lunedì 6 settembre 2021

Lo Stato cileno contro i mapuche - David Lifodi

 

 

Proseguono le operazioni per arrestare la presunta presenza del narcoterrorismo in Wallmapu, uno dei tanti escamotage utilizzati da Santiago del Cile per proseguire nella militarizzazione e nell’occupazione del territorio tramite i carabineros e le bande paramilitari di cui si servono le multinazionali minerarie, forestali e l’oligarchia terriera.

 

Lo scorso 9 luglio, un membro dei carabineros cileni ha ucciso Pablo Marchant Gutiérrez nel Fundo Santa Ana dell’impresa Forestal Mininco. Il giovane, di 29 anni, era un militante dell’Órgano de Resistencia Territorial della Coordinadora Arauco Malleco ed un simpatizzante della causa mapuche grazie alle origini della sua nonna.

Pablo Marchant Gutiérrez aveva vissuto con lo storico militante mapuche Héctor Llaitul e la sua morte, avvenuta a seguito di uno scontro con i carabineros sui terreni di cui si è impossessata Mininco, rappresenta solo uno dei tanti esempi della progressiva militarizzazione di Wallmapu, oltre che una sinistra intimidazione nei confronti dello stesso Llaitul, a cui i carabineros, in un primo momento, avevano detto che ad essere ucciso era stato suo figlio.

L’omicidio di Marchant, seppellito con il rito funebre mapuche, era avvenuto a poche ore dall’approvazione, da parte della Convenzione costituzionale, di una richiesta formulata da Frente Amplio, comunisti e socialisti affinchè fosse concesso l’indulto ai prigionieri della rivolta iniziata nel 2019 e deliberata una progressiva smilitarizzazione di di Wallmapu.

A seguito dell’omicidio del comunero Camilo Catrillanca, avvenuto il 14 novembre 2018 ancora ad opera dei carabineros, è cresciuta sia la lotta delle comunità mapuche sia la repressione da parte dello Stato cileno, per il quale ogni scusa è buona pur di attaccare o diffamare le comunità, ma anche per distruggerne il suo tessuto sociale tramite aperte attività di cooptazione nelle zone di conflitto.

Da un lato, lo Stato tenta di dividere i comuneros cercando di far accettar loro veri e propri diktat o le false promesse delle imprese multinazionali presenti sul territorio, dall’altro propaganda la necessità di condurre operazioni di contrainsurgencia a causa del presunto dilagare del narcoterrorismo nelle comunità mapuche.

Ad esempio, la scorsa primavera, un’imboscata contro una troupe di Televisión Nacional de Chile che si stava recando ad intervistare Héctor Llaitul, portavoce della Coordinadora Arauco Malleco, è stata attribuita immediatamente ai mapuche che, grazie ad una rapida attività di controinformazione hanno invece smascherato i veri responsabili, legati a Mininco. Tra loro vi erano sia mapuche sia non mapuche, ma comunque al servizio dell’impresa, la quale riveste un ruolo di primo piano sia nella cooptazione delle comunità sia nella militarizzazione del territorio tramite l’aperto sostegno alle bande paramilitari: è in questo scenario che è maturata la morte di Pablo Marchant Gutiérrez, assassinato da un colpo alla testa esploso da un carabinero che prestava servizio presso il Fundo Santa Ana-Tres Palos (Regione della Araucanía) della Forestal Mininco.

Tutto ciò non sorprende, basti pensare alle campagne condotte nel XIX secolo quali “Conquista del Desierto” in Argentina, “Pacificación de la Araucanía” e “Colonización de las Provincias de Valdivia y Llanquihue” in Cile.

È per questi motivi che, di fronte alla crescente spoliazione del territorio mapuche e al furto delle risorse naturali promossa da una classe politica in gran parte legata all’oligarchia terriera, dalle multinazionali minerarie, dalle imprese turistiche interessate solo a produrre speculazioni immobiliari e dalle transnazionali del settore energetico, giunte soprattutto nel Bio Bio e in Araucanía da Cina, Stati uniti, Europa e Canada, assume particolare importanza il lavoro della Convenzione costituzionale per cercare nuove forme di convivenza tra uno Stato cileno escludente e razzista e la Nazione mapuche.

Promossa dalla dittatura pinochettista, la costituzione della proprietà privata forestale è cresciuta nel corso degli anni grazie all’acquisizione statale, a basso prezzo, di ampie parti del territorio mapuche, avallata peraltro anche dai governi democratici che sono seguiti ed anch’essi estremamente accondiscendenti verso Arauco e Mininco, le principali imprese forestali.

La restituzione delle terre, dell’acqua e il diritto di utilizzare il mapuzungun, la lingua mapuche, rispetto a quella spagnola dei colonizzatori, sono state più volte rivendicate, tra gli altri, dalla machi Francisca Linconao di fronte ad uno Stato che continua a definire i mapuche come “terroristi”.

Proprio la Convenzione costituzionale sembra essere il terreno preferito dalla destre per proseguire negli attacchi ai mapuche. Tempo fa hanno fatto scalpore le parole di Teresa Marinovic Vial, una delle esponenti di ultradestra della Costituente che ha accusato una mapuche democraticamente eletta all’interno dello stesso organo di essere una “dittatrice” e di aver montato uno “show mediatico” solo per essersi espressa nella propria lingua originale e non in spagnolo.

A questo proposito l’Observatorio Ciudadano ha rivolto un nuovo appello affinché siano garantiti i diritti territoriali e collettivi dei mapuche stigmatizzando la logica di guerra alimentata dallo Stato cileno e da alcuni settori della società cilena legati al mondo imprenditoriale.

da qui

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