martedì 29 dicembre 2020

Zorro: un dossier

 

articoli di Fabio Troncarelli, Francesco Masala e Maria Teresa Messidoro per il “giustiziere” che da un secolo ci fa compagnia nelle pagine e negli schermi della cultura popolare

 

Z: 100 anni (almeno) ben portati

di Fabio Troncarelli

Ufficialmente Zorro nasce il 9 agosto 1919 con la comparsa della prima puntata di The Curse of Capistrano (La maledizione di Capistrano) in «All-Story Weekly», una rivista popolare, specializzata in romanzi di avventura, della catena di Frank Munsey cui apparteneva il più celebre dei pulp-magazines, «Argosy». La quarta e ultima puntata dell’opera apparve nello stesso settimanale il 6 settembre dello stesso anno. L’autore del romanzo si chiamava Johnston McCulley ed era un collaboratore assiduo delle pubblicazioni di Munsey. Un anno dopo, il 28 settembre 1920, fu proiettato per la prima volta il film che Douglas Fairbanks e Frank Niblo avevano ricavato dalla storia di McCulley: The Mark of Zorro (Il segno di Zorro). Fu un successo senza precedenti: nel Capital Theater di New York, all’epoca il più grande cinema del mondo, entrarono 19.547 spettatori e prima dell’ultimo spettacolo dovette intervenire la polizia per disperdere la folla che si accalcava davanti al botteghino. L’incasso fu di 11.708 dollari: il più alto guadagno in un giorno dal tempo dei Fratelli Lumières.

Da dove avea tratto ispirazione McCulley?

Per capirlo dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, precisamente fino al XVII secolo.

Nel passato si era pensato che il personaggio di Zorro fosse ispirato a vecchi fuorilegge californiani: Domingo Hernández, Salomon Pico, Tiburcio Vázquez, Joaquín Murieta, Jack Powers. Nessuno di questi banditi feroci e violenti è però simile all’onesto e leale Zorro. L’eroe era un gentiluomo e non viveva alla macchia: non può essere confuso con un brigante, anche se nella fantasia popolare il fuorilegge può avere un carattere idealizzato. Neppure va confuso Zorro con un personaggio come la Primula Rossa, profondamente reazionario, perchè il nostro eroe è animato da ideali democratici ed è soprattutto, in embrione, un capo rivoluzionario come Zapata, pur essendo di origini aristocratiche.

Il modello per l’eroe mascherato di McCulley è stato in realtà William Lamport, un avventuriero irlandese che si fece chiamare Guillén Lombardo, la cui storia è stata scoperta solo recentemente (fabio Troncarelli, La spada e la croce. Guillén Lombardo e l’Inquisizione in Messico, Roma, ed. Salerno, 1999). Lamport nacque in Irlanda, a Wexford, intorno al 1615. Coltissimo, esuberante, spregiudicato, dopo una vita avventurosa fra i campi di battaglia e le alcove delle dame della nobiltà, emigrò in Messico. Arrestato nel 1642 e processato dall’Inquisizione per stregoneria e per aver ordito una congiura “per divenire re del Messico”. Con l’aiuto di cinquecento armati, Lombardo voleva impadronirsi del potere e affermava di voler liberare tutti gli schiavi neri e gli indios dall’oppressone degli spagnoli e di voler liberalizzare i commerci con tutte le nazioni, rompendo con il protezionismo imposto dalla Spagna. Il progetto non era impossibile: il Portogallo si era reso indipendente dalla Spagna nel 1640 e anche le colonie come il Brasile si staccarono dalla Spagna. Lamport fu lasciato per molti anni in prigione senza una sentenza. I testimoni del processo lo descrivevano come un avventuriero ambizioso, dedito all’astrologia e alla magia, avido di apprendere i segreti del peyote dagli stregoni indios. Lamport a sua volta si proclamava di nobile origine e innocente. Nel 1650 riuscì a evadere con una fuga spettacolare. Invece di andare lontano, l’uomo rimase a Città del Messico e inondò la città di “pasquinate” contro l’Inquisizione, che vennero affisse nottetempo sulla porta della cattedrale e sui muri delle strade. Lo scandalo fu enorme anche perché era la prima volta che venivano svelate pubblicamente le malefatte del tribunale avvolte deliberatamente nel più minaccioso mistero. Tradito da un suo complice, Lamport fu ripreso. La sua prigionia fu orribile. E tuttavia, nonostante le torture fisiche e psicologiche e i tentativi di assassinio, Lamport riuscì a scrivere, di nascosto, usando il nerofumo della candela sciolto in acqua come inchiostro; lenzuola, bende, cartine per preparare i sigari come carta. Compose magnifici Salmi, in latino e altrettanto magnifiche orazioni contro l’Inquisizione in spagnolo e latino, quasi follemente convinto di poter far conoscere al mondo intero le sue opere. Al contrario di quello che avvenne a Campanella che fu liberato dopo una lunga prigionia e pubblicò i libri che aveva scritto in carcere, Lamport fu alla fine portato al patibolo e le sue opere furono gelosamente “custodite” dagli Inquisitori.

Ma l’avventurierio irlandese riuscì lo stesso a sopravvivere. I suoi versi, i suoi scritti parlano in suo nome e ci rivelano un uomo a dir poco straordinario, una sorta di Giordano Bruno emigrato in Messico, che descrive con grande vigore visioni, lancia anatemi, profezie contro i potenti e afferma, scandalosamente, che i popoli sono liberi di scegliere da soli il loro re, che la Spagna non ha mai avuto diritto di assoggettare gli indios, che l’Inquisizione è il regno di Satana.

La sua storia, mormorata di nascosto, di bocca in bocca attraversò i secoli. Il personaggio divenne leggendario: un vendicatore degli oppressi che operava in segreto e beffava l’Inquisizione. Nella fantasia popolare Guillén Lombard era l’eroe che colpiva nelle tenebre, che sfidava e ridicolizzava l’Inquisizione e che voleva proclamarsi re per liberare gli indios e gli schiavi negri.

Vicente Riva Palacio

Il Generale Vicente Riva Palacio conobbe da bambino, intorno al 1840, la storia di William Lamport. Cercò di conoscere i dettagli ma non riuscì a sapere molto di più di tradizioni leggendarie. Dopo aver combattuto con successo contro Massimiliano, occupata Città del Messico, il Generale si impadronì dei registri dell’Inquisizione. In essi trovò gli atti di processi celebri e l’ispirazione per novelle e racconti: grande ammiratore di Alessandro Dumas, scrisse romanzi-fiume che aveano per protagonisti eroi picareschi e coraggiosi che sfidavano l’Inquisizione. Uno di loro, svelto di mano e di spada, re dei travestimenti e delle burle, è Martin Garatuza detto el Zorro, la volpe.

Scartabellando le carte in suo possesso il Generale scoprì con viva trepidazione di avere trovato quello che aveva cercato tutta la vita: il processo di William Lamport. Nel 1872 scrisse il suo migliore romanzo e in seguito – affascinato dalla ricchezza della storia rispetto alle invenzioni della fantasia – gettò alle ortiche la narrativa e cominciò a scrivere libri di storia, in cui narrò l’epopea millenaria del suo Messico.

Nelle Memorie di un impostore Lamport, chiamato Lampart, è un uomo dalla doppia vita che di giorno fa il gentiluomo e di notte frequenta una società segreta per sconfiggere l’Inquisizione. Il miglior amico di Lampart si chiama don Diego e anche lui ha una doppia vita. I due lavorano in coppia e quando si scatenano nessuno riesce a frenarli.

Il romanzo segue da vicino la storia di Lamport-Lampart, introducendo a volte brani autentici del processo nel corso della narrazione. Tuttavia l’insieme è frutto della fantasia dell’autore, che fa del suo personaggio un rivoluzionario in cerca della libertà ma anche una specie di Don Juan alla ricerca dell’amore puro.

Lampart è un eroe illuminista e romantico al tempo stesso: un massone che sembrerebbe vittima dell’oscurantismo della Chiesa e un giovane che sembrerebbe vittima dell’aridità del cuore, se non riuscisse, con un ultimo guizzo, a salvarsi come Faust dalla dannazione, riscoprendo la parte più profonda di sè.

La salvezza sta nel saper trovare il principio vitale, la scintilla divina che c’è in noi, che nessuna forza può estirpare. Questa soluzione è anticipata da un evento che assume carattere simbolico: l’eroe fugge dalla prigione piegando il corpo a forma di “Z” per adattarsi alla apertura di una finestra dalla forma veramente strana. La scelta della Z come simbolo di salvezza non è casuale. Riva Palacio era massone e per i massoni la Z – abbreviazione della forma semitica “Ziza”(splendente) – è simbolo della energia vitale. La Z iscritta nella stella fiammeggiante o Pentagramma è per i massoni il simbolo del genio capace di innalzare gli uomini a nobili e grandi imprese.

E’ questo il messaggio più profondo dell’opera. Anche se alla fine l’eroe muore in una romantica aura di dannazione, il suo cuore non morirà e sarà sempre vivo nei cuori degli uomini.

Il romanzo del massone Palacio arrivò al masssone Johnston McCulley, appassionato di storia e di romanzi storici sin da bambino e specializzato in letture sull’epoca coloniale messicana. E’ verosimile che McCulley conoscesse la storia di Lamport anche da due altre fonti pubblicate nel 1908: dal libro di González Obregon sulle rivolte degli indios e dal volume di Lea sull’Inquisizione coloniale, che ebbe molto successo a New York, dove lo scrittore aveva fatto il giornalista e dove Lea era stato propretario di molti autorevoli giornali. Tuttavia il romanzo di Riva Palacio era il modello più famoso e aveva buone speranze di essere portato sullo schermo visto che Enrique Castilla e Ladislao Cortés avevano realizzato negli anni dieci in Messico un film molto applaudito, tratto proprio da una storia di Riva Palacio, che raccontava la fosca vicenda di un diabolico spadaccino vissuto negli stessi anni di Lamport, Don Juan Manuel (1919).

McCulley saccheggiò senza complimenti i romanzi storici di Palacio, ripescando il soprannome di Zorro dal Martín Garatuza ma ispirandosi fondamentalmente alle Memorias de un impostor. Ridusse i complicati intrighi del messicano ai meccanismi più elementari del romanzo d’azione. Spostò l’ambientazione da Città del Messico del XVII secolo alla California spagnola del XVIII-XIX secolo. Sfrondò i dialoghi e le descrizioni. Ma comprese il significato del simbolo della massoneria e ne fece la chiave di volta di tutta l’attività del suo eroe. Il fine ultimo del cavaliere dalla doppia vita è imprimere la “Z” su tutte le cose. Il lettore pensa che sia l’iniziale del nome. Ma l’iniziato ai misteri sa che è il simbolo della Luce che sconfigge le Tenebre.

Johston Mc Culley

McCulley era venuto su dal nulla o quasi, visto che i suoi unici titoli di merito erano avere fatto il free-lance a New York, l’inviato speciale per chi pagava meglio e il reporter per una rivista popolare ai limiti del Canard, specializzata in orribili delitti e oscuri rapimenti, la Police Magazine. Nel 1908 aveva avuto il coraggio di dare un calcio a tutto e buttarsi nella narrativa con The Land of the last hopes apparso proprio su «All-Weekly» del provvidenziale, frugale, geniale, munifico Munsey, l’uomo che aveva lanciato Tarzan e i racconti marziani di Edgar Rice Burroughs. Ottenuto il successo e il primo contratto serio della sua vita, decise di dedicarsi full-time alla narrativa pulp, sfornando un racconto dopo l’altro e svariando, con disinvoltura pari all’incoscienza, dalla detective story al romanzo in costume.

McCulley era un uomo diviso da un aspro conflitto e in fondo somigliava a Burroughs, il creatore di Tarzan: aveva un cuore primitivo, romantico, ribelle, sepolto vivo, scorticato vivo dalla brutalità dei Tempi Moderni. Come per Stevenson con Il Dottor Jekill e Mister Hyde o Mary Shelley con il dottor Frankestein e il Mostro, il conflitto interiore si materializzava all’esterno nello scontro selvaggio fra due individui, l’uno l’opposto dell’altro, l’uno la metà dell’altro, l’uno lo specchio dell’altro. Continuamente nei romanzi di questo autore che finge di essere uno scrittore di evasione affiora il tema del sosia, del doppio, dell’alter ego inquietante e inafferrabile che muore, risorge e si moltiplica in un duello senza fine con la sua ombra. Questa presenza diabolica, pur derivando da Poe e Hawthorne e dalla letteratura tardo-romantica, si colora di una sfumatura personale quando McCulley trova il coraggio e la forza di rivelare la propria angoscia e di confessare che il conflitto lo spinge ai limiti della follia. In uno dei suoi romanzi più intensi, Captain Fly-by-Night (1915) il protagonista, scambiato a torto con il suo doppio malvagio, subisce una particolare punizione: nessuno gli parla più e tutti fingono di non vederlo. Invisibile, muto, sordo l’uomo vaga per la città in preda a uno sgomento senza nome, incerto se la sua è un’allucinazione o un incubo, un incubo espressionista. La forza vitale, tutta americana, di McCulley trasformerà quest’esperienza drammatica da bruciante sconfitta in trionfo: la giustizia viene ripristinata e il doppio malvagio viene punito per aver cercato di usurpare l’identità dell’eroe

Tra riformismo e rivoluzione

McCulley è il poeta della rivincita e i suoi personaggi sono spesso individui simili a Zorro. Uno stesso tipo di eroe dalla doppia personalità è il protagonista di Captain-Fly-by-Night, romanzo che ebbe un grande successo nel 1915. Nel corso della vicenda si fronteggiano due personaggi che sono l’uno l’opposto dell’altro: da una parte vi è un avventuriero che ha preparato la rivolta degli indios contro bianchi della California; dall’altra vi è un gentiluomo, leale al governatore della California e pronto a battersi contro gli eccessi dei rivoltosi. Con uno spettacolare colpo di scena si scoprirà solo alla fine che l’avventuriero era in realtà il gentiluomo, travestitosi per smascherare i ribelli e che il gentiluomo era l’avventuriero, travestitosi a sua volta per cogliere di sorpresa i suoi avversari e farsi proclamare re dagli indios. L’esito finale è ovviamente a favore del gentiluomo, che salva la sua bella dalle grinfie dell’avventuriero e la California dagli artigli dei rivoltosi. Ma questo happy end in ossequio alle convenzioni del genere non riesce a dissipare i dubbi angosciosi che hanno assalito il lettore.

Il primo dubbio è che la società dei bianchi sia in realtà crudele, dispotica, tirannica e pronta a condannare alla morte civile chiunque non rientri nei suoi schemi: il povero gentiluomo, nei panni dell’avventuriero, rischia la vita per colpa dei pregiudizi e dell’ottusità di coloro che difende lealmente. Anche se non lo dice espressamente, viene il fondato sospetto che pensi: “Gente simile non vale la pena aiutarla!”.

Il secondo dubbio, che scaturisce dal primo, è che la rivolta degli indios in fondo non sia del tutto sbagliata. McCulley dà voce ai reietti che narrano con parole accorate i maltrattamenti e le crudeltà dei bianchi e la loro spietata gestione del potere: queste parole sono così convincenti che per un attimo il lettore è preso da un sentimento di sacrosanta indignazione, piuttosto inconsueto per il romanzo di avventure e certamente estraneo ai canoni della letteratura western del tempo, nella quale gli indiani devono solo cadere come birilli sotto i colpi della colt o del winchester. Gli indios di McCulley hanno una fierezza paragonabile a quella dei Mohicani di Fenimore Cooper, ma anche qualcosa di più del suo romanticismo oleografico. Simili al cane del Richiamo della foresta di Jack London, essi sono l’incarnazione di un’energia primordiale che i bianchi non possono frenare, figli di nessuno, senza nome e senza dignità, che contrappongono la forza bruta a una sedicente civiltà fondata sulla violenza. La loro rivolta è destinata al fallimento perchè è la ribellione degli angeli, che non potranno mai riscattarsi: tuttavia, nella loro cupa, selvaggia, solitaria spinta all’annientamento vi è una grandezza prometeica che non può essere dimenticata.

Queste idee sono sintetizzate in un altro romanzo di struttura assai simile, The Caballero (1936) scritto alcuni anni dopo, che ha come protagonisti il nobile Don Fernando e il Coguaro, bandito indio dall’animo buono e pronto alla lotta. La violenza dei bianchi potrebbe scatenare una rivolta dei peones e degli indiani, ma le sue conseguenze sarebbero funeste anche perchè il capo dei rivoltosi è un uomo crudele. Don Fernando, che un tempo era un nobile superbo e che una giusta espiazione ha reso più umano e consapevole, diviene un “doppio rinnegato” contro la sua classe e contro i rivoltosi. Prendendosi la sua responsabilità, l’uomo riesce a sedare una ribellione che porterebbe solo distruzione, pur restando amico dei ribelli di cui sa comprendere le ragioni. «La rivolta – dice Don Fernando – sarebbe sbagliata… un male! Per punire pochi uomini ingiusti si dovrebbe fare la guerra a tutti. E’ stato già tentato altre volte e il risultato è sempre stato un fallimento. La cosa migliore è che i buoni e i giusti si uniscano e rendano migliore la vita dei peones e degli indiani e questo avverrà presto. Se ci fosse una rivolta adesso tutti direbbero che i peones e gli indiani non sono pronti per essere trattati da uomini civili…». Il Coguaro comprende il senso delle parole del suo amico e dice con tristezza: «Così noi continueremo a rimanere nelle nostre sofferenze … E’ una cosa penosa, amigo, rinunciare a ogni speranza». Ma il “doppio rinnegato” lo consola: «No, Coguaro, non si deve rinunciare alla speranza! Le condizioni possono cambiare. Con il tempo. Cambiare per il meglio. Senza bisogno di fare guerra, di spargere sangue…».

La soluzione giusta sono le rifome sociali e l’egualitarismo della vera democrazia che consentono di imbrigliare la rivolta e dare uno sbocco costruttivo alla rabbia distruttiva che fa morire Sansone con tutti i Filistei. Ma perchè un simile progetto possa attuarsi, perchè possa esserci convivenza tra bianchi e indios, fra poveri e ricchi, bisogna comprendere dal di dentro le ragioni morali della rivolta e non avere paura della fame di giustizia dei diseredati. Non a caso il personaggio “negativo” dell’avventuriero che guida la rivolta degli indios in Captain-Fly-By-Night verrà ripreso in chiave “positiva” da McCulleuy trasformandosi in Zorro: ambedue hanno alle spalle la figura ambigua e affascinante dell’avventuriero William Lamport, che nel XVII secolo cercò di divenire re del Messico e liberare gli indios e gli schiavi neri dalla tirannia della Spagna.

Questa ripresa dello stesso modello per descrivere personaggi opposti ci introduce al problema sollevato dal terzo dubbio che attanaglia il lettore di Captain-Fly-By-Night: viene da chiedesi se l’avventuriero e il gentiluomo – così diabolicamente abili nell’essere ognuno l’opposto di sè stesso – non siano in fondo due facce della stessa persona. In definitiva è solo il colpo di scena finale che trasforma uno di due nel “buono” e l’altro nel “cattivo” ma durante tutto il romanzo le loro qualità sono state così abilmente dissimulate da non risultare affatto visibili. Questo pezzo di bravura dello scrittore non è solo un efficace espediente per tenere desta l’attenzione di chi legge: più o meno incosciamente, avvertiamo la difficoltà di identificarci con un solo protagonista e la labilità del confine tra bene e male nel cuore del singolo, così come avevamo avvertito la labilità fra civilizzazione e barbarie nella collettività.

McCulley è un appassionato idealista mascherato da bruto, com’era un grande idealista Bourroughs e come in fondo lo era colui che pubblicava i suoi libri, il grande editore Munsey. Schivo e autoritario è stato descritto da molti come un uomo di ghiaccio, un affarista, un cinico giocatore interessato solo al denaro e al successo. Invece questo puritano solitario e silenzioso, che aveva appoggiato prima la lotta contro i monopoli dei repubblicani di Roosevelt e poi addirittura i democratici se volevano la giustizia e non si accontentavano delle idee astratte di Wilson, aveva consacrato la sua esistenza a un ideale e solo quello: il culto del pubblico, il rispetto per i milioni di americani senza averi e senza dignità, che avevano diritto alla felicità, uno per uno, come avevano detto solennemente i padri della patria. Contro la tirannia dei grandi proprietari, questo chierico laico, “milionario proletario” aveva concepito il suo lavoro come un sacerdozio contro l’aristocrazia. Anche il cow boy doveva leggere. Anche l’operaio aveva il diritto di sentirsi protagonista di un’avventura L’uomo comune aveva il diritto di sognare.

Un simile ideale comportava la lotta contro la logica brutale del capitalismo selvaggio e contro il suo cinismo; ma ciò significava attaccare i propri pari e il sistema stesso che aveva permesso a un outsider come Munsey di emergere.

Il segno di Zorro

A suo tempo William Lamport suscitò speranze messianiche nel popolo. Ma anche in seguito. Il Lampart di Riva Palacio vuole restaurre il mitico regno di Anáhuac (V. Riva Palacio, Memorias de un impostor, México, Porrúa, 1994, pagina 131). Lo Zorro di McCulley fa nascere negli oppressi la speranza di una rivoluzione che somiglia a quella di Zapata (J. McCulley, La Maschera di Zorro, Milano, Mondadori, 1998, pag 197: «Verrà il giorno in cui le persecuzioni finiranno…Verrà il giorno in cui chi ha fondato queste missioni raccoglierà il frutto del lavoro e del coraggio, invece di vederseli rubare dai politici corrotti… Verrà il giorno in cui ci saranno mille uomini come Zorro e anche più»).

Questo filone “rivoluzionario” coesiste, sin dalle prime apparizioni di Zorro nella letteratura con un filone “riformista”.

Tanto il Lampart di Riva Palacio che lo Zorro di McCulley sono, in accordo con la migliore tradizione massonica, in sostanza due illuministi sotto mentite spoglie, emuli di Salomone, il maestro di sapienza che nella tradizione massonica lotta contro le tenebre dell’ignoranza edificando il nuovo Tempio di Gerusalemme, il mondo nuovo dove la Giustizia e la ragione trionferanno per sempre. Il nome di Zorro, che senza dubbio significa volpe in spagnolo, può essere letto anche in un’altra chiave, pronunciandolo all’americana “Zoro”, come diminutivo di Zorobabel, il restauratore del tempio di Salomone dopo l’esilio di Babilonia: non a caso è così che lo chiamò lo stesso McCulley nel titolo del romanzo successivo alla Maledizione di Capistrano, che al momento della sua pubblicazione su «All Weekly» s’intitolava The further adventures of Zoro (poi cambiato dall’autore in Zorro). Questo personaggio ha una grande importanza nella massoneria di rito scozzese: è colui che sopraintende alla costruzione simbolica del Tempio ed è patrono nel rito per conseguire il Quindicesimo Grado dell’iniziazione, quando si diviene Cavaliere della Spada , colui che oltre agli strumenti di lavoro del muratore stringe in pugno anche la spada per combattere i nemici. Invocando il nome di Zorro, il cavaliere con la spada, si evoca anche quello di Zorobabel, il costruttore del Tempio e protettore del Cavaliere con la Spada massonico: cioé colui che cerca di realizzare un mondo ideale e perfetto, nel quale siano banditi ignoranza e pregiudizio e trionfino la ragione e la cultura. Nonostante l’apparenza, Zorro non è un semplice uomo d’armi e d’azione: ma un eroe che ricorre alla forza e alla spada per affermare la cultura e la saggezza. E del resto Don Diego e La Vega non si lamenta di continuo perchè, in un’epoca di turbamento, nessuno ascolta più la musica o legge i poeti ?

Al di là delle connotazioni politiche, il mito di Zorro ha una valenza antropologica che non possiamo trascurare.

L’attrattiva di Zorro per il lettore e per lo spettatore dipende dal fatto che pur essendo un cavaliere senza macchia e senza paura al di fuori del mondo moderno, un personaggio “arcaico” come Robin Hood, presenta invece aspetti decisamente moderni come la scissione fra due parti della stessa personalità e una violenta carica antiistituzionale che si trasforma, alla prova dei fatti, in un atteggiamento egualitario e democratico. Queste componenti moderne non permetterebbero all’eroe di avere successo e anzi sarebbero addirittura ostacoli contro nemici troppo forti. Ma Zorro riesce a ritrovare un’unità proprio perchè non cerca di sanare sbrigativamente le sue scissioni, non pretende di essere un duro e si comporta con intelligenza trasformando la debolezza in forza: anzi, per essere più precisi, la forza di Zorro sta proprio nella sua debolezza. Come Ulisse di fronte al Ciclope, egli riesce finalmente a essere qualcuno perchè il suo nome è “nessuno”. Psicoanaliticamente si potrebbe dire che accettando l’esistenza di parti scisse, senza pretendere di riunirle forzatamente, l’eroe riesce a trovare una unità psicologica altrimenti precaria: il suo destino è di essere l’eroe della complessità e non un individuo tutto d’un pezzo, l’uomo senza qualità che trova l’armonia nella disarmonia.

Per merito dello stesso processo mentale anche la sua carica violenta e distruttiva riesce a incanalarsi e a divenire costruttiva. Saper accettare la propria doppiezza: questo il segreto di Zorro e questa la profonda ragione del suo fascino.

 

 

Il mio Zorro su piccolo (e grande) schermo

di Francesco Masala

Per me Zorro e il sergente Garcia (e Bernardo, naturalmente) sono quelli delle decine e decine di telefilm che la televisione trasmetteva dal 1966 (QUI un episodio) con un po’ di anni di ritardo rispetto alla versione originale: il primo amore non si dimentica mai.

Noi bambini interrompevamo qualsiasi gioco, come una tregua, e tutti ci fermavamo a guardare le avventure di Zorro, magari insieme a casa di qualcuno, non tutti avevano la televisione.

Ascoltare la canzone della sigle iniziale – QUI la sigla in italiano (e QUI la sigla in inglese) – era un’emozione indescrivibile, che ci portava in un mondo altro, dove il nostro eroe vinceva sempre.

Poi ho saputo che ci sono state una serie televisiva statunitense del 1990 (qui) e una serie animata francese (QUI un episodio, su Rai Gulp dal 2016) ma non so niente di queste: so di non sapere.

Al cinema, invece, tra i film che si trovano in rete, possiamo citare, del 1920, “Il segno di Zorro” (The Mark of Zorro) è un film muto con Douglas Fairbanks 

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ma anche il successivo (1940) “Il segno di Zorro” di Rouben Mamoulian, con Tyrone Power, il più famoso di tutti i film su Zorro

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e il bellissimo – almeno per chi l’ha visto da bambino – “I nipoti di Zorro” con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia

QUI

 

 

Zorro latino americano

di Maria Teresa Messidoro (*)

Conoscere il personaggio attraverso gli occhi dei latinoamericani, possibilmente donne. E anche il cinema cambia occhiali, creando uno Zorro femminile.


Partiamo dall’inizio, da un evento senza il quale Diego de la Vega non sarebbe mai nato. Tutto cominciò in Alta California, nella missione di San Gabriel, nell’anno 1790 di Nostro Signore. A quel tempo la missione era guidata da padre Mendoza, un francescano con spalle da boscaiolo e un aspetto più giovanile dei suoi quarant’anni ben spesi, energico e autoritario, per il quale la parte più impegnativa del ministero era mettere in pratica la lezione di umiltà e bontà di san Francesco d’Assisi. …”

 

Comincia così Zorro, L’inizio della leggenda di Isabel Allende (1).

Il romanzo si inserisce nel filone del realismo magico, tipico della Allende, presentandosi come il racconto dell’antefatto degli eventi comunemente conosciuti della storia di Zorro, sia cartacei che attraverso le pellicole cinematografiche.

Innanzitutto – per la Allende – Zorro è un meticcio, figlio di un capitano delle Asturie e di una guerriera amerindia Toypurnia. Inviato a Barcellona dal padre per completare la sua educazione, Diego De la Vega, nella città occupata dall’esercito francese napoleonico, agli inizi del 1800, scopre l’amore e la sua innata repulsione delle ingiustizie.

Dopo la sconfitta francese, De la Vega ritorna in California, deciso a combattere contro il tiranno Don Rafael Moncada, in difesa dei californiani, contro i soprusi dei nobili, padroni delle terre. Per fare questo, utilizzando quanto appreso durante il suo soggiorno in Spagna, diventerà Zorro, sempre aiutato dal fedele amico d’infanzia Bernardo, divenuto muto dopo aver assistito alle violenze contro la madre, terminate con il suo assassinio, e da Tornado, il fido cavallo.

Desidero che Zorro sia il fondamento della mia vita, Bernardo. Mi dedicherò a combattere per la giustizia e ti invito ad accompagnarmi. Insieme ci moltiplicheremo per mille, confondendo i nostri nemici. Ci saranno due Zorro, tu ed io, ma nessuno li vedrà ma insieme.”

Originale il personaggio della nonna di Zorro, Civetta Bianca, una sciamana, guida spirituale della sua tribù; grazie a lei Diego De la Vega scoprirà che il suo totem, il guardiano spirituale, sarà la volpe.

«Lo zorro, la tua volpe, ti ha salvato. E’ il tuo animale totemico, la tua guida spirituale» spiegò. «Devi sviluppare la sua abilità, la sua astuzia e la sua intelligenza. La luna è tua madre e le grotte sono la tua casa. Come la volpe, avrai il compito di scoprire ciò che si cela nell’oscurità, dissimulare, nascondendoti di giorno e agendo di notte»”

Come sostiene Chiara Nicolazzo nella sua recensione al libro della Allende, l’autrice riesce a dare una prospettiva più ampia al personaggio Zorro, “… regalando al lettore la possibilità di capirlo per davvero, di entrare nel suo cuore e di condividere le sue azioni. Leggendo delle sue origini, questo eroe diventa, in qualche modo, necessario” (2).

 

Zorro è necessario, nella cultura latinoamericana, anche per riprendere alcuni personaggi realmente esistiti: Joaquín Murieta e Guillén Lombardo (3)

Joaquín Murieta diventa famoso suo malgrado.

Alla metà del 1800, precisamente nel 1848, gli Stati Uniti invadono il Messico, sottraendogli il 55% delle sue terre: Texas, California e New Messico vengono annessi al già potente paese nordamericano, che inizia lo sfruttamento delle risorse minerarie della zona.

Inizia l’epoca delle Febbre dell’Oro. Il giovane Murieta viveva come tanti in California, insieme a sua moglie, per trarre il massimo profitto dalla industria mineraria. Ma durante uno strano scontro armato vicino a casa sua, perde la vita la sua sposa, probabilmente vittima di una ondata di ostilità contro gli immigranti latini. Da quel momento, Murieta si trasforma, lanciandosi in una serie di attacchi e saccheggi per vendicarsi..

Inizia a trasformarsi per i messicani in una specie di Robin Hood, diventando un mito, che ancor oggi vive, considerato un simbolo della resistenza messicana contro l’invasore bianco.

Murieta darà vita a quella banda che passerà alla storia come la “Banda de los Joaquines”, composta da 5 suoi seguaci: Joaquín Botellier, Joaquín Carrillo, Joaquín Ocomoreña, Joaquín Valezuela, a cui si aggiungerà la sua ombra, Manuel García, Jack Tres Dedos.

Per sconfiggerli, il Congresso della California dovrà formare un corpo speciale, i California Ranger.

Ci riusciranno nel 1853, quando Murieta verrà assassinato.

 

Secondo alcuni, questo Joaquín ha ispirato il personaggio di Zorro a scrittori e cinematografi: resta il fatto che per i messicani, e per tutti latino americani, questo eroe popolare a cavallo non combatte contro la Corona spagnola ma contro gli odiati Stati Uniti.

E non è poco.

Guillén Lombardo, invece, era un irlandese giunto in Messico nel 1640, al tempo della Colonia. Probabilmente agente al servizio degli spagnoli, ad appena 25 anni, è già conosciuto come un valoroso spadaccino; coinvolto in una serie di scandali con alcune donne dell’alta società locale, attira su di sé l’attenzione dell’Inquisizione, che l’accusa di stregoneria, ma soprattutto di cospirazione.

Perché, secondo la leggenda, ben presto Lombardo si era lasciato sedurre dalle mire separatiste locali. Ed infatti, quando venne arrestato, tra i suoi effetti personali, l’Inquisizione troverà un libretto dal titolo inequivocabile: “Proclama por la liberación de la nueva España de la sujeción a la Corona de Castilla y sublevación de sus naturales”.

E sempre secondo la leggenda creatasi intorno al suo personaggio, durante gli anni di carcere, Lombardo si distinguerà per la sottigliezza dei suoi argomenti libertari, contro l’imposizione della Corona e per il riscatto dei messicani, e latinoamericani in genere.

Dopo un tentativo di fuga, viene ripreso e bruciato sul rogo nel 1659.

Quando nel 1870, lo scrittore messicano, Vicente Riva Palacio, riprende la sua storia, racconta che i suoi seguaci erano soliti collocare per terra il simbolo “Z”.

 

 

 

E soltanto alcuni mesi fa, lo scrittore messicano Gonmzalo Lizardo pubblica il romanzo storico “Memorias de un basilisco” (4)dedicato a questo poeta e rivoluzionario, ardente indipendentista, bruciato ingiustamente dalla terribile Inquisizione.

 

Lombardo non è più un estraneo, un irlandese al servizio della Corona.

E’ un messicano tra i tanti, paladino dei più deboli.

Come Zorro.

Anzi come il novello Zorro al femminile.

Perché indiscrezioni recenti ci parlano di una nuova serie cinematografica, diretta da Alfredo Barrios Junior, con i produttori Ben Silverman e Howard Owens, della Propagat, in cui apparirà una discendente di Zorro, Sola Dominguez, una artista underground dei giorni nostri, che lotta contro le ingiustizie ed è costantemente minacciata dalle varie organizzazioni criminali di cui sventa i piani.

Non sappiamo se questa scelta è frutto o meno del empoderamiento de las mujeres  – la riappropriazione del potere da parte delle donne (5) – ma resta il fatto che anche i difensori dei diritti umani vestono oggi da donna, come la realtà latinoamericana insegna.

Per piacere, non chiamiamola Zorra, saremmo attaccati di maschilismo. (6)

Note.

1.      Zorro, l’inizio di una leggenda, Isabel Allende, Feltrinelli, …..

2.      https://ilmiomondoinventato.com/2017/05/26/zorro-di-isabel-allende/

3.      http://ntd.la/la-verdadera-historia-de-el-zorro/

4.      Nei bestiari e nelle leggende greche ed europee, il basilisco è una creatura mitologica, detta anche re dei serpenti, che ha il potere di uccidere o pietrificare con un solo sguardo diretto negli occhi.

5.      Normalmente detta Women’s Empowerment, ma una latinoamericanista come sono io non può ricorrere alla lingua inglese, giammai.

6.      Zorro è un uomo astuto, zorra è invece una prostituta. Come fulano è un tizio qualsiasi, ma fulana è una donna di malaffare… Perché in spagnolo almeno 50 parole al maschile denotano qualità positive ed al femminile servono per indicare le prostitute..” Scriveva Calra Ferrero nel 2015 in questo articolo sul linguaggio sessista https://smoda.elpais.com/moda/por-que-ser-una-zorra-es-malo-y-ser-un-zorro-es-bueno-y-otros-ejemplos-del-lenguaje-sexista/

(*) Vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento, www.lisanga.org

DUE NOTICINE DELLA “BOTTEGA”

§  Anche in italiano «zorra» (o «zora») ha un significato dispregiativo. Ma su questo torneremo prossimamente … restate sintonizzati sulla “bottega”.

§  Come colonna sonora per questo dossier è vivamente consigliato «Zorro», il recente cd del Francesco Bearzatti Tinissima 4et: sono 37 minuti travolgenti con Bearzatti (sax, clarinetto, flauto indiano), Giovanni Falzone (trombe varie e flicorno), Danilo Gallo (basso e chitarre), Zeno De Rossi (batteria, fischio e percussioni). Per saperne di più: www.CamJazz.com

http://www.labottegadelbarbieri.org/zorro-un-dossier/

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