giovedì 3 dicembre 2020

Immigrati, trasformazione sociale e partecipazione pubblica - Adel Jabbar

Migranti identità e  altrove

L’abbandono del luogo d’origine da parte dell’immigrato non è soltanto fisico, giacché egli è anche costretto ad allontanarsi dal suo vissuto quotidiano, e quindi a decodificare il bagaglio di conoscenze, pratiche e consuetudini interiorizzate e adatte a vivere nel proprio paese, per rimpiazzarle, il più velocemente possibile, con nuovi codici di riferimento funzionali all’inserimento nel paese di arrivo. D’altra parte il distanziamento dalle origini rimane parziale, poiché permane l’attaccamento affettivo, emotivo, che induce nostalgia, tanto da amplificare l’estraneità rispetto alla realtà in cui si inserisce. Né d’altra parte sono facilmente e immediatamente acquisibili le nuove conoscenze, le nuove regole, le nuove abitudini e tale difficoltà di inserimento comporta una condizione di marginalità che si delinea sostanzialmente secondo tre caratteristiche. Si tratta infatti di un individuo che:

a) viene da altrove, un altrove geografico, culturale, politico e linguistico;

b) viene dal basso ovvero da una condizione di debolezza socio-economica che rappresenta di per sé un ostacolo all’inserimento e alla partecipazione, anche in ragione del venir meno di una rete di relazioni sociali;

c) non possiede una titolarità formale dei diritti di cittadinanza, condizione che limita fortemente la capacità di negoziare i propri bisogni o anche di contare su qualche forma di rappresentanza, diversamente da altri soggetti deboli ma appartenenti per nascita a questa società.

Tuttavia questa condizione di doppia appartenenza innesca nell’immigrato un particolare processo identitario. Dal continuo rapporto dialettico fra la sfera della memoria, che rappresenta il vissuto passato e quindi il punto fermo di un percorso, e la sfera progettuale, ovvero la dimensione del divenire legata al ‘fare’, al movimento, si genera una peculiare esperienza, un tentativo di coniugazione fra due possibili modi di essere, che induce una continua alternanza identitaria. Si tratta di un delicato e sempre precario equilibrio, entro il quale incidono profondamente determinati fattori, che possono accelerare o rallentare il processo di inserimento. Questi fattori sono riconducibili sia a variabili ‘indipendenti’, come il genere, la provenienza geografico-culturale, il grado di istruzione, sia a condizioni acquisite, come l’inserimento nel mondo del lavoro, la qualità e il tipo di accoglienza.

Questa descrizione della figura e della condizione dell’immigrato introduce quelli che possiamo definire come i due filoni di base nell’approccio all’immigrazione.

Il modello predominante è quello che si può definire in termini di integrazione subalterna, che si fonda su tre elementi di seguito brevemente sintetizzati.

1.      Il primo elemento è quello che si riferisce allo straniero migrante come persona in stato di bisogno, cui rivolgere un atteggiamento pietistico, che rimane volutamente distante da una concezione di parità (e che permette di ‘gestire’ più facilmente l’immigrato stesso). Lo straniero migrante trae legittimità e riconoscimento soltanto in termini di bisogno.

2.      Il secondo elemento è quello relativo alla condizione di forza lavoro, in virtù di una visione strumentale dell’immigrato, che aumenta il livello di accettazione sociale e legittima così la sua presenza come necessaria a coprire gli spazi lavorativi disponibili sul mercato.

3.      Il terzo e ultimo assunto dell’integrazione subalterna si riferisce all’immigrato come possibile turbativa dell’ordine pubblico, in quanto: a) proviene da una realtà politico-culturale estranea e pertanto potenzialmente destabilizzante; b) poiché in condizione di bisogno potrebbe mettere in atto comportamenti di tipo deviante.

Questo è una della  modalità maggiormente diffusa nell’ambito della politica migratoria la quale tende a delegare la gestione di tale ‘turbativa’ al privato sociale. Quest’ultimo dal canto suo viene ad assumere un ruolo di ammortizzatore sociale, svolgendo una funzione di ‘contenitore’ nei confronti degli estranei sociali.

Su un piano differente si colloca l’approccio in termini di uguaglianza emancipante, atteggiamento scarsamente diffuso e presente quasi esclusivamente in alcuni spazi dell’associazionismo, oltre che in alcuni gruppi informali, in virtù del quale vengono attivate delle risposte ai bisogni materiali e immateriali degli immigrati su un piano di riconoscimento del valore della persona e dei suoi diritti fondamentali. Si verifica in questi casi un rapporto più complesso e attento alle diverse situazioni e dimensioni che caratterizzano l’esperienza e il vissuto dell’immigrato, per quanto a volte un simile atteggiamento tenda a scivolare in una eccessiva ‘etnicizzazione’ o esaltazione degli elementi folcloristici come idealizzazione fine a se stessa della diversità, che si delinea in termini di intercultura marginale.

E’ chiaro comunque che i due filoni fanno riferimento a questioni e situazioni diverse dell’immigrazione, che viene affrontata nel primo caso come problema sociale da gestire e controllare, mentre il secondo tipo di approccio si basa più sul rapporto diretto e interpersonale con l’immigrato, relazione che potrebbe rivelarsi attenta e consapevole delle dinamiche di cambiamento e trasformazione che si vengono reciprocamente a instaurare.

 

La rappresentazione sociale degli immigrati

La rappresentazione sociale degli immigrati gravita grosso modo intorno a due visioni, solo apparentemente opposte. La prima, a connotazione ‘positiva’, poggia su tutta una serie di ricerche, di dati, di realtà direttamente coinvolte, e porta ad una concezione utilitaristica  dell’immigrato come estraneo utile all’economia, al lavoro, ad una società sempre più anziana che abbisogna di risorse giovani e attive. La seconda, a connotazione ‘negativa’, si basa, soprattutto, più sul sentito dire, sugli umori sociali, sulla diffusione di notizie allarmistiche e sensazionalistiche riguardanti episodi di criminalità, di devianza, e che concernono in definitiva una piccola minoranza di questa realtà, per quanto, come ben sappiamo, sia proprio tale rappresentazione talvolta a prevalere nell’opinione pubblica.

Pur con i dovuti distinguo, entrambe le visioni tendono in realtà a convergere, poiché, a ben vedere, l’orientamento sottostante non appare in nessun caso rivolto al cambiamento e alla modificazione degli atteggiamenti. La seconda per ovvi motivi, la prima perché tende anch’essa a non percepire e a non considerare la realtà dei paesi d’origine, il divario economico, le condizioni  di vita, mentre adotta unicamente una visione strumentale che non riflette sul modello di sviluppo attualmente dominante.

La prima di queste due opinioni correnti, può essere ricondotta a quello che sul piano politico è stata sopra definita nei termini di integrazione subalterna, mentre la seconda si pone come politica di contenimento, o arginamento del rischio. Se quest’ultima mira unicamente a governare e limitare, in termini numerici e temporali, il fenomeno, l’altra mette in campo pratiche di solidarietà selettiva, riservata a chi riveste un ruolo di forza lavoro, e che solo in virtù di questo può affermare e vedersi riconoscere alcuni, limitati, diritti.

Ecco che allora il tema della partecipazione e della rappresentanza degli immigrati diventa essenziale, affinché l’inclusione di queste persone nella società sia un dato di fatto e non una mera dichiarazione d’intenti.

Se la spinta all’auto-rappresentanza spetta ai soggetti protagonisti, e quindi agli immigrati stessi, le opportunità di partecipazione dovrebbero in qualche modo essere aperte e promosse da parte delle realtà locali, sia civili, sia soprattutto politico-istituzionali, e anche da parte di chi si occupa quotidianamente di tali questioni, come alcune testimonianze nell’ambito associazionistico.

Ma perché ciò diventi fattibile, perché si possa dare un nuovo corso ai rapporti fra immigrati e comunità locale, è utile partire da un attento percorso di riflessioni.

Porsi di fronte all’immigrazione oggi, implica il riconsiderare alcuni elementi storico-sociali, che qui riassumiamo brevemente.

1.      Il primo di questi è rappresentato da un passato colonialista, che ha modellato il mondo secondo la propria visione, dentro la quale il colonizzato, per dirla con Kipling, rappresentava «il fardello dell’uomo bianco». Oggi sono mutate le condizioni e le politiche, ma rimane radicata, anche se talvolta celata , questa visione delle popolazioni provenienti dalle aree periferiche del modo e/o portatrici di altre visioni o modelli culturali, come fardelli, o come popolazioni arretrate.

2.      In secondo luogo, oggi più che mai, la società costituita dai paesi ricchi e industrializzati, rappresenta il vertice di una gerarchia culturale, che nasce e si fonda su un potere economico, politico, e anche militare, forte e indiscusso. Tale potere è totale e tende naturalmente a sottomettere culturalmente e ad allineare ideologicamente i popoli più deboli, di cui fanno parte gli immigrati.

3.      Terzo elemento da considerare, è che gli immigrati vanno comunque a colmare spazi marginali nel lavoro e nella società, il che non aiuta ad ottenere quel riconoscimento come persona, ricca di una propria specificità, di bisogni complessi e di diritti ampi.

4.      Altro elemento: se nella società esistono meccanismi di inclusione, non mancano quelli di esclusione, e questo vale per tutte le società. Nessuno può negare che anche in questa società vivono soggetti deboli, svantaggiati, emarginati, discriminati. La società stessa, nel momento in cui attiva politiche di welfare, riconosce che tale esclusione esiste e tende ad agire maggiormente proprio laddove è più forte la debolezza e la mancanza di strumenti, di risorse, di rappresentanza. Ciò che accade soprattutto nel caso delle/dei migrati, la cui specifica e peculiare situazione socio-economica-giuridica rappresenta una condizione acquisita insieme allo status di straniero.

5.      Infine, come ultimo aspetto, e legato al precedente, dobbiamo considerare lo sfaldarsi delle forze di coesione e di partecipazione interne alla società, la messa in crisi dello stesso stato sociale, processi che rendono oggi più problematico il processo di inclusione e di appartenenza per chi viene dall’esterno.

In considerazione di tutti questi elementi, l’immigrato rappresenta una sfida, una cartina di tornasole, ma anche uno stimolo a verificare gli stessi principi e gli stessi valori sui quali è stata fondata la concezione democratica e liberale, che oggi vede emergere molte contraddizioni.

Su quali basi, dunque, si debba costruire un progetto di compartecipazione che vada oltre le espressioni di una solidarietà, che a volte appare, fra l’altro, soltanto subita? Quali sono i parametri che vanno considerati e revisionati? Dobbiamo proseguire con una politica di contenimento o non dobbiamo forse avviare una politica dei diritti?

 

La partecipazione degli immigrati come prassi democratica

In conclusione, nella rappresentazione sociale, la figura dell’immigrata/o viene a coincidere o con l’incarnazione di un bisogno economico bivalente – ma automaticamente adattabile, per necessità, alle condizioni offerte e imposte dal mercato del lavoro – oppure con quella del delinquente reale o potenziale. Non necessariamente l’una esclude l’altra. L’opinione pubblica, nel migliore dei casi, tende di fatto a percepire gli immigrati e le loro famiglie a livello di corpo estraneo, magari necessario alla struttura economico-produttiva, ma ‘invisibile’ sul piano sociale; nel peggiore li vive come minaccia e pericolo.

Una corretta azione informativa e formativa, una politica del riconoscimento fondata sui diritti e sulla partecipazione, dei percorsi di ri-alfabetizzazione democratica, interventi di qualificazione e di valorizzazione delle potenzialità dei cittadini immigrati e della loro soggettività, appaiono dunque come elementi centrali all’interno di una politica culturale rivolta alla popolazione e agli immigrati che condividono territorio, servizi, luoghi di lavoro, istituzioni e spazi. Nella società come nel mondo del lavoro è essenziale, da una parte, rimuovere eccessi emotivi, allarmismi, indifferenza e distanza, dall’altra favorire il sentimento di auto stima e di realizzazione nei cittadini immigrati, il senso della partecipazione alla vita economica come a quella sociale e dunque un rapporto equilibrato di reciprocità con la società d’arrivo.

Nel rapporto fra società locale e le/i cittadini risiedenti provenienti dall’estero i secondi rappresentano la parte fragile. Certo, oggi come oggi è necessario una politica innovativa della immigrazione per rimuovere gli ostacoli e gli impedimenti, in termini materiali e culturali. Quando una società sarà consapevole al punto che la provenienza da altrove non costituirà un insormontabile limite alla partecipazione, quando i diritti della persona e i diritti di cittadinanza saranno riconosciuti ad ogni persona di qualsiasi origine che vive all’interno di quella società, gli immigrati non avranno alcun bisogno di essere rappresentati e tutelati in quanto tali, ma solo nella misura e nelle forme di qualsiasi altro cittadino.

In attesa di ciò – in attesa di una coscienza civile che veda l’integrazione non come uniformazione comportamentale e culturale, e neppure in termini di produzione di reddito, bensì fondata sul riconoscimento di regole condivise e su una coesione sociale ampia – la mediazione socioculturale rimane una fondamentale strategia per la rimozione e per promuovere la partecipazione. Si accentua l’importanza e la necessità di quello che è molto più di un servizio per gli immigrati, poiché la mediazione socioculturale rappresenta il primo fondamentale passo per consentire agli immigrati di esprimere, affermare e far valere bisogni e diritti su un piano di parità e di interscambio. Inoltre la mediazione favorisce il processo di socializzazione al nuovo contesto, agevolando nuove forme di appartenenza e quindi i presupposti della partecipazione effettiva. Ma anche nelle politiche di mediazione si pone un’alternativa, fra contenimento e innovazione. Nel primo caso la mediazione assume una funzione di ammortizzatore sociale e tende a prevalere un atteggiamento di delega alla figura del mediatore da parte del servizio. Nel secondo caso la strategia della mediazione tende a rimuove ostacoli, promuovere diritti, attuare una politica di empowerment, stabilire rapporti di parità e di reciprocità, consentire la possibilità di determinazione nell’ambito delle politiche e degli interventi sull’immigrazione.

 E’ fondamentale inoltre che fra i soggetti promotori di una politica del riconoscimento vi siano gli immigrati stessi . Molte delle esperienze condotte fino ad ora per agevolare il processo di inclusione degli immigrati mostrano i limiti di interventi settoriali, nei quali l’immigrato o risulta spesso  assente o tutt’al più viene ad assumere un ruolo ‘specifico’ in quanto immigrato, mentre ne vengono tralasciate e trascurate le competenze e le capacità. Lo stesso associazionismo ha svolto spesso un ruolo di contenimento, anziché essere luogo di partecipazione e di condivisione di idee e di responsabilità.

 

Qualche considerazione

Il dibattito intorno alla partecipazione dei cittadini immigrati è stato sempre caratterizzato dalla ricerca di forme associazionistiche di rappresentanza. Tale ricerca si è espressa secondo modalità diverse (per esempio l’istituto della consulta ) che hanno conosciuto sorti alterne, ma fondamentalmente accomunate da scarsa capacità di incidere sulle politiche migratorie, e tanto meno sulle dinamiche sociopolitiche e culturali di un territorio. I motivi sono vari e diversi,  ma in particolare una delle ragioni va ricercata nella corsa a dare ‘visibilità’ ad un segmento sociale emergente. Intento comprensibile e legittimo, tuttavia a ciò non si è accompagnato un lavoro di riflessione sulle diverse articolazioni e sull’evoluzione della presenza delle/dei cittadine/i provenienti, dall’estero. Sarebbe stato utile  e lo è tuttora, che le/i migranti  si  rendono più disponibili a essere partecipi  nei luoghi di lavoro, nella scuola, nei quartieri, nelle associazioni di categoria, nelle organizzazioni sindacali. In questi luoghi, in tutti questi anni, si è consolidata di fatto non solo la presenza ma anche una certa  esperienza. La rappresentanza necessita un agire quotidiano e organico che si protrae nel tempo, che apre i margini del confronto includendo una molteplicità di voci e di volti, e dunque i bisogni reali della collettività nel suo insieme. Questo darebbe avvio a forme di rappresentanza basate non solo su un’appartenenza di colore, o di provenienza, come spesso accade, ma sull’opportunità di scegliere in base ad orientamenti o interessi trasversali sociopolitici e culturali.

da qui

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