mercoledì 9 luglio 2014

I palestinesi devono essere fermati! - Sam Bahour

stamattina ho letto questo articolo di Sam Bahour (che ancora non conoscevo) e finalmente dice le le cose come stanno, non se ne può più di questi palestinesi! - franz



Ne ho abbastanza di questi palestinesi. Credo che il mondo, in generale, si sia stufato di loro. Devono essere fermati. La comunità internazionale deve agire immediatamente prima che sia troppo tardi e Israele venga cancellato dalle mappe, e una seconda tragedia dalle proporzioni storiche si abbatta sulla popolazione ebraica.
Tanto per cominciare, i palestinesi sono arrivati via terra, mare e aria in Israele, e hanno causato la dispersione e la fuga di oltre metà della popolazione israeliana, nel 1948. Provate a immaginare: migliaia di persone divenute profughe, costrette a vivere ancora oggi, dopo 66 anni, in squallidi campi situati spesso solo a poche ore di distanza dalla loro terra natia.
Nonostante i tentativi di combattere per il loro diritto al ritorno alle loro case, i rifugiati israeliani sono stati “irragionevolmente ragionevoli” accettando il proprio destino, e continuano pazientemente ad attendere il giorno in cui potranno tornare a casa, in Israele.
Questa tragedia umana è stata causata dai palestinesi, che continuano ancora oggi ad opprimere i cittadini ebrei di Israele con l’uso della forza e misure economiche che li strangolano, nel tentativo di incoraggiarli ad emigrare altrove, volontariamente. 
I palestinesi sono gente violenta. Ogni singolo diplomato palestinese è costretto infatti alla leva obbligatoria: tre anni di servizio per i maschi e due per le femmine. Durante questo periodo, ad ogni cittadino palestinese vengono insegnati metodi di combattimento, e l’uso delle armi. 
Molti palestinesi si vantano di come hanno brutalizzato gli ebrei israeliani durante il proprio servizio militare; alcuni hanno addirittura postato foto sui loro profili Facebook di loro insieme agli israeliani bendati che hanno fatto prigionieri. 
I palestinesi rendono miserabile la vita degli israeliani. Hanno eretto checkpoint militari intorno e dentro le maggiori città israeliane: Tel Aviv, Haifa, Eilat. I soldati palestinesi fermano qualsiasi macchina israeliana, a volte anche per ore, lasciando le persone in attesa. 
Quando un israeliano vuole lasciare Israele, deve necessariamente ottenere il permesso delle autorità palestinesi. E se un israeliano finisce sulle liste nere dei palestinesi, beh la possibilità che esca dal paese diventano nulle.
Immaginate di non avere la possibilità di viaggiare, di lasciare il vostro paese, o di poter uscire, ma non di poter tornare…
Anche quando un israeliano vuole viaggiare da una città all’altra, in Israele, incontra uno dei tanti checkpoint eretti dai palestinesi, che assomigliano alla frontiera tra Stati Uniti e Canada, con una sola differenza: il processo per passare oltre è umiliante, ed è più simile a quello del bestiame spinto dentro una gabbia che non a quello di viaggiatori che devono passare per una stazione. 
Israele avrebbe grandi potenzialità per essere un centro economico turistico e commerciale, ma i palestinesi bloccano le sue capacità di sviluppo in ogni modo possibile (…). 
Immaginate anche che questi palestinesi si rifiutano di liberare lo spazio aereo sopra Tel Aviv per gli israeliani! E ancora peggio: gli israeliani hanno trovato un vasto giacimento di gas in acque israeliane, nel mare di Tel Aviv, e i palestinesi si rifiutano di firmare il permesso per i palestinesi all’estrazione. E anche i pescatori israeliani sono quotidianamente colpiti quando pescano nel Mediterraneo. 
E come se tutto questo non fosse abbastanza, negli ultimi 47 anni i palestinesi hanno lentamente fatto trasferire i propri cittadini nelle colline che circondano le città israeliane. Le colline vengono prima confiscate con la forza, poi Arafat prima e oggi Abbas, manda le forze di sicurezza palestinesi a proteggere la terra confiscata. 
Una volta pronta, i palestinesi investono un mucchio di soldi che i donatori gli hanno fatto ricevere non certo per costruire scuole o sistemi di sanità migliori..no! Per costruire case e abitazioni dentro queste enclaves militari intorno alle città israeliane, per poi spingere i cittadini di Ramallah e Hebron a spostarsi a Tel Aviv o in altre città.
Questo non è solo contrario al diritto internazionale, ma sfida addirittura il buon senso. Come possono i palestinesi insistere a dire di volere la pace con gli israeliani quando continuano a rubare sempre più terra spingendo la popolazione a migrare? 
Credete che non possa andare peggio di così? Beh, vi sbagliate. 
Fino ad oggi i palestinesi hanno rapito oltre 5mila israeliani dalle loro stesse case, di cui 200 sono bambini che hanno meno di 18 anni, e li hanno chiusi dentro le loro carceri. Carceri controllate dai palestinesi e costruite in territorio palestinese, sia in Cisgiordania che a Gaza.
Quando una madre israeliana vuole andare a visitare il figlio detenuto, ad esempio, deve ottenere il permesso dalle forze di sicurezza palestinesi. Centinaia di questi 5mila prigionieri sono stati arrestati senza accusa: i palestinesi chiamano questo sistema “detenzione amministrativa”.
Potreste pensare che il mondo condanni queste pratiche: eppure sono decenni che vanno avanti, e non è mai successo niente. Ecco perché è arrivato il momento che questi palestinesi vengano fermati, una volta e per tutte. 
Gli israeliani non possono pensare di vivere così per sempre. Qualcosa deve essere fatto immediatamente per fermare questi palestinesi e renderli responsabili delle atrocità che commettono ogni giorno contro l’umanità. Gli israeliani sono persone pacifiche e amorevoli. Vengono da una religione che resta uno dei pilastri della giustizia sociale. Quello che viene fatto loro va al di là dell’immaginabile. 
Ecco perché la società civile israeliana ha fatto appello al mondo perché si disinvesta dalla Palestina.
Gli israeliani di ogni appartenenza politica cercano di raccontare cosa accade, e di convincere altri ebrei a boicottare la Palestina, come fu fatto con successo verso il regime razzista di Apartheid in Sud Africa. 
Gli ebrei stanno puntando tutto sul fatto di essere sempre stati dalla parte giusta della storia, così come fece il movimento per i diritti civili in America. Stanno chiedendo al mondo di agire per fermare la Palestina, prima che sia troppo tardi. 
E’ arrivato il momento di boicottare la Palestina, disinvestire dalla Palestina, applicare serie sanzioni alla Palestina, finché non sarà rimosso il regime di occupazione militare che sta mettendo in ginocchio gli israeliani. 
Ora, per far funzionare questo pezzo semplicemente invertite “Israele/israeliani” con “Palestina/palestinesi”. 

*Sam Bahour è un consulente economico palestinese e lavora a Ramallah. Ha scritto questo post ispirandosi al romanzo di Orwell "1984". Questo è il suo blog. La traduzione in italiano è a cura di Cecilia Dalla Negra. 

martedì 8 luglio 2014

Il gatto con un occhio solo - Paula Fox

Ned vive la sua infanzia con difficoltà, ha una madre malata, a scuola ha molti problemi, ha un padre attento, e indaffarato, un amico vecchio al quale fa qualche commissione, in cambio impara qualcosa della vita.
alla fine del libro tutte le difficoltà non spariscono, ma Ned sarà più forte.
mi è piaciuto molto, Paula Fox è fortissima nelle storie di ragazzini.
del gatto non vi dico niente, lo saprete leggendo.
cercatelo e leggetelo, non ve ne pentirete - franz



…Questo libro parla della paura di affrontare i propri errori, di accettarli e confessarli.  Ned, in questo caso si è reso conto del fatto che ha sbagliato a prendere senza permesso il fucile dalla soffitta causando la perdita dell’occhio del gatto. Il protagonista non riesce ad accettare e confessare quello che ha fatto e preferisce nascondersi dietro bugie, piuttosto che dire la verità. Si ritrova addirittura a mentire alla madre malata a cui non aveva mai mentito. Inoltre Ned fa una cosa totalmente sbagliata,  cioè cerca di alleviare il suo senso di colpa accudendo il gatto a cui ha sparato. Solo alla fine si rende conto che confessando tutto a sua madre riesce a liberarsi del peso che lo aveva tormentato per mesi.
Penso che questo sia veramente un libro istruttivo  che insegna che tutti commettiamo errori, perché è umano commetterli e tutti meritiamo una seconda possibilità. Il protagonista a un certo punto è davvero al culmine dell’infelicità: la madre gravemente malata, il suo vecchio vicino e suo unico confidente morto, il gatto scomparso e lui in preda ai rimorsi. Per fortuna le cose si risistemano e lui torna felice e comprende il suo sbaglio. Questa è decisamente la parte che mi è piaciuta di più perché rispecchia il messaggio del libro e ci spiega  come le cose possano migliorare se si pensa positivo.

lunedì 7 luglio 2014

una foto senza tenerezza (un interessante post di bortocal)

pubblicata con una certa enfasi nei giorni scorsi dai media, mostra una coppia di maschi omosessuali che si abbracciano commossi per la nascita del figlioletto concepito da un utero in affitto, usando il materiale genetico di entrambi (e senza ricorrere a quello della madre fisica, che ha solamente fornito l’ospitalità transitoria di un ovulo e poi di un utero svuotati).
quanta tenerezza: questo era il messaggio; e quale meraviglia la tecnica, che scavalca ogni obiezione della natura.
non sono d’accordo…
leggi tutto qui

venerdì 4 luglio 2014

iPad e iPocrisia - Huko (gruppo Huxley-Ubu-Kafka-Orwell)

L'introduzione nelle scuole (francesi) degli iPad e di altri tablet è ormai accettata in Francia da quasi tutti.
Vi si oppongono soltanto coloro che i media hanno preso la deplorevole abitudine di definire “tecnofobi”. Purtroppo, il “timore della tecnologia” non porta in sé niente di positivo, perché si inscrive immediatamente nel registro della paura, la quale, come si sa, può dare luogo al peggio. Niente di meglio, per screditare qualsiasi critica, che ridurla a un timore irrazionale e reazionario. È un altro l'attacco, molto più profondo, che qui viene sferrato contro una scuola tutta digitale.

Dopo tutto l'internauta non è altro che l'esito delirante di un lungo processo di isolamento degli individui e di privazione sensoriale; e la cybervita che gli viene proposta è sempre destinata, soltanto per qualche tempo, a percentuali relative del genere umano, mentre tutto il resto si vede abbandonato all'attesa di un Tartaro di questo XXI secolo.
Baudouin de Bodinat, La vie sur terre, 1966

Dopo essersi accontentati dell'immagine, faremo a meno della realtà.
Étienne Gilson, La società di massa e la sua cultura, 1981


Rifiuto anti-industriale e fratture digitali
Le ragioni del rifiuto da parte dei “tecnofobi” delle tecnologie digitali, a forza di essere diffuse dalla maggior parte dei media, anche se nel loro abituale modo screditante, sono finalmente ben note. Si tratta di buone ragioni:
1. I tablet sono gravemente inquinanti, assai più dei libri, in particolare nella fase della costruzione, a causa dei metalli rari che entrano nella loro composizione e dell'acqua necessaria alla loro fabbricazione. Inoltre, la loro obsolescenza programmata permette ai fabbricanti di rendere rapidamente vetusto un materiale presentato uno o due anni prima come “il migliore al miglior prezzo”. Numerosi sono ormai gli studi che dimostrano, concordemente, fino a che punto un tablet, la cui durata di vita è programmata intorno ai tre anni scarsi, forse un po' di più per gli iPad, è assai più inquinante del libro1 e nettamente più costoso per il bilancio delle collettività e quello della nazione2.
2. I tablet sono molto verosimilmente pericolosi per la salute, da un punto di vista neurofisiologico, tanto più che gli utenti sono prevalentemente giovani3.
3. Non è certo che l'apprendimento sui tablet, facilitando lo zapping e distraendo l'occhio dell'utente, sia più facile che sui libri, anzi4.
4. Il loro acquisto rappresenta un massiccio trasferimento di denaro in direzione di paesi lontani, con grave danno per i librai, gli editori e gli stampatori nazionali, che piombano in una situazione economica sempre più delicata. Lo scotto della “mondializzazione” sta per distruggere tutta l'industria culturale: il mondo della cultura non ha saputo, a suo tempo, rifiutare la massificazione, ma questo è un altro tema di discussione che non affronteremo qui5.
5. L'uso generalizzato dei tablet nei soli paesi ricchi costituisce un aspetto cruciale della frattura digitale, rivelata dall'Unesco già dagli anni novanta. Al plurale: fratture digitali tra i paesi ricchi e i paesi poveri; all'interno dei paesi ricchi, tra connessi e non connessi; all'interno dei connessi, tra coloro che utilizzano la rete in modo intelligente e gli altri, che sprecano il loro tempo in acquisti, in pornografia o in aste di tutto ciò che si vende o si compra.
Certo, ci sono delle buone ragioni, ma è un'altra frattura, che ci sembra ancor più fondamentale, quella che citiamo qui.
Chi produce gli iPad? E dove?
Le legittime preoccupazioni ecologiche tendono a farci trascurare il fatto che gli iPad (Apple), Kindle (Amazon), Playstation e altri materiali digitali sono prodotti da una azienda neo-schiavista, Foxconn…

Un cimitero chiamato Mediterraneo

Un giorno a Lampedusa e a Zuwarah, a Evros e a Samos, a Las Palmas e a Motril saranno eretti dei sacrari con i nomi delle vittime di questi anni di repressione della libertà di movimento. E ai nostri nipoti non potremo neanche dire che non lo sapevamo. Dal 1988 sono morte lungo le frontiere dell'Europa almeno 19.812 persone. Di cui 2.352 soltanto nel corso del 2011, almeno 590 nel 2012 e 801 nel 2013. Il dato è aggiornato al 30 giugno 2014 e si basa sulle notizie censite negli archivi della stampa internazionale degli ultimi 26 anni. Di seguito trovate soltanto gli incidenti degli ultimi mesi. Per consultare la documentazione di Fortress Europe dal 1988, visitate il nostro speciale La strage. Per un'analisi statistica, frontiera per frontiera, leggete la scheda Fortezza Europa
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giovedì 3 luglio 2014

La riforma Giannini. Un manganello applicato alla scuola, direbbe Turati - Giuseppe Aragno

Parliamoci chiaro. Il problema della scuola che Renzi, buon ultimo, mette in ginocchio dopo anni di attacchi devastanti, non può ridursi ora a un orario di lavoro che aumenta a parità di retribuzione, alle strutture fatiscenti fino all'inagibilità, al trattamento economico e giuridico dei lavoratori, ai tagli, alla precarietà, al potere sconosciuto e pericoloso di dirigenti scolastici che decideranno a chi dare i bonus stipendiali e alla rapina degli scarsissimi investimenti pubblici, utilizzati per foraggiare il privato. Ognuno di questi problemi è di per sé gravissimo, ma sarebbe facile per i "riformisti" battere la grancassa sul "corporativismo" dei "docenti conservatori" e scatenare i pennivendoli nella caccia all'untore. 
Di fronte all'analfabetismo di valori di Renzi, la questione centrale e inquietante è anzitutto una: la legittimità democratica di un governo che esercita il potere in modo così autoritario e, di conseguenza, il diritto-dovere alla disobbedienza e all'obiezione di chi è chiamato a eseguirne gli ordini. Diritto-dovere legato sia al valore costituzionale e al ruolo sociale della funzione docente, sia al tema storico di una Repubblica che nasce e si costituisce giuridicamente come risposta a una tragica esperienza autoritaria e non può, quindi, chiedere a nessun cittadino un'obbedienza che comporti la negazione delle sue stesse ragioni fondanti.
Mentre si annuncia l'ennesima riforma liberticida, non si tratta più di orari di lavoro e retribuzioni; prima c'è da affrontare la questione cruciale della compatibilità tra coscienza democratica e legalità, avendo ben presente che, se giuridicamente "legali" furono vent'anni di regime totalitario, moralmente e politicamente legittima fu l'illegalità antifascista. In quanto al dato storico, il governo fascista "legalmente costituito" e i giudici che condannarono gli oppositori del regime oggi, a giusta ragione, sono reputati volgari criminali; Gramsci, Pertini e i loro compagni di lotta, invece, sono maestri dei nostri giovani e vanto del Paese.

Renzi giura che tutto andrà bene e non ci sarà battaglia, ma sbaglia di grosso. Ci sarà e sarà molto più dura di quanto creda. Più che l'effetto disastroso dei suoi provvedimenti - gli ennesimi volti a colpire la dignità della scuola repubblicana - agli insegnanti interessano ora i motivi che spingono il governo a un inaccettabile autoritarismo e la legittimità democratica delle firme in calce alle proposte di riforma. Una legittimità che o esiste e ci impedisce di rifiutare l'obbedienza, o non esiste e ci autorizza a contestare, legittima l'obiezione e di questo passo ci obbliga alla resistenza. Se la riforma della scuola si pone fuori dalla legalità costituzionale, alla scuola di Renzi e Giannini non può bastare il consenso di un Parlamento che, a sua volta, nasce da una legge dichiarata fuorilegge e trasformato ufficialmente, complice Napolitano, in un'accozzaglia di nominati, una sorta di Camera dei Fasci e delle Corporazioni, pericolosa per la salute della Repubblica. 
E' questo lo scontro che si prepara, perché dubbi non ce ne sono: allo stato delle cose, non esiste nessuna condizione minima di legalità che imponga l'ubbidienza. I docenti antifascisti, infatti, quelli che sacrificarono la libertà e la vita affinché nascesse la scuola della Repubblica, ci hanno lasciato in eredità un testamento spirituale, passato così come fu scritto nella nostra Costituzione. In un foglio clandestino, stampato alla macchia sui monti dei partigiani, i docenti in armi contro il regime scrissero col sangue - e non è retorica - quale scuola voleva l'antifascismo per l'Italia nuova. Ogni regime autoritario, osservarono, sa bene che "l'istruzione è la vera liberatrice dello spirito umano, che eleva l'uomo e lo rende conscio dei doveri, dei diritti, delle sue fondamentali rivendicazioni"; ogni regime antidemocratico, che teme il popolo, quindi, "vuole il gregge, la massa, la folla" e perciò "tarpa le ali all'insegnamento libero, lo soggioga, lo vuole domare e dirigere per costituire una società fondata unicamente sulla potenza del denaro". Di qui, aggiungevano, "l'insegnante asservito e domato con la miseria e col bisogno diuturno, l'insegnante ridotto a una vita grama e stentata che mortifica e immiserisce anche i più arditi"; di qui una "professione angusta, che si fa conformismo e infine rinunzia". Di qui, una gioventù "formata a principi falsi, di qui la catastrofe e l'ineluttabile".
Il gioco si ripete: carriere in mano a burocrati legati al carrozzone governativo, docenti affamati, umiliati e costretti a scegliere tra sopravvivenza e libertà d'insegnamento. Tutto questo, per mano di un governo sostenuto da parlamentari mai eletti ma nominati grazie a una legge ufficialmente illegale; parlamentari che, non bastasse, manomettono la Costituzione antifascista. Tornano alla mente Turati, per il quale certe riforme sono "il manganello applicato alla scuola"; torna in mente Matteotti, che accusò Gentile di voler "assoggettare la scuola a un pesante controllo politico". e Rodolfo Mondolfo, che apertamente invitò alla disobbedienza perché, diceva, è chiaro a tutti che, quando si colpiscono i docenti a tradimento e si accresce l'autorità delle gerarchie scolastiche, si cancella la scuola come fucina di coscienza critica e si abolisce, di fatto, la libertà d'insegnamento. I docenti, quindi, non possono tacere, né obbedire, ma devono opporsi - scriveva Mondolfo - perché nessun insegnante democratico può subire in silenzio una riforma che non vuole cambiare la scuola, ma modificare i rapporti tra Stato e cittadini. 
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mercoledì 2 luglio 2014

Non offendere il Sistema Metrico Decimale

Prima che l’Istituto mondiale per il Sistema Metrico Decimale (SMD) citi lo Stato Italiano per danni morali e materiali al SMD occorre darsi da fare.
Ammesso e non concesso, come dice Totò, che l’esame di stato alla fine del quinto anno delle superiori, così com’è, vada bene, c’è una piccola grande correzione da fare.
Diventa grande (la correzione) solo se si forma una Commissione Ministeriale per la Semplificazione, presso il Miur, composta da 30 saggi, pagati profumatamente, per diversi anni, per fare quello che un ragazzino delle medie può fare in pochi minuti.
Prima espongo il problema: da una vita sappiamo che il livello di sufficienza è sei decimi (6/10), a scuola, diciotto agli esami universitari (18/30).
Con la legge n. 425 del 10 dicembre 1997 (Disposizioni per la riforma degli esami di Stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore) veniva disposto che “La Commissione d'esame dispone di 45 punti per la valutazione delle prove scritte e di 35 per la valutazione del colloquio. Ciascun candidato può far valere un credito scolastico massimo di 20 punti.” Il punteggio minimo complessivo per superare l'esame è di 60/100.” (art.3, c.6)
Ciascuna delle tre prove scritte è sufficiente se raggiunge 10/15 (6,666/10) e la prova orale se raggiungeva 22/35 (6,28571/10).
Successivamente la legge n.1, dell’11 gennaio 2007, dispone che “La commissione d'esame dispone di 45 punti per la valutazione delle prove scritte e di 30 per la valutazione del colloquio. Ciascun candidato può far valere un credito scolastico massimo di 25 punti. Il punteggio minimo complessivo per superare l'esame è di 60/100.” (art.1).
Ciascuna delle tre prove scritte è sufficiente se raggiunge 10/15 e la prova orale se raggiunge 20/30.
Il punto è che 10/15, la sufficienza allo scritto, è pari a 6,666 e 20/30, la sufficienza all’orale, è pari a 6,666. Troppo difficile, direbbe il ragazzino di seconda media, far corrispondere la sufficienza a 9/15 e a 18/30 (cioè a 6/10)?
Quello che il ragazzino di seconda media non sa è che molti docenti di quinta superiore, magari a pochi anni dalla pensione, diventano matti nella missione impossibile di convertire un sette dato in decimi in un voto in quindicesimi, con il vincolo della sufficienza pari a dieci. Alcuni usano delle tabelle di conversione improbabili e semifolli, che non sfigurerebbero in "Comma 22".

Spett. Miur, ci vuole davvero molto a non offendere il SMD? È così pazzo quel ragazzino di scuola media?


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martedì 1 luglio 2014

940 chilometri di circonvallazione

Si chiamerà Jing-Jin-Ji. Sembra uno scioglilingua, ma è il nome della megalopoli da oltre 110 milioni di abitanti che nei disegni dei pianificatori cinesi servirà da modello per una nuova forma di urbanizzazione e di sviluppo dell’economia. Si tratta di fondere Pechino con Tianjin e lo Hebei, la provincia che circonda la capitale. «Jing» riassume Beijing; «Jin» sta per Tianjin e «Ji» è un’abbreviazione di Hebei. Il progetto Jing-Jin-Ji ha avuto la benedizione del presidente Xi Jinping, che lo dirige. Il nuovo agglomerato sta prendendo forma: intorno alla capitale è in fase avanzata di costruzione un anello autostradale che collegherà la super area urbana; Pechino è già contornata da sei tangenziali, che qui si chiamano anelli, a partire dal quadrilatero della Città proibita, ma questo settimo sarà lungo 940 chilometri per collegare e integrare la nuova regione cittadina. L’apertura al traffico è prevista nel 2015…

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