lunedì 13 aprile 2020

L’ottimismo della ragione e la convenienza della solidarietà - Felice Roberto Pizzuti



Ogni giorno contagiati e morti da coronavirus crescono nel mondo a migliaia e si avverte che i contabilizzati siano solo una (piccola?) parte degli effettivi. Generazioni che non conoscono tragedie come la guerra si abituano alla drammaticità dei bollettini sanitari.
Viviamo un periodo nel quale la storia corre veloce lungo sentieri incogniti. Anche per superare la drammaticità del presente, si pensa al «dopo» e trova senso crescente analizzare gli «effetti collaterali» e prospettici del Covid-19 sulle relazioni economico-sociali, sulle loro interpretazioni e sulla percezione che ne ha l’opinione pubblica.

ANZICHÉ nel pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà, la crisi spinge a sperare nella razionalità, ovvero che le critiche, empiricamente verificate, rivolte nei passati decenni alla visione economico-sociale dominante possano finalmente ottenere il consenso concreto che non trovarono nemmeno nei governi più progressisti, rimasti egemonizzati dalla saggezza convenzionale (e dagli interessi sottostanti). Invece dovrebbe aumentare la diffidenza verso i volontarismi inconcludenti diffusi dai populismi che di fronte alla complessità della crisi tendono ad offrirne una rappresentazione semplicistica e/o strumentale, capace anche di intercettare le crescenti insoddisfazioni che essa genera, ma senza metterne in discussione i meccanismi di fondo.
La pandemia sta confermando l’irrazionalità di quanti nella classe dirigente rimangono abbarbicati alla visione liberista sistematicamente contraddetta dagli esiti rovinosi del mercato, al rigorismo ragionieristico (con la retorica del «buon padre di famiglia») incongruamente applicato alle politiche macroeconomiche, ai modelli di crescita nazionali fondati sulle esportazioni e gli attivi di bilancio – come quello tedesco – illogicamente riproposti su scala continentale, dove avanzi e disavanzi inevitabilmente tendono a somma zero.

LA PANDEMIA sta rimettendo al centro delle relazioni umane l’incertezza che regola la Storia, annullando la pretesa delle teorie neoliberiste che essa avesse raggiunto il suo termine, cioè che il suo corso futuro fosse definitivamente tracciato da aspettative «razionali» coerenti con la persistenza nelle relazioni economico-sociali delle regole fissate dal liberismo, assurte a livello «naturale» ed estese a livello globale.

IL CORONAVIRUS ha messo in evidenza le inconsistenze del darwinismo sociale che, fondato sull’individualismo metodologico e sull’idea che la stessa libertà dipenda dalla capacità dei singoli di badare a se stessi, ha spinto a contenere il welfare state e comunque a ridurne la sua intrinseca logica sociale nel timore che le sue prestazioni, frenando la stessa disponibilità a lavorare, pregiudicherebbero la responsabilità e l’autonomia individuale e, «conseguentemente», la crescita complessiva.
Invece, il coronavirus esalta la dimensione di bene pubblico globale della salute, aiutando a capire che pagare tasse per finanziare il sistema sanitario nazionale è più efficace e conveniente che pagare una assicurazione sanitaria privata. La spesa pubblica, specialmente in situazioni emergenziali, deve tornare a poter contare anche sul finanziamento monetario. Le recenti decisioni di paesi liberali ma pragmatici come gli USA e la Gran Bretagna confermano che la logica del “divorzio” tra Banca centrale e Tesoro limita incongruamente la politica economica.
Il Covid-19 sta mostrando che per assicurare i beni primari a tutta la collettività è necessaria la programmazione dei mercati e la rivalutazione della dimensione sociale del lavoro rispetto a quella capitalistica di merce.

LA DIFFUSIONE incontrollata del contagio virale sta mettendo in crisi l’economia di puro mercato da entrambi i lati dell’offerta e della domanda. L’offerta è rallentata dalla necessità di arginare i contagi virali e dai problemi d’approvvigionamento degli input a produzione delocalizzata incrementati dai protezionismi che ostacolano anche le esportazioni di materiali necessari alle filiere alimentari e sanitarie. La domanda si restringe per il rallentamento dei redditi – ufficiali e sommersi – e del commercio internazionale.

DALLA CRISI esplosa nel 2008, le politiche di contenimento dei salari e delle prestazioni sociali pubbliche volte a ridurre il costo del lavoro non hanno stimolato gli investimenti e il rilancio produttivo, proprio per la carenza di domanda da esse stesse provocata. Il notevole aumento della liquidità da parte delle banche centrali, non riuscendo a stimolare adeguatamente l’offerta produttiva, ha trovato sfogo nel settore finanziario, nelle attività speculative e nell’aumento del corso dei titoli a favore degli azionisti e dei manager.

L’ULTERIORE aumento della liquidità, se nel breve periodo attenuerà le problematiche finanziarie indotte dalla crisi sanitaria, combinandosi con le nuove difficoltà dal lato dell’offerta, potrà creare squilibri aggiuntivi, settorialmente disomogenei, tra domanda e offerta, tra economia reale e settore finanziario. Dopo la stagflazione (l’anomala contemporanea presenza di inflazione e di stagnazione produttiva) degli anni ’70 potrebbero crearsi più deleterie combinazioni tra recessione/depressione e inflazione (recesflazione/depresflazione) con effetti conflittuali nelle relazioni settoriali e nella distribuzione del reddito.
Nella definizione dei nuovi equilibri internazionali, saranno dirimenti le dimensioni e il grado di coesione interna di ciascun sistema economico; la valutazione degli elementi di solidarietà interni all’Unione europea, pur non volendo affidarla solo a motivazioni etiche, dovrebbe comunque considerare gli aspetti di convenienza che essi generano. Specialmente in Europa, dobbiamo sperare nel risveglio della ragione (se non anche dei buoni sentimenti).

Nessun commento:

Posta un commento