venerdì 17 aprile 2020

Marta Fana e Marco Revelli parlano di lavoro




Effetti della crisi nella nuova mappa del lavoro - Marco Revelli

Senza pudore, le Confindustrie del Nord continuano a ripetere lo stesso mortifero ritornello: riaprire, riaprire, riaprire. Come se il mezzo migliaio di morti che ogni giorno dobbiamo contare fosse un dettaglio trascurabile. E i 4.000 nuovi contagi che quotidianamente la protezione civile aggiunge ai propri grafici fossero minuzie di cui praetor non curat. Imperterriti, come d’altra parte hanno sempre fatto.
I nostri imprenditori continuano ad anteporre la borsa alla vita (dei propri dipendenti, in primis, e di ogni altro che sia d’impaccio nel conto profitti e perdite). Pretendendo che – vogliamo dirlo? – i disastri del bergamasco e del bresciano, da loro voluti, non insegnino nulla.
Eppure il messaggio del virus è chiarissimo. Col linguaggio feroce che la natura sa usare quando vuol farsi sentire, ci dice che l’ordine del discorso va cambiato. Che è già cambiato. Le mappe su cui orientiamo i nostri percorsi sociali, a saperle leggere così come la pandemia le ha ridisegnate, già ci disvelano paesaggi fino a ieri invisibili – seppur presenti -, gerarchie di valori rovesciate.
A cominciare dalla mappa del lavoro. Sono bastati pochi giorni di confinamento per tornare a separare, come il grano dal loglio, essenziale e superfluo: la composizione sociale messa al lavoro sul necessario, e quella posizionata sull’inutile, con la seconda confinata a casa, e la prima sottoposta a una mobilitazione totale simile a quella bellica: mandata al lavoro coatto come al fronte, senza protezioni e tutele nel peggior stile dell’”armiamoci e partite”.
Il francese Denis Maillard usa una coppia di grande efficacia per esprimere questa “rivelazione” della nuova frattura di classe: l’antitesi – e lo scambio di posto nella piramide dei ruoli – tra back office e front office. Tra chi “si trattiene nell’invisibilità del lavoro coatto al servizio degli altri” e chi sta “nella luce del lavoro visibile e riconosciuto socialmente”.
I secondi, quelli del front office, manager e professioni intellettuali, pubblicitari e intrattenitori mediatici, trionfanti fino a ieri come campioni del tout marché e dell’economia del loisir, ora “ritirati nei loro appartamenti”. Gli altri – non solo gli addetti ai “lavori di cura” ma tutti quelli che operano fisicamente, cioè “con le mani”, sulle filiere “della vita” – trascinati in prima linea dal rovesciamento imposto dal virus: back office “au front”, scrive con un gioco di parole.
Maillard – oggi contagiato anch’egli – è una bella figura di medico filosofo, autore di un libro forte su La colére francaise, in cui aveva offerto un’analitica descrizione di questa emergente costellazione del lavoro “di base” (già emerso con i gilet jaunes), fatto di “addetti alle consegne delle merci nelle grandi città alle 5 del mattino, magazzinieri che mettono sugli scaffali migliaia di prodotti, operai edili e addetti alla ristorazione”, padroncini e imprenditori di se stessi, artigiani, gestori di macelli e commessi di negozi, badanti e infermiere, paramedici e autisti d’ambulanza, pensionati talvolta, o disoccupati e interinali
Ad essi possiamo aggiungere ora tutti gli operai delle industrie che si “autocertificano” come parti delle filiere lunghe e fitte giudicate indispensabili per la popolazione, quei milioni di donne e uomini che gli imprenditori pretendono di mettere al lavoro come post-moderni servi della gleba. Anch’essi fino a ieri invisibili, e ora rivelati nella loro strategica centralità, nel momento in cui lo tzunami dell’epidemia ha spazzato via come cascame la barocca infrastruttura del superfluo.
Sarebbe interessante sapere quanti sono tra loro “i caduti” (tra i medici sappiamo che superano i 100, tra infermiere e paramedici decine e decine, come tra gli e le assistenti nelle RSA, ma quante sono le vittime contagiate sulle metropolitane e gli autobus presi per andare al lavoro coatto, quanti gli infettati sulle linee di assemblaggio?).
Il presidente dell’Unione industriale di Brescia ora dice che “tener chiuso sarebbe un suicidio” (sic!), e che l’”azienda è il posto più sicuro”. Lo dice con una faccia tosta senza precedenti, da una città trasformata in lazzaretto dalla febbre del fare dei suoi padroni. E questo ci porta a un’altra riscrittura delle mappe prodotta dal virus.
Perché la macelleria epidemica lombarda? Perché quella concentrazione di ammalati e deceduti là dove massimo è l’attivismo produttivo, la fibrillazione della vita activa, la densità del tessuto industriale oltre che dell’inquinamento?
Non è un fatto solo italiano: negli Stati Uniti le prime cartografie della Pandemia mostravano due epicentri, nella east e nella west coast. Nel Regno Unito a Londra. In Francia nell’Ile de France e nel Grand Est. I potenti hub del lavoro totale che mette sotto stress i territori. Ma qui è stato peggio. La tragedia lombarda non ha confronti.
Arrischio un’ipotesi: forse perché il nostro è un capitalismo double face, intenso nei suoi baricentri – e la Lombardia è tale – ma fragile. Iperattivo nella sua molecolare interazione ma debole nella sua struttura di fondo, tecnologica e finanziaria. Un po’ come quello spagnolo. E’ qui che il coronavirus ha trovato le proprie praterie…
Ora li chiamano “eroi”, questi che fanno “tenere” la società, che permettono “che questa sopravviva nonostante tutto, e che continui ogni mattina come un miracolo invisibile rinnovato quotidianamente“ (è ancora Maillard). Ma sono “eroi per un giorno”.
Gli altri, gli imboscati del front office sono pronti a riprendersi ruolo e privilegi. A tornare a pagare una miseria il back office, e disporne dei corpi e delle anime come prima, più di prima. Le mosse delle Confindustrie del Nord lo dicono a chiare lettere: niente deve cambiare. Si sono presi una bella sberla dal Governo, per ora. Ma non demorderanno.
Organizziamoci per impedire che questo accada. Da ora.
da qui



Non è lavoro, è sfruttamento - Marta Fana

   

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