giovedì 27 dicembre 2018

Mapuche come terroristi



a cura di Naila Clerici (*)

I Mapuche sono il popolo indigeno più numeroso del Cile (un milione e mezzo secondo il censimento del 2012): una metà vive in comunità rurali nelle regioni centrali e meridionali del paese e reclama il diritto alle terre ancestrali.
Essi devono far fronte ad una duplice oppressione, quella dello stato, che li considera dei terroristi, e quella delle multinazionali, interessate a sfruttare le risorse naturali presenti sul loro territorio.
I conflitti maggiori tra lo stato e le multinazionali minerarie o dedite alla costruzione delle centrali idroelettriche avvengono a livello politico e ambientale. Un altro motivo di conflitto tra i Mapuche e il Cile riguarda la questione agraria: il grande latifondo, spesso con l’aiuto di guardie armate private, caccia le comunità dai territori ancestrali.
Una delle questioni più discusse e criticate dalle organizzazioni per i diritti umani è l’applicazione di una legge antiterrorismo (n. 18314) del periodo di Pinochet (1984), per giudicare le azioni di protesta dei Mapuche. In questo modo le battaglie degli indigeni vengono criminalizzate e molti dei loro leader sono in prigione. Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati “questa legge considera l’occupazione illegale della terra e l’attacco ad attrezzature o personale di compagnie multinazionali come atti di terrorismo e le persone accusate possono essere giudicate sia da un tribunale civile, sia da uno militare. Autorizza inoltre l’uso di testimoni anonimi da parte dell’accusa e permette un’incarcerazione indefinita per coloro che sono identificati come terroristi”.
Vari casi di fattorie e mezzi di trasporto incendiati, attribuiti ai Mapuche, hanno giustificato l’invio massiccio di truppe nella regioni VIII e IX, che si trovano in un vero e proprio stato d’assedio. Reynaldo Mariqueo, portavoce per i Mapuche, ha affermato in un intervista alla Southern Pacific Review (2017), “Siamo una nazione occupata […]. La casa del lonko Juana Calfunao è stata incendiata tre volte e un suo zio è morto nel rogo. Non c’è mai stata un’inchiesta per questo crimine”.
Le varie organizzazioni mapuche si sono adoperate per sensibilizzare gli osservatori internazionali: a loro favore si è espressa Human Rights Watch, ma anche l’Istituto Nazionale per i Diritti Umani cileno; Amnesty International ha messo in rilievo il fatto che la polizia abbia sparato pallettoni sulle persone che protestavano, incluso donne anziane e bambini. Dei giornalisti sono stati arrestati mentre documentavano le proteste studentesche; altri mentre testimoniavano un’azione sul terreno di una compagnia forestale (inclusi due cineasti italiani poi espulsi per “aver rubato del legname”). Per quanto riguarda la libertà di stampa, Reporters without Borders ha collocato il Cile all’ottantesimo posto.
Manca la volontà politica di risolvere il conflitto tra lo stato cileno e i Mapuche e di demilitarizzare il loro territorio. A sostenerlo, tra gli altri, Francisco Huenchumilla, già sindaco di Temuco, ministro sotto la presidenza del “socialista” Ricardo Lagos ed esponente della Democrazia cristiana cilena, quindi non un “sovversivo”. In una lunga intervista rilasciata a Punto Final, Huenchumilla dice di vergognarsi di far parte di una coalizione di centrosinistra che individua nei Mapuche solo un problema di ordine pubblico da trattare in maniera esclusivamente repressiva, senza prendere in considerazione il processo storico da cui è scaturita la persecuzione nei confronti di questo popolo. Il problema principale è che il Cile rifiuta di essere uno stato plurinazionale, come lo sono, ad esempio, la Bolivia e l’Ecuador. La recente detenzione di molti leader mapuche nell’ambito dell’Operación Huracán rappresenta bene l’agire politico dello stato cileno: repressione e gestione della sicurezza in maniera non troppo diversa dall’era pinochetista. Del resto, la Ley Antiterrorista rappresenta solo la punta di un iceberg: i Mapuche hanno sperimentato più volte sulla loro pelle la Ley de Seguridad Interior e una serie di strumenti legali utilizzati esclusivamente contro di loro. A farne le spese, il leader della Coordinadora Arauco-Malleco (Cam) Héctor Llaitul, di nuovo in carcere, senza dimenticare, tra gli altri, il caso della machi (autorità religiosa e spirituale) Francisca Linconao, del machi Celestino Córdova e di altri dieci mapuche condannati senza prove per l’incendio nel quale perì la coppia di proprietari terrieri Luchsinger-Mackay nel gennaio 2013. Per quest’ultimo caso, l’Observatorio para la proteción de los defensores de derechos humanos ha rilevato gravi irregolarità nel corso di un processo basato su un solo testimone, mentre i Mapuche sono criminalizzati come terroristi, in un contesto in cui prevale l’impunità verso i grandi proprietari terrieri.
Spesso i detenuti mapuche praticano lo sciopero della fame come protesta nelle carceri di Concepción, Temuco, Angol, Valdivia e Lebu. Ultimamente abbiamo citato nelle nostre mail d’informazione il caso del machi Celestino Cordova, del lonko Facundo Jones Huala e di Camilo Catrillanca, ma purtroppo non sono i soli.

Celestino Cordova
Celestino è un’autorità spirituale mapuche, uno sciamano, incarcerato senza prove dopo un processo ampiamente tacciato di parzialità e condotto con strumenti giudiziari che le Nazioni Unite hanno più volte stigmatizzato. L’estrema protesta mirava a costringere lo stato cileno a garantire il rispetto dei diritti umani, tra cui diritto al culto e alla salute psico-fisica, secondo le pratiche della cultura mapuche. Nello specifico il machi chiedeva di poter tornare nella propria comunità per realizzare una importante cerimonia che le entità spirituali della cosmovisione mapuche esigono periodicamente, pena la malattia e la morte dello sciamano.
Il diritto internazionale, in particolare la Convenzione N. 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sui Popoli Indigeni e Tribali del 1989, ratificata dal Cile nel 2008, e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni del 2007, nonché le norme nazionali del diritto penitenziario cileno prevedono un’applicazione interculturale del diritto al culto e alla salute, che permetterebbe la concessione di questo beneficio, ma il governo cileno si è rifiutato categoricamente.
Riferisce Manuel Zani, Osservatore dei Diritti Umani per l’associazione Il Cerchio, che Celestino si trova in carcere accusato e condannato per l’omicidio di una coppia di agricoltori di origine svizzera, la famiglia Luksinger Makay, coloni giunti nel paese nell’Ottocento e che negli anni hanno costruito una fortuna facendo incetta di terre mapuche con vari mezzi. Nessuna prova dimostra la sua partecipazione in un fatto che ha diverse zone d’ombra; tra l’altro è stato condannato a diciott’anni di carcere utilizzando le deposizioni di testimoni a volto protetto e perizie che smontano le tesi del PM non sono state prese in considerazione del tribunale. “Non chiedo niente che non sia legittimo – afferma Celestino in un’intervista fatta da Zani – in questi anni abbiamo bussato a ogni porta e tentato di instaurare un dialogo con le autorità carcerarie del ministero di giustizia, ma abbiamo incontrato solo rifiuti e dilazioni. Paradossalmente sto mettendo a rischi la mia vita per salvarla. Sembra assurdo ma non lo è. Se non torno alla mia comunità e non realizzo la cerimonia del cambio di rewe morirò ugualmente”.
Nella cosmovisione mapuche il rewe, è il centro delle energie spirituali di un territorio, uno spazio sacro dove realizza tutti i giorni le sue attività spirituali e di guarigione delle persone che richiedono pratiche della medicina tradizionale, il machi Celestino Córdova ha richiesto alle autorità cilene un’autorizzazione di quarantotto ore per visitare la sua rewe, situata all’interno del comune di Padre las Casas, e potere realizzare una cerimonia spirituale e culturale per mantenere il vincolo intrinseco tra il proprio spirito e quello della terra; dopo centotre giorni il machi ha sospeso lo sciopero e il governatore della provincia di Cautín, Mauricio Ojeda, si è detto finalmente aperto al dialogo e gli ha concesso quindici ore per la cerimonia di rinnovamento a cui hanno preso parte ventiquattro persone.

 Morti sospette
Non si contano solo parecchi Mapuche messi in prigione, ci sono anche i morti; a cadere sotto i proiettili dei carabineros in Araucanía sono stati Alex Lemún (nel 2002), Matías Catrileo (nel 2008) e Jaime Mendoza Collío (nel 2009), Camilo Catrillanca (2018), ufficialmente sempre per legittima difesa.
Camilo Catrillanca era un giovane mapuche di ventiquattro anni ucciso nella comunità di Temucuicui il 14 novembre 2018, in circostanze sicuramente “poco chiare”: questa la formula usata dal governo cileno che parla di uno scontro con la polizia e usa la parola enfrentamiento più volte proprio per evitare che si pensi all’uccisione di Camilo a sangue freddo. La fonte governativa riferisce di un gruppo di mapuche incappucciati che avrebbe rubato tre automobili a docenti della Escuela Santa Rosa de Ancapi Ñancucheo, nel municipio di Ercilla. Gli uomini del Comando Jungla, nel tentativo di ristabilire l’ordine, recuperando due dei tre veicoli, hanno sparato due colpi di pistola alla testa di Catrillanca uccidendolo. Il Comando Jungla è formato da gruppi di carabineros addestrati in Colombia e inviati dal governo del presidente Sebastián Piñera per combattere il terrorismo nell’Araucanía, dove maggiore è il conflitto sociale tra lo stato e i Mapuche.
La morte del nipote di Juan Catrillanca – lonko di una comunità mapuche della zona e figlio di Marcelo Catrillanca, storico attivista del popolo mapuche – è avvenuta nell’ambito di un vero e proprio assalto contro la gente di Temucuicui, che si trovava già in stato d’assedio a causa della presenza di un nutrito gruppo di militari. A testimoniarlo, numerosi video che evidenziano la presenza di circa duecento uomini armati fino ai denti che si dirigono verso la comunità di Temucuicui protetti da blindati e da due elicotteri. Catrillanca, al momento dell’attacco dei carabineros, si trovava in campagna per accudire i suoi animali; era su un trattore assieme a un ragazzo più giovane, che è rimasto gravemente ferito nella sparatoria. Quando Camilo si è accorto dell’avanzata dei carabinieri, ha cercato di tornare indietro ed è stato colpito alla nuca da almeno due proiettili. Camilo era stato tra i promotori della mobilitazione studentesca che nell’agosto del 2011 portò all’occupazione del municipio di Ercilla. Lascia una figlia di sei anni e la moglie incinta.
Il Centro de Investigación y Defensa Sur (CID Sur) ha richiesto immediatamente un’inchiesta imparziale e che i responsabili siano consegnati alla giustizia per rispondere di questo omicidio.
La sinistra della coalizione politica Frente Amplio esige le dimissioni di Mayol intendente della Araucanía (massima autorità regionale), ma vuole soprattutto ottenere spiegazioni da parte del presidente Piñera e del suo ministro dell’Interno Andrés Chadwick, oltre alla sospensione delle operazioni del Comando Jungla in territorio mapuche. Il presidente di turno, aldilà del colore politico, ha sempre sostenuto le multinazionali interessate alla costruzione delle centrali idroelettriche, al disboscamento e all’utilizzo dei terreni agricoli per imporre la monocoltura della soia.
Nelle comunità sono stati proclamati tre giorni di mobilitazione: si chiede verità e giustizia per Camilo, ma soprattutto la cancellazione della Ley Antiterrorista, tuttora applicata quasi esclusivamente contro i mapuche.
L’ex gesuita Luis García Huidobro, storico sostenitore della causa mapuche, ha definito Catrillanca “vittima di questa democrazia che assassina i mapuche in lotta per difendere la propria terra”; anche Erika Guevara Rosas, portavoce per le Americhe di Amnesty International, ha accusato lo Stato cileno di aver provocato la morte di Camilo.

Il ruolo del Papa
Prima della visita del pontefice in Cile, nel gennaio 2018, il Coordinamento mapuche in Europa aveva chiesto a Bergoglio di prendere posizione nei confronti dello Stato cileno, allo scopo di mettere fine alle violazioni dei diritti umani di minori, donne e uomini mapuche e invitare il pontefice a promuovere un dialogo di pace con uno stato cileno che continua ad agire in maniera razzista ed escludente e con una parte della chiesa cilena, che spesso non è sensibile ai loro conflitti territoriali. E ancora, i Mapuche sperano che il Papa interceda presso il governo cileno e quello argentino affinché entrambi risarciscano le comunità per i crimini contro l’umanità compiuti dai due stati all’epoca della Pacificación de la Araucanía e della Campaña del Desierto.
Il messaggio del pontefice, come ha evidenziato anche il portavoce del Consejo de Todas la Tierras di Temuco, Aucán Huilcamán, ha sì fatto riferimento ai diritti dei Mapuche, ma in maniera molto generica e indiretta, dando in un certo senso l’idea che spettasse allo stato cileno adoperarsi per il rispetto di un popolo da molti paragonato a quello kurdo o palestinese proprio perché senza terra. La durissima dichiarazione dei popoli indigeni che vivono in Cile, un vero e proprio manifesto politico in cui erano rivendicate le loro istanze, spiega con chiarezza i motivi per cui la visita papale sia stata oggetto di critiche. Dopo più di cinquecento anni di colonialismo europeo nel continente latinoamericano, al papa si chiedeva l’assunzione di una responsabilità storica nei confronti del furto delle terre ancestrali e di un genocidio di cui, ad eccezione di figure quali Bartolomeo de Las Casas o dei missionari gesuiti in Paraguay e Bolivia, anche la Chiesa si è resa responsabile, come spiegato nell’appello indigeno dall’inequivocabile titolo No queremos más cruces ni biblias. La contestazione a Bergoglio era diretta a lui in quanto massimo esponente della Chiesa, pur riconoscendo i tanti cristiani progressisti (laici e religiosi) che si sono da sempre adoperati per i diritti dei popoli indigeni. Altro aspetto controverso della visita di Bergoglio è stata la dura repressione contro la Marcha de los Pobres convocata dai movimenti sociali. In Cile sono molti a ricordare la visita di Giovanni Paolo II all’epoca della dittatura di Pinochet e le organizzazioni popolari intendevano ribadire che, da allora, in Cile non è cambiato niente. Dal colpo di stato contro Salvador Allende, quando centinaia di persone sparirono e furono torturate, ai giorni nostri, in un contesto contrassegnato ancora dalla mancanza dei diritti più elementari, dallo sfruttamento della risorse secondo le regole del neoliberismo, ad esclusivo vantaggio dell’oligarchia dei proprietari terrieri e delle multinazionali, i passi da compiere affinché trionfi la giustizia sociale sono ancora molti. La violenza dei carabineros, che hanno arrestato circa trenta persone in occasione della marcia del 16 gennaio 2018, testimonia che in Cile protestare significa commettere un reato.
I Mapuche hanno affermato, nel corso dei secoli, la loro volontà di mantenere un’identità culturale separata e un’autonomia: “riconoscere questa volontà non significherebbe dividere il paese, ma capire che in una democrazia moderna il potere centrale non è chiamato a sottomettere le differenze, ma a farle convivere” afferma Patricio Fernández.
BIBLIOGRAFIA
– Brevis Guido, regia di, Territorio de fronteras, documentario, 75 minuti, Cile, 2007.
Quattro Mapuche sono condannati in base alla legge antiterroristica cilena e in carcere iniziano uno sciopero della fame. Ciò genera un processo di mobilitazione a livello di istituzioni statali e organizzazioni Mapuche, che cercando di trovare una soluzione al problema dalle loro diverse posizioni. Sullo sfondo, una relazione storica su quanto è accaduto in questo “territorio di confine”, confine che non rappresentano un limite, ma lo spazio in cui si verificano le relazioni.
– Casagrande Olivia, Il tempo spezzato. Biografia di una famiglia mapuche tra golpe ed esilio, Unicopli, 2015.
Muovendosi tra etnografia e biografia, il libro ripercorre la storia della famiglia Railaf Zuñiga dalla terra d’origine in Cile fino ai luoghi dell’esilio in Olanda. Le narrazioni dei membri della famiglia si intrecciano con gli eventi della storia e il più ampio contesto politico e sociale, dal golpe del generale Pinochet fino all’attuale movimento mapuche.
– cidsur.cl., Centro de Investigación y Defensa Sur.
– Ceotto Claudio, regia e montaggio di, con consulenza storica di Surdich F. e Vietri L., Viaggio tra i Mapuche, dvd, 2010.
– Ceotto Claudio, Mapuche, un popolo invisibile, Youcanprint Self-Publishing, 2012.
È la storia in testo ed immagini di un viaggio, nato dalla profonda passione per le Americhe e per le loro popolazioni indigene, compiuto tra i panorami mozzafiato di Cile e Argentina. È la storia di un incontro sognato, cercato e realizzato, un incontro tra realtà diverse e lontane, dove nonostante le forti diffidenze, inevitabili dopo secoli di ininterrotte violenze e ingiustizie, prevalgono, nel rispetto reciproco, la voglia di comunicare, di conoscersi, di stare insieme, di raccontarsi. Secondo Gianni Ferrara lo stile del libro, troppo enfatico e retorico, lascia molto a desiderare.
– Fernández Patricio, “Gli errori del Cile con i mapuche”, Internazionale, 1208, 9-6-2017, 32.
– Il Cerchio, “Il Cile continua a uccidere”, associazioneilcerchio.it/wordpress, 15/11/2018
– Lifodi David , “Camilo Catrillanca: tutti sanno chi è stato”, labottegadelbarbieri.org/camilo-catrillanca-tutti-sanno-chi-e-stato, 18 novembre 2018.
– Lifodi David, “Cile: i Mapuche da Papa Francesco”, “Cile: la visita del papa lascia molti punti in sospeso”, labottegadelbarbieri.org, 2017 e 2018.
– Perez José Nain – Coordinatore dell’associazione Regionale Mapuche FOLILKO Araucanía (CILE), “Il machi Celestino Cordova”, 2018.
– puelaukache.blogspot.com/ southernpacificreview.com/2013/02/17/terrorism-in-chile-the-mapuche-conflic/, sito ufficiale del Movimiento Mapuche Autonomo del Puelmapu, M.A.P.
– Zani Manuel, “Il Caso Del Machi Celestino Cordova”, associazioneilcerchio.it/wordpress/, 2018

(*) Tratto da Tepee 54, nello stesso numero, “I Mapuche e la loro terra” e “La famiglia e l’organizzazione sociale mapuche”.
Per ricevere TEPEE per il 2019 e sostenere il lavoro dell’associazione, la donazione liberale minima suggerita è di € 20: c/c postale n. 33770108 intestato a SOCONAS INCOMINDIOS, onlus, via S. Quintino 6, 10121 Torino, codice IBAN: IT91 T076 0101 0000 0003 3770 108, codice SWIFT: 3PPIITRRXXX, Codice Fiscale: 97536340017. Per informazioni: redazione@soconasincomindios.it, www.soconasincomindios.it .



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