E ancora un
altro assassinio si è aggiunto a quelli di ieri e di ieri l’altro e di una
settimana fa e di un mese e di tanti anni senza sosta e senza vera condanna.
Siamo in Palestina. Eppure c’è
un desiderio di normalità che può essere definito resilienza, termine
che, a seconda delle discipline in cui viene usato, significa capacità di assorbire
l’urto adattandosi, o di auto-ripararsi dopo un colpo violento, o di trovare la
risposta positiva ad un trauma.
E’ di poche ore fa l’ultimo assassinio a freddo di
un ragazzo palestinese, omicidio
ripreso dalla tv Al jazeera e lanciato sui social mostrando la manipolazione
irrispettosa del cadavere da parte degli assassini. Purtroppo le reazioni dei
social, accanto ai molti “Dio accolga la tua anima” scritti in arabo,
registravano anche commenti di account ebrei,
facilmente rintracciabili su FB, che irridevano allo scempio del cadavere per
mano dei soldati occupanti, sia in divisa che in borghese.
Lasciamo nel
campo degli orrori umani questi commenti criminali, che speriamo minoritari
nelle comunità ebraiche di tutto il mondo, e riprendiamo il discorso sulla
resilienza mostrando alcune foto di “normalità
gazawa”, che è parte della normalità palestinese, ma ancor più
stupefacente per chi immagina Gaza solo rovine, disperazione, povertà,
repressione assoluta, integralismo religioso e via straparlando. Ma ciò che
forse stupirà chi avrà voglia di leggermi fino in fondo è la storia di Razan,
una ragazza che insieme a un piccolo gruppo di amici, si prende cura degli
animali feriti, affamati e randagi.
La giornata di ieri, qui a Gaza, era una giornata
senza razzi, né bombardamenti. Una giornata serena! Solo i droni, che quando volano bassi avvertono
della loro minacciosa presenza, ricordano che stiamo sott’assedio anche se per
un attimo ci si può distrarre. In seguito ad accordi finora solo sussurrati, il
limite delle acque utilizzabili per la pesca dovrebbe essere stato allungato
dal padrone e signore di questa parte di mondo e ieri
la pesca, una delle principali attività locali, era straordinariamente
abbondante.
Così ho accettato uno dei tanti inviti a pranzo che
piovono come abbracciai quali è
difficile sottrarsi e sono andata a
mangiare il pesce – e non solo, perché qui i pranzi, da chiunque
offerti, quale che sia la condizione economica della famiglia, non conoscono
limiti e sono veri e propri killer di ogni buona intenzione dietetica – a casa di uno dei miei studenti di
italiano, accompagnata da altre due studentesse, giovani donne
fantastiche, entrambe laureate e volontarie in attività socio-culturali e
sanitarie.
Visto che
queste ore erano di pura vacanza, ho
deciso di tornare a casa a piedi e di scattare qualche foto dei vari quartieri
attraversati. Partendo da Shahbia, quartiere popolare dove ho
pranzato e dove sono stata colpita come sempre dai colori della frutta locale,
immortalo i due giovani venditori che mi chiedono una foto. Se non si sapesse che ancora l’altro
ieri stavano sotto le bombe, sembrerebbero giovani scanzonati e felici di una
qualunque parte di mondo in cui andare in vacanza. Da loro compro 2
chili di jawafa, frutto eccellente antiossidante e quindi anticancerogeno, 4
avocados, 2 portucal, cioè 2 arance e dopo i soliti “where you are from” e
“ahlan w salahn” di benvenuto ho pagato 10 shekel, cioè 2 euro e mezzo e ho
ripreso il cammino.
Andando
verso piazza Saraya, dove sono
evidenti i segni delle bombe di qualche notte fa, quelle che mi hanno costretto
a lasciare Gaza per la mia sicurezza, lasciandomi un senso di involontario
tradimento verso chi restava sotto le bombe,incontriamo uno dei tanti
cortei nuziali. Sulla testa, o meglio di fronte ai ragazzi che sono, come
consuetudine nuziale, in piedi sul cassone aperto di camion e PK cantando e
ridendo, un grande cartello che ricorda una sessantina di recenti martiri della
zona caduti sotto il fuoco israeliano.
Qui
nessun martire fermerà mai un matrimonio, semmai lo benedice!
Andiamo avanti scattando qualche foto, una alla ex
sala cinematografica, forse la più antica, ora in disuso perché danneggiata dai
bombardamenti di qualche anno fa e, accanto, un
palazzo di civile abitazione a sua volta colpito dove – dice il mio
studente che oggi è non solo il mio anfitrione ma anche la mia guida – sono rimasti uccisi nel 2014, incastrati
nei ferri del cemento armato colpito dalle bombe, alcuni bambini e la loro
madre. Qualche scatto ai giardini pubblici, qualche scatto alle numerose
bancarelle. Siamo nel quartiere di Remal, uno scatto
alle ultime distruzioni causate dagli F16 la scorsa settimana.
Qualche
altro scatto al giardino di Al Jundi, che tradotto in italiano dovrebbe
significare del “milite ignoto”, dove macchinine luminose e molto chiassose
portano i bambini a fare un giro intorno alla fontana.
Punto sul
bancomat della Banca di Palestina di fronte al giardino Al Jundi perché lungo la strada tutti i bancomat erano
pieni di folla. La mia guida mi dice che a quest’ora è sempre così. Centinaia
di persone fanno la fila a tutti gli sportelli automatici. A qualcuno sembra
strano che Gaza abbia tanti ATM bancari, eh! Comunque rinuncio.
Ormai è
quasi sera, l’ombra minacciosa dello Stato ebraico sembra far parte della
normalità. Si passa accanto alle rovine così come
si passa accanto a una delle eleganti pasticcerie o a uno dei banchetti che
vendono lupini e fave cotte.
Poi, a un certo punto Roger, il mio
accompagnatore, mi dice “guarda quella ragazza, non sai quanto mi piace.” La
guardo, è di spalle, non porta l’ijab, penso sia una straniera. Ha
una grossa sacca colorata in spalla. Roger
mi dice “mi piace tanto quello che fa, ci vuoi parlare?” Beh sì, ma
prima vorrei capire perché gli piace tanto quello che fa. E il ragazzo mi dice
“porta il cibo agli animali randagi”.
Ecco, ora
entriamo in un campo sconosciuto ai più e che stupisce un po’ anche me.
Cerchiamo di attirare la sua attenzione chiamandola, prima in inglese poi in
arabo. Ma non conosciamo ancora il suo nome.
Non sembra molto convinta, però
si lascia avvicinare. Cominciamo a parlare, ma a piccole frasi. Ha 28 anni, il
viso assolutamente semita, che non è una definizione razziale come non lo
sarebbe dire un viso nordico di una svedese o un viso sioux di un indigeno
americano. Il suo incarnato è bruno, i suoi occhi sono di quel nero brillante
che io avrei sempre desiderato avere. La
ragazza ci dice che sì, è andata a nutrire dei cuccioli randagi e che questa
operazione la fanno tutte le sere lei o uno dei ragazzi del suo gruppo. Chiedo
un po’ la sua storia e come mai in un luogo dove gli umani sono sempre a
rischio e il cibo non abbonda in tutte le case, lei si occupi proprio di
nutrire e curare gli animali.
Ma questo è
solo un inciso, aleggia nell’aria sì, ma me ne accorgerò più tardi. Intanto Razan dice che hanno costituito un
gruppo fb nominato Strays of Gaza, cioè randagi di Gaza, lo stesso hanno fatto
con twitter e instagram e la loro presentazione è molto semplice, due righe in
cui si dice che il loro scopo e salvare il numero più alto possibile di animali
feriti o malati o affamati e di costruire per loro dei rifugi sicuri.
Il gruppo è
piccolo, non è legato a nessuna associazione politica o ecologista ed è
autofinanziato, cioè si finanzia con donazioni ricevute on line. Le faccio una
domanda antipatica, le chiedo se è credente e in tal caso se è cristiana o
musulmana. Mi guarda in modo strano e spero non fraintenda. Non porta l’ijab,
anche questo normalmente non si sa, ma a Gaza non è obbligatorio portare l’ijab
anche se la stragande maggioranza delle donne lo porta e molte indossano
addirittura il niqab. Questa scelta mi fa supporre sia cristiana e invece è
musulmana. Mi guarda un po’ contrariata e le spiego che la domanda nasce dal
fatto che in Occidente, tra le tante sciocchezze stereotipate che girano, c’è
anche quella di credere che i musulmani siano feroci con gli animali. A questo
punto la ragazza sorride e dice che conosce via social tanti internazionali che
la contattano e aiutano il suo gruppo anche nella raccolta fondi per il cibo e
le cure. Non tutti quindi la pensano così!
Le chiediamo quando è iniziato il suo impegno e
perché. Ci risponde che tutto è cominciato quando lei e i suoi amici del
college avevano conosciuto, qui a Gaza, un ragazzo di qualche anno più grande
di loro. Erano diventati amici e parlando di tutto avevano capito che ognuno
deve essere aiutato a vivere, così avevano iniziato a fare volontariato anche
con gli animali e non solo con gli umani. Mi dice che il ragazzo ora non c’è
più ma per loro è sempre presente. Il suo nome era Vittorio.
Era
nell’aria, lo sentivo, ma solo quando ha pronunciato il suo nome la cosa è
diventata chiara.
Ma anche lei, Razan ha un nome e un cognome che in questo momento, in quest’incontro serale dove ci si vede in penombra, dopo aver evocato il ricordo di Vittorio Arrigoni, ha qualcosa di altrettanto evocativo. Il suo cognome è Al Najjar. Si chiama Razan Al Najjar, esattamente come la giovane infermiera che avevo conosciuto al border di Khuza’a, se ben ricordo, e che due settimane dopo, mentre prestava soccorso ai feriti, sempre al border, era stata uccisa dai tiratori scelti israeliani.
Ma anche lei, Razan ha un nome e un cognome che in questo momento, in quest’incontro serale dove ci si vede in penombra, dopo aver evocato il ricordo di Vittorio Arrigoni, ha qualcosa di altrettanto evocativo. Il suo cognome è Al Najjar. Si chiama Razan Al Najjar, esattamente come la giovane infermiera che avevo conosciuto al border di Khuza’a, se ben ricordo, e che due settimane dopo, mentre prestava soccorso ai feriti, sempre al border, era stata uccisa dai tiratori scelti israeliani.
Un incontro
davvero particolare. Potrebbe sembrare inventato, ma basta andare su FB o
twitter o instagram per verificare: “ Straysofgaza, Razan Al Najjar”.
E’ la vita che supera la morte. E’ quel particolare
tipo di amore che non solo non muore, ma sparge semi per il mondo. Da qualche
parte restano sotto la sabbia, da qualche altra parte germogliano. Qui ogni
tanto germogliano. Perché la Palestina è un posto strano. E Gaza è un posto
ancor più strano del resto della Palestina. Qui convivono gli asini con le Mercedes, la
povertà economica con la ricchezza dell’accoglienza, il terrore con l’allegria,
la distruzione con progetti faraonici di ricostruzione, l’imbroglio sottile con
l’onestà più assoluta, la disperazione con la speranza, la depressione con
l’entusiasmo della resistenza…. E su tutto seguita a dominare, nonostante i
tanti uccelli del malaugurio che la vogliono morta per soddisfare il proprio
desiderio di asciugarne le lacrime, una
capacità di vivere e di amore per la vita che è difficile trovare altrove.
Razan Al
Najjar, la protettrice degli animali in un luogo dove la vita è difficile anche
per gli umani, sembra incarnare la parte positiva di questa molteplicità di
forme. Vittorio forse ha vissuto i suoi ultimi anni nel posto che meglio di
ogni altro poteva raccogliere i suoi semi di bella umanità, fatta insieme di
lotta di impegno e di allegria.
Però che
fare? In fondo tra pochi giorni non potrò più mangiare le fragole di Gaza. Beh,
torniamo indietro. Ok, 4 shekels, cioè un euro, e siccome sono le ultime, mi fa
buon peso e per 4 shekel me ne dà due chili.
Normalità? Resilienza? Stranezze? Chiamatela come volete. I droni seguitano a volare bassi. La notte passata è stata tranquilla, la prossima non si sa, ma qui la vita continua nonostante l’assedio e le minacce.
Gaza NON MORIRÀ nel 2020 come ripetono amici e nemici.
Gaza ha bisogno di acqua potabile, ha bisogno di lavoro, ha bisogno di
elettricità, i suoi bisogni sono umani, ma la loro mancanza è di natura
politica.
Gaza ha
bisogno di libertà, ha bisogno di giustizia!
Eppure Gaza non morirà neanche se Israele e tutti i
suoi nemici interni ed esterni si mettessero insieme perché, come scriveva
Darwish già nel 1973 nel suo “Silenzio per Gaza”, “Possono
spezzarle le ossa. Tagliarle tutti gli alberi. Possono piantare carri armati
nelle budella delle sue donne e dei suoi bambini. Possono gettarla a mare,
nella sabbia o nel sangue. Ma lei non dirà mai SÌ agli invasori ” e Gaza, mi
piace ricordarlo ancora una volta, non è Hamas, non è Fatah, non è Jihad, non è
PFLP, Gaza è Gaza, al di qua
e al di là delle fazioni politiche in cui i gazawi decidono di riconoscersi o
meno. Questo la Grande Marcia per il Ritorno ha provato a mostrarlo al mondo,
pagandolo con l’unica moneta che Israele conosce: il sangue palestinese dei
suoi martiri e le invalidità imposte ai suoi tanti feriti.
Saluti da
Gaza, dove la vita, nonostante tutto e tutti, continua.
(Il reportage
di Patrizia Cecconi è uscito anche su Pressenza)
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