lunedì 29 ottobre 2018

Morta per le sassate dei coloni ma viene punita la sua famiglia - Alessandra Mincone




E’ stata vittima di una grave violenza eppure a pagare il conto, almeno per ora, è proprio la famiglia al Rabi. I media palestinesi riferiscono che lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno di Israele, ha revocato i permessi per lavorare nello Stato ebraico al marito e a un parente stretto di Aisha al Rabi, donna palestinese rimasta uccisa circa due settimane fa nell’incidente d’auto causato dai lanci di pietre dei coloni israeliani contro la sua automobile nei pressi di un posto di blocco militare a Nablus.
   Una punizione che da un lato grava sulla famiglia dove ora otto bambini sono orfani di madre e fa di Aisha la seconda persona uccisa nella stessa casa, e dall’altro lascia impuniti i responsabili, i coloni israeliani, ossia la rappresentazione più compiuta del sistema di occupazione della Cisgiordania palestinese.
Lo Shin Bet prova a tutelare la propria immagine assicurando che le indagini sono tutt’ora aperte e che “non verrà esclusa la pista di un atto di terrore portato avanti dai coloni israeliani dell’area”. E giustifica il ritiro dei permessi di lavoro ai familiari informandoli che sono dinieghi “temporanei” vincolati alle leggi di Israele.
Il ritiro dei documenti per il marito di Aisha al Rabi, tra l’altro anch’egli rimasto ferito e privo di coscienza nella sassaiola dei coloni contro la sua auto, rappresenta una forma di derisione da parte delle autorità israeliane e una legittimazione degli episodi quotidiani di abuso di potere contro i palestinesi.
Nickolay Mladenov, coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, ha condannato l’attacco alla donna e al marito affermando che “i responsabili devono essere subito assicurati alla giustizia. Urge smetterla con il terrore e la violenza”.  Invece secondo il ministro del turismo d’Israele, Yariv Levin, che ha commentato l’accaduto in un’intervista radiofonica, le ragioni del decesso della donna non sarebbero ancora comprovabili, data l’assenza di una perizia del veicolo. Mettendo in dubbio la pista di un’aggressione da parte dei coloni, il ministro ha ipotizzato un semplice incidente d’auto poi strumentalizzato dalla famiglia descritta come “tipi di persone vicine agli ambienti di sinistra che in maniera ipocrita non fanno che incolpare lo Stato Ebraico”.
Ma quello che oggi risulta realmente ipocrita alla luce dei fatti, è che dal 2015 la Knesset, il parlamento israeliano, condanni uomini, donne e bambini palestinesi fino a 20 anni di carcere per il lancio di pietre “finalizzato all’aggressione contro civili e forze dell’ordine”, additando di terrorismo adulti e minori palestinesi in maniera indiscriminata, mentre i coloni israeliani sembrano poter utilizzare quella stessa violenza  in maniera legittima nelle aree di forte tensione. Inoltre se un palestinese volesse dimostrare la sua innocenza dall’accusa di aver lanciato sassi con l’intento voler ledere cose o persone incorrerebbe comunque in una pena lunga fino a 10 anni di prigione.
Dal 2018, nel periodo compreso tra gennaio e aprile, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari ha registrato più di 80 casi di violenze subite dai palestinesi dovute al lancio di pietre ad opera dei coloni israeliani. Nel 25% dei casi viene documentato che prendono di mira le persone in case e automobili, quando appaiono indifese. Invece non sono verificabili i procedimenti penali in corso dove i coloni sono imputati per il lancio di pietre, per una evidente mancanza di uguaglianza delle condanne per israeliani e palestinesi nei tribunali israeliani. Al contrario è da notare ch dal 1° ottobre 2015, quindi allo scoppio dell’Intifada di Gerusalemme, ad oggi più di 2500 minori palestinesi sono stati imprigionati e il capo d’accusa più comune nei loro confronti è il lancio di pietre.
E intanto l’esercito israeliano sperimenta quotidianamente contro i palestinesi i prodotti dell’industria bellica nazionale eletta come la più fruttuosa ed efficiente al mondo.

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