lunedì 25 giugno 2018

Femminismo africano - Antonella Sinopoli



Se in Europa sembra superato e demodé (anche se sarebbe il caso tornasse “di moda” e si facesse sentire) il femminismo in Africa è più che mai vivo e dinamico. E non segue certo orme antiche lasciate in Occidente o dall’Occidente, ma è dotato di proprie caratteristiche intrinseche, di scelte di lotta personalissime e originali.
In ambienti dove regna il patriarcato, dove certe pratiche sono ancora pressanti (i matrimoni precoci, per dirne una, che spesso sono una “soluzione” alla povertà di mezzi e di educazione della donna), e dove una società conservatrice si affida all’oscurantismo religioso per tenere sotto controllo le donne (Dio è maschio, in iconografie ed espressioni) il femminismo diventa un’arma di lotta da tenere in pugno quotidianamente. E questo varrebbe anche per il resto del mondo. Perché la discriminazione di genere è forse l’unico elemento che unisce il genere femminile ad ogni latitudine.
L’Africa in questa lotta sembra oggi correre in avanti e mostrare che non c’è da stare sedute su presunte conquiste – sempre in bilico, in realtà. E corre con lo strumento che consente oggi una condivisione aggregante e veloce, il web.
Negli ultimi anni sono nati blog, collettivi, siti di informazione e accademici che svelano l’universo femminile – e femminista – africano. Navigare attraverso questi siti permette – a chi voglia approfondire – una comprensione più ampia dei fenomeni sociali africani. Come scriveva Minna Salami qualche tempo fa, le femministe africane stanno usando Internet per cambiare la vita delle donne. Proprio lei, Minna – un mix di Nigeria, Finlandia e Svezia – con l’ormai celebre MSAfropolitan scandaglia storie  e situazioni – in Africa e nel mondo – per presentarne una lettura critica e una riflessione al femminile.
Ma che cos’è il femminismo africano? L’exursus storico – offerto nell’articolo della Salami – che porta a conoscere le donne che lottarono per i propri diritti e contro il patriarcato in epoca pre coloniale, coloniale e poi via via verso i nostri giorni, con le battaglie della millennial generation, aiuta a farci un quadro di un’evoluzione che non ha mai avuto bisogno di “copiare” quanto stava avvenendo in Europa o Nord America.
Uno dei momenti più significati per le femministe africane fu l’elaborazione della Charter of Feminist Principles for African Feminists nel 2006 quando ad Accra si riunirono donne attiviste provenienti da ogni parte del continente. Nel documento veniva ribadito l'”impegno a smantellare il patriarcato in Africa in tutte le sue manifestazioni ”
È nostro dovere difendere e far rispettare i diritti di tutte le donne, senza differenze. Ci impegniamo a proteggere l’eredità delle nostre antenate femministe che hanno fatto sacrifici in modo che noi oggi possiamo godere di maggiore autonomia.
Un “patto” che ha visto negli anni crescere l’adesione e i contenuti. Anche grazie – come si diceva – alle possibilità offerte dalla Rete.
Cominciamo citando il Forum delle femministe africane  dove è possibile mettersi in contatto con le attiviste, venire a conoscenza di un evento o registrarne uno proprio, leggere la storia delle femministe nere ante litteram.
Nell’ambito dei blog spicca African Feminism, uno spazio panafricano che  “esplora i femminismi africani attraverso esperienze di vita“. Un progetto di scrittura aperto a molte donne/scrittrici il cui obiettivo è sfidare gli stereotipi basati sul genere in qualunque ambito del quotidiano. Un progetto aperto che raccoglie testimonianze, riflessioni, e anche inviti a movimenti e campagne.
Ci sono poi spazi personali, che pur essendo fortemente caratterizzati hanno un impatto su un pubblico femminile assai ampio. È il caso di Rosebell Kagumire, ugandese. Scrittrice, giornalista multimediale, attivista per i diritti umani, Rosebell lavora a tutto raggio nell’osservare e analizzare la politica e la società del suo Paese perché – come lei stessa afferma – “sono il prodotto delle moltitudini del mio Paese e sono il prodotto del mio nemico“. Questo nemico, qualunque nome esso abbia, va affrontato e battuto sul suo stesso campo. Il femminismo di Rosabell sta nel suo stesso percorso di giornalista e il suo blog è una spina nel fianco di quelli che amano lo status quo.
Ce ne sono poi di provocatori che affrontano temi, come la sessualità – anche quella spinta e sfrenata – che fanno tremare e storcere il naso ai benpensanti. Adventures from the bedrooms of african women(Avventure dai letti delle donne africane) è uno di questi. Nato nel 2009, il fatto che ancora produca articoli e contributi in un panorama online in cui siti e blog tendono a nascere e morire in tutta fretta, dimostra il forte interesse che c’è sul tema . “Si tratta di uno spazio – si legge nella presentazione – per donne africane che vogliono condividere le loro esperienze sul sesso e sulle nostre differenti sessualità“. Il tipo di argomenti così come foto e immagini non lasciano dubbi: lo spazio è libero e senza censure. E argomenti come l’omosessualità e l’educazione sessuale sono “ovvi” e ampiamente trattati.
Del resto, spesso il femminismo si lega alle rivendicazioni della propria sessualità e affettività. Sia essa eterosessuale o omosessuale. Molto attivo in Ghana è il gruppo Drama Queens, che in un contesto difficile ma in cui si intravedono le prime aperture, organizza eventi per sostenere la lotta della comunità LGBTI. Tra loro molte sono anche attiviste del movimento femminista.
La battaglia contro le discriminazioni e l’ignoranza è una battaglia che investe le donne africane, quelle della diaspora e persino molti uomini. L’Africa pre coloniale – dicono non solo le femministe – era molto più aperta, tollerante, giusta. Il patriarcato e la sottomissione della donna furono il risultato di regole sociali e credenze religiose (quella giudaico-cristiana) imposte. Non ci addentriamo su questo punto (gli studi sono numerosi), segnaliamo solo che ci sono iniziative che spingono a riflettere e interrogarsi sul ruolo e la funzione di unmatriarcato da riconsolidare come la strada per cambiare la società.

Per tornare agli spazi in Rete riservati allo studio e all’approfondimento della questione di genere in Africa, molti sono i siti nati da esperienze accademiche che forniscono una messe di materiale prezioso per la conoscenza. Uno di questi è l’African Gender Institute che ha recentemente pubblicato Feminist Africa.
Un altro è Feminism in Africa. E qui – come si dice – si apre un mondo.  Bibliografia, filmografia e link raggruppati anche per Paese. Non aggiornatissimo ma con una serie numerosa di contenuti interessanti. Altro sito da tenere sotto osservazione è il nuovo The wide margin, collezione di saggi su questioni economiche, politiche, sociali e culturali “esaminati attraverso una visione femminista“. Fondato da Varyanne Sika, Università di Nairobi, ha finora pubblicato due saggi che non bisogna perdersi: Feminist while African (7 contributi più l’editoriale) e The black african body (9 contributi più l’editoriale).
Le uscite contengono questa premessa:
L’ampio margine è per le femministe africane e scritto da femministe africane. Uno spazio su Internet, vasto com’è, va bene come qualsiasi altro, per essere rivendicato e riempito dei nostri femminismi. Noi scriviamo e leggiamo il femminismo africano. Dobbiamo farlo. 
femminismi africani stanno già facendo scuola. Qualche settimana fa la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adiche in un evento pubblico a New York ha liberamente chiesto a Hillary Clinton come mai nel suo account Twitter si presentasse come  mamma, moglie, nonna ma niente del genere era nella bio dell’account del marito.  La Clinton si è convinta – anche se a malincuore – e ora le definizioni di mamma, moglie e nonna vengono dopo la carriera politica.
Tornando alla Rete e al mondo in cui sta aiutando le femministe africane e della diaspora a “conquistare spazi”, il problema rimane quello dell’accesso a Internet. Nell’Africa sub-sahariana bisogna fare i conti anche con il gap di genere nell’accesso alla Rete. In qualche caso la forbice tra ragazzi e ragazze che hanno la possibilità di usare Internet è pari al 40%.
Secondo la World Wide Web Foundation e il suo Report sui diritti delle donne nell’uso della Rete, queste hanno la metà degli skills e della possibilità di accesso a Internet e incontrano nella loro crescita e nel loro percorso educativo atteggiamenti patriarcali e discriminatori.
Con il tempo, probabilmente, questo gap si ridurrà, intanto valgono le parole di Audre Lorde, poeta, scrittrice, femminista americana di origini caraibiche:
Scrivo per quelle donne che non parlano, per coloro che non hanno voce perché sono state così tanto terrorizzate, perché ci viene insegnato a rispettare la paura più che noi stesse. Ci è stato insegnato che il silenzio ci salverebbe, ma non lo farà.

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