venerdì 8 gennaio 2021

Come si reinventa la Storia (con un po’ di fantasia, e poca serietà): il caso di Guido Comis “infoibato a sua insaputa” - Gian Luigi Bettoli

  

La vicenda della “foiba” del Ciaurlec è ormai troppo nota, per ritornare a discuterne qui nei particolari. Le sacralizzazione delle vittime, da parte dell’organizzazione nostalgica “Erasmo da Rotterdam” (possiamo cominciare a chiamarli con il loro nome, senza essere denunciati per diffamazione, visto che praticano il reato di apologia di fascismo, e per di più con il consenso delle autorità cittadine spilimberghesi, coinvolgendo nella loro turpe attività anche le scolaresche?) è già stata trattata filologicamente in altro luogo di questo sito, nella puntuale disamina di Francesco Franz.

Così come abbiamo trattato personalmente il tema della giustizia partigiana, sulla base innanzitutto delle esplicite testimonianze di uno dei comandanti della Resistenza sul Ciaurlec, Vincenzo Tonelli.

Le morti sono morti, tutte, senza distinzione. Ma eliminare combattenti fascisti, alleati dei nazisti tedeschi, e spie, era, più che un dovere militare, uno stato di necessità. Ognuno commemori i suoi cari; ma è scandaloso che si debba anche rendere loro onori di alcun tipo. Hanno sbagliato; hanno pagato; amenSe qualcuno ha ancora da recriminare, recrimini sui dieci anni di guerra scatenata dal fascismo, dal 1935 al 1945.

* * *

E’ stato proprio leggendo uno degli elenchi analizzati da Franz, quello relativo alla lapide posata nel 2019 a Spilimbergo, che mi è venuto un dubbio, quando ho letto tra i nomi – in buona parte estranei alle vicende del Ciaurlec – questo: Guido Comis, Cap.no art., 52 (anni), n. 1893 – m. 1945.

Io un Guido Comis l’avevo conosciuto, anche se solo di fama: si trattava del presidente dell’Ordine degli Avvocati di Pordenone, oltre che di un esponente di primo piano dell’MSI, il partito neofascista, che aveva rappresentato in Consiglio Comunale a Pordenone dal 1970 al 1979. Con il procedere degli studi avevo trovato l’avv. Comis tra gli esponenti principali del fascismo spilimberghese, oltre che cognato di Piero Pisenti, il principale esponente del fascismo friulano. La conoscenza dei legami familiari, oltre che notizie di prima mano soprattutto su Pisenti, le ho avute con il passar del tempo da un figlio di Guido Comis, l’avv. Sebastiano, per i primi 18 anni di vita presidente della Coop (allora Service) Noncello, con cui ho avuto l’occasione di lavorare a lungo. Sebastiano, ritornato al socialismo del suo omonimo nonno paterno – uno dei fondatori del Psi di Spilimbergo, ai primi del ‘900; Sebastiano mi raccontò del gustoso episodio che «riguarda la prima tessera fascista di mio padre, che il nonno gli fece trovare strappata sotto il piatto» – ha sempre gestito con equilibrio le impegnative memorie familiari, la sua attività politica e sociale e la trasmissione ai ricercatori delle notizie e dei documenti loro utili.

E’ stato lui, in quanto esecutore testamentario di Pisenti, a trasmetterne l’archivio a Renzo De Felice, depositato poi dallo storico all’Archivio Centrale dello Stato. Merita evidenziare come a Spilimbergo allo storico sia stata dedicata una via: ma evidentemente la sua lezione di acribia metodica non è servita agli “erasmini”, che si sono concentrati solo sul suo progressivo spostamento a destra.

Era stato proprio Sebastiano jr. a raccontarmi di come suo padre fosse stato detenuto in un campo di concentramento jugoslavo dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Ho fatto quindi un primo controllo, anagrafico. Sulla lapide si fa nascere Guido Comis nel 1893, mentre egli era nato il 19 settembre 1907. C’era quindi un altro Comis a Spilimbergo? Interrogato, il figlio Sebastiano lo esclude: «Sicuramente c’erano altri Guido Comis in circolazione (il ceppo originario è di Santo Stefano di Cadore, frazione Casada) ma non a Spilimbergo».

Ho confrontato quindi, come ha fatto Franz, i dati sulla lapide con quelli del libro: FONDAZIONE DELLA R.S.I. – ISTITUTO STORICO ONLUS ALBO CADUTI E DISPERSI DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANAa cura di Arturo Conti, pubblicazione esplicitamente neofascista, che appare anche in altri casi come la fonte dell’associazione “Erasmo da Rotterdam”. Neofascista? Certamente, vista l’epigrafe: «In onore delle Famiglie dei Caduti e dei Dispersi della Repubblica Sociale Italiana»: che appare anche lo scoperto intendimento, sotto copertura “foibologica”, dell’associazione spilimberghese. Così, pian piano, si compattano camicie nere e spie, vittime di vendette postbelliche ed eventuali vittime dei partigiani jugoslavi; ci si infila astutamente nelle celebrazioni – già storicamente mistificanti – del 10 febbraio e, tra un poco, denunceranno per “negazionismo” chi fa loro notare la “confusione” provocata deliberatamente.

Ebbene, nella pubblicazione di Conti i dati di Comis sono questi: Comis Guido 19/9/07, Spilimbergo, Cap.no Es. Rep. 13^ Gr. Art. Costiera 2/5/45, Buie, Pola (prig. Borovnic. Slov. stenti). Il dato di nascita, qui, è quello giusto, così come il grado. La morte nel 1945, è qui collocata nel campo di concentramento jugoslavo di Borovnica.

In realtà, per fortuna sua e della sua famiglia, secondo la testimonianza del figlio, «mio padre è stato internato a Vrsac, che era un campo per ufficiali a n.e. di Belgrado, vicino al confine con la Romania». Campo da cui l’avv. Comis è poi ritornato a Pordenone, dove è morto, quasi ottantenne, nel 1986. A testimonianza del fatto che, se non saranno certo stati ospiti munifici con i loro prigionieri, gli jugoslavi i prigionieri non li sterminavano a prescindere, men che meno nelle foibe, anche quando erano stati indubbiamente ufficiali fascisti fino all’ultimo.

Ricorda Sebastiano Comis: «Quanto all’epilogo, è vero che riportò a casa la pelle. Ma dal repertorio Corbanese-Mansutti risulta che il suo aiutante maggiore e due dei suoi tre comandanti di batteria vennero fucilati dopo la resa, il primo, come ricordava mio padre, per aver cacciato in malo modo dei partigiani istro veneti che si erano infilati tra i soldati italiani in ritirata da Pola per convincerli ad arrendersi. Degli altri non mi ha mai parlato. Il terzo comandante di batteria è invece morto di tifo a Vrsac». Testimonianza importante per due aspetti: il primo è che i prigionieri fascisti non venivano arrestati “in quanto italiani”, come si usa dire da tre quarti di secolo dalla canea nazionalfascista, ma sulla base di precise valutazioni politico-militari; il secondo è che i partigiani protagonisti dell’episodio decisivo non erano slavi, ma istro-veneti: cioè “italiani”. Quei partigiani che, in buona parte, in Istria combattevano con gli jugoslavi, ma conservavano come riferimento il Pci, il Cln Alta Italia di Milano e l’Italia.

Diverso il caso di chi poteva rimanere vittima delle vendette postbelliche, come il cognato di Comis. Ricorda Sebastiano jr. che «Non trovandolo, hanno ucciso – ma non infoibato, credo – suo cognato, che abitava a Spilimbergo e doveva avere una decina d’anni di più. Un altro ‘martire’ involontario. (…) Il marito di mia zia Olga si chiamava Domenico (Menuti) De Rosa, era di Spilimbergo, doveva suonare qualche strumento musicale perché anni fa mi aveva chiesto notizie di lui uno spilimberghese che stava scrivendo qualcosa sull’attività musicale a Spilimbergo nel ‘900. (…) Domenico De Rosa, nato il 3.2.95. Il 7 giugno 1945 sconosciuti lo hanno  prelevato da casa, il corpo è stato trovato il giorno dopo».

Quindi Guido Comis è finito su quella lapide “a sua insaputa”, con tanto di dati anagrafici sbagliati. Così come non vi è comparso (ma avrebbe dovuto?) suo cognato. Una bella prova del pressapochismo degli emuli del “pornostorico” Pirina, le cui liste foibologiche sono state demolite anni fa da Claudia Cernigoi.

Sebastiano Comis ha scritto al Comune di Spilimbergo per chiedere la rimozione del nome di suo padre da quel monumento. Noi, più modestamente e con meno titolo personale, ci permettiamo sommessamente di invitare gli amministratori della cittadina pedemontana a togliere tutto quell’obbrobrio. Anche perché, esteticamente, è proprio brutto.

da qui

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