giovedì 26 gennaio 2023

C'era una volta il servizio sanitario nazionale - Gilberto Trombetta

Secondo il 18° Rapporto CREA Sanità¹, al SSN mancano almeno 50 miliardi di euro per avere un’incidenza media sul PIL analoga agli altri Paesi EU. Rispetto ai quali la spesa sanitaria del nostro Paese registra, nel 2021, una forbice del 44% in meno di spesa pubblica. 


Secondo il Rapporto, nel 2021 il finanziamento pubblico si ferma al 75,6% della spesa contro una media EU dell’82,9%. La spesa privata ha raggiunto 41 miliardi di euro (il 2,3% del PIL, contro una media EU del 2,0%): oltre 1.700 euro a nucleo familiare, il 5,7% dei consumi.


Durante la scellerata gestione del Covid, solo le famiglie appartenenti al 20% più abbiente hanno potuto contrastare le difficoltà di accesso ai servizi del SSN con un aumento della loro spesa privata.


In Italia mancano decine di migliaia di operatori sanitari rispetto alla media europea e al reale fabbisogno (grafici 4, 5, 6 e 7): medici ospedalieri (ne dovremmo assumere 15.000 l'anno per i prossimi 10 anni), medici di famiglia (5.000 in meno negli ultimi 5 anni) e infermieri (ne mancano 250.000).


Il diritto di accesso universalistico e gratuito alle cure, insieme a quello all'Istruzione, sono - dovrebbero essere - i pilastri su cui si fonda uno Stato impegnato a ridurre le disuguaglianze anzichè aumentarle.


L'esatto contrario di quello che viene fatto dai Governi italiani degli ultimi 30 anni.

[¹ https://www.creasanita.it/18vol.../Libro_finale_completo.pdf]

 

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Guerre vere, false paci e diplomazia muta

articoli, video, immagini di Vauro, Giuseppe Masala, Ennio Remondino, Domenico Quirico, Alberto Negri, Salvatore Fazio, Thierry Meyssan, Roberto Iannuzzi, Scott Ritter, Pierre De Gaulle, Vitaly Alekseienko, Aurelio Juri, Pepe Escobar, Enrico Tomaselli, Manlio Dinucci, Stefano Orsi, Nicoli Lilin, Giacomo Gabellini, Francesco Masala, Giulio Palermo, Giuseppe Germinario, Max Bonelli, GianAndrea Gaiani, Vittorio Nicola Rangeloni, Maurizio Vezzosi, Rete No War, Andrea Zhok, Disarmisti esigenti


La partita a poker dei mandanti – Francesco Masala

La gentaglia che governa il mondo occidentale (un miliardo di persone, dicono, su otto miliardi; in realtà molti di meno, visto che di quel miliardo solo metà, più o meno, è d’accordo con l’invio delle armi) continua la sua partita a poker.

La guerra degli Usa contro la Russia continua, all’Europa, utili idioti, fanno credere che con una coppia di 10 si ha la vittoria in tasca, e che la guerra contro la Russia era solo una guerra come quella contro Panama.

Ad aprile, quando i morti dell’operazione speciale erano solo poche migliaia, Zelensky stava per firmare la resa contro la Russia, poi gli inglesi hanno riempito Zelensky di stupefacenti e altre cose, e non ha capito più niente.

Da allora chi ha la coppia di 10, prima di accettare la sconfitta, continua a scommettere sempre di più.

Gli stati europei hanno perso competitività a favore degli Usa, il gas russo a buon prezzo è un ricordo, l’esoso gas Usa sarà una realtà, le armi europee regalate al regime corrotto dello stato ucraino (e distrutte dall’esercito russo) saranno rimpiazzate da armi Usa, nel prossimo futuro.

E gli stati europei continuano la partita a poker, sempre meno convinti di vincere, ma la libertà di agire dei servizi segreti ucraini è sacra, finché dura.

L’Europa è disposta a morire per il suonatore penico Zelensky? Vuole continuare fino alla disintegrazione della Russia?

Ci vorrebbe Samuel Beckett, a dichiarare la Fine della partita, purtroppo è morto alla fine del 1989.


 


Il verdetto di Ramstein: l’Europa è sacrificabile nella visione del padrone – Giuseppe Masala

Dopo la riunione dei paesi donatori-alleati dell’Ucraina in “Formato Reimstein” svoltasi ovviamente nella grande base americana in territorio tedesco di Reimstein non pare azzardato dire che ci aspettano anni di guerra. I paesi della Nato hanno deciso di continuare a fornire armi sempre più potenti all’Ucraina anche se i tedeschi fanno muro: per ora niente Leopard II nonostante le pressioni degli americani.

Altra questione apparentemente secondaria: il protocollo. Grandi bandieroni USA e dell’Ucraina nella sala delle riunioni allestita, tutta la tavolata principale occupata da ucraini e americani. I paesi europei – tutti – trattati come vassalli che devono solo ubbidire agli ordini. Di fronte all’impero non hanno manco una bandiera, manco una identità nazionale. L’Europa è sacrificabile nella visione di Washington.

Ci torneremo in questi giorni. Sarà chiaro in questi anni. Se sopravviveremo, si capisce.

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mercoledì 25 gennaio 2023

ricordo di Pino Roveredo

Le parole di sangue di Pino Roveredo, scrittore degli ultimi… - Francesca de Carolis

Un pensiero allo scrittore triestino che, da quando ne ho conosciuto le pagine, ho sempre trovato straordinario. Pino Roveredo, che se ne è andato nell’alba gelida e ventosa di sabato. Di lui leggerete dei racconti, dei romanzi, dei testi teatrali, dei premi, del Campiello, della sua vita “in salita”, spesso difficile fra traumi e dolore, che racconta con quel misto di durezza e dolcezza di cui era capace ne “I ragazzi della via Pascoli”.
Tanto ci sarebbe da dire sui suoi libri (che tutti invito a leggere), sulla sua vita, del suo occuparsi sempre del mondo degli ultimi, di chi vive ai margini… è stato fra l’altro garante dei detenuti del Friuli-Venezia Giulia.
Ma oggi voglio ricordarlo per la generosità con la quale rispose a una cortesia che mi permisi di chiedergli, sapendolo tanto sensibile ai problemi del mondo carcerario.
Pino Roveredo l’ho conosciuto grazie a Monica Murru, avvocato, che sapeva del mio progetto di fare qualcosa per Davide Emmanuello, detenuto da una ventina d’anni e più, al 41-bis, di cui da un po’ di tempo seguivo le vicende. Di Emmanuello avevo lettere, tante, scritte ad un amico in altro carcere, e che questo di volta in volta mi girava. Lettere tremende… non potevano restare solo il fascicolo sulla mia scrivania cui a tratti, nei mesi, continuavano ad aggiungersi fogli… Ero alla ricerca di qualcuno che fosse in grado di ascoltare davvero quest’urlo e, consigliata da Monica, alla fine le avevo spedite a Roveredo che, certo, se ne sarebbe lasciato straziare.
E Pino all’urlo di quelle lettere ha risposto con le parole di sangue di cui è capace. Come solo chi il carcere l’ha conosciuto e … “ho iniziato a occuparmi degli altri, gli ultimi in classifica. Con grande egoismo, perché in verità ho cominciato a farlo per occuparmi di me stesso”.
Emmanuello e Roveredo mai si sono fisicamente incontrati. Ma fra loro è nato un dialogo che è diventato un libro che squarcia il velo dell’ipocrisia che nasconde l’inferno del “regime di tortura del 41bis”. “Diversamente vivo, lettere dal nulla del 41-bis”.
E nulla parla meglio della sua scrittura.
Aveva scritto, Pino (in “Ferro batte ferro”), uno straordinario atto d’accusa contro una società che “ha bisogno di delinquenti su cui puntare il dito, per sentirsi migliore. Il Sert ha bisogno dei tossici per dare un motivo alla sua esistenza. Le rivendite alcoliche hanno bisogno degli alcolizzati per mantenersi in vita. I tabaccai e il monopolio di Stato ha bisogno dei fumatori per riempirsi le tasche con la disgrazia altrui”, raccontando della sua pur lontana esperienza in carcere, e di come l’angoscia fu la sua salvezza…
E “fu proprio quell’angoscia a scuotermi e darmi la forza di mettere la testa fuori dall’inferno carcerario, ed afferrare con una rabbia che non conoscevo… la coda della vita”.
Pino che dedica a Emmanuello ancora parole di sangue, ma che pure con dolcezza, come in un abbraccio, scrive:
“Se potessi, scavalcando le schiere rigide dei moralisti, forcaioli, giustizieri, giustizialisti, salteri oltre i muri della costrizione, poi entrerei nella galleria scura del 41bis, dove è vietato parlare, urlare, vivere, e tirerei fuori dal mio desiderio l’invenzione di una chiave. La infilerei nella serratura della porta blindata e con un giro di mano, libererei il passaggio e mi concederei il piacere di un invito.
-Dai Davide, sbrigati che abbiamo solo un’ora di tempo! –
Se potessi lo prenderei per mano, e imbrogliandogli la misura stretta di un passo che dura da più di vent’anni, gli farei indossare i passi larghi della fretta e poi lo trascinerei oltre i cancelli, lungo i corridoi, fuori dal portone.
Una volta fuori, gli regalerei un’ora di sole, gli farei respirare un’ora di aria, quella che non sbatte tra le mura dei reclusi. Per un’ora lo guarderei accarezzare un albero, baciare un fiore, sentire il profumo di una manciata di terra, gli indicherei la direzione del volo delle rondini, la riga lontana dell’orizzonte, e poi lo inciterei a liberare le gambe verso una corsa lunga sessanta minuti, proprio come si faceva da bambini, andare, correre, fino a quando non ti scoppiano i polmoni.
Ripeto, un’ora, non se ne accorgerebbe nessuno.
Dopo, giuro, che lo riporterei dentro la sua abituale castrazione, felice di avergli dato, non un’ora di libertà, quanto la forza per lui sconosciuta di un piccolo, minimo fiato di… umanità!”
E un abbraccio a Pino, ché la bellezza e la forza delle sue parole, contro ogni ipocrisia, sempre ci accompagneranno…

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martedì 24 gennaio 2023

Aboliamo le prigioni?

 

 

Estratto da Aboliamo le prigioni? di Angela Davis, edizioni Minimum Fax

 

Il carcere, viceversa, è considerato un elemento inevitabile e permanente della nostra vita sociale. I più rimangono sorpresi nel sentire che anche il movimento per l’abolizione delle prigioni ha una lunga storia, risalente addirittura alla comparsa del carcere come principale forma di punizione.

La reazione più naturale è quella di presumere che questi attivisti – persino coloro che si autodefiniscono consciamente «attivisti contro il carcere» – mirino semplicemente a migliorare le condizioni carcerarie o magari a riformare le prigioni in maniera più radicale. Quasi ovunque, abolire il carcere appare semplicemente impensabile e inverosimile. Gli abolizionisti vengono liquidati come utopisti e idealisti le cui idee sono, nel migliore dei casi, irrealistiche e impraticabili e, nel peggiore, sconcertanti e insensate. Ciò dà la misura di quanto sia difficile immaginare un ordine sociale che non sia fondato sulla minaccia di relegare certe persone in posti orribili allo scopo di separarle dalle loro famiglie e comunità.

Il carcere è considerato talmente «naturale» che è estremamente difficile immaginare che si possa farne a meno. Spero che questo libro incoraggi i lettori a mettere in discussione i loro preconcetti a proposito del carcere. Molti sono già arrivati alla conclusione che la pena di morte è una forma antiquata di punizione che viola i principi basilari dei diritti umani. Penso che sia venuto il momento di incoraggiare un dibattito analogo sul carcere. Nel corso della mia carriera di attivista contro le prigioni, ho visto crescere la popolazione carceraria statunitense con una rapidità tale che ormai molti membri delle comunità nere, latinoamericane e di nativi americani hanno molte più opportunità di finire in galera che di ottenere un’istruzione decente. Quando tanti giovani decidono di entrare nell’esercito per sfuggire all’inevitabilità del carcere, bisognerebbe chiedersi se non si debba tentare di introdurre alternative migliori.

La questione se il carcere sia ormai un’istituzione obsoleta è diventata particolarmente urgente alla luce del fatto che più di due milioni di persone negli Stati Uniti (su un totale mondiale di nove milioni) popolano attualmente le prigioni, i penitenziari, gli istituti minorili e i centri di detenzione per immigrati. Siamo disposti a relegare numeri sempre crescenti di persone provenienti da comunità oppresse dal punto di vista razziale in un’esistenza isolata, caratterizzata da regimi autoritari, violenza, malattie e tecnologie di reclusione che producono una grave instabilità mentale? Secondo uno studio recente, le carceri ospiterebbero il doppio di persone affette da malattie mentali rispetto a tutti gli ospedali psichiatrici degli Stati Uniti messi insieme.

Quando iniziai a occuparmi dell’attivismo contro il carcere alla fine degli anni Sessanta, rimasi sconcertata nell’apprendere che i detenuti erano quasi duecentomila. Se qualcuno mi avesse detto che in tre decenni il numero delle persone rinchiuse in gabbia sarebbe decuplicato non ci avrei creduto. Penso che la mia reazione sarebbe stata più o meno questa: «Per quanto questo paese possa essere razzista e antidemocratico [ricordate che durante quel periodo le richieste del movimento per i diritti civili non si erano ancora concretizzate], non credo che il governo degli Stati Uniti potrebbe mai recludere così tante persone senza scatenare una potente resistenza pubblica. No, non accadrà mai, a meno che il paese non precipiti nel fascismo». Quella avrebbe potuto essere la mia reazione trent’anni fa.

La realtà è che saremmo stati chiamati a inaugurare il xxi secolo accettando il fatto che due milioni di persone – un gruppo superiore alla popolazione di molti paesi – trascorrono la loro esistenza in posti come Sing Sing, Leavenworth, San Quintino e l’Alderson Federal Reformatory for Women. La gravità di queste cifre è ancora più evidente se si considera che complessivamente la popolazione statunitense è inferiore al 5% del totale mondiale, mentre gli Stati Uniti possono vantare più del 20% dell’intera popolazione carceraria. Per dirla con le parole di Elliott Currie, «il carcere è diventato una presenza incombente nella società [americana] in una misura senza precedenti nella nostra storia o in quella di qualsiasi altra democrazia industriale. Con l’eccezione delle grandi guerre, l’incarcerazione in massa ha rappresentato il programma sociale più compiutamente attuato dai governi dei giorni nostri».

Nel riflettere sulla possibilità che il carcere sia obsoleto, dovremmo chiederci come mai così tante persone siano potute finire in prigione senza che ciò sollevasse dibattiti importanti sull’efficacia della detenzione. Quando negli anni Ottanta, durante la cosiddetta era Reagan, s’iniziarono a costruire altre prigioni e il numero dei detenuti crebbe sempre più, i politici sostennero che il «pugno di ferro» nei confronti del crimine – che comprendeva la certezza della pena e periodi detentivi più lunghi – avrebbe mantenuto le comunità libere dalla delinquenza. Tuttavia, la pratica delle incarcerazioni in massa di quel periodo sortì un effetto scarso o addirittura nullo sui dati ufficiali relativi alle attività criminali.

Anzi, la crescita della popolazione carceraria non portò a comunità più sicure, ma piuttosto a ulteriori aumenti della stessa. Ogni nuova prigione ne generava un’altra. E con l’espandersi del sistema carcerario statunitense cresceva anche il coinvolgimento delle corporation nella costruzione delle prigioni, nel loro approvvigionamento di beni e servizi e nell’utilizzo di manodopera carceraria. Poiché la costruzione e la gestione delle prigioni iniziò ad attrarre ingenti capitali – dall’industria edilizia alle forniture alimentari, all’assistenza sanitaria – in un modo che ricordava la nascita del complesso militare-industriale, si è cominciato a parlare di un «complesso carcerario-industriale».

Prendiamo il caso della California, il cui territorio negli ultimi vent’anni è stato invaso da strutture carcerarie. La prima prigione statale della California fu San Quintino, aperta nel 1852.4 Folsom, un altro noto istituto di pena, aprì nel 1880. Tra il 1880 e il 1933, quando a Tehachapi venne inaugurato un carcere femminile, non fu costruita nessuna nuova prigione. Nel 1952 fu inaugurato il California Institution for Women e quello di Tehachapi diventò un altro carcere maschile. In tutto, tra il 1852 e il 1955 sorsero in California nove prigioni. Tra il 1962 e il 1965 furono costruiti due campi di lavoro, nonché il California Rehabilitation Center. Nella seconda metà degli anni Sessanta non fu aperta nessuna prigione e neppure durante tutto il decennio successivo.

Un massiccio progetto di costruzione di nuove strutture detentive fu avviato invece negli anni Ottanta, vale a dire durante la presidenza Reagan. Tra il 1984 e il 1989 furono inaugurati nove istituti di pena, compresa la Northern California Facility for Women. Non bisogna dimenticare che c’erano voluti più di cento anni per costruire le prime nove prigioni californiane; in meno di un decennio quel numero è raddoppiato e durante gli anni Novanta se ne sono aggiunte altre dodici, tra cui due penitenziari femminili. Nel 1995 è stata inaugurata la Valley State Prison for Women, il cui intento dichiarato era quello di «fornire 1980 posti letto per le detenute del sovraffollato sistema carcerario californiano». Tuttavia, nel 2002 le detenute erano già 35705 e tutte le strutture femminili erano sovraffollate.

Attualmente in California ci sono trentatré carceri, trentotto campi di lavoro, sedici case di correzione per minori e cinque piccoli centri per madri detenute. Nel 2002 le persone incarcerate in questi istituti erano 157.979, compresi circa ventimila individui che lo stato trattiene per violazione delle leggi sull’immigrazione. La composizione razziale di questa popolazione carceraria la dice lunga. I latinoamericani, che adesso sono la maggioranza, ne costituiscono il 35,2%; gli afroamericani il 30%, mentre i detenuti bianchi sono il 29,2%.6 Attualmente ci sono più donne in prigione nello stato della California di quante ce n’erano nelle carceri di tutto il paese all’inizio degli anni Settanta. Anzi, la California può vantare il carcere femminile più grande del mondo, la Valley State Prison for Women, che conta più di 3500 recluse. Situato nella stessa città della Valley State e letteralmente dirimpetto a questa, c’è il secondo carcere femminile del mondo per grandezza – la Central California Women’s Facility – la cui popolazione nel 2002 è arrivata anch’essa alle 3500 detenute circa.

Se si osserva su una carta della California la posizione delle trentatré prigioni statali, si può vedere che l’unica area che non sia densamente popolata di strutture detentive è quella a nord di Sacramento, anche se nella città di Susanville ci sono due carceri e nei pressi del confine con l’Oregon sorge Pelican Bay, uno dei famigerati supercarceri di massima sicurezza. L’artista californiano Sandow Birk, ispirato dalla colonizzazione del territorio da parte delle prigioni, ha prodotto una serie di trentatré quadri raffiguranti questi istituti e il paesaggio circostante e li ha raccolti nel libro Incarcerated: Visions of California in the Twenty-First Century.

Ho raccontato brevemente come il territorio della California sia stato invaso dalle strutture carcerarie per consentire ai lettori di comprendere quanto sia stato facile realizzare un massiccio sistema detentivo con l’assenso implicito dell’opinione pubblica. Perché la gente ha creduto così facilmente che rinchiudere una porzione sempre più vasta della popolazione statunitense avrebbe aiutato quanti vivono nel mondo libero a sentirsi più sicuri e protetti? È possibile formulare questo interrogativo anche in termini più generali: perché le prigioni danno alle persone l’idea che i loro diritti e le loro libertà siano più tutelati di quanto non lo sarebbero se il carcere non esistesse? A quali altre ragioni potremmo attribuire la rapidità con cui le prigioni hanno iniziato a colonizzare il territorio californiano?

La geografa Ruth Gilmore descrive l’espansione delle prigioni in California come «una soluzione geografica a problemi socioeconomici». La sua analisi del complesso carcerario-industriale in California descrive questi sviluppi come una reazione a un’eccedenza di capitali, terreni, manodopera e capacità produttiva di quello stato. Le nuove prigioni californiane sorgono su terreni rurali deprezzati, perlopiù appezzamenti agricoli un tempo irrigati…

Lo stato ha acquistato la terra messa in vendita da grandi proprietari terrieri. E ha garantito alle piccole città depresse su cui ora incombono le prigioni che quella nuova industria non inquinante e a prova di recessione avrebbe dato una spinta alla ripresa locale. Ma, come fa notare la Gilmore, non si sono visti né nuovi posti di lavoro né la più generale rivitalizzazione dell’economia promessa dalle prigioni. Queste promesse di miglioramento ci aiutano però a capire perché il parlamento e gli elettori della California abbiano deciso di approvare la costruzione di tante nuove carceri. La gente voleva credere che le prigioni non solo avrebbero ridotto il crimine, ma avrebbero anche fornito posti di lavoro e stimolato lo sviluppo economico di località sperdute.

Fondamentalmente, la questione è una: perché diamo per scontato il carcere? Anche se solo una parte relativamente esigua della popolazione ha sperimentato in prima persona la vita all’interno di un carcere, per le comunità povere nere e latinoamericane non si può parlare di piccole percentuali. E nemmeno per gli amerindi o per certe comunità di asiatici americani. Ma perfino tra queste persone – soprattutto giovani – costrette purtroppo ad accettare la condanna al carcere come una dimensione normale della vita nelle loro comunità, difficilmente si trova chi accetti di impegnarsi in un serio dibattito pubblico sulla vita in carcere o su alternative radicali alla detenzione. È come se si trattasse di un fatto inevitabile dell’esistenza, come nascere e morire.

In generale, si tende a dare il carcere per scontato. È difficile immaginare la vita senza di esso. Al tempo stesso, c’è riluttanza ad affrontare le realtà che nasconde, si ha timore di pensare a ciò che accade al suo interno. Di conseguenza, il carcere è presente nella nostra vita e allo stesso tempo ne è assente. Riflettere su questa presenza-assenza significa iniziare a riconoscere il ruolo svolto dall’ideologia nel plasmare le nostre interazioni con l’ambiente sociale che ci circonda.

Diamo per scontate le prigioni, ma spesso abbiamo paura di affrontare le realtà che producono. Dopotutto, nessuno vuole finire in galera. Siccome sarebbe troppo penoso accettare l’eventualità che chiunque, compresi noi stessi, possa diventare un prigioniero, tendiamo a considerare il carcere come qualcosa di avulso dalla nostra vita. Ciò vale perfino per alcuni di noi, donne e uomini, che già hanno sperimentato la detenzione.

E così pensiamo al carcere come a una sorte riservata ad altri, ai «malfattori», per usare un termine reso popolare di recente da George W. Bush. Dato il persistente potere del razzismo, nell’immaginario collettivo i «criminali» e i «malfattori » sono persone di colore. Perciò il carcere funziona ideologicamente come un luogo astratto in cui vengono presi in consegna gli individui indesiderabili, sollevandoci dalla responsabilità di riflettere sulle reali problematiche che affliggono le comunità da cui i detenuti provengono in numeri così spropositati. È questa la funzione ideologica del carcere: ci solleva dalla responsabilità di affrontare seriamente i problemi della nostra società, in particolare quelli prodotti dal razzismo e, in misura crescente, dal capitalismo globale.

Cosa ci sfugge, per esempio, se cerchiamo di pensare all’espansione del sistema carcerario senza prestare attenzione agli sviluppi economici più vasti? Viviamo in un’era in cui le corporation migrano. Per sottrarsi alla manodopera organizzata di questo paese – e quindi a salari più alti, contributi da versare e via dicendo – le corporation girano il mondo in cerca di nazioni che offrano sacche di manodopera a basso costo. E migrando, le corporation lasciano nei guai intere comunità. Un gran numero di persone perde il lavoro e ogni prospettiva di un impiego futuro. L’istruzione e altri servizi sociali superstiti sono profondamente influenzati dalla distruzione della base sociale di queste comunità. Il processo trasforma gli uomini, le donne e i bambini che vivono in tali comunità danneggiate in candidati perfetti per il carcere.

Intanto, le corporation collegate all’industria penitenziaria mietono profitti dal sistema che gestisce i detenuti, e sono quindi chiaramente interessate alla continua crescita della popolazione carceraria. In parole povere, questa è l’era del complesso carcerario-industriale. Le prigioni sono diventate buchi neri in cui vengono depositati i detriti del capitalismo contemporaneo. L’incarcerazione in massa genera profitti divorando al tempo stesso il patrimonio pubblico, e tende perciò a riprodurre proprio quelle condizioni che portano la gente in prigione. Esistono quindi collegamenti reali e alquanto intricati tra la deindustrializzazione dell’economia – uno sviluppo che ha raggiunto il culmine negli anni Ottanta – e la reclusione di massa, cresciuta durante l’era Reagan- Bush. Tuttavia, l’esigenza di un maggior numero di prigioni è stata presentata al pubblico in termini semplicistici.

Servivano più prigioni perché la criminalità era aumentata. Eppure molti studiosi hanno dimostrato che nel momento in cui è iniziato il boom della costruzione di nuove carceri, le statistiche ufficiali rivelavano già una diminuzione della delinquenza. Inoltre erano entrate in vigore leggi draconiane sulla droga, e diversi stati stavano introducendo norme che prevedevano pene molto severe per i recidivi. Per comprendere la proliferazione delle prigioni e l’ascesa del complesso carcerario-industriale, potrebbe essere utile riflettere più a fondo sui motivi per cui diamo così facilmente per scontato il carcere.

In California, come abbiamo visto, quasi i due terzi delle prigioni esistenti sono state inaugurate negli anni Ottanta e Novanta. Perché non si sono levate energiche proteste? Perché la prospettiva di molte nuove prigioni era visibilmente gradita all’opinione pubblica? Una risposta parziale a questo interrogativo è collegata al modo in cui consumiamo immagini mediatiche del carcere nonostante il fatto che le realtà dell’incarcerazione rimangano celate a quasi tutti coloro che non hanno avuto la disgrazia di scontare una pena detentiva. La critica culturale Gina Dent ha sottolineato come il nostro senso di familiarità con il carcere derivi in parte dalle rappresentazioni delle prigioni nei film e in altri mezzi visivi.

La storia delle immagini mentali collegate al carcere contribuisce a rafforzare l’istituzione carceraria come una parte naturalizzata del nostro paesaggio sociale. La storia del cinema è sempre stata sposata alla rappresentazione dell’incarcerazione. I primi filmati di Thomas Edison (che risalgono alla ricostruzione del 1901 Execution of Czolgosz with Panorama of Auburn Prison, presentata come un cinegiornale) comprendevano sequenze dei recessi più oscuri della prigione. Perciò il carcere è indissolubilmente legato alla nostra esperienza visiva, il che crea anche il senso della sua continuità come istituzione. Abbiamo inoltre un flusso costante di film hollywoodiani sul carcere che costituiscono di fatto un genere a sé stante.

Alcuni dei film più noti sulle prigioni sono: Non voglio morire, Papillon, Nick Mano Fredda e Fuga da Alcatraz. Vale anche la pena di accennare al fatto che la programmazione televisiva è sempre più satura di immagini di carceri. Tra i documentari recenti figurano la serie su a&e The Big House, costituita da programmi dedicati a San Quintino, Alcatraz, Leavenworth e all’Alderson Federal Reformatory for Women. La serie Oz, trasmessa per più stagioni dalla rete hbo, è riuscita a convincere molti telespettatori di sapere esattamente cosa accade nelle carceri maschili di massima sicurezza. Ma anche quanti non scelgono consapevolmente di guardare documentari o sceneggiati dedicati alle prigioni si ritrovano, volenti o nolenti, a consumare immagini del carcere per il semplice fatto di andare al cinema o accendere la tv. È praticamente impossibile evitarle.

Nel 1997, intervistando alcune donne in tre prigioni cubane, ho scoperto con stupore che la maggior parte descriveva la percezione del carcere che avevano in precedenza – vale a dire prima di finire in prigione loro stesse – come derivante dai molti film hollywoodiani che avevano visto. Tra le immagini che popolano la nostra mente, il carcere occupa dunque un posto di rilievo. Ciò ci ha indotto a darne per scontata l’esistenza. La prigione è diventata un ingrediente chiave del nostro senso comune. È presente, tutto intorno a noi. Non mettiamo in dubbio che debba esistere. Fa talmente parte del nostro mondo che ci vuole un grande sforzo d’immaginazione per concepire la vita senza di essa.

Con ciò non intendo ignorare i cambiamenti profondi verificatisi nel modo in cui sono condotti i dibattiti pubblici sul carcere. Dieci anni fa, nel momento in cui la spinta ad ampliare il sistema carcerario raggiungeva il culmine, erano ben poche le critiche a questo processo che raggiungevano l’opinione pubblica. Anzi, la maggior parte della gente non aveva idea dell’immensità di quell’espansione. Era un periodo in cui i cambiamenti interni – in parte dovuti all’applicazione di nuove tecnologie – spingevano il sistema carcerario statunitense in una direzione più repressiva. Mentre le precedenti classificazioni si limitavano a bassa, media e massima sicurezza, in quel periodo fu inventata una nuova categoria: il supercarcere di massima sicurezza. La svolta verso una maggiore repressione nel sistema carcerario, caratterizzato fin dall’inizio della sua storia dai suoi regimi repressivi, indusse alcuni giornalisti, opinionisti ed enti progressisti a opporsi al crescente affidamento sulle prigioni come mezzo per risolvere problemi sociali che sono in realtà esacerbati dall’incarcerazione in massa.

Nel 1990, il Sentencing Project, con sede a Washington, ha pubblicato uno studio sulla popolazione statunitense detenuta, in libertà vigilata o rilasciata su cauzione, in cui si concludeva che un nero su quattro di età compresa tra i venti e i ventinove anni rientrava in queste categorie. Cinque anni dopo, un secondo studio rivelava che la percentuale era salita a quasi uno su tre (32,2%). Inoltre, più di un latinoamericano su dieci nella stessa fascia di età era detenuto, in libertà vigilata o rilasciato su cauzione. Il secondo studio evidenziava anche che il gruppo che aveva conosciuto l’incremento maggiore era quello delle donne nere, la cui carcerazione era cresciuta del 78%.

Secondo il Bureau of Justice Statistics, attualmente gli afroamericani nel loro insieme rappresentano la maggioranza dei prigionieri statali e federali, con un totale di 803.400 detenuti neri, 118.600 in più del totale dei detenuti bianchi. Alla fine degli anni Novanta, articoli importanti sull’espansione delle prigioni sono apparsi su Newsweek, Harper’s, Emerge e Atlantic Monthly. Perfino Colin Powell ha sollevato la questione del crescente numero di detenuti neri di sesso maschile nel suo discorso alla Convention Nazionale Repubblicana del 2000 che ha proclamato la candidatura di George W. Bush alla presidenza.

Negli ultimi anni, l’assenza di posizioni critiche sull’espansione delle prigioni ha lasciato spazio, nell’arena politica, a proposte per una riforma del sistema carcerario. Anche se il dibattito pubblico si è fatto più flessibile, l’enfasi è quasi sempre posta sull’introduzione di cambiamenti che producano un sistema migliore. In altre parole, l’accresciuta flessibilità che ha permesso una discussione critica dei problemi associati all’espansione delle prigioni limita tale discussione alla questione della riforma carceraria. Per quanto importanti possano essere certe riforme – l’eliminazione degli abusi sessuali e dell’incuria sanitaria negli istituti femminili, per esempio – alcuni modelli fondati esclusivamente sulle riforme contribuiscono a generare l’idea vanificante che non esistano alternative al carcere. Quando è la riforma a diventare la questione centrale, i dibattiti sulle strategie di scarcerazione, che dovrebbero rappresentare il punto focale della nostra discussione sulla crisi delle carceri, tendono a essere messi da parte.

La questione più immediata, oggi, è come evitare un’ulteriore espansione della popolazione carceraria e come riportare quanti più uomini e donne detenuti in quello che i prigionieri chiamano «il mondo libero ». Come possiamo muoverci per depenalizzare l’uso di stupefacenti e la prostituzione? Come possiamo intraprendere delle strategie giudiziarie serie, che siano volte al recupero anziché esclusivamente alla punizione? Tra le alternative efficaci c’è la trasformazione sia delle tecniche per affrontare il «crimine» sia delle condizioni socioeconomiche che spingono in riformatorio e poi in carcere tanti figli delle comunità povere e in particolare delle comunità di colore. La sfida più ardua e urgente, oggi, è quella di esplorare territori nuovi della giustizia, nei quali le prigioni non fungano più da nostro principale punto fermo.

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Aboliamo le prigioni…- Francesca de Carolis

Aboliamo le prigioni? Un titolo che sembra quasi una provocazione. Un gioco di parole per illusi e sognatori. Parole impronunciabili, diciamo la verità, anche per molti che si ritengono “progressisti”.
Ma provocazione non lo è affatto. E questo saggio di Angela Davis, che quest’anno è stato riproposto da Minimum fax (che già lo aveva pubblicato in Italia nel 2009, dopo la sua uscita in America), mai come oggi sembra opportuno. Opportuno e attualissimo, anche per noi europei, e in particolare per noi italiani, freschi dello svelamento di cosa il carcere sia, dopo le notizie delle inusitate violenze che persone detenute, affidate alla custodia allo stato, hanno subito…
Angela Davis chi giovanissimo non è la ricorda mitica militante del movimento americano per i diritti civili dagli anni Sessanta e, fino agli anni ’90, del partito comunista degli Stati Uniti. E oggi che, attenta studiosa di fama internazionale, ha concentrato il suo impegno nella difficilissima battaglia per l’abolizione del carcere, ha la stessa forza e il rigore di allora, il suo pensiero lo stesso fascino che si affacciava dalle foto e dai poster di quel tempo, sotto quel casco immenso di capelli ricci e neri
E coglie un nodo fondamentale delle nostre paure e contraddizioni, che impediscono il cammino verso un mondo di vera uguaglianza, di rispetto di diritti per tutti, ma proprio per tutti. Andando intanto alla radice della nostra incapacità di immaginare un mondo senza prigioni.
Già. Perché mai diamo per scontato il carcere? “Come se si trattasse di un fatto scontato dell’esistenza, come nascere e morire”.
Ci ricorda, Angela Davis, che il carcere, come ancora lo intendiamo oggi, è un’istituzione moderna, che “il processo attraverso cui la carcerazione si è trasformata nel principale tipo di punizione inflitta dallo stato è strettamente legato all’ascesa del capitalismo e alla comparsa di un nuovo insieme di condizioni ideologiche”. Mentre la condanna al carcere viene pensata in termini di tempo, esattamente “nel periodo in cui il valore del lavoro viene calcolato in termini di tempo”.
Uno sguardo largo, quello di Angela Davis, sorretto dalla ferma convinzione che le diseguaglianze delle nostre società passano attraverso discriminazioni di razza di sesso e di classe, e solo la via del socialismo ne permetterebbe il superamento.
E studiando il sistema americano, ci parla di “sistema carcerario industriale” che, dopo l’abolizione della schiavitù, fonda le sue basi economiche su una sorta di “schiavismo morbido”, cercando di rivelare forme mascherate di pregiudizio razzista che raramente vengono riconosciute tali. In un sistema dove tutto si tiene, se lo sfruttamento della manodopera carceraria da parte di corporation private (perché questo accade) è “uno dei tanti aspetti dei rapporti che legano grandi imprese, governo, istituti di pena e media”. Un sistema che, confinando nelle sue mura marginalità cui nessuno intende porre rimedio, continuamente alimenta se stesso. Un sistema che, se pure abolito l’orrenda pratica dei detenuti in affitto in vigore fino all’inizio del XX secolo, ha tutto l’interesse a tenersi ben stretti i suoi due milioni e mezzo di persone detenute. Che sono per lo più neri, ispanici, amerindi, asiatici-americani…
Libro complessissimo e dettagliatissimo, tutto da studiare.
Ma due aspetti voglio segnalare.
Lo sguardo di donna che sa leggere come il sesso dei detenuti condizioni un sistema carcerario dove, paradossalmente, le richieste di parità con le prigioni maschili, invece di migliorare le condizioni di vita offrendo maggiori opportunità di istruzione, migliore assistenza medica… hanno portato a condizioni più repressive. Che dire della decisione negli anni Novanta in Alabama di istituire gruppi di forzati composti da donne “per creare condizioni di uguaglianza con gli uomini”…
E fanno rabbrividire le pagine in cui si racconta di come, in una perversa combinazione di razzismo e misoginia, si pratica la perquisizione integrale con l’esame di vagina e ano. Fa fatica pensarlo, ma questo è. Una sorta di istituzionalizzazione dell’abuso sessuale.
E ancora una cosa ci dice Angela Devis. Che l’urgenza di questo suo impegno nasce dallo sguardo di chi l’esperienza del carcere, nella sua violenza e nel suo orrore, l’ha vissuta in prima persona. Lei che nel 1970 fu arrestata con l’accusa di complicità in un omicidio, e dopo due anni assolta. E nessuno sguardo altro può arrivare a tanta profondità e determinazione.
Aboliamo le prigioni, dunque. Contro il carcere, la discriminazione, la violenza del capitale. Un lavoro molto ricco, col corredo di interviste e interventi di Guido Caldiron , Paolo Persichetti e Valeria Verdolini. Interventi in appendice, che in realtà sono parte integrante di un discorso che parte dagli Stati Uniti e attraversa l’oceano per dirci che riguarda anche tutti noi, e i paralleli balzano agli occhi, dalla questione dell’affollamento, al processo di criminalizzazione delle marginalità sociali, all’assurdo binomio, che i dati smentiscono, carcere/sicurezza, alle forme del nostro razzismo che è riuscito a trasformare il concetto di cittadinanza in “condizione esclusiva della personalità sociale”, dove gruppi stigmatizzati in partenza non hanno speranza…
Un libro che pone tante domande. Su tutte una: ma è davvero così difficile pensare a un mondo senza prigioni? Eppure, si ricorda anche qui, chi avrebbe mai pensato, cinquant’anni fa, che si potesse vivere anche senza manicomi? Basaglia insegna… che l’impossibile può diventare possibile.
Da leggere questo libro, giustamente si spiega, come manuale di resistenza. Di resistenza ai dubbi, alle paure, alle oscillazioni, che investono anche chi il pensiero dell’abolizione delle prigioni pure riesce a sfiorarlo. Eppure… “Molti sono già arrivati alla conclusione che la pena di morte è una forma antiquata di punizione che viola i principi basilari dei diritti umani. Penso che sia venuto il momento di incoraggiare un dibattito analogo sul carcere”. Parola di Angela Davis.
E coraggio, allora. Provate a immaginare l’impossibile. Provate a immaginare il nostro mondo virare in panorami urbani liberi da quelle asfittiche scatole di ferro e cemento, in panorami dell’anima ripuliti da tanta insensata, dolorosa, violenta costrizione. E’ davvero così difficile?

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Aboliamo le prigioni…- Vittorio da Rios

“Un grande giurista partenopeo Gaetano Filangieri, nella seconda metà del 1700, nel suo capolavoro “La scienza della Legislazione” dedica un libro alla formazione dell’individuo, alla sua educazione e pone il problema fondamentale della educazione alla cultura e all’alto sapere filosofico-scientifico di ogni creatura umana. Ma Filangieri si pone un grande assioma dai grandi risvolti di natura etica-morale. La “Felicità” non può essere un fatto privato o famigliare ma deve essere “collettiva”: come posso, scrive Filangieri, essere felice quando intorno a me c’è fame, emarginazione e miseria? E poi nella corrispondenza con i colleghi illuministi francesi che preparavano la rivoluzione del 1789 li ammoniva che abbattendo necessariamente la società feudale da secoli oppressiva e schiavista non si sostituisca una organizzazione sociale altrettanto sperequativa, l’egemonia del denaro. Fu grande profeta il Filangieri. Morì troppo giovane a soli 35 anni per patologie polmonari. Veniamo ora all’articolo di Francesca de Carolis, a proposito del saggio di Angela Davis, che ci invita a pensare e p5rogettare un mondo senza prigioni…
Voltaire, che Cacciari ha definito impropriamente un po’ superficialotto, a proposito di carcere scrisse che la qualità della democrazia di uno Stato si misura dalla qualità del sistema giudiziario e dalle condizioni in cui versano le carceri. Prendo spunto da un grande giurista contemporaneo di respiro internazionale, Luigi Ferrajoli, autore tra l’altro di “Diritto e ragione, teoria del garantismo penale”, che ha usato per primo dentro il paradigma del diritto, che oggi si è costruito e si alimenta un sistema economico-finanziario che determina i CRIMINI DI SISTEMA, e oggi le nostre carceri sono popolate dalle vittime dei crimini di sistema! E allora come giustifichiamo oggi tutto questo? Come pensiamo di conciliare per esempio la nostra Costituzione con i CRIMINI DI SISTEMA? Ma andiamo al nucleo centrale dello scritto di Francesca, a proposito del saggio della Davis ABOLIRE IL CARCERE?…. Gianpiero Pierotti fa presente giustamente che abbattendo le sperequazioni sociali le carceri si svuoteranno. Ma oggi innanzi a spaventose sperequazioni sociali mai prima verificatosi, come riorganizzare le società, i membri e gli appartenenti degli Stati? In questi ultimi decenni abbiamo assistito a radicali cambiamenti strutturali che hanno modificato l’essenza degli Stati. Pensiamo in modo particolare alla svendita e svuotamento nella sua essenza costitutiva per esempio del nostro Stato. Iniziando dagli anni ’90 si sono svenduti a privati a prezzo di stralcio l’Ina-l’Eni-l’Enel-L’Iri, si è privatizzata la Banca d’Italia, la Banca Nazionale del Lavoro, tutte le maggiori Banche sono state privatizzate, cosi gran parte del sistema sanitario, come le strutture scolastiche. La finanza e i grandi gruppi nazionali e internazionali gestiscono, condizionano di fatto i parlamenti e i governi compreso il nostro. Questi sono i grandi problemi che oggi abbiamo innanzi. Insormontabili? Irreversibili? Salvatore Veca in un suo saggio del 1982 sulla giustizia inizia cosi: Vi sono almeno due modi principali per affrontare il ricorrente problema della giustizia, essi dipendono da due modi alternativi di concettualizzare la società. Storicamente, le due versioni si distribuiscono nel tempo in fasi alterne configurando uno spazio permanente di tensione e conflitto o una sorta di controversia interminabile, come spesso accade alle nostre rivali interpretazioni del mondo. Concettualmente, l’opposizione riguarda quello che si potrebbe definire un approccio olistico e quello che si potrebbe corrispondentemente definire un approccio individualistico alla società. Una ulteriore definizione potrebbe contrapporre uno schema della società in termini di fatti sociali e leggi a uno in termini di azione sociale e regole. Nel primo caso (approccio olistico in termini di fatti sociali e leggi ) la giustizia di una società è considerata, per dir cosi, assumendo la società come un tutto, indipendentemente dalla valutazione degli individui che la compongono. Nel secondo ( approccio individualistico in termini di azione sociale e regole ) la giustizia di una società è considerata in modo dipendente e coerente con la valutazione degli individui che la compongono. Ecco quindi l’urgenza di ripensare radicalmente il concetto di cosa si intende oggi per diritto nel nostro paese. Come rifondare oggi lo Stato di diritto soprattutto, e riscrivere gran parte dei codici penale e civile adattandoli alle radicali mutazioni avvenute sopra citate. Soprattutto sfoltendo un foresta, un ginepraio di testi e paradigmi giuridici oramai del tutto inutili. Ma la giustizia concreta effettuale si determina nella società, di come la struttura sociale disponga di elementi di reale democrazia economica. Avendo la lucida consapevolezza che il sistema economico-finanziario va in tutt’altra direzione, e che le sperequazioni sociali determinate e le risorse sono in mano di un numero di persone sempre più esiguo. Come rimediare? Il lavoro è immane. Per riportare un equilibrio economico, mancando di fatto di uno Stato, essendo stato criminalmente svenduto, doppiamo tenere presente questo. Io ritengo e non voglio sconfinare in utopie irrealizzabili, che occorra costruire nei prossimi anni nuovi paradigmi culturali quanto giuridici, per andare oltre il carcere, rendere inutile il carcere, superare definitivamente il concetto di espiazione in condizioni di ristretti. Fondamentale per raggiungere questo obbiettivo è l’applicazione finalmente della Costituzione nei suoi pilastri costitutivi. Riportare lo Stato democratico moderno garantista alla sua funzione strategica come concepito dai padri Fondatori, in termini economici e culturali, ai fini di assicurare e determinare le condizione di equità e di giustizia sociale. Spetta a noi cittadini applicare la Costituzione, e costruire da molte macerie attuali lo Stato di diritto che deve essere presente in tutte le pieghe della società affinché più nessuno cada in tragedia, e abbia consentito una vita giusta e dignitosa. Solo cosi aboliremo definitivamente le carceri e il business rappresentato dalla gestione del Reato.
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Il carcere è solo un inferno per poveri e emarginati: aboliamo la galera – Livio Ferrari

 

Sono trascorsi 10 anni da quando Massimo Pavarini e io abbiamo scritto il manifesto “No Prison”, venti punti per affermare un’idea di pace e riconciliazione che riduca il più possibile il dolore e la sofferenza, in tanti casi la morte, delle persone che hanno commesso reati e una fondamentale attenzione alle vittime. Il bollettino dei disastri che questi luoghi producono nel nostro Paese è all’attenzione di tutti, una scia di sangue che di anno in anno non si arresta, mentre è urgente intervenire con scelte che riportino la legalità anche nelle città recluse. Nel 2022 sono state 84 le persone che si sono suicidate e 190 i morti nelle carceri italiane, oltre alle migliaia di atti di autolesionismo e le innumerevoli violenze, una fotografia di guerra per luoghi che dovrebbero essere garantiti dai diritti in uno Stato democratico.

La storia del carcere è percorsa da una irrisolta ambiguità tra la volontà di rinchiudere i soggetti che delinquono e quella di rieducarli per il reinserimento, e in questa dicotomia c’è un inganno di fondo determinato dal fatto che il contenitore carcere ammassa sempre e ovunque donne e uomini deboli, infatti è nato per rinchiudervi i poveri e per loro è rimasto anche ai giorni nostri, e sui poveri si può speculare impunemente senza pericolo di contrapposizioni, perché le prigioni sono popolate da persone senza risorse economiche e poche culturali. L’ideologia politica delle pene non si ferma più solo al punire le persone in seguito a un reato ma di gestire gruppi sociali in ragione del rischio criminale. In effetti, attraverso il diritto penale si perseguono finalità politiche di controllo sociale che tendono a criminalizzare anche soggetti che vivono nella marginalità, nei cui confronti è assente una richiesta sociale di censura, e che il potere invece addita come nemici pur se non necessitano del ricorso all’istituto della pena per essere controllati.

Attenzione perché se il sistema penale pone fra i suoi obiettivi quello della difesa sociale, per avviarsi sulla strada della incapacitazione di soggetti appartenenti a frange avvertite come pericolose, si colloca in un ambito improprio che è quello di polizia, fuori da un contesto proprio di uno Stato di diritto e fuori dalla Costituzione. La maggioranza delle persone recluse sono giovani, immigrati e tossicodipendenti soprattutto, provenienti da strati sociali deboli e marginalizzati, quasi sempre coinvolti in economie e mercati illegali in ruoli subalterni, autori di delitti predatori o di criminalità opportunista, cosa che rende e purtroppo questa tendenza di aumento della carcerizzazione continuerà, in quanto il percorso è ben visibile e tracciato e porta alle minoranze razziali, etniche, culturali, sociali ed economiche segnate da stili di vita ai margini della legalità e irrimediabilmente perse a ogni speranza realistica di inclusione, nella logica militare di: “più prigionieri faccio, da meno nemici dovrò guardarmi”.

Il carcere è solo l’anello finale di una catena giudiziaria che è mera vendetta di uno Stato che applica ancora la legge del taglione, l’odio istituzionalizzato, e non ha cura né del reo e nemmeno della vittima. La genesi è nelle aule del tribunale dove poveri e stranieri, spesso la stessa persona, sono condannati in ragione di una mancanza di reale difesa, mentre il termine giustizia si coniugherebbe veramente al suo più alto livello se il magistrato uscisse dalla recita inquisitoria e avesse interesse del presunto reo, nella sua unicità, cosciente che la vita è breve e che dall’errore può arrivare il cambiamento. La prigione umilia, annulla, stigmatizza e impone il dolore, la sofferenza, è crudeltà, crea e aumenta la pericolosità di tutti coloro che vi transitano, che diventano a loro volta moltiplicatori irreversibili e potenziali della violenza ricevuta. Il carcere è considerato un male necessario, nella mancanza di coscienza e conoscenza in generale, senza sapere che provoca più problemi di quanti ne risolve. Sembra non possa esserci alternativa a esso, mentre l’unica soluzione possibile è l’abolizione delle prigioni che non è un’utopia.

Non vi è alcun motivo di credere che lo spettro della prigione ridurrà la criminalità, è pertanto assurdo ritardare la ricerca di una soluzione di non carcere. È possibile vivere in un mondo migliore, con un’esecuzione della condanna che sia rispettosa dei diritti dei condannati; invece di reprimere è più utile, sicuro e degno investire in politiche pubbliche per ridurre le diseguaglianze sociali. Ma è necessario buona volontà e un atto rivoluzionario per eliminare le prigioni di Stato con le loro torture. Cito dal nostro Manifesto: “Credere e praticare oggi una volontà abolizionista del carcere è irrealistico quanto nel passato lo fu invocare l’abolizione della tortura e della pena di morte”.

* Portavoce di “No Prison”

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lunedì 23 gennaio 2023

Jacinda Ardern e il nostro diritto al fallimento - Roberto Loddo

“Sono un essere umano. Diamo tutto quello che possiamo per tutto il tempo che possiamo, e poi arriva il momento. E per me quel momento è arrivato”. Mi hanno colpito nel profondo le parole della dimissionaria premier neozelandese Jacinda Ardern, parole che possono essere estese a qualsiasi dimensione della nostra società dominata dal grande culto dell’efficienza e della prestazione a qualsiasi costo.

E allora chi è che garantisce i diritti e la libertà delle persone che vivono l’esperienza del fallimento? Spesso ci dimentichiamo che più di quarant’anni fa i nostri servizi di salute sono stati travolti da una piccola rivoluzione, una lotta politica e culturale che ha portato all’approvazione della Legge 180 e al cambiamento radicale dei diritti umani e civili delle persone che vivono l’esperienza della sofferenza mentale. Il sogno interrotto di Basaglia è contenuto nei dettagli della mancata applicazione dei principi della deistituzionalizzazione. Per questo le persone che non funzionano più come vorremmo sono da un lato escluse dalle garanzie costituzionali ma dall’altro sono ancora oggi, di fatto, elemento costituente della società basata sull’esclusione sociale e sulla disuguaglianza.

Gli effetti delle disuguaglianze hanno prodotto una società tradita dalle promesse di benessere del neoliberismo in cui dovevamo essere tutti più felici lavorando di più e rinunciando a parte dei diritti sociali. Al contrario ci siamo ritrovati appiattiti in una società malata e contaminata da relazioni umane basate sulla violenza dove non sono le persone ad essere al centro dei bisogni dello stato ma solo i mercati e la finanza. Questo mondo spinge le persone a rimanere sole, isolate nell’egoismo e nell’individualità della mercificazione quotidiana, e non prevede, non consente, il tempo per il loro fallimento e non consente loro di avere nuove opportunità e nuove possibilità.

Senza il tempo per il fallimento siamo esseri divisi e separati da un ordine sociale basato dalla produttività e dall’efficienza. Sei giusto se produci e consumi e sei matto e sbagliato se non lo fai. E se non lo fai hai fallito, perché non hai diritto a seconde possibilità. Nel mondo per fatto per i giusti, il fallimento è declinato solo come insuccesso e sconfitta.

La relazione tra il tempo del fallimento e la salute mentale è ben visibile nella qualità sempre più insufficiente della presa in cura e nella mancata organizzazione dei servizi di salute mentale, nell’assenza di partecipazione e di consenso da parte di chi utilizza i servizi di salute mentale che diventano un non luogo verticale dove non c’è più spazio per praticare il rispetto dei diritti umani e dei diritti di cittadinanza. C’è solo un ambulatorio che cataloga le persone dispensando farmaci e terapie.

Non ci può essere diritto al fallimento se rimane solo l’appuntamento con lo psichiatra per la fiala depot, se rimane solo il ricovero nei reparti ospedalieri degli Spdc, se mancano i percorsi di presa in cura individuali orientati al miglioramento della qualità della vita, se mancano gli strumenti per il diritto all’abitare, al lavoro e alle relazioni sociali e affettive.

Non possiamo permetterci di fallire con poco personale nei Centri di salute mentale, con centri di riabilitazione diurna senza risorse, con tante persone che vivono la loro sofferenza restando tutto il giorno chiusi in casa con un intervento farmacologico che non è accompagnato da una riabilitazione e da un adeguato sostegno psicologico, con i familiari in balia di un carico enorme e senza prospettive future.

Non possiamo permetterci di fallire e senza il tempo per il fallimento non ci può essere crescita e nemmeno libertà. Siamo ingabbiati in una forma moderna di schiavitù, la schiavitù 2.0 di chi soffre ma deve stare in silenzio, di chi lavora ma rimane povero, di chi vive la negazione della propria identità. Nuovi schiavi obbligati a stare al mondo come esseri perennemente soddisfatti, sempre giusti e privi della possibilità di fare errori.

Una società nuova, basata sulla giustizia, sulla democrazia e sull’eguaglianza deve anche avere un tempo per il fallimento. Alle persone deve essere garantita per legge la possibilità di commettere errori, di perdere, di essere sconfitti, di ripensarsi, di avere dubbi e di prendere decisioni sbagliate. Dobbiamo avere il diritto di costruire percorsi di vita che crollano senza che ci sia una società che ci giudichi e che ci condanni. Il diritto al fallimento andrebbe inserito nella Costituzione.

Avere il diritto di praticare il fallimento significa avere la possibilità di essere antagonisti a questo sistema.

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Il disastro delle controriforme targate Pd - Ivan Cavicchi

 

In sanità le cose stanno andando molto male. Ma prima di discutere sulle soluzioni, bisognerebbe accordarsi sulle verità sulle quali convenire perché, diversamente, senza andare a fondo sulle cause che ci hanno portato a questo drammatico punto di crisi, la sanità non si salva.

Ma non è facile affrontare questo esame sopratutto per chi in sanità ha avuto importanti responsabilità politiche e non ama fare autocritica sul proprio operato.
Non fa eccezione l’ex ministra Bindi che recentemente in un articolo su La Stampa (13 gennaio) ha sostenuto tesi singolari e per sovrappiù riproposto gli stessi errori del passato, tentando di rifilarci la sua riforma farlocca del ‘99.
Dire che la sanità è “svenduta in nome del mercato” è vero ma bisognerebbe aggiungere che a svendere la sanità sono state le controriforme del ‘92 e del ‘99 targate Pd nelle quali sono state protagoniste l’Emilia Romagna (che sul campo anticipò le Aziende prima della legge) e la ministra Bindi alla quale dobbiamo la creazione della vera “seconda gamba”, cioè una sanità che non si limita ad essere integrativa ma che è autorizzata, per legge, a sostituire quella pubblica.
Il processo di privatizzazione in sanità precede la sua riforma, tuttavia è proprio con la sua riforma-ter che il meccanismo privatistico si consolida. Dopo di lei arriva Renzi con il job act e gli incentivi fiscali ai fondi assicurativi fino a considerarli. incredibile a dirsi, come attività non profit.
Ma a parte la “seconda gamba” della Bindi, lascia perplessi il maldestro tentativo di rifilarci, dopo 23 anni, il cuore della sua controriforma neoliberista.
La tesi centrale dell’articolo scritto per il quotidiano torinese è che la sanità pubblica a priori non è in grado di essere “autosufficiente”, ovvero non può essere solo pubblica ma per forza anche privata. Questa è la tesi che in netto contrasto con la riforma del ‘78 è alla base della sua controriforma del ‘99 .
“Conosciamo le cause della malattia” scrive Bindi, “per troppi anni la sanità è stata sottoposta a interventi contrari al rispetto dei principi costituzionali e dei diritti umani fondamentali, assecondando l’idea che il mercato avrebbe comunque potuto sostituire buona parte della sanità pubblica, quella più in grado di generare profitti”. Giusto, peccato si ometta di dire che a chiamare il mercato in causa negli anni ‘90 è stato il suo partito, prima con l’aziendalizzazione poi con l’assistenza sostitutiva.
Ora che i famosi buoi sono scappati dichiararsi preoccupata che a causa della “non autosufficienza” si allarghi la privatizzazione del sistema, sembra lodevole ma poco convincente. Come anche ritenere che il SSN “possa essere salvato” ma senza indicare, a chiare lettere, gli errori del passato. Con il centro destra la non autosufficienza diventerà la regola.
E’ una falsità sostenere che la sanità pubblica non può essere autosufficiente: se solo una parte del privato fosse reinvestito nel pubblico potremmo avere una super sanità e a zero tempo nelle liste di attesa. Le liste di attesa esistono perché c’è un privato da soddisfare. E’ una aberrazione sostenere che l’unico modo per fare sostenibilità sia subordinare i diritti al reddito. Come è follia pensare di rispettare i diritti con le logiche neoliberiste. E’ un insulto al pensiero moderno contemporaneo ritenere che oltre alla strada inaugurata dalle controriforme del centrosinistra non ci siano altri modi, altre politiche, per fare per davvero sostenibilità.
Oggi se volessimo salvare il SSN la strada quasi obbligata non è il neoliberismo surrettizio (meno diritti e meno pubblico) ma esattamente il contrario cioè assicurare più salute, equivalente, come non è difficile comprendere, a una maggiore ricchezza.
Dovrà essere la produzione di salute come produzione di ricchezza ad assicurare il rispetto dei diritti.

https://archiviopubblico.ilmanifesto.it/Articolo/2003284439

domenica 22 gennaio 2023

RIFORME, LA SINDROME CHE CONFONDE LA VITTORIA ELETTORALE CON IL SENSO DI ONNIPOTENZA - Gustavo Zagrebelsky

 

Dagli attacchi all’Ue a quelli a Bankitalia e giudici: ecco i pericoli dell’insofferenza del governo alle istituzioni di garanzia. Molte, e in tante lingue, sono le parole che contengono le due consonanti “st”. Molto spesso indicano qualcosa che “sta” stabilmente (così in greco il verbo ístemi): per esempio Stato, costituzione, esistenza, constare, sostenere e sostenibile, eccetera.

Tra queste c’è establishment. Questa parola nel discorso corrente è un modo generico di indicare un coagulo di poteri costituiti di vario genere: economico-finanziari, culturali e politici che fanno sistema e che, a chi ne è escluso, appare come un aggregato di interessi compatto e autoreferenziale. Magari al suo interno esistono tensioni e rivalità ma, alla resa dei conti, è concorde nella difesa della propria conservazione contro le minacce che possano provenire dall’esterno. Naturalmente, dicendo establishment o, se si vuole, oligarchie si usano parole generiche. Esiste varietà. Per esempio, alcuni possono ispirarsi al governo moderato, alla separazione dei poteri, al pluralismo, al rispetto dei diritti, in una parola ai principi del costituzionalismo; oppure, altri, non sapendo nemmeno che cosa ciò significhi, sono onnivori, ambiscono a un potere illimitato che scorra senza ostacoli. Tuttavia, comune è una caratteristica: vi si accede per cooptazione perché la cooptazione è garanzia di consonanza e compattezza contro le ingerenze eccentriche che possono minare dall’interno la solidità. Che piaccia o non piaccia (e a chi ne è escluso di certo non piace), l’establishment esiste dappertutto, in ogni organizzazione sociale stabile e capace di garantire stabilità. Si potrebbe dire: è un male, ma è necessario o, almeno, inevitabile. È questa quella che fu definita la “ferrea legge” delle oligarchie.

Con l’establishment ci sono le istituzioni. Esse sono garanzie di stabilità e di durata per mezzo, a dir così, delle loro funzioni di filtro o di selezione. Separano il lecito dall’illecito, ciò che è ammesso e incoraggiato da ciò che è escluso e represso. La “istituzionalizzazione” della vita politica e sociale è nell’interesse non solo dell’establishment, ma anche nell’interesse, che è di tutti, alla sicurezza e alla tranquillità. Da questo punto di vista, le istituzioni svolgono un compito che va al di là degli interessi particolare di chi si è impiantato nell’establishment. Esse sono, per dire così, nell’establishment ma, per poter svolgere i loro compiti, non devono essere dell’establishment. Devono, in altri termini, pensare e agire per il presente e per il futuro, indipendentemente da interessi mutevoli e contingenti. Se ne dipendessero, verrebbero meno ai propri compiti. Non sarebbero più istituzioni. Sarebbero vuoti simulacri. Tradirebbero la fiducia cui devono aspirare come humus indispensabile all’esercizio della loro funzione “istituzionale”. Nessuno più si fiderebbe di loro.

Poi, è venuta la democrazia. Con la democrazia abbiamo elezioni, maggioranze che cambiano e rappresentanza di interessi nuovi. Nuove aggregazioni di potere si possono affacciare e, nel caso che si prefiggano cambiamenti radicali, mirano alla discontinuità attraverso nuove istituzioni o attraverso il controllo e l’assoggettamento delle precedenti. In quanto portatrici di nuova legittimità sono onnivore delle istituzioni che provengono dalla precedente legalità. Queste sono percepite come impedimenti e devono essere, se non abolite, almeno “messe in riga” e conformate al nuovo che avanza. Questa è la vicenda nella quale siamo immersi, già da ora. Così, con queste premesse, comprendiamo che è iniziata una partita che ha un’altissima posta in gioco. Chi ne risulterà vincitore dipenderà da molti fattori tra i quali l’attenzione dell’opinione pubblica resa consapevole dalla libera stampa che non sottovaluti e interpreti i segnali che sono davanti ai nostri occhi. Essi, per ora, riguardano le istituzioni europee, la Banca d’Italia e la magistratura, cause dell’insofferenza di chi, avendo “vinto le elezioni”, si considera per principio svincolato da limiti, controlli, contrappesi.

Le istituzioni europee. Erano passati pochi giorni dalle elezioni e già si era messo in discussione il “primato” del diritto della Ue sul diritto nazionale che è la colonna portante della costruzione della comunità degli Stati d’Europa. Non c’è motivo per credere che i motivi di questa contestazione non si estenderanno alla Convenzione europea per i Diritti dell’Uomo e le Libertà fondamentali, nonché alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, a sua volta colonna portante della difesa in Europa dei principi della democrazia liberale.

La Banca d’Italia. Essa è chiamata a compiti essenziali per la stabilità del sistema economico attraverso la supervisione dei mercati finanziari e il controllo della politica monetaria e quindi dell’inflazione (all’interno del circuito delle banche centrali europeo). Ha voce sugli equilibri del bilancio, quindi sul debito pubblico e sulla lotta all’evasione fiscale e sull’efficienza del sistema tributario. È autorità di vigilanza sulle banche e sull’intermediazione bancaria (di nuovo entro un sistema di relazioni europee) a tutela della clientela bancaria e finanziaria. Controlla le operazioni di fusione, partecipazione e ristrutturazione del sistema creditizio. Esprime pareri e relazioni tecniche su questi temi e la sua autorevolezza è direttamente proporzionale al grado d’indipendenza dagli interessi politici, spesso di natura elettoralistica. Insomma, una parte importante del governo dell’economia passa attraverso gli uffici della Banca d’Italia. Problematico è il bilanciamento tra i suoi compiti tecnici e la loro rilevanza politica. In questa tensione s’inserisce l’insofferenza del Governo (“sono stufa”, qualcuno ha detto), specie quando la spesa e l’indebitamento sono concepiti dal mondo politico come strumento di consenso elettorale. Da sempre (siamo nel 1893, in età giolittiana), il rapporto Banca-politica è un tema “caldo”. Ingerenze politiche, da un lato; eccessiva immedesimazione col mondo bancario, dall’altro.

La magistratura. La bestia nera d’ogni classe politica non aliena dalla corruzione, intrisa di senso d’onnipotenza, è l’indipendenza della magistratura e l’efficienza dei suoi poteri di controllo di legalità. Si annunciano tante riforme e, fin qui, nulla di male. Ciascuna di esse può contenere del buono, del meno buono, del cattivo e del pessimo: si deve discuterne e lo si farà, se la discussione potrà esserci, aperta e onesta, nelle sedi preposte. Ma, se si guarda all’insieme non si può far finta di non vedere fin da ora che il risultato può essere ciò che si diceva prima: “mettere in riga” un’istituzione che, bene o male a seconda dei casi, ha rappresentato un argine all’impunità alla quale molte persone di potere aspirano.

L’elenco finisce qui, per ora. Ma, che cosa accadrà quando la Corte costituzionale “osasse”? Osasse annullare, in nome della Costituzione, decisioni del Governo, forte del suo mandato elettorale. E se il presidente della Repubblica facesse qualcosa di analogo in nome dell’unità nazionale? E se poi si arrivasse all’investitura elettorale diretta del presidente stesso, in questo quadro di garanzie scricchiolanti? Per non parlare, poi, della cultura che può essere messa in riga facilmente e tacitamente, togliendo finanziamenti o orientandoli dove si vuole. Per ora abbiamo sintomi, conati. Ne abbiamo già visti in passato. Con una espressione generica, troppo generica, sono stati riassunti nella parola “populismo”. Diciamo, per ora, sindrome d’onnipotenza condita da rozzo nazionalismo, intolleranza, linguaggio e simbologia varia: tutte cose che contraddicono un percorso che si aprì con la fine del fascismo e l’avvio della democrazia, facendo intravedere un mondo ricco di speranza per un futuro sognato e consegnato alle parole della Costituzione.

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