giovedì 2 settembre 2021

I vizi neocoloniali dell’Occidente - Fabio Alberti

  

Raccogli il fardello dell’uomo bianco –

E ricevi la sua antica ricompensa:

Il biasimo di coloro che fai progredire,

L’odio di coloro su cui vigili –


Così Rudyard Kipling, il cantore inglese del colonialismo si esprimeva nel 1899. Il fardello, in quel caso, era la annessione delle Filippine agli Stati Uniti di America, ma alludeva all’intera esperienza coloniale britannica, che all’epoca copriva una grande parte delle terre emerse.

Il “fardello” di Kipling è la mission civilisatrice a cui, sosteneva nel 1885 Jules Ferry, teorico della avventura coloniale, la Francia doveva adempiere in ossequio al “sacro dovere delle razze superiori di civilizzare le razze inferiori”, colonizzando l’Africa “in nome della democrazia” e – aggiungeva senza falsi pudori – creare un mercato per i prodotti dell’industria francese.

Il fardello che invece Colombo e i suoi successori dovettero sobbarcarsi era la salvezza delle anime, per cui i conquistadores portavano il verbo di Dio e in cambio si prendevano l’argento e gli schiavi.

Anche l’Italia – sabauda, giolittiana o fascista non fa differenza – giustificava l’uso dell’iprite con il compito di “portare la civiltà”.

Da 500 anni la pretesa di superiorità europea (comprendendo nell’espressione “Europa” sia la sua escrescenza americana che l’estensione asiatica fino agli Urali) è stata l’ideologia giustificatrice per la sistematica subordinazione dei popoli non-europei e il substrato culturale dell’invenzione della razza e la nascita del razzismo.

Il nocciolo è la descrizione dell’altro non-europeo sempre come mancante di qualcosa: la civiltà, la democrazia, la fede, i diritti umani, lo sviluppo, il project management. Una mancanza che l’Occidente vuole colmare. Il suprematismo europeo è così ben radicato in tutti noi che, parafrasando Croce, “non possiamo non dirci razzisti”.  

Non è forse la colonialità dello sguardo europeo che fa vedere i/le non-europee sempre come bisognosi/e del nostro aiuto piuttosto che come compagni/e di lotta, al più loro nostri partner piuttosto che noi loro alleati?

In questa colonialità si rispecchia interamente l’avventura afgana euroatlantica. La guerra per la democrazia e per i diritti umani è il fardello dell’uomo bianco del XXI secolo.

La mission civilisatrice si esprime nel sacro dovere di insegnare la democrazia e portare i diritti umani a tutte le popolazioni (salvo quelle di alcuni amici dell’occidente sulle quali sorvoliamo).

E liberare le donne. È così che un esercito invasore viene presentato come “liberatore delle donne” e quando se ne va c’è qualcuno che addirittura chiede di rimanere. Sulla pretesa occidentale di liberare le donne afghane con la guerra ha già detto cose, credo definitive, la antropologa femminista palestinese Lila Lughod (2).

La pretesa superiorità europea è data così per scontata che si finisce per pensare che tutto sommato l’occupazione militare dell’Afghanistan, anche se fatta per fini non nobili, ha comunque finito per giovare alla popolazione del paese, occultando il fatto che le condizioni di vita delle popolazioni sono invece peggiorate in questi 20 anni, nonostante tutto il circo di aiuti umanitari che ormai accompagnano sempre gli eserciti.

Dal 2001 ad oggi, in Afghanistan si è accorciata la speranza di vita di due anni, si è ridotto il tasso di scolarizzazione del 22% e, almeno nei primi dieci anni, sono aumentate la mortalità infantile e il numero delle persone sotto la soglia della povertà. Oltre 200mila vite sono state spezzate e sei milioni di persone hanno dovuto emigrare.

Certo, c’è stata un po’ più di libertà, nelle città e per i ceti colti della popolazione, ma è impensabile sostenere che tenere una popolazione in guerra per 20 anni ne possa migliorare la vita.

E la fede nella esportazione della democrazia – ma occorre ricordare che sinora gli Stati Uniti hanno avuto successo solo nelle operazioni di esportazione del fascismo – è tale che meraviglia accorgersi che, dopo 20 anni di guerra, la popolazione e l’esercito non hanno mosso un dito per difendere quello che avrebbe dovuto essere il “loro”(!) governo, presunto democratico, ma coerentemente corrotto, come sempre avviene, per conseguenza inevitabile e strutturale, per tutti i governi fantoccio.

E non ci si venga a dire che non si è riusciti: non si sarebbero spesi 2.300 miliardi, il 115% del PIL afghano senza nessun risultato, se lo si fosse voluto.

Poi c’è la evacuazione di questi giorni. Per cui se “loro” ci hanno aiutato, “noi” li salviamo (o almeno ci proviamo). Ma la divisione tra “noi” e ”loro”  è così ben radicata e scontata che questo “noi” e “loro” è un mare nero in cui annegano tutte le differenze.

“Noi” siamo operatori umanitari che curano i bambini, ma anche soldati che gli sparano e siamo comunque “noi”. E loro possono essere confidenti dei servizi segreti o signori della guerra, oppure attivisti per la libertà, ma resteranno comunque “loro”, che noi che siamo i buoni accogliamo benevolmente.

Tutti gli sforzi per salvare tutte le persone a rischio, qualunque ne sia il motivo, vanno fatti, e va ringraziato chiunque collabora a salvarne, anche se questo non riscatta l’onore di coloro che di vite ne hanno sacrificate decine di migliaia.

E so per esperienza diretta ventennale che la solidarietà concreta e l’aiuto reale non è un pranzo di gala al riparo da complessità e compromessi in una visione da rotocalco idilliaca, ma irreale.

Ma c’è nell’operazione salvataggio un qualcosa di sottile e di ambiguo per cui alla fine si chiede alla pubblica opinione di riconoscersi in tutti gli europei che erano lì, senza giudizi di valore per quello che vi facevano.

E traspare un’impressione, probabilmente falsa, ma inquietante, secondo cui in Afghanistan c’era effettivamente una commistione tra missioni, militari e cooperanti a braccetto, che dovrebbero essere antagoniste.

L’immagine che ci viene presentata è comunque sempre quella dei bianchi europei che aiutano, che sia con le armi o con la cooperazione, un popolo sottosviluppato.

La mission civilisatrice allora rischia di saltare fuori di nuovo anche declinata come capacity building della società civile. E la cooperazione allo sviluppo rischia di trovarsi ad essere un elemento strutturale al disegno neo-coloniale.

È il mito della superiorità europea che riemerge sotto mentite spoglie?

Questa esperienza afgana forse deve portare a una riflessione sulla pratica della cooperazione e sul rapporto tra intervento di solidarietà e lotta politica contro il neocolonialismo europeo?

Parliamone.

Note

1.      The White Man’s Burden: The United States and the Philippine Islands https://en.wikipedia.org/wiki/The_White_Man%27s_Burden

2.      Do Muslim Women Really Need Saving? Anthropological Reflections on Cultural Relativism and Its Others https://www.jstor.org/stable/3567256

da qui

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