lunedì 31 dicembre 2018

Servizio sanitario, i suoi primi 40 anni - Lorenzo Paglione



Il 23 dicembre 1978, al termine di un lungo iter di discussione e di un percorso culturale e politico iniziato nel 1958 con la nascita del ministero della sanità, le camere approvavano la Legge 833 che istituiva il Servizio sanitario nazionale. Il nuovo ente pubblico era basato sul modello del National health service della VGran Bretagna, che era stato pensato nel 1948 da William Beveridge come pilastro del nuovo stato sociale e che a sua volta si era affacciato al mondo insieme ai sistemi diversi di Scozia, Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord.
Il nostro Servizio sanitario nazionale arriva in un anno piuttosto tumultuoso fatto anche di enormi avanzamenti sociali. Sono sempre del 1078 sia la 180, la “legge Basaglia, che la Legge 194, che trasformeranno profondamente non solo l’assistenza socio-sanitaria per tutte e tutti, ma la società stessa di un paese diviso, scosso, profondamente in agitazione. Sia la 180 che la 194 risalgono al maggio del 1978, un mese iniziato contemporaneamente a Cinisi, in Provincia di Palermo, e a Via Caetani, a Roma. Queste tre leggi, è utile ricordarlo, non sono solamente il frutto di un meritorio lavoro parlamentare: derivano soprattutto da esperienze di lotta e resistenza, che attorno al diritto alla salute iniziavano a prendere piede in quegli anni.
Il moderno Ssn, di stampo “Beveridge”, basato sulla fiscalità generale, con ambizioni universalistiche e globali, con l’idea cioè di garantire a tutte e tutti ogni prestazione ritenuta necessaria, nasce in quel clima, sostituendo gradualmente le Casse mutue e le Opere pie, retaggi del passato modello Bismarck, corporativo e lavorista che si appoggiava (e appoggia ancora oggi nei paesi in cui viene adottato, Germania e Francia su tutti) ad un modello produttivo fordista, in cui tutta la società ruotava attorno alla figura del maschio, lavoratore, cittadino, che contribuisce direttamente al finanziamento, assieme al padrone, tramite prelievi diretti dal salario.
Il modello corporativo di welfare ha retto in Italia per decenni, garantendo quel minimo di sostegno in caso di bisogno ad una popolazione tendenzialmente giovane, in buona salute, con poche necessità in termini di assistenza, ma soprattutto ad una società operaia e contadina, nella quale il lavoro dipendente e lungo tutto il corso della vita garantiva, specie a partire dal secondo dopoguerra, benessere, tranquillità e relativa pace sociale. Forse fu con lo stesso spirito con cui Bismarck istituì le prime forme di tutela, tra il 1883 ed il 1892, utilizzando il corporativismo come “normalizzatore” dei conflitti di classe che attraversavano la neonata Germania di fine ‘800, che il legislatore, decise, nell’Italia di fine anni Settanta, di introdurre un servizio finalmente universalistico, capace di ricomporre, almeno nelle intenzioni, tensioni e conflitti, dovuti anche alla frammentazione del welfare in decine e decine di enti professionali di categoria, che provocavano disuguaglianze, tra mutuati e non, ma anche tra mutuati appartenenti a casse diverse, e malcontento. Quel modello serviva anche a ricondurre sotto l’egida istituzionale le esperienze autogestite di promozione della salute e lotte, come i consultori e i comitati legati alla medicina del lavoro, che negli anni Settanta erano nate su tutto il territorio italiano.
Con l’istituzione del Ssn, vennero inglobati, quindi, gli enti fino ad allora erogatori, ma soprattutto finanziatori del servizio (in particolare vennero liquidati gli enormi debiti accumulati dalle mutue professionali), procedendo ad una vera e propria “statalizzazione” di risorse, strutture e personale, slegando finalmente il diritto fondamentale alla salute, come stabilito dall’articolo 32 della Costituzione, dai meccanismi di mercato legati al lavoro, garantendo a tutte e tutti, gratuitamente, l’accesso al servizio ed a tutte le sue prestazioni. I principali limiti furono, e sono ancora oggi, le cure odontoiatriche, non garantite se non in caso di emergenza, e la medicina generale, che ereditò la funzione di gatekeeper, nel senso che i medici di medicina generale sono il principale punto di regolazione dell’accesso al servizio senza tuttavia mai entrare con un rapporto di lavoro subordinato all’interno del Ssn. Questa scelta ha comportato nel tempo uno dei punti deboli, nel quale le dinamiche di mercato oggi iniziano a incunearsi.
I primi lustri del Ssn sono segnati da grandi successi e antipatici fallimenti (oltre che tanta accidia dovuta all’incapacità di molte Regioni e Comuni nel gestire un meccanismo così complesso). Un sistema così importante fa gola ai partiti, come è capitato a quelli degli anni Ottanta, alla disperata ricerca di bacini elettorali ed economici per alimentare meccanismi clientelari alla base del proprio potere autoreferenziale. Così, quando la grande ubriacatura collettiva dei partiti di governo si schianta con Tangentopoli, il Servizio sanitario mostra tutta la sua fragilità. I meccanismi di partecipazione democratica, come le assemblee generali legate al territorio e ai comuni, che dovevano garantire prossimità e capacità di interpretazione dei contesti e dei bisogni di salute, sono stati usati a volte come meri strumenti di consenso partitico, mentre le commissioni regolative, come quella sui farmaci, si rivelarono fin troppo permeabili a pressioni esterne, specie quando queste assumevano le sembianze della cartamoneta.
Il “quasi-mercato”
In questo clima di totale sfiducia per le istituzioni iniziano a farsi largo idee nuove. In nome della presunta oggettività della tecnica, alla luce delle introduzioni dell’ideologia del New Public Managementsi procede all’introduzione di pezzi di mercato anche all’interno del Servizio sanitario arrivando a teorizzare quel “quasi-mercato” oggi alla base del funzionamento dei Servizi pubblici in generale. I decreti legislativi 502/92 e 517/93 riorganizzano in senso aziendalistico le Unità sanitarie locali, che divengono appunto Aziende sanitarie locali, enti dotati di “personalità giuridica pubblica, di autonomia organizzativa, amministrativa, patrimoniale, contabile, gestionale e tecnica”. Il “quasi-mercato” costruito da queste riforme, mette le aziende nella condizione di separare l’acquisto delle prestazioni dalla loro erogazione, consegnando la prima funzione alle Asl, e la seconda a soggetti, pubblici o privati, che una volta accreditati dalla Regione (un presidio ospedaliero pubblico deve accreditarsi presso la propria Asl allo stesso modo di una clinica privata), vengono remunerati a prestazione in base ad un tabellario.
Anche con queste riforme, resta irrisolto il nodo della medicina generale assieme a quello dell’assistenza odontoiatrica, che ancora una volta non viene inserita all’interno dei Livelli essenziali di assistenza, ovvero quel pacchetto di prestazioni che ogni Regione è obbligata a erogare, nel tentativo del ministero della salute di rendere la più uniforme possibile l’assistenza, visto che la riforma costituzionale del 2001 che ha frammentato il Ssn in ventuno Servizi sanitari regionali.
La debolezza intrinseca della gestione della medicina di base e delle cure primarie in generale, la problematica legata alle cure odontoiatriche, il federalismo sanitario (che, per inciso, il disegno di legge di riforma costituzionale del 2016 non avrebbe sostanzialmente modificato), l’introduzione di meccanismi di mercato, ed infine la parziale liberalizzazione dell’offerta privata con l’introduzione del “terzo pagante”, ovvero soggetti esterni al Servizio abilitati a raccogliere finanziamenti per erogare quote di prestazioni, hanno contribuito nel tempo ad indebolire i presupposti universalistici della Legge 833/78.
In questo mosaico, caratterizzato oggi da profonde disuguaglianze sociali in salute tra nord e sud del paese, iniziano a muoversi attori nuovi, capaci di fare leva sulle debolezze, facilitati da martellanti campagne pubblicitarie volte a minare la fiducia delle persone nel Servizio, aiutati indirettamente da scelte politiche scellerate, come quelle sulla “compartecipazione alla spesa”, i cosiddetti ticket, e dall’incapacità di personale, in particolare medici, e decisori di far fronte all’enorme problema delle liste di attesa.
Per capire cosa si stia muovendo, nel sottobosco dell’assistenza privata, occorre scomporre i flussi di denaro relativi alla spesa sanitaria: secondo il rapporto Gimbe 2018, nel 2016 la spesa totale è stata di 157,6 miliardi di euro, di cui poco più di 112 hanno carattere di spesa pubblica e quasi 45,5 miliardi di spesa privata. Questi numeri ci permettono di poter parlare, in prima battuta, di quanto poco costi allo stato l’assistenza sanitaria di più di 60 milioni di persone: una cifra che, se rapportata al Pil, ci colloca nella parte bassa della scala dei paesi Ocse. Nessun governo negli ultimi anni, compreso l’attuale, ha provato a invertire la marcia o allentare i meccanismi di revisione di spesa delle regioni. Sette regioni sono in “piano di rientro”, sono cioè commissariate sul loro principale capitolo di bilancio, che assorbe più del 70% dell’intera spesa regionale. Questa condizione pone il ministero dell’economia e delle finanze in una posizione di assoluto predominio rispetto al ministero della salute sulle questioni riguardanti il servizio sanitario, ed in ultima analisi, riguardanti la salute della popolazione.
Dal lato della spesa privata le cose iniziano a muoversi. Se è vero che la quasi totalità di questa voce è ascrivibile all’out-of-pocket, alla spesa cioè letteralmente “di tasca propria”, che riguarda ad esempio visite in “libera professione intramuraria”, o intramoenia, ma anche prestazioni richieste direttamente al privato (spesso a causa di tempi di attesa proibitivi, ad esempio per quanto riguarda le visite di controllo della gravidanza, ma anche dell’assurdità per cui il ticket per alcune prestazioni costa più che effettuare quelle stesse prestazioni privatamente), così come la spesa farmaceutica non rimborsata. Tutto questo costa alla popolazione quasi 40 miliardi di euro l’anno. Ma c’è un’altra voce, in continua crescita, e che riguarda l’out-of-pocket cosiddetto intermediato, ovvero quella quota di spesa che ogni anno privati cittadini affidano a soggetti terzi, che a loro volta utilizzano, almeno in parte, per erogare prestazioni complementari (soprattutto odontoiatriche), ma anche sostitutive dei Lea, configurando una sorta di canale parallelo di servizi. I principali attori di questa intermediazione sono i fondi sanitari, eredi delle mutue ottocentesche, e le assicurazioni private. Tralasciando per un attimo il ruolo che queste ultime ricoprono, ad oggi ancora piuttosto marginale (anche se parliamo di un mercato di circa 600 milioni di euro di polizze private), la vera partita oggi si gioca nel campo dei fondi sanitari, attori non profit, che raccolgono circa 10 milioni di italiani (lavoratori e famiglie a carico, generalmente), muovendo un totale di circa 5 miliardi di euro.
Addio al patto redistributivo?
Le tentazioni corporativiste di un mondo del lavoro sempre più frammentato, in cui ciascuna categoria prova a “salvarsi da sola” (emblematici sono i casi del Fondo Meta Salute dei metalmeccanici e dei piani integrativi offerti dall’Enpam, la cassa previdenziale dei medici), e l’espansione delle polizze assicurative private (oramai offerte dalle principali banche commerciali, ma anche da enti universitari e pubblici tramite broker aziendali), stanno mettendo a dura prova l’universalismo del servizio sanitario pubblico, in preda a forti tensioni interne, in particolare dovute ai rinnovi contrattuali ed alle pressioni finanziarie, ed esterne, dovute a liste di attesa, ticket, e a un generale clima di sfiducia, spesso alimentato ad arte anche da rapporti nutriti da conflitti di interesse.
Diventa abbastanza intuitivo come, da parte di chi continua a condurre una spietata lotta di classe per salvaguardare rendita e posizione, diventino accettabili anche ipotesi come l’opting-out, ovvero l’uscita dal patto sociale redistributivo dato dalle tasse, in nome di una presunta giustizia sociale. «Lo stato regala troppi servizi ai ricchi, ad esempio servizi sanitari gratuiti a tutti senza distinzione di reddito. Ha senso tassare il 50% del reddito delle fasce più alte per poi restituire loro servizi gratuiti? Non sarebbe meglio se quei servizi li pagassero, a fronte di una riduzione dell’imposizione fiscale?», hanno scritto ad esempio qualche tempo fa Alesina e Giavazzi sul Corriere della Sera.
A 40 anni dalla sua istituzione quindi, il Ssn ha più bisogno che mai di una maggiore integrazione in termini di rapporto contesto-servizi offerti, in particolare per quanto riguarda prevenzione e cure primarie, ma soprattutto di un solido consenso che si fondi sui principi cardine di universalismo ed equità nell’accesso, globalità di servizio e finanziamento proporzionale alle possibilità di ciascuno. Per ottenere tutto questo l’unica strada percorribile passa per il restituire l’intero Servizio, dal coordinamento e finanziamento fino all’erogazione delle prestazioni, nelle mani del pubblico, fugando ogni dubbio da possibili derive corporative o peggio privatistiche, sottraendo definitivamente il diritto alla salute dalle logiche di mercato.
*Lorenzo Paglione è medico specializzando in sanità pubblica, fa parte dell’esecutivo nazionale del coordinamento “Chi si cura di te”.

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