venerdì 15 marzo 2019

Venezuela: dagli aiuti umanitari USA al cyberattacco-blackout, è già guerra di nuova generazione e antica ipocrisia - Gennaro Carotenuto




Le denunce del New York Times e di Forbes sui casi degli aiuti umanitari bruciati e sul blackout, che analizzo qui, attestano che in Venezuela la guerra sia già cominciata e le false notizie dominino incontrastate la costruzione dell’opinione pubblica.
Le guerre di nuova generazione fanno morti come e più di quelle che si combatterono con la clava, la balestra o il fucile Chassepot. Rispetto alla gravità del blackout in Venezuela ai media italiani è piaciuto a scatola chiusa sposare la tesi dell’inettitudine chavista. I chavisti sono per definizione tutti incapaci, sanguinari e corrotti. Sta diventando un tratto tipico della cultura politica italiana quella di non rispettare l’avversario, pensando che irridere e delegittimare corrisponda a cancellare. Tale attitudine impedisce di conoscere e capire, e tradisce la ragion stessa di essere dei media. Al contrario vari media statunitensi hanno preso molto sul serio e considerano credibile che il blackout in Venezuela sia stato causato da un cyberattacco informatico USA. Se così fosse sarebbe affare serio, perché saremmo con ogni evidenza di fronte a un atto di guerra di quelle della cosiddetta quarta generazione. Fossero stati gli hacker russi parleremmo di Terrorismo. Essendo i presunti autori del sabotaggio gli statunitensi, è bene parlare di azioni di guerra nelle quali viene bypassata la forza militare tradizionale per usare azioni di carattere economico, culturale, psicologico, in particolare usando l’informatica.
Un attacco informatico così ben portato e riuscito aggirerebbe infatti il veto brasiliano di una guerra tradizionale, al quale il vice di Trump, Mike Pence ha dovuto chinare il capo. Ma tale attacco indurrebbe a pensare anche, per la prima volta, che Maduro non avrebbe il pieno controllo su una infrastruttura chiave quale quella elettrica. Non è più necessario far saltare un tot di tralicci o avvelenare materialmente gli acquedotti per indurre la popolazione alla disperazione e a ribellarsi contro il “regime”. In genere, in queste situazioni, la popolazione viene considerata disperata per antonomasia. Ma sarebbe necessario renderla ancor più disperata. Ciò in omaggio alla teoria dai militari per la quale i bombardamenti (o equivalenti) sulla popolazione civile sarebbero giustificati dall’indurre la popolazione stessa a sollevarsi. Il sollevarsi di un popolo sotto le bombe è una cosa mai successa, dalla Barcellona repubblicana martirizzata dagli italiani, alla Roma fascista colpita dagli Alleati, dal Vietnam comunista alla Serbia di Milosevic. Ma in ogni conflitto si trova sempre un generale e un editorialista disposto a spergiurare che basti un po’ di disperazione in più dei civili che si pretende di salvare, per far infine trionfare il bene. Anche in questo caso, nonostante la cosiddetta crisi umanitaria, sembra che qualcuno si sia convinto che i venezuelani non siano ancora sufficientemente disperati. Molti ce l’hanno a morte con Maduro, ma molti altri no. Emigrano in massa, è vero, ma non più degli honduregni o degli haitiani, almeno altrettanto disperati, ma che invece trattiamo come appestati. E allora serve una ulteriore spintarella. Oggi infatti basterebbero poche righe di codice per spegnere un paese intero e ottenere di più e meglio, in maniera pulita. Quelli che plaudono al regime change saranno contenti, no? Niente bombardamenti, niente stivali sul terreno, stesso risultato. La storia peraltro si ripete, nel 1973 in Cile i sindacati statunitensi finanziarono lo sciopero dei camionisti (che più scioperavano più guadagnavano) che impedì per settimane gli approvvigionamenti, alimentando l’idea di caos contro il governo Allende e prodromico all’11 settembre.
Fin qui ognuno la pensi come gli pare. Ci sono però dettagli che a chi scrive appaiono inesorabilmente repellenti. L’onnipresente – era anche a Cúcuta – Senatore repubblicano Marco Rubio (qui in italiano) “vanta” che il blackout, da lui annunciato – praticamente una rivendicazione – in mondovisione appena tre minuti dopo il suo inizio, avrebbe causato la morte di 80 bambini prematuri in un reparto neonatale a Maracaibo. I media italiani riprendono Rubio senza verifica alcuna, e non hanno alcuna capacità o voglia di collegare l’attivismo del senatore con la semi-rivendicazione del blackout stesso, come se questo fosse un osservatore neutrale. Ma se la presunta morte dei neonati fosse davvero dovuta all’attacco informatico statunitense e non alla leggendaria insipienza chavista, ciò cambierebbe radicalmente la natura delle cose. Sarebbe un giusto prezzo da pagare alla liberazione del Venezuela?
Gli 80 neonati in quell’ospedale dello Zulia sarebbero ufficialmente danni collaterali di una guerra combattuta innanzitutto con l’ipocrisia. Uccisi dal blackout che doveva salvarli. Rubio infatti usa la notizia dei neonati morti per rilanciare la necessità di far entrare subito in Venezuela aiuti umanitari. Va per la sua strada Rubio: il Venezuela è un paese in crisi umanitaria e noi dobbiamo fare entrare gli aiuti umanitari. Non dimenticate che la rappresentazione ufficiale è più che mai quella di una guerra umanitaria del bene contro il male. Non essendoci aggressioni o invasioni, come in Kuwait o in Kosovo, possiamo dire che se l’uomo nero fa morire i neonati, allora arriverà l’uomo bianco a salvarli.
Peccato per il Senatore Rubio che gli USA non siano esattamente un regime totalitario (non lo è neanche il Venezuela) e vi sia ancora una stampa libera in grado di agire da Quarto potere. Proprio ieri il New York Times ha infatti dimostrato inequivocabilmente quanto era chiaro da subito ad ogni persona intellettualmente onesta: gli aiuti umanitari di USAID del 23 febbraio, sui quali è stata costruita una narrazione che ha tenuto banco per giorni, furono bruciati ancora in territorio colombiano da uomini di Guaidó perché il circo mediatico internazionale incolpasse Maduro. Cosa che puntualmente accadde. Dall’articolo e dal video qui sopra linkato le prove incontrovertibili che due sabati fa alla frontiera di Cúcuta sia stato organizzata una messa in scena della quale Guaidó, Rubio e il presidente colombiano Duque sono i primi responsabili.
E qui aiuti umanitari e blackout convergono. Gli 80 neonati morti (presunti, speriamo) sono vittime dell’inettitudine criminale chavista o della guerra asimmetrica denunciata da Maduro? Gli aiuti bruciati da Guaidó in Colombia, per rafforzare l’idea di una cieca intransigenza virtuale di Maduro, a chi vanno addebitati? Il fatto che gli stessi benefattori li abbiano distrutti, non avvalora la tesi di Maduro che fossero un cavallo di Troia? La retorica degli aiuti umanitari (solo in Venezuela, mai ad Haiti, in Honduras o in altri pezzi del Continente almeno altrettanto dolenti) come si concilia con il blackout umanitario e quegli 80 bambini che ci dicono morti come danno collaterale?

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