giovedì 29 maggio 2014

Note sul processo in videoconferenza - Mattia Zanotti

La catena dei forzati e lo sguardo pubblico
Fino al 1836 in Francia sopravviveva la tradizione di far marciare in catene i condannati alla prigione. I futuri galeotti venivano incatenati tra loro con collari di ferro e costretti a marciare sulla pubblica via trascinando i segni della propria condanna e mostrando al popolo, che accorreva numeroso, le conseguenze pronte ad abbattersi su chi violava la legge.
Il cammino verso la reclusione, l’ultimo viaggio prima di sparire dietro l’opacità segreta delle prigioni, avveniva dunque sotto gli occhi di tutti, in un cerimoniale pubblico di forte impatto visivo in grado di sprigionare sentimenti contrastanti. La partenza di queste catene umane richiamava il popolo in massa, esibiva il condannato alla folla, alle ingiurie, agli sputi, ma anche alla commozione, alla simpatia, alla complicità; lo esponeva allo sguardo pubblico e mostrava il suo sguardo al pubblico, in un rituale complesso il cui esito non era scontato.
“In tutte le città dove passava, la catena portava con sé la sua festa”. Non solo collari di ferro e catene, segni obbligati della punizione, adornavano i forzati in marcia, ma anche nastri di paglia e di fiori intrecciati, stracci di tessuti colorati, rammendati dagli stessi forzati su strambi copricapo e berretti sfoggiati per l’occasione. Un tocco colorato e irriverente di follia gioiosa, di scherno arlecchino e cenciaiolo, poteva trasformare questa marcia lugubre in una “fiera ambulante del crimine”, una sorta di tribù nomade e galeotta che irrideva i ferri a cui era stata ridotta, malediceva i giudici e ne ingiuriava i tormenti.
E poi quei canti, i canti dei forzati. Canti di marcia intonati collettivamente che tanto impressionavano la plebe e presto diventavano celebri passando di bocca in bocca. Canti che spesso “eccitavano più la fierezza di fronte al castigo” di quanto “non lamentassero il rimorso di fronte al crimine commesso”.
Tutto questo concorreva a incrinare un cerimoniale di giustizia inscenato dal potere come rituale della colpa e del pentimento, lo rendeva socialmente pericoloso perché capace di rovesciare i segni del potere, di mutarne l’ordine del discorso, di soverchiarne il codice morale.
Così scrive la «Gazette des tribunaux» il 19 luglio 1836: “non fa parte del nostro costume il condurre così degli uomini; bisogna evitare di dare, nelle città che il convoglio attraversa, uno spettacolo così orrendo, che d’altronde non è di alcun insegnamento per le popolazioni”. Di lì a poco il trasporto dei condannati verso le prigioni non sarebbe più avvenuto attraverso riti pubblici. Una mutazione tecnica interverrà a ripulire le pubbliche vie di un tale contraddittorio spettacolo: la vettura cellulare.

La vettura cellulare e lo sguardo panoptico
Michel Foucault, attento studioso della nascita della prigione e dei suoi dispositivi accessori, scrive che “l’imprigionare, che assicura la privazione, ha sempre comportato un progetto tecnico” e che “la sostituzione nel 1837 della catena dei forzati con la vettura cellulare” è “sintomo e riassunto” di una mutazione tecnica, di un “passaggio da un’arte di punire a un’altra”.
La vettura cellulare non è da intendersi nei fatti semplicemente come un carro coperto adibito al trasporto dei condannati che prima venivano sottoposti al castigo supplementare della ferratura pubblica; è piuttosto da considerarsi come un’innovazione tecnica che segna un cambio di paradigma. Questa vettura era concepita come una prigione su ruote foderata di latta…

Congo e adozioni - Gianfranco Della Valle

In questi giorni i media raccontano della felice chiusura della vicenda che ha coinvolto 31 bambini della Repubblica Democratica del Congo, e 24 famiglie adottive italiane, che da mesi teneva in apprensione coloro i quali erano coinvolti in questa, triste, vicenda.
Non voglio accodarmi al modo con cui la stampa italiana affronta la vicenda. Dai sospetti sulla presenza, più propagandistico che altro, di un Ministro sull'aereo che ha portato "nella nuova casa" i bambini, alle speculazioni su come sono state svolte le trattative e agli aspetti umani, seppur importanti, della faccenda…
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martedì 27 maggio 2014

29 maggio 1942 : a Praga viene ucciso Heydrich, comandante delle SS

l'ultima volta che sono stato a Praga ero con Tomas, Nicola e Francesca (allora 49 anni in tre), e un giorno siamo andati a Lidice, mezz'ora di autobus da Praga.
c'è solo spazio, campagna, un museo e una grande scultura con dei bambini (qui si può vedere) e poco altro.
poi, se ti è andata bene, torni a casa sconvolto.
furono girati diversi film di questa storia, ne ricordo due:
 “Anche i boia muoiono”, di Fritz Lang, del 1943 (anche Bertolt Brecht ha partecipato alla sceneggiatura, anche se ci furono dei problemi; Tuttavia, a detta di Lang, questo rimane un film brechtiano al 90 per cento.)
e
"Operation: Daybreak" (E l'alba si macchiò di rosso), di Lewis Gilbert,del 1975.

Reinhard Heydrich era comandante di divisione delle SS e nel 1941 fu nominato da Hitler governatore del cosiddetto Protettorato di Boemia e Moravia. Heydrich era il prototipo del gerarca hitleriano, tanto feroce da guadagnarsi il soprannome di “boia di Praga”, acceso sostenitore della “Soluzione finale” tanto da coordinare personalmente la conferenza di Wannsee del gennaio 1942 dove lo sterminio del popolo ebraico fu dettagliatamente pianificato. Logico che il governo cecoslovacco in esilio a Londra avesse convinto gli inglesi a far fuori un simile mostro.
L’operazione – non a caso – venne battezzata “Anthropoid”, perché il disumano Heydrich dell’uomo aveva solo le sembianze.
Jan Kubiš e Jozef Gabčík, così si chiamavano i due paracadutisti cechi incaricati ed addestrati a portare a termine la missione.
Il 27 maggio del 1942 Kubiš e Gabčík intercettarono Heydrich che viaggiava senza scorta per le vie di Praga su una macchina scoperta, ostentando un’incauta sicumera, e riuscirono a colpire il veicolo con una granata anticarro. Heydrich morì qualche giorno dopo in seguito alle ferite riportate. I nazisti scatenarono una colossale caccia all’uomo e migliaia di persone furono arrestate e torturate nel corso delle indagini sull’attentato. La fidanzata di Kubiš, Anna Malinová, fu detenuta, torturata e infine inviata al campo di sterminio di Mauthausen dove morì. Molti altri parenti ed amici degli uomini del commando furono uccisi. Kubiš e Gabčík stesi non riuscirono ad abbandonare Praga e furono scovati un paio di settimane più tardi, nascosti in una chiesa ortodossa insieme ad altri patrioti. Dopo sei ore di violentissimo conflitto a fuoco con le SS, vistisi perduti, Kubiš e Gabčík preferirono darsi la morte.
Fremente di rabbia per aver perso uno dei suoi uomini migliori e per non aver potuto catturare vivi gli attentatori, Hitler organizzò personalmente una ritorsione esemplare. Scelse un piccolo villaggio nei pressi di Praga, Lidice, e ordinò che tutti i maschi sopra i 16 anni fossero fucilati (192 morti) e che le donne e i bambini fossero deportati a Ravensbrück e Chelmno (pochissimi scamparono alla morte). Le povere case di Lidice furono date alle fiamme ed il villaggio raso al suolo e cancellato dalla mappe.
In onore del “boia di Praga” la costruzione dei primi tre campi di sterminio tedeschi (Treblinka, Sobibór e Bełżec) prese il nome di “Operazione Reinhard”.

Jozef Gabcik
(Poluvsie, 8 aprile 1912 - Praga, 18 giugno 1942)
Ho guardato negli occhi il mostro. Mi ero addestrato per farlo. Avevo ripetuto azione su azione nel nostro campo in Scozia. Tutto doveva funzionare come un orologio.
Eravamo stati paracadutati a dicembre per ucciderlo. Uccidere l’uomo della conferenza di Wannsee che aveva pianificato la soluzione finale del popolo ebraico era la nostra missione. Reinhard Heydrich era davanti a me. Ucciderlo era un nostro dovere e un nostro diritto. Era il mio dovere, ma il mitra si inceppò.
Il suo viso. L’aria di Praga. Lo sguardo del maestro quando sbagliavo il compito. Mio padre. La ragazza alla fermata del tram. L’automobile. Tutto s’era fermato. Anche il mio cuore. Poi Jan Kubis gettò la bomba e per il Boia fu la fine. Cinque mesi di attesa in un attimo. La bomba che esplode, il mio mitra che s’inceppa, l’auto che rallenta, il nervosismo dell’attesa, la corsa in bicicletta, la sigaretta dopo colazione, aprire gli occhi e dirsi “Oggi è il giorno. Oggi lo uccidiamo”, il letto caldo, il sonno tranquillo. Non c’era stato il tempo nemmeno per la paura. Lo avevamo fatto noi, ma era come se lo avessero fatto tutti.
Era la prima volta che nel cuore dell’Europa un capo nazista veniva ucciso. Volevamo che capissero che per loro nessun luogo sarebbe stato sicuro. Che per i loro delitti prima della giustizia di Dio ci sarebbe stata la giustizia degli uomini. Nessun perdono per i nazisti. La loro vendetta fu terribile. Rasero al suolo un intero villaggio per vendicare Heydrich. Poi iniziarono a cercarci. Ci eravamo nascosti in una cripta. Qualcuno parlò e fu la fine. Volevano prenderci vivi, ma non ci riuscirono. Due battaglioni di SS circondarono la chiesa. Provarono a farci uscire con il fumo. Provarono con l’acqua. Tutto inutile. Eravamo dei soldati. La missione era compiuta. Il Boia era morto. Il loro meccanismo perfetto si era inceppato. Ucciderlo era un nostro dovere e un nostro diritto di uomini. Tenemmo l’ultima pallottola per noi.

…È la sera del 10 giugno del 1942. In una cittadina della Boemia centrale, a ventitré chilometri da Praga, i cinquecento abitanti sono già a letto. La maggior parte di loro sono minatori, operai metallurgici, contadini, e la mattina si alzano all’alba. Dai boschi una brezza soffia in direzione del paese e fischia quando imbocca i porticati e le stradine del centro. Nessuno sente il convoglio di camion che arriva e si ferma alle prime case. Nessuno sente i passi di corsa sui selciati, o il tintinnio metallico, come centinaia di monete che si scuotono nei salvadanai. Poi, un grido, in tedesco. Il segnale. E tutto comincia.
Sei giorni prima, a Praga, il Reichsprotektor, l’SS-Obergruppenführer Reinhart Heydrich, noto anche come la Bestia bionda o Der Henker (Il boia), è stato ucciso da due paracadutisti cechi addestrati in Inghilterra e alcune piste della Gestapo confermano che i due attentatori provengono da un piccolo villaggio a ventitré chilometri da Praga.
Le SS sono millecinquecento. Tirano giù dal letto gli abitanti, ordinano loro di raccogliere i propri averi e li trascinano fuori, in strada. Li spintonano, li colpiscono col calcio del fucile. Uccidono tutti gli animali domestici. Poi ammassano le donne e i bambini nella palestra del liceo, rinchiudono gli uomini nello scantinato di una fattoria e, nonostante la notte calma e piena di stelle, non parlano e non esitano. Saccheggiano ognuna delle novantasei case, fanno irruzione negli edifici pubblici, prendono libri, quadri, radio, macchine da cucire e li gettano in strada. Tornano a occuparsi degli abitanti soltanto alle cinque del mattino. Le centosessanta donne e i centocinque bambini vengono fatti salire su alcuni camion diretti a Kladno e poi al campo di concentramento di Ravensbrück. I bambini considerati non adatti alla germanizzazione verranno gassati. Gli altri, dati in affidamento. Diciassette cresceranno come cittadini tedeschi. Nessuno dei centottantotto uomini, invece, lascerà il paese. Vengono radunati di fronte a un muro rivestito di materassi, perché le pallottole non rimbalzino. Ne fucilano cinque alla volta. Troppo lungo, troppo faticoso, protesta qualcuno. Si prova con  dieci: meglio. Quando è giorno e le SS pensano di aver finito, un gruppo di minatori del turno di notte entra in paese. Tocca rimettersi sotto…

lunedì 26 maggio 2014

Nonni vigili e nonni insegnanti

1 - Quando andavo a scuola i supplenti avevano 20-25 anni erano ragazzini, i professori che avevano 30-35 anni erano “normali”, secondo noi fingevano di fare i giovani, quelli dai 40 in su erano già anziani, avevano l’età dei nostri genitori, dopo i 50 anni (ma non erano tanti) erano vecchi, nelle nostre classificazioni di alunni.
Quando ho cominciato a insegnare gli alunni avevano l’età di fratelli piccoli, e i loro genitori erano, a volte, più anziani dei miei genitori.
Con il tempo, passano gli anni, gli alunni cominciano ad avere l’età dei figli dei miei amici, e i genitori degli alunni cominciano ad avere la mia età.
Adesso gli alunni hanno l’età dei nipoti, alcuni colleghi sono nonni, e anagraficamente potrei esserlo anch’io.
Qualche giorno fa, per fare un lavoro preciso, ho preso le date di nascita di tutti i docenti della scuola dove lavoro, un’ottantina di numeri.
La metà dei docenti ha dai 57 anni in su, fino a 63 (cioè per altri 3-4 anni nessuno potrà andare in pensione); il 90% ha almeno 51 anni.
Sembra che l’età degli alunni sia cambiata, ma è solo un effetto ottico, questione di relatività, direbbe Einstein.
Dal MIUR si danno tanto da fare per la scuola, alcune cose, le migliori, sono inutili, tutte le altre sono dannose, i quiz, le liste dei buoni e dei cattivi, le nuove tecnologie, i progetti.
Tutti si sciacquano la bocca con la libertà, l’efficienza, l’economicità, l’efficacia, i giovani, ah, i giovani.


2 – Probabilmente succede lo stesso, o quasi, in molti settori, tranne che nello sport e altro che non voglio nominare.
Quando il ministro Fornero, docente con il posto fisso, come anche i figli, poverini, ha deciso per il bene dei giovani, lei e il suo governo (e tutti i governi successivi, che si sono creduti e si credono molto meglio), che il bene dei giovani sia che i vecchi continuino a lavorare e i giovani marciscano, o emigrino e facciano gli schiavi, ma precari, chi ha protestato? I soliti due gatti, poi basta, si accetta tutto, da molto, si subisce, rassegnati.

3 - Marx dice(va): “I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di trasformarlo”.
Lorsignori (avrebbe detto Fortebraccio) lo trasformano, lo violentano, lo distruggono, lo uccidono, la maggior parte di noi clicca “mi piace” o “non mi piace” su Facebook.

Adam Smith dice(va): “Non è comunque difficile prevedere quale delle due parti in una situazione normale prevarrà nella contesa...I padroni, essendo in numero minore, possono coalizzarsi più facilmente; e la legge, del resto, autorizza o almeno non proibisce le loro coalizioni, mentre proibisce quelle degli operai...[Inoltre] in tutte queste contese i padroni possono resistere più a lungo”.

200 anni e quello che sappiamo è che “Noi siamo il 99 per cento” e ci fregano come scemi lo stesso.

dichiaro che smette di esistere il Subcomandante Insurgente Marcos

A La Realidad alla chiusura dell'atto in omaggio al compagno Galeano ucciso dai paramilitari, prende la parola dal palco il Subcomandante Marcos che annuncia la fine del Subcomandante Marcos. Nel  lungo comunicato ripercorre la storia degli zapatisti e racconta la nascita del personaggio Marcos. Parla dell'avvicindamento e dell'attuale realtà zapatista e chiude dicendo che alle 2.08 "dichiaro che smette di esistere il Subcomandante Insurgente Marcos, autodenominato il Subcomandante di Acciao Inossidabile”.
I media liberi presenti alla Realidad raccontano poi che "alle 2:10 il Subcomandante Insurgente Marcos scende per sempre dal palco, si spengono le luci e dopo si ascolta un'onda di applausi degli aderenti alla La Sexta, seguita da un'onda più grande di appalausi delle basi d'appoggio zapatiste, miliziani e insurgentes. Alcuni minuti dopo, si ascolta la voce in off di quello che fu il Subcomandante zapatista: 
“Buone albe, compañeros, compañeros y compañeroas, io mi chiamo Galeano, Subcomandante Insurgente Galeano, mi hanno detto che quando sarei tornato a nascere lo avrei fatto in collettivo”.
Dopo la lettura ha preso la parola il Subcomandante Insurgente Moisés: “Quello che vi abbiamo spiegato si vedrà nei luoghi da cui venite, ojalá che lo abbiate compreso ”. Ha concluso.
da qui


Nella comunità di La Realidad, la stessa in cui il 2 maggio scorso un gruppo di paramilitari della Central Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos Histórica (CIOAC-H), ha assassinato la base di appoggio zapatista Galeano, ilsubcomandante Marcos è apparso di buon mattino di fronte ai rappresentanti dei media liberi accompagnato da sei comandantes e comandantas del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno e del Subcomandante Insurgente Moisés, al quale nel dicembre scorso aveva trasferito il comando.
“È nostra convinzione e nostra pratica che per rivelarsi e lottare non sono necessari né leader né capi, né messia né salvatori; per lottare c’è bisogno solo di un po’ di vergogna, una certa dignità e molta organizzazione, il resto o serve al collettivo o non serve”, ha detto Marcos.
Con una benda nera col disegno di un teschio da pirata che copriva l’occhio destro, il finora portavoce zapatista ha ricordato l’alba del primo gennaio 1994, quando “un esercito di giganti, cioè, di indigeni ribelli, scese in città per scuotere il mondo. Solo qualche giorno dopo, col sangue dei nostri caduti ancora fresco per le strade, ci rendemmo conto che quelli di fuori non ci vedevano. Abituati a guardare gli indigeni dall’alto, non alzavano lo sguardo per guardarci; abituati a vederci umiliati, il loro cuore non comprendeva la nostra degna ribellione. Il loro sguardo si era fermato sull’unico meticcio che videro con un passamontagna, cioè, non vedevano. I nostri capi e cape allora dissero: ‘vedono solo la loro piccolezza, inventiamo qualcuno piccolo come loro, cosicché lo vedano e che attraverso di lui ci vedano’ “.
Così è nato Marcos, frutto di “una complessa manovra di distrazione, un trucco di magia terribile e meraviglioso, un gioco malizioso del nostro cuore indigeno; la saggezza indigena sfidava la modernità in uno dei suoi bastioni: i mezzi di comunicazione”.
La cronaca della conferenza, firmata dai “mezzi liberi, alternativi, autonomi o come si chiamino”, diffusa su diversi portali di comunicazione alternativa come Radio Pozol, Promedios e Reporting on Resistences, riproduce un clima di applausi ed evviva all’EZLN dopo l’annuncio della Comandancia.
La figura del subcomandante Marcos ha fatto il girò del mondo fin dalle prime ore del primo gennaio 1994. L’immagine di un uomo armato con cartucciere rosse ed un R-15, con indosso una divisa color caffè e nera coperto da un chuj di lana degli Altos del Chiapas, con il volto coperto da un passamontagna che fumava la pipa, era sulle prime pagine dei giornali più importanti del pianeta. Nei giorni e settimane successive arrivavano i suoi comunicati carichi di ironia ed umorismo, provocatori ed irriverenti. Qualche foglio bianco scritto a macchina da scrivere letteralmente raffazzonati per la stampa nazionale e internazionale. Venti anni e quattro mesi dopo, Marcos annuncia la fine di questa tappa.
…“Difficile credere che venti anni dopo quel ´niente per noi´ non fosse uno slogan, una frase buona per striscioni e canzoni, ma una realtà, La Realidad”, ha detto Marcos. Ed ha aggiunto: “Se essere coerente è un fallimento, allora l’incoerenza è la strada per il successo, per il potere. Ma noi non vogliamo prendere quella strada, non ci interessa. Su queste basi, preferiamo fallire che vincere.”
“Pensiamo”, ha detto, “che è necessario che uno di noi muoia affinché Galeano Viva. Quindi abbiamo deciso che Marcos oggi deve morire”.
“Alle 2.10 il Subcomandante Insurgente Marcos è sceso per sempre dal palco, si sono spente le luci ed è partita un’ondata di applausi degli e delle aderenti della Sexta, seguita da un’ondata ancora più grande di applausi delle basi di appoggio zapatiste, miliziani ed insurgentes“, hanno riferito dalla Realidad.
Fedele al suo stile ironico ed ai suoi tradizionali post scritti, il personaggio di Marcos ha concluso: P.S. 1 Game Over. 2. – Scaccomatto. 3. – Touché. 4. – Così Mhhh, è questo l’inferno? 5. – Cioè, senza la maschera posso andarmene in giro nudo? 6. – Qui è buio, ho bisogno di una torcia…”



ENTRE LA LUZ Y LA SOMBRA.
En La Realidad, Planeta Tierra.
Mayo del 2014.
Compañera, compañeroa, compañero:
Buenas noches, tardes, días en cualesquiera que sea su geografía, su tiempo y su modo.
Buenas madrugadas.
Quisiera pedirles a las compañeras, compañeros y compañeroas de la Sexta que vienen de otras partes, especialmente a los medios libres compañeros, su paciencia, tolerancia y comprensión para lo que voy a decir, porque éstas serán mis últimas palabras en público antes de dejar de existir.
Me dirijo a ustedes y a quienes a través de ustedes nos escuchan y miran.
Tal vez al inicio, o en el transcurso de estas palabras vaya creciendo en su corazón la sensación de que algo está fuera de lugar, de que algo no cuadra, como si estuvieran faltando una o varias piezas para darle sentido al rompecabezas que se les va mostrando. Como que de por sí falta lo que falta.
Tal vez después, días, semanas, meses, años, décadas después se entienda lo que ahora decimos.
Mis compañeras y compañeros del EZLN en todos sus niveles no me preocupan, porque de por sí es nuestro modo acá: caminar, luchar, sabiendo siempre que siempre falta lo que falta.
Además de que, que no se ofenda nadie, la inteligencia de l@s compas zapatistas está muy por arriba del promedio.
Por lo demás, nos satisface y enorgullece que sea ante compañeras, compañeros y compañeroas, tanto del EZLN como de la Sexta, que se da a conocer esta decisión colectiva.
Y qué bueno que será por lo medios libres, alternativos, independientes, que este archipiélago de dolores, rabias y digna lucha que nos llamamos “la Sexta” tendrá conocimiento de esto que les diré, donde quiera que se encuentren.
Si a alguien más le interesa saber qué pasó este día tendrá que acudir a los medios libres para enterarse.
Va pues. Bienvenidas y bienvenidos a la realidad zapatista.
I.- Una decisión difícil.
Cuando irrumpimos e interrumpimos en 1994 con sangre y fuego, no iniciaba la guerra para nosotras, nosotros los zapatistas.
La guerra de arriba, con la muerte y la destrucción, el despojo y la humillación, la explotación y el silencio impuestos al vencido, ya la veníamos padeciendo desde siglos antes.
Lo que para nosotros inicia en 1994 es uno de los muchos momentos de la guerra de los de abajo contra los de arriba, contra su mundo.
Esa guerra de resistencia que día a día se bate en las calles de cualquier rincón de los cinco continentes, en sus campos y en sus montañas.
Era y es la nuestra, como la de muchos y muchas de abajo, una guerra por la humanidad y contra el neoliberalismo.
Contra la muerte, nosotros demandamos vida.
Contra el silencio, exigimos la palabra y el respeto.
Contra el olvido, la memoria.
Contra la humillación y el desprecio, la dignidad.
Contra la opresión, la rebeldía.
Contra la esclavitud, la libertad.
Contra la imposición, la democracia.
Contra el crimen, la justicia.
¿Quién con un poco de humanidad en las venas podría o puede cuestionar esas demandas?
Y en ese entonces muchos escucharon….
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domenica 25 maggio 2014

Sul suicidio di Maria Baratto

Fiat Pomigliano / suicidi operai: stavolta è toccato a Maria Baratto, 47 anni, operaia Fiat in cigs da anni del WCL fantasma di Nola, si è ammazzata con quattro coltellate al ventre lo scorso martedì 20 maggio nella sua casa di Acerra e solo ieri ne è stato rinvenuto il corpo dopo che i vicini hanno allertato i Carabinieri che con l’ intervento dei vigili del fuoco sono entrati nell’appartamento. 

Maria faceva parte del Comitato Mogli degli Operai di Pomigliano d’Arco, e già il 2 agosto 2012 aveva postato sul sito delle “donne operaie” un suo articolo scritto l’anno precedente e già riferito al suicidio di un operaio della Fiat Pomigliano ed al tentato suicidio di un altro operaio sempre della Fiat di Pomigliano. 

Il suo scritto che di seguito riportiamo è un lucido testamento politico e sindacale: “la nitida rappresentazione dell’attuale condizione e solitudine operaia fotografata dall’interno”, una “forte accusa” alla Fiat ed alle complicità istituzionali, politiche e sindacali che stanno contribuendo al fenomeno dei suicidi operai, da Pomigliano a Nola all’intero lavoro dipendente e fino ai piccoli commercianti. Appena lo scorso febbraio si è suicidato un altro operaio del reparto logistico fantasma di Nola: Giuseppe De Crescenzo impiccatosi nella sua casa di Afragola. 


SUICIDI IN FIAT di Maria Baratto post 2 agosto 2012 

“NON SI PUò CONTINUARE A VIVERE PER ANNI SUL CIGLIO DEL BURRONE DEI LICENZIAMENTI, L’INTERO QUADRO POLITICO-ISTITUZIONALE CHE, DA SINISTRA A DESTRA, HA COPERTO LE INSANE POLITICHE DELLA FIAT E’ RESPONSABILE DI QUESTI MORTI INSIEME ALLE CENTRALI CONFEDERALI”. 

“Dopo aver lucrato negli anni scorsi finanziamenti pubblici multimiliardari lo speculatore Marchionne chiude e ridimensiona le fabbriche italiane e delocalizza la produzione all’estero per fare profitti letteralmente sulla pelle dei lavoratori che sono costretti ormai da anni alla miseria di una cassa integrazione senza fine ed a un futuro di disoccupazione. 
A Pomigliano l’unica certezza dei cinquemila lavoratori consiste nella lettera di altri due anni di cassa integrazione speciale per cessazione di attività di Fiat Group Automobiles nella consapevolezza che buona parte di loro non saranno assunti da Fabbrica Italia. 
Il tentato suicidio di oggi di Carmine P., cui auguriamo di tutto cuore di farcela, il suicidio di Agostino Bova dei giorni scorsi, che dopo aver avuto la lettera di licenziamento dalla Fiat per futili motivi è impazzito dalla disperazione ammazzando la moglie e tentando di ammazzare la figlia prima di togliersi la vita, sono solo la punta dell’iceberg della barbarie industriale e sociale in cui la Fiat sta precipitando i lavoratori. 
Anche per questo la lotta dei lavoratori Fiat contro il piano Marchionne ed a tutela dei diritti e dell’occupazione rappresenta un forte presidio di tenuta democratica per l’intera società”.
 Maria Baratto
da qui

sabato 24 maggio 2014

Per una religione anarchica? - Peter Lamborn Wilson (Hakim Bey)

Si dice spesso che noi anarchici “crediamo che gli esseri umani siano fondamentalmente buoni” (proprio come il saggio cinese Mencio). E però alcuni di noi mettono in dubbio il concetto di bontà intrinseca e rifiutano il dominio di altre persone proprio perché non ci fidiamo dei bastardi.
È poco intelligente fare generalizzazioni a proposito di “credenze” anarchiche, visto che molti di noi sono atei o agnostici, mentre altri potrebbero essere persino cattolici. Ovviamente alcuni anarchici amano indulgere nello sgradevole e inutile esercizio di scomunicare i compagni che professano una fede differente.
Per quanto mi riguarda, questa tendenza da parte di gruppuscoli antiautoritari di denunciare ed escludere l'altro mi ha sempre colpito come una pratica piuttosto cripto-autoritaria. Mi è sempre piaciuta l'idea di una definizione di anarchismo abbastanza ampia da coprire quasi tutte le varianti di una sorta di dogma acefalo, ma che nonostante tutto costituisce in qualche modo un “fronte unito”; una specie di “unione di egoisti”, per dirla con Stirner.
Questo ombrello dovrebbe essere sufficientemente ampio da coprire gli “anarchici spirituali” tanto quanto la maggior parte dei materialisti inflessibili.
Come è noto, Nietzsche fondò il suo progetto sul “nulla”, ma finì per abbozzare una sorta di religione senza morale e persino senza dio: “Zarathustra”, “vincere”, “l'eterno ritorno”, eccetera. Nei suoi ultimi “biglietti della follia” (Wahnbriefe) inviati da Torino, pare eleggere se stesso quale anti-messia di questa fede, firmandosi “Dioniso il Crocifisso”.
Si scopre che anche l'assioma “nulla” richiede un elemento di fede, e può condurre verso un certo tipo di esperienza spirituale o addirittura mistica: l'eretico auto-definito si limita a proporre un credo differente. La morte di Dio è misteriosamente seguita dalla rinascita di dèi: le divinità pagane del politeismo…
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