venerdì 29 gennaio 2021

Evviva l'etnologia! - Jean Monod

La «scomparsa» degli Indiani ed il relativo sviluppo dell'antropologia sono i due aspetti indissolubilmente legati dello stesso dramma. Certo non si può negare le diverse attitudini del Conquistador, del missionario e del falso scienziato rispettivamente. Il primo si impadronisce di territori e sottomette le popolazioni con la forza delle armi, il secondo si preoccupa di convertire le anime, il terzo cerca di ritrovare altrove la sua ragione. Ma ciò che è fondamentale non sono queste differenze; ma bensì che questi tre diversi tipi di uomo si sono trovati concordi, al momento della Conquista e durante il Rinascimento, nello spingere l'Occidente, al momento della sua espansione, a portare fino in fondo l'esperienza della sua contraddizione fondamentale di cui ciascuno di essi era il portavoce.

Tutti fecero dono del loro oggetto al soggetto che essi veneravano sopra ogni altro: il re, Dio o la ragione; ecco in che cosa essi erano fratelli. Senza dubbio uno spirito fantasioso potrebbe pensare che tra la fine del Medioevo e i empi moderni si sia affermato il confortante progresso dello spirito illuministico. Ma questa concezione rassicurante è doppiamente ingannevole. Prima di tutto perché la scienza, suprema realizzazione della ragione, non è né più dolce né più inoffensiva dell'arte militare; e poi perché non c'è alcun «progresso» nell'atteggiamento della civiltà occidentale nei confronti dei «primitivi», ma piuttosto uno spostamento da un piano all'altro della sua contraddizione fondamentale. La prima immagine di questa contraddizione è quella tra l'umanesimo che si apriva alla scoperta del mondo e la scoperta concepita come conquista, estensione di sé, appropriazione negativa. Si trattava dell'idea dei «philosophes» messa in pratica dai commercianti o si trattava invece del fatto che i «philosophes» pensavano come i commercianti? La riduzione in schiavitù delle popolazioni o, ancor meglio, la loro distruzione pura e semplice: ecco una soluzione che sarebbe stata chiara e definitiva! Essa era in contraddizione cogli ordini che i conquistatori avevano ricevuto dall'autorità monarchica prima di suscitare l'opposizione dei missionari i cui interessi erano rivali di quelli dei coloni. Donde lo spostamento della contraddizione tra due poteri, ciascuno in rottura colla propria ideologia.

Questo conflitto doveva generare la trasformazione delle ideologie rispettive: i conquistatori, gli scopritori del Nuovo Mondo si rivelarono come l'ultima impennata di una classe feudale condannata a scomparire. L'ideologia dei missionari, al contrario, si afferma sempre di più – ad opera di un Las Casas per esempio – come rivendicazione umanitaria di giustizia. Il Dio cristiano, supremo alienatore dell'uomo, si tramutava in ragione universale «liberatrice» degli oppressi per mezzo di coloro che avevano all'inizio affermato la sua universalità. Questi si diedero a rivendicarla come privilegio esclusivo. E ciò preparò l'ultimo spostamento al quale assistiamo oggi, la sostituzione dei missionari, dei propagatori della fede, da parte dei raccoglitori d'informazioni. A quest'ultimo stadio del processo la ragione, come prima l'idea di umanità, comincia a conoscere i suoi limiti oggettivi; ma come prima i Conquistadores, essa non lo fa al puro scopo di scoperta, d'alleanza, di dialogo, ma ad un fine di appropriazione, di riduzione dell'altro e di espansione di sé a spese di quello. È ciò che si potrebbe chiamare la «medievalizzazione dei tempi moderni» (che la ragione si camuffi da «logica» non cambia niente).

Nella sua forma più compiuta, l'antropologia tende ad accordare alla ragione o alla logica il ruolo che prima i missionari accordavano a Dio; l'antropologo e il missionario si sono opposti entrambi molto blandamente all'avanzata a rullo compressore della civiltà che del resto non tarderà a spazzarli via una volta che essi avranno assolto il servizio che essa si attende da loro. Singolare voltafaccia infatti; nel XVI secolo si trattava, per i missionari, di colmare l'abisso tra Dio e le sue creature infedeli, di ricondurre i selvaggi sulla strada del Signore, di ricondurre queste pecorelle smarrite sotto la grazia divina. L'espulsione dei Gesuiti fu una risposta significativa della «civiltà» che in tal modo pose un limite ai suoi stessi ideali. Nel XX secolo, mentre la scienza resta bastarda, balbuziente e conquistatrice come all'alba del XVI secolo, l'idea di umanità ha rimpiazzato quella di Dio nell'impresa della conquista; si tratta ora di mettere i «primitivi» in sintonia con la ragione (la logica) occidentale. Ma la pratica effettiva che minaccia la sopravvivenza dei «primitivi» non soltanto si preoccupa poco di questa logica, ma addirittura non vuole vedersi intralciata dagli scienziati. Come i coloni al tempo della Conquista non chiedevano che un servizio ai missionari, così al giorno d'oggi i politici non chiedono agli etnologi che un parere tecnico per facilitare l'assimilazione delle popolazioni cosiddette «marginali» (e perché non dire «delinquenti», tanto che differenza fa?). Di fronte a questa politica, invece di rivendicare un potere fondato semplicemente sulla ragione poiché essa ha fallito nel suo tentativo di trovare la ragione, l'etnologia, sottomessa ad ogni genere di potere e imponendo a coloro che la praticano la stessa sottomissione gerarchica, si contenta di fare dei primitivi un oggetto «culto» di rappresentazione e mendica presso i ministeri la sopravvivenza del suo oggetto di studio in nome della scienza «universale».

La curiosità per il selvaggio, curiosità resa astratta dalla lontananza geografica, dallo sguardo dell'esploratore e dalla sua relazione scritta, è sempre andata di pari passo col disprezzo per questo stesso selvaggio, il disprezzo ostentato dagli esploratori nei contatti con gli Indiani. Figurarsi che cosa succederebbe se gli Indiani vivessero tra di noi! Se per esempio si chiamassero Catari, hippies o maoisti!,

L'idealizzazione sempre attuale del «bon sauvage» è riconducibile allo stesso negativismo che si esprime nel razzismo. Si pensi alla mitologia del «buon negro» tra gli schiavisti del sud degli Stati Uniti. Gli uomini sono sempre troppo civilizzati per coloro che vorrebbero ricondurli alla loro condizione naturale; quel «troppo» di civiltà è ciò che questi signori chiamano la loro «selvatichezza». E questa giustifica sempre la riduzione di essi al comune denominatore della nostra civiltà. Dietro la discussione sul problema della loro «differenza» o della loro «identità» in rapporto a noi stessi, si nasconde solo questo disegno: far sì che essi ci servano a qualche cosa.

Quel discorso universalmente conosciuto col termine di antropologia (sociale, culturale) o di etnologia non si distingue essenzialmente dall'ideologia che serve da giustificazione agli «assimilatori». È noto che gli etnologi nordamericani non hanno fatto niente per arrestare il massacro degli Indiani dell'America del Nord; per essi ciò non fu che uno spettacolo capace di suscitare al massimo la loro vocazione etnologica. Mentre altri riempivano le loro casse di oro, essi riempivano di note i loro calepini, gli uni e gli altri per il più gran bene dell'umanità di cui il loro paese era il modello. Sembra che l'etnologia sia nata con questa tara congenita: la sua urgenza, poiché essa arriva sempre «troppo tardi», congiunta allo scrupolo di obbiettività che la anima, servono a scusare la sua irresponsabilità politica. Sballottata tra la raccolta sempre affrettata di nuovi frammenti e la elaborazione di teorie che richiedono mezzi materiali e umani sempre più grandi, la prospettiva di una riflessione del suo metodo verso il suo effettivo punto di partenza appare di giorno in giorno sempre più improbabile. Essa spera indubbiamente di accorgersene «troppo tardi», quando la sua «materia» sarà effettivamente scomparsa. Ma questa materia permane, essa cambia lentamente anche se oggi si accorgono di ciò solo quelli che hanno poca fretta di «arrivare» e sanno invece pensare con calma.

L'arricchimento del nostro sapere procede dalle stesse motivazioni e segue lo stesso metodo del nostro arricchimento materiale; esso presuppone la negazione dell'altro e la nostra espansione nel suo territorio materiale come in quello mentale, esso presuppone cioè la sostituzione delle leggi civili e mentali dell'altro per mezzo delle nostre. Raccogliere informazioni è un'azione relativamente innocente; è il piano che anima questa azione che solleva dei problemi. Vorrei che mi si citassero i nomi degli etnologi che hanno messo le loro informazioni al servizio delle popolazioni studiate allo scopo di tamponare la falla aperta dalla civiltà bianca e assicurare la trasmissione di un sapere perduto per una generazione intera (mi si gela il sangue se penso ai sorrisi ironici di certi miei «colleghi» a questa idea) oppure allo scopo, più comprensibile per la nostra mentalità meschina, di appoggiare delle rivendicazioni territoriali o di far valere dei diritti sistematicamente violati.

Bisogna credere che un simile ruolo non può avere alcun senso per una professione che non si concepisce al di fuori del privilegio che le conferisce il pericolo di fronte al quale le civiltà «primitive» si trovano. La sua «urgenza» determina il suo «prezzo»: ma forse che essa crede di svalutarsi se essa fa in modo da ridurla?

L'urgenza di raccogliere i frammenti delle civiltà che quella bianca distruggeva, questa urgenza di cui gli etnologi si sono fatti interpreti a loro esclusivo vantaggio, non era affatto evidente. Non voglio dire, nonostante lo pensi (la denuncia di una etnologia asservita fa parte della resistenza dal di dentro), che sarebbe stato altrettanto urgente organizzare la resistenza anti-bianca. Voglio solo dire che, dopo tutto, numerose società si sono distrutte tra loro nel corso della «storia» senza sentire il bisogno di archiviare i resti dei loro nemici. L'archiviazione intrapresa dagli etnologi, conservatrice sul piano dei «fatti» (*), «progressista» per il progetto di sviluppo delle conoscenze in cui s'inscrive, è coerente ad una certa idea che la civiltà occidentale ha di sé come luogo del sapere assoluto che suppone inevitabilmente la negazione dell'oggetto se non nella sua «fisicità» almeno nella sua «storicità». È per questa ragione che gli Indiani erano destinati fin dal loro primo incontro coi bianchi, a fare l'esperienza di una nuova modalità di essere: nel caso peggiore essi erano degli esseri «destinati alla morte» dal progresso; mentre nel caso migliore – ma non si tratta che di una differenza minima – essi erano degli esseri «per la scienza». Contrariamente a ciò che di solito si sostiene, la strategia del sapere è infinitamente più cinica e più distruttrice di qualsiasi strategia militare. Essa è il risultato di una coscienza impoverita. Se la coscienza occidentale si poneva dei problemi politici ambigui al momento della conquista, è perché essa si poneva ancora problemi morali che sono invece estranei alla strategia del sapere. Bisognerà attendere che l'etnologia abbia raggiunto la sua piena maturità «scientifica» perché si possa ritrovare nella manipolazione dei materiali «primitivi» una violenza mascherata che supera, per le sue conseguenze, quella dei Conquistadores.

 

 

(*) Ma quali fatti? Il problema resta immutato; né le monografie, né le grandi teorie ci dicono in che cosa consistano i «fatti». Se lo si sapesse non ci sarebbero più né monografie né grandi teorie, perché non sarebbe più necessario rimediare alla noia delle prime per mezzo delle acrobazie a cui ci hanno abituato le seconde. E così l'etnologia sarebbe ben altrimenti affascinante.

 

 

[L'ethnocide à travèrs les Amériques, a cura di R. Jaulin, 1972]

 

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