giovedì 15 ottobre 2020

Ci stanno uccidendo - Raúl Zibechi

Il grido risuona in tutto il continente. Si mescola con il fluire dei fiumi, vola sulle cordigliere, si addentra nei meandri delle metropoli e prosegue al di là dei villaggi. “Ci stanno uccidendo”, si ascolta ripetutamente nell’immensa geografia che va dalle strade che resistono a Portland alle villas di Buenos Aires, dalle vie infuocate di Bogotá alle favelas di Rio de Janeiro, passando per le comunità di Tila (Chiapas) e del Cauca colombiano. “Ci stanno uccidendo”.

Il brutale assassinio di un avvocato a Bogotá, colpevole di aver violato la quarantena per andare a comprare da bere, ha fatto esplodere la rabbia contenuta per gli altri 55 massacri registrati fin qui nel 2020. Una rabbia che si somma alla disperazione di settimane di quarantena, disoccupazione e fame. In appena tre giorni di rivolta, ci sono state 11 morti riconosciute, 72 feriti da proiettili e un dilagare a macchia d’olio di colpi sparati da uomini in uniforme impuniti che tentano di contenere l’inevitabile.

La rabbia dei giovani e delle giovani si è presa circa 70 Comandi d’Azione Immediata (CAI) della Polizia, 47 di essi sono stati incendiati, il resto distrutti. Non è giustizia, quella non ci sarà, ma rabbia, collera, ira moltiplicata per milioni di persone. La giustizia non ci sarà, perché i crimini dei poliziotti passano per la giustizia militare, come è successo con Dilan Cruz, assassinato in una manifestazione pacifica di studenti nello scorso novembre.

E che dire del Cauca, dove quest’anno ci sono già stati cinque massacri e i paramilitari operano a loro piacimento? L’11 settembre Oliverio Conejo Sánchez, coordinatore del Programma di Salute del Consiglio Indigeno di Totoró, e sua figlia Emily, di 22 anni, sono stati fermati per strada e assassinati perché appartenevano al Consiglio Regionale Indigeno del Cauca, che inalbera il motto “Potete contare su di noi per la Pace, mai per la guerra”.

In Cile, il ministero degli interni ha fatto sapere che tra il 18 marzo e il 7 luglio i carabinieri e la polizia investigativa hanno arrestato 51.439 persone, a cui vanno aggiunte quelle fatte durante il coprifuoco, che sono altri 43.157. Si tratta di quasi il doppio di tutte le detenzioni operate nel periodo precedente, compreso tra il 18 ottobre e il 18 marzo: 27.432 più altre 2.431 per il coprifuoco, quando si era in piena rivolta con milioni di persone nelle strade.

Questo indica che si approfitta della pandemia per scatenare una feroce repressione sui settori popolari che resistono al modello neoliberistaLa “nuova normalità” vuol dire più repressione e violenza, cosa che, secondo i dati della stessa Procura, si verifica maggiormente nella zona sud di Santiago, quella con la più grande concentrazione di povertà, e nella zona centrale, lo scenario delle mobilitazioni.

In Argentina, il Coordinamento contro la repressione poliziesca e istituzionale  (Correpi) denuncia una escalation repressiva che, durante la pandemia, si è portata via un centinaio di vittime. Sono state uccise dal costume del “grilletto facile”, mentre erano finite sotto custodia poliziesca e in altri modi simili. Sono già 6 mila le persone assassinate in “democrazia”.

Dopo la rivolta della polizia del 9 settembre – quando gli uomini in divisa hanno manifestato, armi alla mano, di fronte alla residenza presidenziale e all’abitazione del governatore di Buenos Aires, in una supposta rivendicazione di aumenti salariali poi raccolta dal governo di Alberto Fernández -, la repressione ha continuato a crescere nei quartieri popolari.

Il racconto di Miguela, abitante della villa Ciudad Oculta (quartiere povero di Buenos Aires, ndt) cui la polizia ha ucciso il figlio Damián nel dicembre del 2019, dice tutto: “La situazione si è fatta bruciante nel quartiere, non lasciano uscire la gente nemmeno per andare a fare la spesa. L’altro giorno hanno preso alcuni bambini che andavano a comprare qualcosa in un chiosco, li hanno fermati, li hanno perquisiti in tutto il corpo e poi gli hanno puntato l’arma alla testa. Uno dei bambini aveva tre anni”.

Un articolo apparso questa settimana su Le Monde Diplomatique tratta della rivolta della polizia e rivela a cosa serve: “Dei 90.000 agenti, circa il 75% sono sottufficiali. Molti di questi subordinati pensano che il lavoro dei loro capi sia “riscuotere”. Lo dicono così: “Un commissario è uno che riscuote”. Dicono che la violenza della polizia sia aumentata perché non può contare più sulle entrate “in nero”, la pandemia ha frenato i suoi affari. La rabbia della polizia la pagano i poveri.

Il Congresso Nazionale Indigeno-Consiglio Indigeno di Governo denuncia l’assassinio di un compagno, ucciso “quando il gruppo paramilitare messicano Pace e Giustizia, insieme a persone vicine alla giunta comunale, ha attaccato con armi di grosso calibro la popolazione di Tila che, in accordo con la decisione dell’assemblea generale, stava andando a liberare i blocchi che i paramilitari avevano installato alle entrate del capoluogo dell’ejido per accerchiare il nostro paese”.

Come segnala il giornalista Hermann Bellinghausen: “Cambiano i governi, ma la guerra di contrainsurgencia in Chiapas contro i popoli non finisce. Anzi, a giudicare dagli avvenimenti accaduti negli ultimi mesi nelle montagne dei territori maya, nel 2020 è peggiorata a un livello che non si vedeva da anni”.

Con una mano inviano paramilitari contro i popoli, con l’altra, la Quarta Trasformazione minaccia i centri per i diritti umani, i mezzi di comunicazione e le organizzazioni civili che si oppongono al Tren Maya e agli altri mega-progetti. I loro nomi rimarranno impressi a fuoco nella memoria popolare, allo stesso modo di quelli degli assassini di Emiliano Zapata. I governi durano meno, molto meno della memoria de los de abajo.

 “Ci stanno uccidendo”. Un genocidio percorre tutti gli angoli della nostra América. I popoli resistono, resistiamo. Come succede a Bogotá, dove il CAI (Centro di attenzione immediata delle forze dell’ordine, ndt) del quartiere Suba-La Gaitana è stato incendiato e, sulle sue rovine, gli abitanti hanno creato una biblioteca popolare che hanno battezzato “Nuovo Centro Culturale Julieth Ramírez”, il nome di una ragazza di 18 anni assassinata a colpi d’arma da fuoco il 9 settembre. La polizia, poi, le ha coperto il viso, cominciando dagli occhi, tutto un simbolo. Più tardi, gli abitanti sono tornati sul luogo e hanno riparato i danni.

 

Articolo pubblicato in lingua originale da Desinformémonos

Traduzione per Comune-info: marco calabria

 

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