propria conservazione contro le minacce che possano provenire
dall’esterno. Naturalmente, dicendo establishment o, se si vuole, oligarchie si
usano parole generiche. Esiste varietà. Per esempio, alcuni possono ispirarsi
al governo moderato, alla separazione dei poteri, al pluralismo, al rispetto
dei diritti, in una parola ai principi del costituzionalismo; oppure, altri,
non sapendo nemmeno che cosa ciò significhi, sono onnivori, ambiscono a un
potere illimitato che scorra senza ostacoli. Tuttavia, comune è una caratteristica:
vi si accede per cooptazione perché la cooptazione è garanzia di consonanza e
compattezza contro le ingerenze eccentriche che possono minare dall’interno la
solidità. Che piaccia o non piaccia (e a chi ne è escluso di certo non piace),
l’establishment esiste dappertutto, in ogni organizzazione sociale stabile e
capace di garantire stabilità. Si potrebbe dire: è un male, ma è necessario o,
almeno, inevitabile. È questa quella che fu definita la “ferrea legge” delle
oligarchie.
Con
l’establishment ci sono le istituzioni. Esse sono garanzie di stabilità e di
durata per mezzo, a dir così, delle loro funzioni di filtro o di selezione.
Separano il lecito dall’illecito, ciò che è ammesso e incoraggiato da ciò che è
escluso e represso. La “istituzionalizzazione” della vita politica e sociale è
nell’interesse non solo dell’establishment, ma anche nell’interesse, che è di
tutti, alla sicurezza e alla tranquillità. Da questo punto di vista, le
istituzioni svolgono un compito che va al di là degli interessi particolare di
chi si è impiantato nell’establishment. Esse sono, per dire così,
nell’establishment ma, per poter svolgere i loro compiti, non devono essere
dell’establishment. Devono, in altri termini, pensare e agire per il presente e
per il futuro, indipendentemente da interessi mutevoli e contingenti. Se ne
dipendessero, verrebbero meno ai propri compiti. Non sarebbero più istituzioni.
Sarebbero vuoti simulacri. Tradirebbero la fiducia cui devono aspirare come
humus indispensabile all’esercizio della loro funzione “istituzionale”. Nessuno
più si fiderebbe di loro.
Poi, è
venuta la democrazia. Con la democrazia abbiamo elezioni, maggioranze che
cambiano e rappresentanza di interessi nuovi. Nuove aggregazioni di potere si
possono affacciare e, nel caso che si prefiggano cambiamenti radicali, mirano
alla discontinuità attraverso nuove istituzioni o attraverso il controllo e
l’assoggettamento delle precedenti. In quanto portatrici di nuova legittimità
sono onnivore delle istituzioni che provengono dalla precedente legalità.
Queste sono percepite come impedimenti e devono essere, se non abolite, almeno
“messe in riga” e conformate al nuovo che avanza. Questa è la vicenda nella
quale siamo immersi, già da ora. Così, con queste premesse, comprendiamo che è
iniziata una partita che ha un’altissima posta in gioco. Chi ne risulterà
vincitore dipenderà da molti fattori tra i quali l’attenzione dell’opinione
pubblica resa consapevole dalla libera stampa che non sottovaluti e interpreti
i segnali che sono davanti ai nostri occhi. Essi, per ora, riguardano le
istituzioni europee, la Banca d’Italia e la magistratura, cause
dell’insofferenza di chi, avendo “vinto le elezioni”, si considera per
principio svincolato da limiti, controlli, contrappesi.
Le
istituzioni europee. Erano passati pochi giorni dalle elezioni e già si era
messo in discussione il “primato” del diritto della Ue sul diritto nazionale
che è la colonna portante della costruzione della comunità degli Stati
d’Europa. Non c’è motivo per credere che i motivi di questa contestazione non
si estenderanno alla Convenzione europea per i Diritti dell’Uomo e le Libertà
fondamentali, nonché alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, a sua volta
colonna portante della difesa in Europa dei principi della democrazia liberale.
La Banca
d’Italia. Essa è chiamata a compiti essenziali per la stabilità del sistema
economico attraverso la supervisione dei mercati finanziari e il controllo
della politica monetaria e quindi dell’inflazione (all’interno del circuito
delle banche centrali europeo). Ha voce sugli equilibri del bilancio, quindi
sul debito pubblico e sulla lotta all’evasione fiscale e sull’efficienza del
sistema tributario. È autorità di vigilanza sulle banche e sull’intermediazione
bancaria (di nuovo entro un sistema di relazioni europee) a tutela della
clientela bancaria e finanziaria. Controlla le operazioni di fusione,
partecipazione e ristrutturazione del sistema creditizio. Esprime pareri e
relazioni tecniche su questi temi e la sua autorevolezza è direttamente
proporzionale al grado d’indipendenza dagli interessi politici, spesso di
natura elettoralistica. Insomma, una parte importante del governo dell’economia
passa attraverso gli uffici della Banca d’Italia. Problematico è il
bilanciamento tra i suoi compiti tecnici e la loro rilevanza politica. In
questa tensione s’inserisce l’insofferenza del Governo (“sono stufa”, qualcuno
ha detto), specie quando la spesa e l’indebitamento sono concepiti dal mondo
politico come strumento di consenso elettorale. Da sempre (siamo nel 1893, in
età giolittiana), il rapporto Banca-politica è un tema “caldo”. Ingerenze
politiche, da un lato; eccessiva immedesimazione col mondo bancario,
dall’altro.
La
magistratura. La bestia nera d’ogni classe politica non aliena dalla
corruzione, intrisa di senso d’onnipotenza, è l’indipendenza della magistratura
e l’efficienza dei suoi poteri di controllo di legalità. Si annunciano tante
riforme e, fin qui, nulla di male. Ciascuna di esse può contenere del buono,
del meno buono, del cattivo e del pessimo: si deve discuterne e lo si farà, se
la discussione potrà esserci, aperta e onesta, nelle sedi preposte. Ma, se si
guarda all’insieme non si può far finta di non vedere fin da ora che il
risultato può essere ciò che si diceva prima: “mettere in riga” un’istituzione
che, bene o male a seconda dei casi, ha rappresentato un argine all’impunità
alla quale molte persone di potere aspirano.
L’elenco
finisce qui, per ora. Ma, che cosa accadrà quando la Corte costituzionale
“osasse”? Osasse annullare, in nome della Costituzione, decisioni del Governo,
forte del suo mandato elettorale. E se il presidente della Repubblica facesse
qualcosa di analogo in nome dell’unità nazionale? E se poi si arrivasse
all’investitura elettorale diretta del presidente stesso, in questo quadro di
garanzie scricchiolanti? Per non parlare, poi, della cultura che può essere
messa in riga facilmente e tacitamente, togliendo finanziamenti o orientandoli
dove si vuole. Per ora abbiamo sintomi, conati. Ne abbiamo già visti in
passato. Con una espressione generica, troppo generica, sono stati riassunti
nella parola “populismo”. Diciamo, per ora, sindrome d’onnipotenza condita da
rozzo nazionalismo, intolleranza, linguaggio e simbologia varia: tutte cose che
contraddicono un percorso che si aprì con la fine del fascismo e l’avvio della
democrazia, facendo intravedere un mondo ricco di speranza per un futuro
sognato e consegnato alle parole della Costituzione.