venerdì 4 dicembre 2020

Il nuovo populismo che penalizza i soccorsi - Luigi Ferrajoli

 

Sulla questione migranti si gioca il futuro della nostra civiltà: dell’identità democratica dell’Italia, ma anche dell’Europa e di tutti i paesi ricchi dell’Occidente, oggi accomunati da una guerra crudele contro i migranti e dalla perdita di memoria dei «mai più» opposti, all’indomani della Liberazione, ai razzismi e ai genocidi, ai campi di concentramento e ai fili spinati, alle oppressione e alle discriminazioni razziali.

Questa identità sta crollando a causa della stridente contraddizione tra i principi costituzionali di libertà e di uguaglianza che informano le nostre democrazie e le nostre politiche di esclusione dei migranti, fino all’assurda penalizzazione di chi salva vite umane in mare. È una contraddizione che, se non risolta, renderà impronunciabili i diritti fondamentali, i quali sono universali e indivisibili o non sono, e non potranno essere ancora proclamati se continuerà la loro lesione, ogni anno, in danno di milioni di esseri umani che muoiono per fame e mancanza di farmaci salva-vita e delle migliaia di persone che affogano in mare nel tentativo di raggiungere i nostri paesi.

Lo stesso diritto di emigrare, non dimentichiamo, è un diritto fondamentale vigente, stabilito dalla nostra Costituzione, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dal Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966. Non solo. È anche il più antico dei diritti umani, essendo stato formulato fin dal secolo XVI da Francisco De Vitoria a sostegno della conquista del «nuovo mondo», e poi rivendicato da John Locke, che lo pose alla base del diritto alla sopravvivenza, la quale, egli scrisse, è garantita a tutti dalla possibilità di emigrare «negli incolti deserti dell’America» giacché c’è «terra sufficiente nel mondo a bastare al doppio dei suoi abitanti». Oggi che non sono più gli occidentali, ma quanti fuggono dai paesi impoveriti dalle nostre politiche predatorie a far uso del diritto di emigrare, l’esercizio di questo diritto si è capovolto in delitto, e lo si reprime con la stessa feroce durezza con cui lo si brandì alle origini della civiltà moderna a scopo di conquista e colonizzazione.

C’è poi un altro capovolgimento perverso e ancor più paradossale che contrassegna, in particolare, le politiche italiane contro gli immigrati: il capovolgimento dello stesso populismo penale in tema di sicurezza, esplicitamente operato dal secondo decreto Salvini ma di fatto confermato, sia pure dietro un mistificante giro di parole, dal recente decreto n. 130 dell’ottobre di quest’anno. Il vecchio populismo penale faceva leva sulla paura per la criminalità di strada, cioè per fenomeni enfatizzati ma pur sempre illegali, onde produrre paura e ottenere consenso a misure inutili e demagogiche ma pur sempre giuridicamente legittime, come gli inasprimenti delle pene decisi con i vari pacchetti di sicurezza. Il nuovo populismo securitario fa leva, esattamente al contrario, sull’istigazione all’odio e sulla diffamazione di condotte non solo lecite ma virtuose e addirittura eroiche, come il salvataggio di vite umane in mare, al fine di alimentare paure e razzismi e ottenere consenso a misure esse stesse illegali, come la chiusura dei porti, le preordinate omissioni di soccorso, i sequestri delle persone salvate e le lesioni dei diritti umani dei migranti.

Questo nuovo populismo ha così prodotto e continua a produrre, oltre alle morti in mare, un danno gravissimo alle basi sociali e ideali della nostra democrazia: l’abbassamento del senso morale e dello spirito pubblico nella cultura di massa. Quando l’indifferenza per le sofferenze e per i morti, la disumanità e l’immoralità di formule come «prima gli italiani» a sostegno dell’omissione di soccorso sono praticate e ostentate dalle istituzioni, esse non soltanto sono legittimate, ma sono anche assecondate e alimentate. Diventano contagiose e si normalizzano.

Non capiremmo, senza questa corruzione del senso morale operata dall’esibizione dell’immoralità ai vertici dello Stato, il consenso di massa di cui godette il fascismo e di cui godono oggi, nei loro paesi, Trump e Bolsonaro, Orban ed Erdogan. Queste politiche crudeli hanno avvelenato e incattivito la società. Hanno seminato la paura e l’odio per i diversi. Hanno fascistizzato il senso comune.

Hanno screditato, con la diffamazione di quanti salvano vite umane, la pratica del soccorso di chi è in pericolo di vita e, con essa, i normali sentimenti di umanità che formano il presupposto della democrazia.

Per questo per non vergognarci dei nostri governanti ci aspetteremmo, da questo governo, una svolta radicale, consistente nella cancellazione pura e semplice della parte del decreto in via di conversione che ancora lascia aperta la possibilità di impedire e sanzionare l’accesso nelle nostre acque territoriali delle navi che salvano vite umane in mare. È in questione non solo il diritto alla vita e la dignità di persone dei naufraghi, ma anche la nostra dignità e la dignità della nostra Repubblica.

È l’intervento svolto dall’autore nel convegno “Europa: migranti e richiedenti asilo. Per una svolta di civiltà” organizzato a Roma il 14 ottobre da Fondazione BassoAsgiMagistratura democraticaCgilCisl e Uilpubblicato anche da il manifesto, in uno speciale comprensivio di ulteriori interventi, il 20 novembre.

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