sabato 2 gennaio 2021

Una fiamma nel buio. Conversazioni - Ivan Illich e David Cayley

 

Scrive Publio Terenzio Afro “Sono un essere umano, niente di ciò che è umano ritengo estraneo a me”.

Probabilmente già pensava a Ivan Illich, cittadino del mondo.

Quanto questo sia vero lo capirà chi legge Una fiamma nel buio, pubblicato alla fine del 2020 da elèuthera.

Il libro è un’intervista, meglio una serie di conversazioni, come giustamente dice il titolo.

La lettura di Una fiamma nel buio è una scoperta e un’avventura intellettuale per chi non conosce ancora Ivan Illich, ma anche per chi ha già letto le sue opere, 250 pagine che non potranno non lasciarti la curiosità di (ri)leggere almeno qualcuno dei suoi libri.

Si capisce che Ivan Illich spesso è stato un grillo parlante, denunciando sempre i poteri, con ragionamenti pieni di coraggio, di cultura, senza scorciatoie, senza paura.

Si spazia dalla scuola alla chiesa, dalla politica al femminismo, dai testi medioevali al colonialismo del volontariato, dai suoi libri agli incontri importanti della sua vita, da Michel Foucault a Ugo di San Vittore, tralasciando le migliaia di altri argomenti e citazioni.

Vogliatevi bene, leggete Una fiamma nel buio, nessuno se ne pentirà.

(QUI l’introduzione al libro, di Giacomo Borella, tratta da Gli asini, che nel numero 81 del 2020 della rivista dedica tanto spazio a Ivan Illich)




leggere alcune citazioni dalle sue opere è un invito a leggere i suoi libri, quanto mai di attualità.

 

La scuola è l’agenzia pubblicitaria che ti fa credere di avere bisogno della società così com’è.

 

Il vocabolo crisi indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Come i malati, i paesi diventano casi critici. Crisi, la parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire «scelta» o «punto di svolta», ora sta a significare: «Guidatore, dacci dentro!». […]
Ma «crisi» non ha necessariamente questo significato. Non comporta necessariamente una corsa precipitosa verso l’escalation del controllo. Può invece indicare l’attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente all’improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della possibilità di vivere in maniera diversa. Ed è questa la crisi, nel senso appunto di scelta, di fronte alla quale si trova oggi il mondo intero.

 

Noi dobbiamo e, grazie al progresso scientifico, possiamo edificare una società post-industriale in maniera che l’esercizio della creatività di una persona non imponga mai ad altri un lavoro, un sapere o un tipo di consumo obbligatori.

 

L’uomo arriva a diffidare della parola, pende da un sapere presunto. Il voto rimpiazza la discussione, la cabina elettorale il tavolino del caffè. Il cittadino si siede dinanzi allo schermo e tace.

 

Già nella scuola materna il bambino viene preso in carico da tutto un gruppo di specialisti: l’allergista, il foniatra, il pediatra, lo psicologo dell’infanzia, l’assistente sociale, l’esperto di educazione psicomotoria, la maestra. Costituendo questa équipe pedocratica, i numerosi e vari professionisti tentano di dividersi quel tempo che è diventato il principale limite all’attribuzione di ulteriori bisogni.

 

La prevenzione della malattia mediante l’intervento di terzi professionisti è diventata una moda. La sua domanda cresce. Donne incinte, bambini sani, operai, vecchi, tutti si sottopongono a periodici check-up e a esami diagnostici sempre più complessi. Per questa via, ci si rafforza nella convinzione di essere macchine la cui durata dipende da un piano sociale. Le risultanze d’un paio di dozzine di studi attestano che questi esami non hanno alcuna influenza sull’andamento della mortalità e della morbilità. In realtà essi trasformano persone sane in pazienti angosciati, e i rischi per la salute che si accompagnano a queste campagne di diagnosi automatizzata sopravanzano i benefici teorici. Per ironia della sorte, i disturbi asintomatici gravi che si possono scoprire soltanto con questo tipo d’indagine sono spesso malattie inguaribili, nelle quali una cura precoce aggrava la condizione patologica del paziente.

 

Recentemente ho visto un rapporto affidabile secondo il quale 350 persone guadagnano, da sole, quanto guadagna il 65% degli appartenenti ai ceti più deboli. Ora, non è questo che soprattutto mi preoccupa. Sono molto più preoccupato del fatto che il 65% degli appartenenti ai ceti più deboli, che guadagnano, tutti insieme, meno di quanto guadagnano le 350 persone più ricche del mondo, trent’anni fa sarebbero stati capaci di vivere senza far ricorso al denaro. Molte cose, allora, non erano ancora monetizzate. L’economia di sussistenza funzionava ancora. Oggi, invece, non possono spostarsi senza pagare il biglietto dell’autobus. Non possono accendere il fuoco in cucina raccogliendo la legna, ma debbono comprare elettricità. Come spiegare questo male straordinario che non si è visto in altre società, ma solo là dove è stata importata la società occidentale?


da qui





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