domenica 23 dicembre 2018

Siria e Afghanistan con meno Usa, cambia solo tra chi ci si ammazza - Ennio Remondino






Rojava, Kurdistan siriano
·         Siria e Afghanistan con meno Usa. Siria: curdi, arabi, armeni, turkmeni, quasi in 100 mila giunti da tutte le aeree dei combattimenti, tutti a Kobane, città curda in terra siriana base della coalizione anti-Isis a guida statunitense. Da Manbij, Raqqa, Ayn Isa, tutte le aree dei combattimenti ancora in corso contro lo Stato Islamico, le vere truppe di terra che l’ex Isis hanno vinto ma non ancora sconfitto, ad avvertire, «Nessun mercato sulla nostra pelle, no all’invasione turca». Ritirata Usa a produrre guai peggiori?
·         Valutazioni locali, decisamente più serie degli annunci via twitter di Trump, avvertono che l’attesa operazione turca nel Rojava, a cui ha di fatto dato via libera il presidente Usa, rischia di creare il caos. L’elenco da Chiara Cruciati: le Forze democratiche siriane che si spostano verso l’Eufrate per fermare i turchi lasciando così scoperto il fianco a est, al confine con l’Iraq, dove migliaia di islamisti sono operativi. Sconfitta Isis sostenuta da Usa e Russia, ma esistono le bugie a interesse variabile.
·         Tradimento americano atteso tra i curdi: «Sapevamo che non erano qui per proteggerci. I nostri interessi coincidevano e abbiamo agito insieme, ma non abbiamo mai contato su di loro». Ma assieme, le unità di difesa curde, Ypg e Ypj, e le Sdf avvertono, sarà impossibile combattere il «califfo» se dall’altro lato, da fatto a coprire l’ex Isis, c’è il secondo esercito della Nato mosso da Erdogan. Poi, guerriglieri veri, ‘l’impossibile gestione’, ora, dei 3mila prigionieri dell’Isis, catturati in questi anni.
·         Splendida cattiveria che noi occidentali ci meritiamo tutta. L’Isis che nasce e cresce con molti aiuti Nato (Turchia) e alleati (saiditi e emirati del petrolio). Foreign fighters, figli dei vostri disagi sociali interni che vengono qui ad ammazzare, ‘e noi soli’, curdi, a combattere sul campo. Ora un fardello di foreign fighters enorme su cui Rojava ha spesso richiamato l’Occidente: riprendeteveli. «Ma in un contesto di guerra le prigioni sono le prime a collassare, con la conseguente fuga di 3200 islamisti», l’avvertimento.
·         Ora la regione autonoma cerca impegno dell’Onu e dalla Francia, presente con qualche centinaio di truppe per una no-fly zone per prevenire l’assalto turco. Con Mosca e Damasco, dialogo in corso sul futuro dell’autonomia di Rojava, a cui il governo centrale sempre disponibile. Obiettivo condiviso con Damasco, evitare la pulizia etnica di Afrin dopo l’invasione turca a marzo, con 300mila sfollati sostituiti da miliziani sunniti. Gioco sporco, corridoio di approvigionamento al bubbone jihadista di Idlib.

Altra ritirata in un mare di guai
e la dottrina ‘Asia’ traballa
·         Afghanistan, seconda retromarcia dopo la Siria: Trump vorrebbe ritirare 7mila dei 14mila soldati nel Paese asiatico. Eppure, secondo l’ultimo rapporto semestrale Enhancing Security and Stability in Afghanistan del Dipartimento della Difesa degli Stati uniti, reso pubblico in questi giorni, le condizioni sul terreno sono peggiorate rispetto al 2017, e dal punto di vista finanziario, «l’autosufficienza nel 2024 non appare realistica». Nei palazzi di Kabul la notizia è stata accolta con ovvia preoccupazione.
·         Come osserva Giuliano Battiston, «Il governo di unità nazionale afghano dipende dal portafogli e dal sostegno militare e politico degli Stati uniti. In termini operativi le forze di sicurezza locali sono ancora dipendenti dagli stranieri, in particolare dagli Usa (e dalla loro flotta aerea)». A Kabul, inoltre, si teme un effetto «liberi tutti» nelle cancellerie occidentali, sia rispetto alla presenza militare (salvo qurllas italiana che ora vedremo), ma sopratutto nel campo degli investimenti per risollvare il Paese.
·         Problema, capire a cosa sia legata la decisione di Trump. Due le ipotesi, secondo Battiston: «Ritiro faccia parte della strategia negoziale. Trump potrebbe aver accontentato almeno in parte i barbuti, forse per ottenere proprio quel cessate il fuoco di cui si è discusso negli Emirati arabi». Seconda ipotesi, la solita intempranza di Trump che ‘spara’ una decisione non concordata. «I Talebani porterebbero a casa un bel regalo, senza contropartite. Rafforzati nei confronti sia degli americani sia del governo di Kabul».
Afghanistan tutti a casa,
ma le promesse italiane
·         Alla fine in Afghanistan rimarremo soltanto noi italiani. Ritiro di 200 soldati promesso già dal governo Renzi. Meno centro, la promesse ultime dell’attuale governo. «O almeno così era stato detto a ottobre -denuncia il sempre attento Emmanuele Giordana- Al momento, sul sito della Difesa restano i dati al 30 settembre 2018, con “un impiego massimo di 900 militari, 148 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei” suddivisi tra Herat e Kabul, escluso quindi il nostro personale della logistica negli Emirati arabi.
·         «Mentre Trump vuole ritirare parte dei suoi soldati, mentre i francesi hanno fatto le valige da tempo seguiti da altri più o meno alla chetichella, l’Italia resta impegnata con il terzo contingente per numero di uomini, solo da poco superato dalla Gran Bretagna». Ritiro tanto ‘graduale’ che persino gli americani ci battono sulla velocità dopo averci chiesto, un anno fa di restare. E sembra emergere un problema tutto governativo italiano del ‘chi comanda’: la gestione del ‘lodo afghano’ è della Difesa o del ministero degli Esteri?

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